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Articolo del NYT sul Gioco del Trono


Il desolato 'Gioco del Trono' ha bisogno di luce

Da quel che risulta, adattare l'epica serie narrativa di George R. R. Martin, ''Cronache del Ghiaccio e del Fuoco'' per la TV privata è questione di tale evidente buon senso che quello che stupisce è il fatto che non ci siano più serie fantasy in TV. Considerando i costi in picchiata degli effetti CGI e la popolarità in ascesa del genere fantasy (nella sua definizione generale) – come ''Heroes'' sulla NBC, ''Lost'' sulla ABC e il successo ''Battlestar Galactica'' su Syfy – è notevole che le reti tv sembrino ancora accontentarsi di percorrere all'infinito sempre la stessa stringa di Mobius nella programmazione: detective che si arrovellano, avvocati che vanno su e giù nervosamente, papà da telefilm che fanno alzare gli occhi al cielo a figli da telefilm.

Intanto, le TV via cavo continua la sua storia d'amore con la storia antica. Ma non serve più di un'occhiata al melodrammatico ''I Tudor'' (pornosoft inguainato in complicati costumi del periodo) o a ''I Borgia'' (pornosoft inguainato in vesti papali), entrambi su Showtime, o al dimenticabile ''Roma'' della HBO (tradimenti prevedibili ravvivati da toga party), o la parata di carne maschile ''Spartacus'' su Starz (prova che la vendetta è un piatto che va servito con glutei scolpiti) per individuare i limiti di questa relazione – che sia un non proprio-storicamente-accurato re Enrico VIII magro e affamato o un antico romano che esclama ''Grande!'' dopo aver ansimato su qualche bocciolo imperiale. Per contrasto, gli scrittori fantasy sono liberi di spaziare, spinti dall'immaginazione e incuranti dei limiti stringenti della storia. Armato di zombie minacciosi, assassini muniti di pugnale e guerrieri spietati a cavallo, lo scrittore fantasy può rendere una peculiare giustizia alla cruda confusione e alla barbaricità dei nostri tempi.

Questo è il motivo per cui, con ''Il Gioco del Trono'' la HBO forse ha finalmente trovato l'erede naturale de ''I Soprano''. Se ''I Soprano'' era una parabola, adattissima ai tempi, della rovina della Famiglia Americana, il ''Gioco del Trono'' è una favola, adattissima ai tempi, sul destino di distruzione globale. ''L'inverno sta arrivando'', si ripetono a vicenda gli abitanti piuttosto imbronciati della terra immaginaria di Westeros, e queste parole riecheggiano stranamente l'oscurità che si raccoglie sui nostri problemi attuali, dalle crisi finanziarie globali alle catastrofi nucleari, alle rivoluzioni per ogni dove.

Lo scopo del fantasy, dopo tutto, è di risvegliare qualcosa che dorme nella nostra immaginazione – e Martin e i creatori dello show, David Benioff e D.B. Weiss, si sono assunti questo compito con passione, evitando nei primi episodi il piatto lavoro esplicativo a favore di quegli elementi che sono abbastanza esagerati da riflettere la depravazione della vita contemporanea. Ci tuffiamo direttamente in banchetti orgiastici, zombie di neve assassini, patti faustiani con esseri primitivi e incesti febbrili. Così è il fantasy, dopotutto – e il fantasy medievale se è per questo – quindi perchè no? Il seno è fatto per rotolare fuori dai corpetti di pelle, nani e bastardi devono apostrofarsi l'un l'altro come ''nano'' e ''bastardo'', e il coito non dovrebbe mai, mai [avvenire] nella posizione canonica.

In questo modo, il fantasy come genere sembra possedere un vantaggio quasi ingiusto quando rappresenta un'allegoria della nostra era. Altrove la cruda e selvaggia vita moderna è artisticamente codificata nella disperazione e nei sudori freddi del papà che ha a che fare con il metadone di ''Breaking Bad'', nel distacco cristallino della mamma passa-pillole in ''Nursie Jackie'', o nelle silenziose macchinazioni del misterioso assassino in ''Dexter''. Ma quel marchio di oscurità è diventato la sintassi normale dei drammi via cavo ad un livello tale che persino queste figure sensazionali non possono davvero scaraventarci fuori dal nostro stato di sonnambulismo. A quanto pare ci servono muri di ghiaccio giganteschi, cuccioli di lupo soprannaturali, tornei sanguinolenti, uova di drago e un guerriero nomade che somiglia a Dave Navarro dopo una cura di steroidi. Forse ci vuole la rappresentazione in grande scala di re sibaritici e regni immaginari per rendere giustizia alle perversioni e al nichilismo dell'America post-imperiale.

