misterpirelli

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About misterpirelli

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    confratello
  • Birthday 06/14/1975

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  • Sesso
    Maschio
  • Location
    altoadige - südtirol
  • Interests
    fantasy - fantascienza - cyberpunk - romanzi in generale
    disegnare
    fumetti
    scrivere
    musica

    montagna
    viaggi

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  1. Raduno ufficiale 2017

    ok. risolto i problemi 'tecnici' ho appena prenotato. arrivo a Roma il venerdì alle 14.45. Per cui dopo pranzo e bello affamato ma sopratutto assettato. Per cui, per quelli che si trovano già per pranzo, finché arrivo, ordinatemi una birra
  2. Raduno ufficiale 2017

    Io sarei abbastanza deciso a esserci, solo che x motivi 'tecnici' ancora non ho avuto modo di prenotare. Pensavo di farlo stasera, solo che prima non me la sento di dar conferma. Diciamo che ci sono al 99% tranne cause di forza maggiore, tipo treni e alberghi pieni...
  3. Raduno ufficiale 2017

    Io pensavo di aggiungermi. Arriverei il venerdi' dopo pranzo. Ma vi do conferma domani...
  4. GIOCO DEL TRONO 2.0

    Io l'unica vera pecca che ci ho visto in questa edizione è che il gioco è durato troppo poco. Per cui, l'idea di eliminare la vittoria per tot vessilli, ma piuttosto dire che dopo un numero prefissato di turni, vince quella con più vessilli mi sembra buona. Così inizierebbero ad avere più senso i personaggi spia. Più una squadra è in vantaggio, più si ritroverebbe costretta a difendere dal momento che diventerebbe un target per tutte le avversarie. In alternativa, l'altro giorno mi è venuta l'idea degli 'obiettivi segreti', un po' come nel Risiko. Nel senso che ogni squadra, all'inizio del gioco ottiene un obiettivo che vale come condizione di vittoria. Ciò permetterebbe in introdurre nuovi personaggi con l'abilità di spiare gli obiettivi degli avversari. Alcuni di questi obiettivi potrebbero essere: raccogli TOT vessilli e mantieni il trono/torre per tre turni consecutivi elimina le squadre XXX e raccogli TOT vessilli raccogli TOT casse e TOT vessilli elimina TOT soldati per TOT squadre avversarie e raccogli TOT vessilli ruba TOT casse e raccogli TOT vessilli raccogli TOT vessilli e mantieni almeno TOT soldati raccogli TOT vessilli e spia almeno TOT squadre avversarie forse così il gioco risulterebbe più diversificato. Poi è solo un idea eh... ma dal momento che mi venuta l'altro giorno volevo proporla.
  5. spero di trovare nei prossimi giorni il tempo per i commenti, ma intanto voto aegonilmediocre e aemontargaryen
  6. Titolo: Spiagge indiane letter count: 4982 Lungo quel tratto di costiera indiana, le onde dell'oceano erano scure, di un blu elettrico, si rovesciano sulla sabbia con furia seminando un vasto manto di schiuma bianca. Per tuffarsi occorreva un certo tempismo, e una buona dose di fegato. Il più delle volte evitavo. Invece sfruttavo quei pomeriggi per compiere passeggiate. Quei tre chilometri di spiaggia che separavano il mio resort dal villaggio dei pescatori ormai li conoscevo a memoria. C'era uno pezzo di scogliera. Da lì, a gambe incrociate respiravo l'aria salina e osservavo le aquile svolazzare sopra la mia testa. Anche se di solito mi limitavo a guardare il mare. Tutto ha un anima, mi aveva detto il maestro, ed è parte di qualcosa di più grande. Chi sa se ciò era vero anche per le onde del mare? Facevo finta di meditare, ma il più delle volte fantasticavo sull'essere una di quelle onde che si frantumavano contro gli scogli. Forse l'India mi stava dando alla testa. Ma in quelle settimane non vi erano altre distrazioni. Il fruscio del mare lo sentivo tutto il giorno, tutti i giorni. Non vi era altro. Non una tv, non una radio o un lettore MP3. Sembrava l'oceano arabo fosse messo lì apposta per logorarmi l'anima. E giorno per giorno mi sentivo più nudo. Devi imparare ad accettare te stesso, mi aveva detto il maestro. Facile a dirsi. Ma tutto quello che man mano emergeva dal mio Io più profondo non mi piaceva per niente. Provavo rabbia. Una rabbia immotivata verso tutto quello che vedevo o mi circondava. Da quello scoglio, era come averli tutti di fronte, i paradossi di un mondo che non riuscivo a capire. Da un lato il villaggio. Baracche di latta attorno a un ruscello che puzzava di fognatura. Osservavo i pescatori rientrare a bordo dei catamarani con un magro pescato. E poi c'erano i bambini. Hello Mister, gridavano mentre si avvicinavano, How are you? How are you? Continuavano finché non mi giravo verso di loro a ricambiare il saluto. A quel punto, ridendo si davano alla pazza fuga. Mi dava uno strano conforto osservare i nativi. Nonostante la povertà non perdevano mai la forza di sorridere. Così diversi da tutto quello che succedeva sul lato opposto degli scogli, lì dove si trovava il resort per i turisti occidentali. Quante storie in quel resort. Perlopiù storie che sapevano di dolore. Come la storia di Nadine. Quanto si drogava. Ricordo la prima volta che la vidi, sul balconcino che collegava le nostre stanze, intenta a preparare una polverina sopra uno specchietto. “Avrei dovuto scegliere il Brasile.”, mi disse. “Almeno lì trovi la Coca buona.” “Non sapevo qui si trovasse la Coca.” “Ma quale Coca, idiota, questa è chetamina. Vuoi un tiro?” “No.” Quella sua tendenza all'autodistruzione mi irritava, eppure nei primi tempi avevo preso l'abitudine di passare qualche ora serale a fumare con lei, con lo sguardo rivolto verso il cielo stellato. Meglio che da solo in camera. “Come mai sei venuta in India?”, le chiesi una sera. “Me l'aspettavo diversa. Voglio dire, l'ayurveda, i massaggi e tutto quanto. Speravo mi potessero aiutare.” “E non ti aiutano?” “No. Mi fanno vomitare.” Non so se furono davvero i massaggi a farle quel effetto, ma la sentivo dopo ogni pasto. La parete di cartongesso che separava la nostre stanze era sottile, troppo sottile per insabbiare i rigurgiti mentre svuotava lo stomaco. “Non so che tipo di cure stai facendo con lei, ma non funzionano.”, dissi un giorno al maestro. “E da quando in qua, lo studente giudica l'opera del suo maestro?” “Giudico in base a quello che vedo. Quella lì ha un problema serio.” “E come mai ti preoccupi tanto?” Già. Come mai mi preoccupavo? Potevo forse cambiarla, o aiutarla? No di certo. Non nello stato in cui ero. Forse fu per questo che a un certo punto decisi di evitarla. Non uscivo più in balcone, ma mi chiudevo nella mia stanza e in me stesso. Niente più cieli stellati, ma in compenso le pagine di un libro che fissavo senza davvero leggere. Fino al giorno in cui lei mi raggiunse sullo scoglio. La vidi già da lontano, quel corpicino scheletrico che sembrava sul punto di collassare su se stesso da un momento all'altro. Notai che aveva pianto. “Il maestro mi ha detto di parlarne con una persona fidata.”, dal tono sembrava quasi si stesse scusando. “E mi sei venuto in mente tu.” E così Nadine mi raccontò la sua storia. Mi raccontò di un padre assente, una madre che faceva finta di non vedere, e di tutto quello che le aveva fatto suo zio. “La parte peggiore era quando si ostinava a infilarmelo nel c*lo.”, mi disse tra i singhiozzi. “Quel maiale non si accontentava delle cose normali, capisci?” Non dissi nulla. Vi sono dolori che le parole non possono alleviare. Invece la strinse tra le braccia. Fu un abbraccio eterno, forte, sincero. E strano a dirsi, fui io a trarne un'inaspettata forza. Ero un tutt'uno. Un tutt'uno con quel corpo fragile, con quell'anima martoriata, ma mi sentivo in pace così. Il maestro aveva ragione: ognuno di noi è un anima, ed è parte di qualcosa di più grande.
  7. GIOCO DEL TRONO 2.0

