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Recensione di ADWD del Time


Fonte: Time

Nel 2005 ho scritto una recensione del romanzo A Feast for Crows di George R.R. Martin in cui l’ho chiamato “il Tolkien Americano”. La frase gli è rimasta attaccata, come intendeva essere. Credo che Martin sia stato la risposta della nostra epoca e del nostro paese al maestro del fantasy epico. Ora sono passati sei anni, e ho letto il nuovo romanzo di Martin A Dance with Dragons, e sono felice di riportare che avevo totalmente ragione.

Martin ha prodotto — sta producendo, visto che la saga non è finita — la grande epica fantasy del nostro tempo. E’ un’epica per un’era più profana, più sazia, più ambivalente di quella in cui viveva Tolkien. Tolkien era un veterano della Somme, e The Lord of the Rings è stato parzialmente scritto durante la Seconda Guerra Mondiale. (E’ stato pubblicato nel 1954). Tolkien ha scritto al tempo in sembrava davvero che la guerra fosse in corso per il destino della civiltà. Ora non siamo nemmeno sicuri di cosa sia la civiltà. George R.R. Martin (la sua R.R. sta per Raymond Richard; quella di Tolkien sta per Ronald Reuel) è nato nel 1948. Non ha servito nella Somme, anche se potrebbe averci giocato una volta o due in un videogioco. A Song of Ice and Fire — che è il titolo piuttosto florido della serie di Martin — è  un’epica per noi, per il modo in cui viviamo ora e per il modo in cui fantastichiamo ora.

Guardate la mappa di Martin. Nella Terra di Mezzo c’erano due schieramenti: la guerra era tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato. C’erano hobbit, elfi, nani e uomini uniti insieme per combattere Sauron. I libri di Martin sono ambientati (in buona parte) nel continente di Westeros, che è stato rattoppato precariamente in una nazione conosciuta come i Sette Regni. Non due, sette. Westeros è nel caos; è un puzzle politico, e qualcuno ha appena rovesciato il tavolo, e tutti sono sul pavimento a frugare tra i pezzi. E’ impossibile sapere per chi tifare. “Molti uomini buoni sono stati re cattivi,” dice un personaggio, “e alcuni uomini cattivi sono stato buoni re.” Nemmeno dio decide chi ha ragione e chi ha torto. Ogni schieramento ha i propri dei, ed essi appoggeranno chi prega per loro.

A Dance with Dragonsè il quinto volume dei sette pianificati, e sotto molti aspetti è il migliore. Martin in Feast for Crows stava un po’ segnando il tempo, spingendo le proprie pedine sulla tavola ma lasciando i grandi pezzi da soli. Ora la telecamera torna sul personaggi principali: Jon Snow and Daenerys Targaryen and Tyrion Lannister, il brillante nano dall’umorismo nero la cui famiglia ha la più forte presa sul potere per gran parte della serie, anche se questo non dice molto.

Tyrion è un altro buon esempio di ciò che separa Tolkien da Martin. Non è un sano, munito di ascia, cercatore d’oro, membro della nobile razza dei nani. Non è Gimli. Tyrion è un vero nano, acondroplasiaco e dalle gambe corte, uno scherzo e un imbarazzo per la propria famiglia. (Il resto dei Lannister è distorto anch’esso, ma all’interno.) Tyrion è in fuga perché alla fine di A Storm of Swords ha mortalmente sparato al padre Lord Tywin nell’inguine con una balestra mentre Tywin siedeva in bagno. Riprendiamo Tyrion all’inizio di A Dance with Dragons mentre attraversa il Mare Stretto in uno stato di shock per le proprie azioni.