E così, mescolando insieme il fantasy porno di Dungeons & Dragons con la violenza gratuita e i minacciosi capicomunità di ''Deadwood'', il ''Gioco del Trono'' presenta un racconto alternativamente edonistico e desolato in cui il sospetto costante è solo uno dei brutti tratti necessari per sopravvivere nei più oscuri dei tempi. Quando Lord Stark (Sean Bean) ringrazia il re Baratheon (Mark Addy) per l'onore che gli fa nominandolo Primo Cavaliere, Baratheon ribatte ''non sto cercando di farti un onore, Sto cercando di farti mandare avanti il mio regno mentre mi avvio ad una morte prematura mangiando, bevendo e andando a puttane.'' (Roger Sterling di ''Mad Men'' non avrebbe potuto dirlo meglio). Baratheon, come diventa chiaro, è una rappresentazione precisa della nostra condizione moderna. Come Don Draper in un fine settimana alla droga in Las Vegas, o Tony Soprano in un pomeriggio qualunque al Bada Bing, Baratheon possiede una rusticità che maschera appena la sua disperazione, e la sua insoddisfazione e nostalgia si avvertono di più quando imita coraggiosamente i fasti dei suoi giorni di gloria. L'ingordigia senza gioia degli idealisti mancati sembra piuttosto adatta ai giorni nostri, in particolare quando sembra che regni nascano e cadano a seconda dei loro capricci. Ma illustra anche il modo in cui il ''Gioco del Trono'' incarna le possibilità illuminanti del fantasy, e ancora mostra una testarda aderenza alle convenzioni automatiche del genere – una testardaggine che alla fine impedisce allo show di trascendere pienamente la sua origine.

Il fantasy, nonostante tutto il suo potenziale immaginifico, è terreno fertile per i nichilisti. Questo può essere utile. Per esempio, permette ai suoi scrittori di personalizzare la perfidia in modi che nel realismo contemporaneo non potrebbero mai realizzarsi. Quando, nel ''Gioco del Trono'', una principessa supplica suo fratello di non maritarla per forza ad un selvaggio di cui lei nemmeno capisce la lingua (una situazione che non è così aliena alla tipica donna single), lui la informa freddamente che lascerebbe che l'intera tribù se la facesse se questo potesse ridargli il potere. (''Tutti i 40.000 uomini e i loro cavalli, anche, se è quello che ci vuole''). Quando il figlio della regina cerca di convincerla che un clan rivale è il loro nemico, lei risponde con disprezzo ''Chiunque non sia dei nostri è un nemico''. Riarrangiando il familiare messaggio ''se non sei con noi sei contro di noi'' in termini di fantasy medievale, i creatori dello show ci costringono a vedere lil suo orrore con occhi nuovi. In contrasto alla non semplice alienazione di lanciare bombe su paesi lontani migliaia di miglia, il ''Gioco del Trono'' presenta le sue carneficine in dettagli così estremi che non possono essere ignorate. Le teste vengono tagliate con una regolarità che lascia storditi, gli innocenti vengono uccisi o danneggiati senza tanta esitazione e la cinepresa indugia amorevolmente su ogni spruzzo di sangue. (Sfortunatamente, può diventare un'impresa prendere sul serio tanti dettagli truculenti gratuiti, che ricordano, come succede tanto spesso, una barzelletta dei Monty Python).

E poi, ovviamente, c'è la minaccia incombente dell'inverno. Apparentemente le stagioni possono durare un decennio da queste parti, e l'inverno porterà oscurità a 360 gradi e invasioni delle creature mortali che vivono al nord del già menzionato muro di ghiaccio gigantesco. Persino il popolino nel ''Gioco del Trono'' tende a fare una distinzione tra chi è nato durante l'estate e quelli abbastanza vecchi da ricordare i terrori dell'ultimo inverno, riecheggiando quello che si diceva una volta del Vietnam e della Seconda Guerra Mondiale. Con la stagione buia che si avvicina, tutti a Westeros – persino il decadente re Baratheon – diventano più depressi e ansiosi riguardo a quello che il futuro può riservargli.

