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Intervista a Benioff - Powell's


Fonte www.powells.com - Traduzione di Lord Beric



Per prima cosa, voglio congratularmi per CITY OF THIEVES. Penso sia fantastico.

Grazie. È stato un lavoro duro.


Quanto tempo è durato il lavoro?

Non è stato un lavoro a tempo pieno, ma ho proposto questa idea alla casa editrice nel 2001. In aeffetto avevo una bozza di una pagina di quello che sarebbe dovuto essere il libro già nel 2000. Quindi sono circa sette anni dalla concezione della storia al libro attualmente in vendita. Lo ripeto, non è stato un lavoro quotidiano, perché ci sono state in mezzo molte altre cose. Ma ho scritto la prima riga, credo, nel 2000.


Avevi già inziato a scrivere prima di sapere con cosa avevi a che fare?

No, conoscevo già la trama di base, e ho scritto il primo paragrafo, con alcuni aggiustamenti, più o meno nello stesso momento, nel 2000. Ho avuto molto problemi, vari tira e molla sulla scrittura, prefazione a parte, in prima e terza persona. Poi ho scritto una serie di sceneggiatura, quindi l'ho semplicemente messo da parte, prima di poter scrivere il secondo paragrafo. [risate]


Quanto tempo è passato tra il primo ed il secondo paragrafo?

Avevo scritto molto tempo fa il capitolo di apertura, ma poi l'ho buttato via. C'erano molti capitoli di apertura che non funzionavano. C'era un'apertura completamente differente con Lev che assisteva ad un concerto, basato su un evento reale. L'Orchestra Sinfonica di Leningrado stava suonando ed erano trasmessi in tutto il mondo, cercando di sensibilizzare la gente su cosa accadeva durante il blocco. Era un momento trionfante, e i Tedeschi ne erano al corrente e per questo cercavano di bombardare la sala del concerto. Era una grande scena storica, quindi pensavo che potesse essere l'introduzione al libro. Ho provato a scriverla, e non ha mai funzionato.
Per dirla tutta, tra il primo paragrafo e quello che poi è diventato i secondo paradrago del libro, o almeno il capitolo iniziale, sono passati probabilmente cinque anni.


Sembra una grande, maestosa, apertura. Quanto è stato difficile buttarla via?

È stata dura. Era un grande pezzo di ambientazione. Ma serviva un background troppo corposo per spiegare perché Lev si trovava lì, ed inoltre mi piaceva l'idea di lui che guardava la discesa del paracadutista. È stata dura abbandonarla, principalmente per l'ambientazione. In termini di quadratura con il resto della storia, mi avrebbe reso le cose più difficili. Ma ancora ripenso a quella scena.


Nel prologo, stai parlando con Lev, tuo nonno, e stai prendendo appunti, dicendogli: "Voglio solo essere sicuro di raccontare ogni cosa correttamente." Lui dice, "David, sei uno scrittore. Puoi farlo." Quindi devo chiedertelo: quanto ci sei riuscito?

Al 99,99%. [risate] È assolutamente un trucco del romanzo. I lettori devono prendere quello che c'è dentro la copertina con un po' di criterio.


A parte la parte della sceneggiatura mutante.

[risate] Vero, quella e la ragazza con gli occhi azzurri.


Quindi, Lev è davvero tuo nonno?

No, il nome di mio nonno è Shim. Sono riluttante ad essere troppo aderente alle persone. Se scrivi una memoria, ovviamente devi la verità ai tuoi lettori. Questo p quello che prometti quando metti la parola memoria sulla copertina. Ma quando scrivi un romanzo, per me almeno, devi al lettore una bella storia, e non penso che tu abbia l'obbligo di specificare quali parti sono vere e quali no.
Detto questo, Lev non è il nome di mio nonno.


Quanto è stata impegnativa la fase di ricerca?

