La Barriera 3.0 - Sito Italiano non Ufficiale su George R.R. Martin

NEWS

Il fiore della cavalleria dei Sette Regni


Fonte: tor.com

Una delle cose che inizialmente mi hanno attirato ad A Song of Ice and Fire è stata la patina della cavalleria di corte che George R.R. Martin ha posto nell’ambientazione. Avevo due specialità ai tempi in cui lessi per la prima volta la saga, e uno dei due argomenti era la storia medievale, quindi questo mi ha abbastanza attirato. Avevo letto romanzi fantasy con cavalieri e cose simili già prima, ma in genere la cavalleria era presa come un valore: audaci imprese, cavalieri in armature scintillanti, donzelle in pericolo e così via. Ma non A Game of Thrones. Oh, le cerimonie, l'araldica, i doppi nomi che promettevano coraggio sul campo (“Cavaliere dei Fuori”, “Montagna che Cavalca”, “Spada dell’Alba”), queste cose c’erano tutte. Ma al di sotto giace la sensazione che ciò sia davvero una patina, che la cultura della cavalleria è qualcosa di aggiunto sopra una società sottostante piuttosto che esserne qualcosa di integrante. Alcuni cavalieri (Barristan il Valoroso è un buon esempio) sembrano vivere la propria vita con questo (arbitrario) ideale cavalleresco, mentre altri mostrano un notevole pragmatismo. Ai miei occhi, Martin con il suo approccio ha catturato la realtà della cultura cavalleresca nel Medioevo.

Nei romanzi, il cavalierato è un’usanza del Credo, l’analogo del Cristianesimo nell’ambientazione. Le sue tradizioni sono molto prese dalle tradizioni del nostro mondo reale, quindi sono familiari a chiunque abbia visto un film o due, o letto qualche libro. Martin ha un modo di far scintillare tutto con le sue descrizioni sontuose. Usando Sansa come punto di vista predominante del Torneo del Primo Cavaliere sicuramente ha aiutato: è chiaro che era colpita. Quale ragazzina non lo sarebbe stata, a Westeros? (Non dite Arya!) A quindi tutti ne vediamo la bellezza, la celebrazione degli uomini “forti di corpo, coraggiosi e nobili” (prendendo in prestito da Brouchard), lo spettacolo della ricchezza e delle buona maniere che ciò implica. La violenza ritualizzata del torneo è il luogo dove  la maggioranza dei cavalieri vince celebrità e fama a Westeros in tempi di pace. Nonostante le testimonianze dei romanzi, la pace e non la guerra è almeno marginalmente il normale stato delle cose nei Sette Regni.

Come nota Catelyn in A Clash of Kings, ci sono tanti giovani, coraggiosi cavalieri — “i cavalieri dell’estate” — che non hanno mai conosciuto la guerra… quindi quando arriva l’opportunità di unirsi alla guerra, è qualcosa che li attira. Quando sei cresciuto con storie di imprese di uomini come Greatheart, Barristan il Valoroso, o Serwyn Scudo di Specchio, presentati come modelli di valore marziale e standard dorati per la virilità, non è sorprendente che il desiderio di emularli possa essere profondo. Né è una sorpresa che tutto si focalizzi su un particolare aspetto — l’abilità di combattimento — sopra ogni altra cosa. Molti dei moderni sport professionali si focalizzano sempre di più sull’eccellere nelle abilità fisiche, sopra le nozioni più nebulose della “sportività” (sempre nebulosa, non ne dubito). Gli uomini dei Sette Regni spesso vedono la loro abilità come la qualità più importante. L’arroganza di Loras Tyrell è guidata dall’ “essere troppo bravo, troppo giovane”, e uno può certamente leggerla come un eco della familiarità di Martin con gli sport moderni e la cultura degli sport.