Un incontro atteso da tanto si sta avvicinando. Tyrion si sta dirigendo verso l’esiliata Daenerys Targaryen, che è stata isolata dalla maggioranza degli altri giocatori della serie fino ad ora. Come figlia di Aerys Targaryen, l’ultimo (perlopiù) incontestato re di Westeros, Daenerys ha una delle migliori pretese sul trono. E’ stata a briglia sciolta nelle terre esotiche ad est di Westeros in compagnia di tre ferali draghi, bestie non più viste al mondo da almeno un secolo. Governa la città di Meeren. (E’ sorvegliata, tra gli altri, da Ser Barristan Selmy, un cavaliere in età e immensamente dignitoso, che si pone domande su come il dovere lo abbia portato così lontano da casa, e in una così strana compagnia. Lui e Tyrion sono le migliori creazioni di Martin). Due dei grandi archi narrativi si stanno legando insieme, e dove si incontrano la corrente fluirà.

Ma trattandosi di Martin, ci sono molti più che due archi in gioco. Jon Snow siede in modo scomodo a cavalcioni sulla grande Barriera nel nord; Theon Greyjoy langue nelle sadiche mani dei Bolton; il rigido e affettato Stannis Baratheon — lui è l’Al Gore di Westeros — sta muovendo la sua pretesa al trono; Arya Stark si sta allenando come assassina e tramando vendetta; un impopolare principe dorniano sta cercando si trovare e sposare Daenerys. Il terreno di Westeros è ricco nella storia nel modo in cui alcuni paesi sono ricchi di uranio. Non c’è una cosa come un personaggio scontato e un villaggio di cartone: ogni persona, ogni bosco e ruscello e angolo della strada ha una propria storia.

Dopo cinque volumi Martin è, se non altro, uno scrittore migliore di quando aveva iniziato. Se state guardando Game of Thrones sulla HBO, state rinunciando all’abile prose di Martin. Cole Wagner, dà a ognuno dei suoi personaggi motivi che ricorrono e ricorrono nei loro flussi di pensiero. “Non sai niente, Jon Snow”, il tema di Daenerys è “Se mi volto indietro sono perduta”; Tyrion è perseguitato dalle ultime parole di suo padre “Dovunque vadano le puttane.” Queste frasi sono come le uova di drago: i personaggi se le tengono vicine, nella speranza che un giorno, se ci pensano abbastanza, le parole facciamo dischiudere la saggezza di cui loro hanno disperatamente bisogno.

Ma il vero potere del lavoro di Martin si alza al di sopra della sua straordinaria abilità come narratore. A Dance with Dragons segue, in base ai miei conti, 11 storyline principali, ognuna col proprio ritmo, scritta nella propria voce, e ognuno gioca contro tutti gli altri. Martin non vincerà mai un Pulizer o un National Book Award, ma la sua abilità come artigiano della narrativa eccede quella di quasi qualunque romanziere letterario che scrive oggi. Mi sono ricordato di A Visit from Goon Squad di Jennifer Egan (che ha vinto un Pulitzer), così come A Dance to the Music of Time di Anthony Powell's (titolo simile). Ma nemmeno Powell riesce a rigirare la trama come Martin. A Dance with Dragons è un libro grande, raggiunge 1.016 pagine, ma si gira di colpo. Leggere un romanzo è come combattere una battaglia: tu perlustri sempre, cerchi di indovinare dove l’autore andrà prossimamente, qual è la finta e dove l’azione si dirige davvero. Non so quando sono stato così globalmente e piacevolmente sorpreso come mi capita quando leggo Martin. Lui alza e alza i paletti, molto tempo dopo che ogni altro scrittore si sarebbe allontanato dal tavolo, e proprio quando pensi che abbia finito lui va avanti. A quanto pare non c’è nessun pezzo che non sacrificherebbe, nessun personaggio che tu (e, uno sospetta, lui) ami così tanto che lui non ne orchestrerà il destino.

Questa complessità del disegno di Martin assicura che noi esperiamo la lotta per Westeros da tutte le parti insieme. E’ come se cercasse di mostrarci che ogni combattimento è insieme trionfo e tragedia, dipende da dove tu lo guardi, e ognuno è al tempo stesso eroe e cattivo. E forse non è nemmeno questo. “Non ci sono eroi, solo prostitute”, dice Theon. Uno dei punti di forza di A Dance with Dragons: è difficile provare che lui sbaglia.


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