Molto. Sono andato a San Pietroburgo nel 2001. È una storia strana, perché sapevo che stavo per scrivere questo libro, e stavo cercando di immaginarmi un modo di tendere San Pietroburgo. E poi, dal nulla, ho ricevuto questa chiamata da un editor di una rivista che diceva "Stiamo preparando questa storia sui viaggi di piacere in Russia, con gli Americani che vanno oltremare" - Russia e Ucraina, a questo punto - "e sono presentati a giovani Russe single, con lo scopo di riportarsele a casa come mogli. Ci piacerebbe che tu andassi a San Pietroburgo per seguire uno di questi viaggi e scriverne qualcosa."
È stato incredibile. Ho fatto questo viaggio tutto spesato a San Pietroburgo. Durante il giorno facevo ricerche per questo articolo - divertente e suerrale di suo, perché ero in un gruppo di sedici uomini, tutti alla ricerca di una moglia. È stata una cosa folle.
Durante il resto della giornata, viaggiavo per San Pietroburgo e mi recavo nei posti che sapevo già avrei descritto. Ci sono due musei dell'assedio, posti fantastici per fare ricerche. Uno ricrea gli appartamenti com'erano duraante il blocco, e hanno anche repliche delle razioni. Si opssono vedere le reazioni settimanali di pane, che è pazzesco pensare come la gente potesse viverci. Ho anche parlato con i sopravvissuti di quel periodo.
Il resto era lettura e ricerca. Molto, molti libri, ma particolarmente sono due quelli da cui ho tratto informazioni, THE 900 DAYS di Harrison Salisbury e KAPUTT di Curzio Malaparte. Sono completamente differenti, ma li raccomando caldamente a tutti coloro che sono interessati all'assedio. THE 900 DAYS è uno dei più grandi lavori di reportage che abbia mai visto. KAPUTT è più romanzato e impressionistico, ma è molto bello. Penso che Malaparte sia un grande scrittore - dovrei dire un grande scrittore conosciuto, perché la gente lo conosce ma non è veramente famoso. Non è famoso come merita, perché credo sia uno dei grandi virtuosi di quel periodo storico.


Che cosa ti ha portato a decidere di scrivere con la voce del tuo falso nonno, piuttosto che inventare un personaggio da zero?

Dall'inizio quella era la concezione della storia, quello che mio nonno mi raccontava. Non c'è molta strategia. La storia mi è venuta - assolutamente non pienamente formata, in modo molto frammentario, ma mi è venuta nella forma di due giovani uomini alla ricerca di uova durante l'assegio. Sapevo con certezza che la prima frase doveva essere, "Mio nonno, il combattente col coltello, uccise due Tedeschi prima di compiere diciotto anni." Quella era la prima cosa che avevo deciso della storia, quindi ne è sempre stata parte. Sapevo che doveva essere la storia di un nonno filtrata attraverso la narrazione di un nipote.


È anche una grande frase di apertura, perché automaticamente mandi questo messaggio nella mente del lettore mentre lui sta pensando "OK, qui ce n'è uno... e uno deve arrivare..."

[risate] Beh, non sono troppo lontani, no? Circa una pagina. Ci sarebbe stata più suspance se se uno fosse apparso presto nel libro ed uno tardi.


La voce di Lev suona veramente autentica. È stata facile da rendere?

No, ho avuto molti problemi con la sua voce sin dall'inizio. Per molto tempo non ci ero riuscito, quindi avevo pensato di provare a scrivere in terza persona, ma non mi sembrava la cosa giusta da fare.
Per un Americano del ventunesimo sicolo è un'impresa scoraggiante scrivere dalla prospettiva di un ragazzo russo del 1942. È molto difficile rendere l'immagine, e mi è costato molti tentativi. C'è un fantastico verso di Beckett: "Prova di nuovo. Sbaglia di nuovo. Sbaglia meglio." Questa è stata la mia esperienza lavorando a questo libro.