Tutto questo è molto serio – e un po' strano, quando ci si pensa. Persino con un'infinità di orrori in marcia, non dovrebbe rimanere almeno un inguaribile ottimista nel mazzo? Non è così che noi, nel mondo reale, andiamo avanti? Ottimismo irrazionale di fronte al nulla che incombe? Invece in questo tipo di fantasy, il nichilismo dalla faccia severa non è solo una filosofia comune, è una religione di base.

E poi perchè, visto che ci siamo, gli autori di fantasy medievale si limitano così spesso a re solenni e figuri cupi, invece di allestire una tavolozza di personaggi più variegata, per rappresentare i droni testardamente allegri e i tesi neurotici dei tempi moderni? Perchè gli autori si limitano a dialoghi seri che considerano adatti al periodo, una fissazione così artificiale quanto associare la Francia con gli scherzi sulle patatine fritte [NdT 'patatine francesi' in inglese]?

Laddove i fantasy di fantascianza impiegano abilmente un dialogo scherzoso, contemporaneo, le narrazioni che hanno il sapore dei Tempi Bui sembra richiedano discorsi d'onore ripetitivi e sedimentati, e inevitabile spargimento di sangue. A parte Tyrion Lannister (Peter Dinklage), un nano irritabile, e Ditocorto (Aidan Gillen), un abile consigliere del re, i personaggi del ''Gioco del Trono'' parlano raramente senza suonare acidi e pesanti. A meno che due personaggi stiano discutendo le gioie del sesso o bevendo, non c'è tanto parlare a cuor leggero; solo rabbia, delusione e ansia.

Finchè non ci si mettono lupi mistici e terre immaginarie e schiavette seminude, perchè non buttare nella mischia un filosofo piano di sè, un giullare con tendenza all'A.D.H.D, o una principessa che si distrae con l'igiene ossessivo compulsivo? Di sicuro alcune patologie e fissazioni personali della vita contemporanea dovrebbero mostrarsi in un universo immaginario, e non solo i reali incompetenti, nobili pensierosi ed eredi doppiogiochisti che abbiamo incontrato già tante volte.

Persino quando consideriamo il regno del fantasy in generale, compresi J.R.R.Tolkien, ''Il Mago di Oz'', C.S. Lewis e George Lucas, c'è nella ricetta una dose massiccia di serietà. Visto quanto possono spaziare fantasy e fantascienza, che sputano fuori fuori androidi traduttori so-tutto-io e scimmie alate e vermi giganti, alla fine sembra ridursi tutto alle stesse prevedibili battaglie volute dal destino tra le fazioni – eserciti dal nord, est, sud e ovest, che si scontrano nella notte. E proprio con pochi episodi del ''Gioco del Trono'', si chiarisce la spinta principale: dopo questa rivoluzione, ci sarà la pace e poi...un'altra rivoluzione. E anche se gli anni vanno e vengono, la gente si taglierà la gola a vicenda e desidererà le mogli dei fratelli, ancora e ancora. E' strano, vedendola così, chiamare il genere 'fantasy'.

''Uccidere mi chiarisce le idee'' dice Baratheon. E il fantasy chiarisce le nostre. E' strano, quindi, che gli scrittori di fantasy così spesso vogliano prendere i guizzi più strani dell'immaginazione e i voli più arditi della fantasia per ridurli alle stesse pozze di sangue nella polvere. Perchè inventare tribù nomadi, nobili re e creature mitiche dalla testa ai piedi, solo per condannarle a ripetere i peggiori errori della storia umana o riflettere gli aspetti più tristi della natura umana? Di certo, qualcuno, da qualche parte, può immaginare un'alternativa a questo continuo e-vissero-infelici-e-scontenti.

Insomma, questo ci preoccupa del ''Gioco del Trono'' – che, come tante altre opere del suo genere, si rivelerà tutto troni e pochi giochi. Certo, la serità da vita-e-morte, dei-e -guerrieri-dorati del fantasy spiega gran parte del suo fascino, ma forse dovremmo cercare di raccogliere un branco di filosofi, artisti, scienziati e idealisti, che potrebbero collaborare a tirarci fuori dal pantano dei comuni timori, per impedirci di ripetere la nostra stessa sofferenza nelle generazioni future. In questo modo, forse, invece di combatterci e scoparci ciecamente a morte in un giro vizioso, potremmo immaginare un finale completamente nuovo. Non è per questo che esiste il fantasy?


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