Con la cultura cavalleresca arriva anche la cultura della corte, che è un altro aspetto della saga che ha attirato molti lettori. Sansa, ancora una volta, ha la testa piena di nozioni di come l’armosfera di corte dovrebbe essere, e trova per suo dispiacere che la realtà è molto diversa. Quando informa un uomo che “non è un vero cavaliere”, pensa che alcuni uomini sarebbero arrabbiati o pieni di rimorsi… ma questo uomo particolare non sembra interessarsene, e la verità è che ci sono molti cavalieri a Westeros a cui davvero non importa. Il “ser” che loro si portano è un titolo non tanto guadagnato quanto aspettato come un diritto. I cantastorie parlano tanto delle faccende di corte dei cavalieri e della loro cortesia, ma ciò per molti è sulla superficie. Il cavaliere che è fedele ai suoi giuramenti è raro. Così raro che quando un cavaliere del genere, Duncan l’Alto, è obbligato a difendersi con la vita, mezza dozzina di grandi cavalieri e campioni che credono nella loro chiamata arrivano in sua difesa (se tu non hai letto The Hedge Knight, fallo ora — pensa a A Knight’s Tale, ma molto meglio e senza musica anacronistica). Martin ha un modo di rendere abbastanza emozionante quei pochi momenti di cavalieri… ma poi mostra subito il lato oscuro di ciò, la cultura della violenza che un ordine marziale come il cavalierato deve implicare.

Non è affatto come le canzoni. Questo è ciò che il Mastino dice a Sansa, assumendo la cinica visione secondo cui il cavalierato è tutta una burla, una fandonia per abbellire ciò per cui i cavalieri davvero esistono: uccidere. Fino a un certo punto ha ragione, e tuttavia è difficile non pensare che un assassino abbellito come Ser Barristan il Valoroso è soltanto più capace di integrarsi nella società (e di farlo senza  dover fare ricorso alla violenza) rispetto a un freddo assassino come Sandor Clegane. La violenza sicuramente ha luogo nei Sette Regni — è praticamente custodita come uno dei pilastri per governare — ma è così chiaro che tutti i cavalieri sono falsi come sostiene il Mastino? Chiaramente non è vero.

Uno dei miei interessi è sempre stato quel principale esempio di cavalierato nell’ambientazione: la Guardia Reale. Riguardo alla Guardia Reale di Robert, certo, non c’è nulla da scriverci su — solo Barristan Selmy e “il vero acciaio”, il resto è scudo di carta. Martin lo ha spiegato come risultato di diversi fattori: la rara situazione di bisogno di riempire i cinque posti, gli accordi politici all’inizio di una nuova dinastia, il colpo alla reputazione dell’ordine grazie all’uccisione del re di Jaime Lannister e la seguente permanenza come Spada Bianca. Se guardate alla Guardia Reale appena prima, tuttavia, i sette cavalieri sembrano davvero essere visti come alcuni tra i migliori uomini che i Sette Ragni avessero da offrire. Eddard Stark — che aveva più motivi che altri per avere risentimento verso di loro, penseresti — sicuramente lo pensava, arrivando a chiamare loro e la generazione precedente della Guardia Reale “un scintillante esempio per il  mondo”. Ned potrà anche seguire gli Antichi Dei, ma il suo forte senso di ciò che la nobiltà significa lo rende simpatizzante dell’ideale, e la Guardia Reale lo ha chiaramente colpito quanto a questo ideale.

L’ideale e la verità, persino nella Guardia reale, sono due cose diverse. Come noi apprendiamo, parte del rispetto dei loro doveri significava che qualche volta restavano silenziosamente in disparte mentre i re esercitavano ingiustizie e crudeltà sugli altri. Un uomo come Eddard Stark sembra capace di accettare che il loro speciale rapporto con il re sospenderebbe, fino a un certo punto, i loro giuramenti come cavalieri di proteggere il debole e l’innocente; altri potrebbero essere meno transigenti. Jaime Lannister ha fatto la cosa giusta quando ha ucciso il Re Folle? Prendendo in prestito da Martin, alcuni direbbero che la risposta è sì e no. E’ un paradosso, ed è un dilemma centrale dei romanzi in una società dove i giuramenti e i doveri e la tua parola d’onore sono cose altamente prese in considerazione… anche quando occasionalmente intrappolano una persona in azioni e circostanze eticamente discutibili.  La complessità che ciò fornisce al concetto di cavalleria, dove i cavalieri possono essere “veri” o “falsi” senza necessariamente essere “buoni” o “cattivi” mentre le circostanze cambiano, è una delle ragioni per cui i fans continuano a leggere.

Hai un esempio preferito di cavalleria? O, forse più salientemente, un esempio di cavalleria minata da un lato più oscuro della vita nei Sette Regni?


Commenta sul Forum