Una delle cose che mi ha colpito del romanzo è il sapore moderno dei dialoghi. Spesso c'è la sensazione che in tutte le storie ambientate prima del 1960 tutti parlino in inglese corretto e con frasi elaborate. C'è la sensazione che CITY OF THIEVES sia stato tradotto per il lettore moderno.

Questo è assolutamente vero. Inoltre, si vedono persone che scrivono dialoghi in lingua straniera, tradotti poi fittiziamente in inglese. Si usano piccoli trucchi per farlo suonare stranieri; ad esempio, non si usano le contrazioni. Io penso che parte di questo derivi dal fatto che la gente legge quei vecchi libri russi tradotti in inglese cento anni fa, o ottanta anni fa, e quindi gli associ quel sapore arcaico.
A me la cosa sembra sciocca. Ho appena letto una sceneggiatura ambientata ai tempi antichi, e tutti parlano come se fossero in una commedia di Shakespeare. Non penso che la gente parli come 2.000 anni fa, e nemmeno che parli come 60 anni fa.
Una cosa molto utile per i dialoghi è stata leggere i diari delle persone vissute durante l'assedio. Non che molti contengano trascrizioni di come parlasse la gente, ma c'è materiale sul modo in cui raccontavano le loro esperienze. Il modo in cui raccontavano il loro umore, malgrado tutto, è stato molto di ispirazione per il libro. Ciò che può accadere facilmente in un libro come questo, ambientato durante gli anni più bui della guerra, è trasformarsi in un crudo catalogo di atrocità. Non volevo che accadesse questo.
Leggere i diari mi ha inoltre convinto che quello non era il modo di raccontare la storia, percé le persone che erano veramente lì e vivevano quei momenti avevano ancora la forza di fare scherzi. C'è uno specifico, molto russo, humour che non hanno mai perso malgrado tutto, ed io volevo in qualche modo mantenere tutto questo, perché è una delle cose che amo di quella gente e del loro modo di vivere. Che fosse durante la Rivoluzione o nei peggiori giorni del Comunismo, con la gente che moriva di fame, c'era sempre tempo per uno scherzo. C'erano grandi battute su Stalin e i collettivi. Spero di essere riuscito a darne un assaggio nel libro.


Parlare di houmour fa pensare a Kolya, un personaggio che, ogni volta che le cose si mettono male, spunta. Ed è vivo. In un romanzo storico trovo che sia raro incontrare un personaggio così attaccato alla vita.

Beh, grazie per averlo detto, mi fa piacere. È stato interessante, perché sapevo da sempre cosa avrei dovuto aspettarmi da questi due personaggi. Non sapevo molto della storia a parte il discorso della dozzina di uova, e c'era questo contrasto tra i due, in termini di personalità. Penso che sia parte del motivo per cui alla fine ho deciso di scrivere in prima persona dal punto di vista di Lev piuttosto che in terza persona.
Sarebbe stato impossibile parlare del Grande Gatsby dalla prosepettiva di Jay Gatsby. Serviva Nick Carraway; serviva quella seconda personalità non così ingombrante, a misura d'uomo, che possa guidare il lettore lungo il libro.
Questa è una delle cose che avevo amato di quel libro, ed è una delle cose più brillanti di Fitzgerald. Sapeva che, sebbene Gatsby sia il centro del libro ed il persnaggio che resta nella mente, la storia è quella di Carraway, ed è questo che fa funzionare il romanzo. Per me è stato così con Lev e Kolya, dove sicuramente Kolya è la figura più carismatica, e la persona per cui la gente tende a parteggiare da subito. Eppure al tempo stesso è la storia di Lev, ed è la narrazione di Lev che rende Kolya possibile, credo.


Da dove ti è venuta l'idea per THE COURTYARD HOUND? Devo dirtelo, mi hai completamente giocato fino al momento in cui spunta fuori Lev.

Cosa ti ha mandato in confusione?


