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Il valore letterario di Martin


Sul blog slawkenbergius è apparso un interessante articolo di analisi martiniana dove lo scrittore di Bayonne viene confrontato con Cervantes ed il suo DON QUIXOTE.


MALORY E OLTRE

Se il ciclo BLACK COMPANY di Glen Cook aveva lo scopo di rivoluzionare i contenuti del fantasy, A SONG OF ICE AND FIRE di George R. R. Martin ha l'obiettivo di rivoluzionarne la forma. Entramvi sono, a loro modo, prodotti tecnicamente eccellenti, sebbene dovremo vedere se la seconda metà della serie martiniana scivolerà nel marasma. In ogni caso, il lavoro di Martin merita di essere preso seriamente in considerazione dagli studenti di letteratura, e non semplicemente come un prodotto "di genere".
Vorrei sviluppare e discutere questa pretesa, ma voglio subito chiarire che non intendo dare un giudizio qualitativo. A SONG OF ICE AND FIRE è una serie avvincente, ma avrei dei problemi a dire se sia una serie buona - e naturalmente è presto per dirlo. Quello che intendo dire è che Martin condivide un set di concetti fondamentali con la letteratura post-bellica (incluso quello che sarebbe poi stato chiamato "letteratura fantastica"), e li utilizza nei romanzi in modi professionali.

Iniziamo, tuttavia, con Cervantes. DON QUIXOTE è spesso definito il primo romanzo post-moderno, e non sempre scherzando. La cosa non è semplice perché Cervantes gioca con interventi metatestuali e trucchi formali; in senso ampio è post-moderno perché il romanzo è generalmente visto come fornitore di una risposta "post-moderna" ad una domanda focale, la relazione tra narrazione e identità. In questa lettura, lo scetticismo del narratore su Don Chisciotte è trattato come una cortina fumogena trasparente sulla sua simpatia per lui. È un eroe perché non esita ad abbracciare una convenzione narrativa come basae della sua identità, cosa che evidenzia l'arbitrarietà della soggettività e via discorrendo.
Questa visione è stata abbracciata nella letteratura degli anni '60 per la libertà che pareva offrire. L'esempio più classico è il secondo capitolo di THE END OF THE ROAD di John Barth, in cui l'eroe (salvato da una sorta di paralisi pataica) e incoraggiato ad abbracciare la "mitoterapia" come cura. Questo implica abbracciare l'arbitrarietà come pratica di formazione dell'identità, in cui l'elemento fondamentale è l'adozione un cliché narattivo (l'Eroe, il Saggio) come fondamento della soggettività. La forma, per Barth e altri scrittori post-moderni, è la porta per la liberazione.

Ma DON QUIXOTE può essere letto anche in un modo differente: il narratore insiste sull'avvertimento di non prendere la narrativa e la forma troppo seriamente. Questo è il percorso intrapreso da Martin, che ha scritto un moderno DON QUIXOTE senza alcuna ambiguità sulla sua posizione nel dibattito. Il problema centrale in A SONG OF ICE AND FIRE è la corruzione dei miti e del valore della cavalleria nel mondo reale. Anche l'ambientazione fantasty è un'eco di quella del suo predecessore spagnolo: invece che da sarri regnanti e damigelle in difficoltà, il Westeros di Martin è scandito da violenze sui bambini, massacri e oppressioni di classe. Anche se i suoi personaggi risolvono le loro sfide con intatti alcuni barlumi di onore - e non tutti ce la fanno - è un tipo di onore sufficientemente pragmatico da riconoscere il proprio imminente fallimento. Ma nella maggior parte dei casi, i personaggi che tentano di essere cavalieri finiscono uccisi, sovvertiti o spezzati.
Il risultato è un insieme di personaggi molto più complessi di quelli di Tolkien e, in effetti, di molti dei protagonisti della letteratura fantastica contemporanea. Ma non è questo, comunque, quello che è veramente interesante. Il vero valore del lavoro di Martin è la sua capacità di creare una community interpretativa (quella che si trova, per esempio, nei forum on-line dedicati alla serie) intensamente focalizzata sull'esperienza fenomenologica di lettura di fantasy formale. Ogni persona che legga Martin con almeno un po' di attenzione ed esperienza sugli standard del fantasy immediatamente avverte uno sdoppiamento di personalità: un lettore che vuole prendere il libro come un classico romanzo fantasy, simpatizzare per i buoni e odiare i cattivi, e l'altro lettore che lavora controcorrente, identificando e riflettendo sul modo in cui i temi tipici del fantasy vengono sovvertiti. È come leggere un DON QUIXOTE in qui i mulini sono realmente dei giganti, ma l'uomo della Mancia è uno sciocco incosciente. I fan di Martin passano molto tempo a riflettere sui confronti.
Come provano i fan, non serve essere dei decostruzionisti di Yale per partecipare a questo modo di lettura, cosa che ha aiutato ad avere una valanga di analisi critiche on-line (cristallizzate intorno a Martin ed altri scrittori fantasy, ma anche, per dire, gli spettacoli TV di Joss Whedon), cosa che ha prodotto monumenti di cultura di rete come www.tvtropes.org. I critici accademici possono snobbarli, a volta per valide ragioni, ma nondimeno sono eredi di Shklovsky. E questo, in breve, è perché penso che Martin meriti di essere studiato: non solo ha recuperato la psicologia del romanzo moderno jameisano in un genere considerato da ghetto, ma ha anche marcato dei punti nella via dell'interpretazione. La ghettizzazione della letteratura fantastica, penso, ha un futuro oscuro.


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