Non ne ho idea. [risate] Deve essere stato qualche strano pensiero. Fino a quel momento pensavo "devo assolutamente cercare quel libro, sembra grandioso."

Sì, ho alcuni amici su Google che dicevano "Non riesco a trovare quel THE COURTYARD HOUND".
Sapevo fin dall'inizio che quel personaggio, Kolya, doveva difendere la sua posizione. C'era una scena che non ho mai messo nel libro, erano studenti all'università a Leningrado durante l'assedio in cui dovevano difendere le loro tesi contro i loro professori. A volte lo facevano durante i bombardamenti. C'erano tutti questi dettagli incredibili che non sono mai finiti nel libro perché non c'era posto.
Ma questa è sempre stata parte del modo in cui ho contepito il personaggio. Originariamente difendeva le sue tesi, e poi, quando ho lasciato perdere, volevo mantenere la parte su THE COURTYAARD HOUND - tranne il pezzo che ho deciso che non doveva essere un libro vero. Volevo che lo sembrasse solo. E allora mi sono detto "beh, cosa ch'è di meglio di un libro inventato scritto da lui?"
Mi piaceva l'idea che il personaggio sembrasse impavido, ma poi, come tutti, non lo fosse. Nessuno è senza paura. Le sue paure, semplicemente, non sono paure comuni. Non ha paura dei cannibali giganti quanto di qualcuno che prenda in giro il libro che sta scrivendo. Da scrittore, so quanto sia terrificante il momento in cui si propongono delle storie la prima volta. Che sia per il giornalino del liceo o per il compito di scrittura di gruppo, c'è la prospettiva terrificante che gli altri possano stracciare i tuo lavoro nel quale hai profuso tanti sforzi e tanto di te stesso.
Non passa mai. È lo stesso anche ora, quando il libro viene recensito, che sia il New York Times o qualcuno che scrive su Amazon, è ancora una prospettiva terrificante che qualcuno possa disprezzare qualcosa che significa così tanto per te. Diventa solo peggiore, in effetti, perché quando hai speso anni per un romanzo, rispetto alla poesia di un giorno scritta al libro o alla storia di una settimana cell'università, il romanzo è incredibilmente parte di te. È una prospettiva terrorizzante mandarlo nel mondo e sentirlo, inevitabilente, rifiutato da qualcuno.


Questa cosa forse l'ho notata solo io perché ho studiato le sceneggiature, ma leggendo CITY OF THIEVES, a qualche punto mi ha colpito perché è il primo romanzo che abbia mai letto che mi sembra strutturato in accordo con il paradigma delle sceneggiature in tre atti.

[risate] Oh, no.


È stata una cosa intenzionale?

no, per niente. In effetti, ho lavorato con alcuni giovani sceneggiatori e sono sempre stato contro il paradigma dei tre anni. Ci sono alcuni grandi script che lo rispettano alla lettera, ma penso ce ne siano di altrettanto grandi che non lo rispettano. CARNAL KNOWLEDGE è una delle mie sceneggiature preferite, e sono abbastanza certo sia in due atti - o forse due atti con una coda. La gente entra nell'ambiente e legge quei libri sulle sceneggiature e parla della struttura a tre atti, quindi tutti pensano che ci sia una struttura a tre atti. Ma poi dai la sceneggiatura a dieci lettori esperti e loro possono trovare dieci differenti punti di cesura tra gli atti. Non c'è un sipario che scende, nelle sceneggiatura, non ci sono vere rotture tra gli atti - è tutto un po' arbitrrio. Non credo che una sceneggiatura debba seguire la struttura a tre atti. Penso che molte lo facciano, probabilmente la maggior parte, non mi è un prerequisito, per me.
Detto questo, penso che questa storia, che sia o meno a tre atti, sia molto tradizionale. È assolutamente ispirata alle storie tradizionali e alle fiabe.


C'è un certo sapore fiabesco.

È assolutamente una cosa voluta. Mi piace quel genere di storie. Sono certo che la struttura a tre atti derivi da lì. Penso che Robert McKee e altri maestri di scenografia ne parlino come dell'essenza dei racconti, una cosa che la fiction contemporaena ignora - a volte con successo, a volte a suo rischio e pericolo. Per me, i migliori narratori contemporanei tendono ad essere scrittori di genere, perché da molta fiction letteraria è stata drenata via l'idea di raccontare una storia. Spesso guarda dal basso verso l'alto.


Ci sono quei piccoli momenti che mi copiscono facendomi dire "Wow, questo è il punto alla fine del primo atto." [risate] Ma funziona tremendamente bene. Non so se ti sei mantenuto sempre sul pezzo, piuttosto che fare digressioni per trecento pagine, ma... assolutamente intendevo la cosa come un complimento.

Certamente non è una cosa che ho fatto consciamente, ma avendo lavorato come sceneggiatore per così tanto tempo, probabilmente mi è venuta inconsciamente. Semplicemente si acquisiscono certe abitudini, e penso più che altro di aver ottenuto una bassa tolleranza per i tempi morti e scarsa pazienza. Penso che parte di questo derivi dal lavoro di sceneggiaotre, dove devi sempre far stare la storia in 110 pagine.
Il libro che avevo scritto prima di THE 25TH HOUR è stato rifiutato da tutti perché tendeva ad essere troppo lungo e ricco di digressioni. Non saprei più scrivere in quel modo. Nel bene o nel male, ho perso l'abilità di raccontare una storia contorna, ingarbugliata, anche se alcuni dei miri libri preferiti sono così. Adoro A CONFEDERACY OF DUNCES e THE MOVIEGOER, entrambi dei quali si perdono in digressioni e sono geniali nel seguire i personaggi attraverso storie tortuose. Ma non sono il genere di libro che scriverei.


Leggendo CITY OF THIEVES, mi è tornato alla mente THE DEVIL COMES TO OREKHOVO da WHEN THE NINES ROLL OVER. Sono stato colpito dai paralleli: un giovane soldato riluttante; l'esercito russo, anche se da un punto di vista differente e molti anni più tardi; la casa vuota come santuario; ed la'rrivo brutale dell'inverno. La storia è un precursore del romanzo?

Sì, assolutamente sì. Penso che mi abbia fatto prendere confidenza sulla mia capacità di scrivere questo romanzo, perché sono abbastanza cerco che fosse la prima volta che scrivevo con uno straniero come protagonista. Quella è finita per essere la mia storia preferita nell'antologia, e mi ha fatto credere di potercela fare, di poter scrivere dei Russi. E l'arrivo dell'inverno mi attrare, in qualche modo. Anche THE 25TH HOUR è ambientato durante una tormenta a New York. La deve è qualcosa di cui ho sempre scritto. E anche i cani.


Giusto, i cani! È storicamente accurata, presumo, la scena in cui i cani sono usati dai Tedeschi come mine anticarro?

Sì, assolutamente.


È shockante.

Si tratta di una cosa che credo di aver letto per la prima volta in KAPUTT, il libro di Malaparte, e poi ho un'enciclopedia sualla Seconda Guerra Mondiale che ha una voce proprio su cani anticarro. La notizia si trova ovunque, una volta che la si inizia a cercare.
Si tratta di un'arma relaticamente poco efficace. Il modo in cui i nazisti la realizzavano era tenere i cani a digiuno e allenarli a cercare il cibo sotto i carri armati, dotandoli poi di ordigni a pressione sul dorso in modo da correre sotto i carri armati e farli saltare. I cani erano particolarmente efficaci, ma il problema era che non riuscivano a distinguere tra i carri armati russi e quelli tedeschi.


Un'arma a doppio taglio.

Veramente.


C'è stato qualcosa nella tua ricerca che era troppo assurdo per immaginare che i lettori ci potessero credere?

Non saprei dirti sull'assurdo. Qualcuno mi ha chiesto se avevo esagerato qualcosa, ma in realtà è stato più l'opposto. Una parte delle ragioni per cui non volevo mettere tutte le mie ricerche era che poi il libro sarebbe diventato un libro di storia. Non volevo dare quella sensazione asciutta, asettica. Non volevo parlare di una cosa specifica, ma del modo in cui i lettori l'avrebbero immaginata.
Penso di aver tralasciato certe cose perché ho cercato di misurare la quantità di orrore con quella di humour. L'orrore dei sopravvissuti - o dei non sopravvissuti - avrebbe sopraffatto ogni altro sentimento se avessi messo tutto. Un milione e mezzo di persone morì durante l'assedio, e giusto il modo in cui si liberavano dei corpi quando nessuno aveva la forza di scavare ed il terreno era gelato... Dio, anche solo il vedere cadaveri ovunque. Inoltre, ciò che la gente faceva per trovare il cibo ogni giorno, perché le razioni erano insufficienti. Nessuno poteva sopravvivere con le razioni. Quindi ciascuno dei sopravvissuti lo ha fatto sostanzialmente tramite il mercato nero, commerciando e recuperando più cibo e acqua che potesse.
Ma non penso ci fosse qualcosa di realmente incredibile. Credo che se qualcosa è successo veramente, allora esista un modo per presentarlo in maniera credibile. Se non riesci a presentare in maniera credibile un fatto storico, allora stai sbagliando qualcosa.


Mi sono piaciuti sia THE 25TH HOUR che CITY OF THIEVES. Ma devo dirti proprio una cosa, perché è molto raro che io legga un'antologia dall'inizio alla fine, ma NINES ROLL OVER era talmente bello che l'avrò letto credo quattro o cinque volte.

Oh Dio. Grazie.


C'è stato almeno un anno in cui, ogno volta che qualcuno mi chiedeva qualcosa da leggere, gliene regalavo una copia. [risate] Se non ti spiace, mi piacerebbe fare con te un gioco di associazioni di parole.

OK.


Ti farò il nome di alcune delle storie del libro e mi dirai un tuo parere. NEVERSINK.

Quando ero un ragazzino, facevamo dei viaggi a Catskills. Neversink è una riserva a Catskill vicino ad una città chiamata Liberty. Uno dei miei primi ricordi è la vista di quella riserva, ed il nome mi aveva colpito. Neversink, credo, è la traduzione dal nome originale indiano. Ho sempre pensato fosse un grande titolo, e lo pensavo come titolo prima ancora di sapere la storia.
Le prime due storie che ho scritto nel libro sono state NEVERSINK e DE COMPOSITION. NEVERSINK è stata la prima storia che ho finito dicendomi "È a posto." Ogni volta che scrivevo una storia e mi paiceva come l'avevo scritta, tornavo dopo una settimana e pensavo "Dio, non è nemmeno lontanamente buona come immaginavo. Nemmeno un po'."
NEVERSINK è stata la prima cosa che ho scritto e, che ci tornassi una settimana o un mese dopo, continuava a piacermi. Penso sia stata un grande punto di svolta per me come scrittore. Non avevo mai avuto una simile esperienza prima.


Penso che abbia funzionato anche troppo bene. Mi sono lasciato, recentemente, e provavo a scrivere una storia che catturasse quello che provavo in quel momento ed esorcizzasse alcuni demoni, e non importa da dove iniziassi, finivo sempre a NEVERSINK. Era qualcosa come, "Beh, ha già detto tutto, non c'è storia."

Mi ricordo una volta che ero seduto in macchina con una mia ex ragazza un paio di anni dopo che la storia uscì su ZOETROPE. È stata la mia ispirazione per quella storia - non che fosse cattiva come la ragazza della storia, ma che aveva quel padre che io non avevo mai conosciuto, e la cosa mi affascinava. Mi ha detto "Dio, ho letto quella storia e ho pensato, 'Qualcuno nel mondo mi odia.'" [risate] Non è per niente vero, perché lei non ha mentito a me come la ragazza della storia. Ma quando ti sei appena lasciato, come sai, non devi necessariamente provare sentimenti di comprensione per la tua ex.


WHEN THE NINES ROLL OVER

Sad Joe era un personaggio che mi è venuto alla mente prima della storia. Sapevo come doveva essere fisicamente, quale era il suo nome, e da dove veniva, ma non sapevo qual era la storia. Da un certo punto di vista non è nemmeno la sua storia - non è il narratore, ed è secondario in termini di trama - ma per me è sempre stato l'anima della storia. Pensavo dovesse essrre un personaggio in un romanzo che avevo in mente di scrivere. Non sono mai riuscito a trovargli un posto. Alla fine, ho capito che apparteneva a questo racconto.
Ho fatto un cortometraggio basato su questa storia e l'attore che doveva interpretare Sad Joe si ritirò una settimana prima dell'inizio delle riprese. Stavo disperatamente cercando qualcuno, e finalmente l'ho trovato apopena tre o quattro giorni prima di iniziare. Si è dimostrato fantastico. Era uno di quei casi fortunati in cui la persona è perfetta per il ruolo, e ci si calò al punto di offrirsi di tagliarsi i capelli stile mohawk, cosa che fece quasi prendere al suo agente un attacco di cuore perché non avrebbe avuto un altro ruolo per almeno sei mesi.


Quella sì che è una dedica.

[risate] Alla fine abbiamo deciso che poteva interpretare il personagio senza il mohawk. Ma ho sempre amato quel personaggio. Non ho mai avuto di scrivere un seguito a nulla di mio, ma a volte mi trovo a pensare a prendere i miei personaggi e usarli di nuovo, Sad Joe è uno di quelli di cui desidererei conoscere di più.


Il film di può vedere da qualche parte?

No. [risate]


È nella cripta.

Decisamente nella cripta. Lo riguardo con piacere, è stata una grande esperienza, ma come sempre la prima volta che si fa qualcosa, a parte qualche genio, c'erano molti errori. Penso fosse un altro di quelle situazioni "sbaglia di nuovo, sbaglia meglio" da cui ho imparato molte cose sui cortometraggi e fatto errori che spero di non ripetere.


Stai lavorando su un film tutto tuo?

Non ancora, ma ho alcune idee per come dovrà essere, se mai avrò i soldi per farlo. Da qualche parte in un nebuloso futuro.


È fantastico che tu abbia una grande attrice disponibile.

Se mi abbandonasse, sarebbe molto imbarazzante. [risate]


L'ultima storia di cui ti chiedo è MERDE FOR LUCK.

Ad un certo punto avevo dato appuntamento ad una ballerina e non avevo mai sentito tutta questa cosa di "merde" prima, quindi non sapevo che fosse ciò che si dicevano a vicenda. Ho pensato che fosse lo standard "rompiti una gamba," ma ha senso che nel mondo del balletto non usino quella frase. Pensavo fosse una cosa interessante, e trovavo che tutto quel mondo fosse affascinante.
È un mondo terribilmente complesso. Questa ragazza con cui avevo l'appuntamento era appena uscita dalla scuola di balletto, aveva avuto molto successo, ballava per il Joffrey Ballet ed era meravogliosa. C'è un intero mondo lì dentro, e ne ero affascinato.
Avevo due stimoli differenti. Quel mondo, ed il mondo della ricerca sull'AIDS. Non ricordo dove, ma avevo letto un articollo sui test per le medicine anti AIDS. Come ogni test medico, ci sono i gruppi di controllo, e quelli che effettivamente prendono la medicina. E mi sembrava ci fosse una storia in questo, nei termini di due persone che sono nel medesimo studio ma uno prende la medicina, che ti aiuta a sopravvivere, e l'altra prende il placebo.
Come molte di queste storie, è venuta per caso. L'idea viene da un paio di posti e ne esce combinata. Questo è stato il caso. È un'alchimia strana, dove hai un personaggio da un posto ed una trama da un altro e cerchi di metterli assieme e sperare che funzioni. Non sempre lo fa, ma credo che ti riesca meglio con l'età. Più hai scritto, meglio ti rendi conto di cosa non funziona e ti liberi delle cose che non vanno, o dell'intera storia.


Farai un'altra antologia?

No, non ho scritto storie brevi dal 1999 e non ho mente di scriverne altre. Non ho idee per storie brevi. Tutte le idee che mi stanno venendo sembrano più adatte ad una sceneddiatura o un romanzo.
Non ho proprio più scritto storie brevi da quel periodo. Le ho scritte tutte tra il 1997 ed il 1999.


Stai leggendo quaalcosa di entusiasmante al momento?

L'ultimo libro che ho letto che mi sia piaciuto è DIRTY SNOW di Georges Simenon, penso sia un grande noir. E l'ho letto perché William Vollman gli ha dedicato un saggio, che è poi l'introduzione all'edizione della New York Review of Books. È un grande saggio su quel libro, e penso che Vollman abbia amato il libro così tanto da convincermi a provarlo. Ha mantenuto le promesse.
Mentre scrivevo CITY OF THIEVES ho letto più libri russi che potevo. THE MASTER AND MARGARITA è bello alla seconda lettura come alla prima. Ho finito WAR AND PEACE, cosa che mi ha reso molto orgoglioso. [risate]


Congratulazioni.

Grazie, grazie. Direi che le prime mille pagine sono grandiose, e cade sulle ultime cento.


Non potevi saltare le ultime cento.

Sì, una volta che leggi mille pagine di un libro, lo devi finire.
Da ragazzo ero un grande fan del fantasy. Ero ossessionato da Tolkien e avevo letto tutti i suoi libri, compreso il commentario a THE SILMARILLION. Ma mi sono allontanato dal fantasy da quando avevo 14 o 15 anni, finiti i miei giorni da giocatore di "Dungeons & Dragons". Un anno o due fa qualcuno mi ha mandato dei libri di George R. R. Martin. Erano quattro libri, alcuni da 1.100 pagine. Non avevo interesse a leggerli. Avevano quelle copertine così smaccatamente fantasy, e non era qualcosa con cui volessi ancora avere a che fare. Ma ho iniziato il primo, e pian piano, dopo 80 pagine, sono rimasto catturato, e ho letto tutti e quattro i libri, tutte le 4.000 pagine. Mi è piaciuto al punto che adesso ne stiamo tirando fuori una serie per la HBO. In termini di intrattenimento, non mi divertivo tanto da quando ero ragazzo.


Pensi di scrivere mai un fantasy?

È da quando ho 12 anni che ho un'idea per un rommanzo fantasy. So esattamente come comincia, e come saranno le prime cinquanta pagine. Non so se avrei la pazienza di mettermi per un anno a scrivere di qualcuno che cavalca, combatte con una spada e che altro. Di certo di ho pensato per molto tempo.
Le due cose che sto pensando per il prossimo romanzo sono: uno, che sia ambientato nell'America contemporanea, con tutto quel che comporta, e due, che sia fermamente di fiction speculativa. Sto ancora cercando di imaginare quale delle due mi terrà impegnato per i prossimi due anni, o quel che ci vorrà a scrivere.


C'è qualche possibilità di un adattamento di CITY OF THIEVES in un film?

C'è qualche interesse, ma ho deciso di non adattare il libro, per ora. Forse un giorno lo dirigerò io stesso, ma questa storia mi ha preso troppo tempo e la sento troppo vicina al cuore per darla a qualcun altro.


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