    Anche io voglio partecipare dunque mi iscrivo
  8. io in agosto non vado in vacanza x cui per me si può anche continuare ma anche la pausa ci può stare
  9. Stasera, al più tardi domani spero di trovare il tempo per commentare, ma dal momento che so che stasera rientrerò tardi, intanto comunico i miei voti voto Aegon il Mediocre, e Mastro Aemon di casa Targaryen
  10. Se continua così, va a finire che prima o poi davvero ne avrò abbastanza da farne una piccola raccolta asiatica. Ma che dire? Ormai mi avete messo in testa l'idea... Titolo: Regni himalayani Letter count: 4993 Avvolto nel sacco a pelo, ascoltavo il vento fischiare tra le vette himalayane. Ma non fu il vento a turbarmi, né il freddo, ma semmai la scarsità di ossigeno; in quel rifugio mi svegliavo di continuo, spinto dal bisogno di un profondo respiro. A quattromila metri persino dormire era faticoso. Chi sa se fuori aveva smesso di nevicare? Volevo alzarmi per controllare, ma decisi di risparmiare energie. Lo avrei scoperto l'indomani. Anche se la cosa mi scocciava. Tre settimane. Tre settimane di cammino solo per vedere quel lago. Per il Tilicho, che ora aspettava mille metri più in alto, mi ero spinto per ogni zona climatica. Iniziando dal subtropicale, costeggiando terrazze di riso, palme di banana, talvolta aprendomi un varco tra foreste di marijuana, giorno per giorno mi ero portato in quota per poi attraversare boschi di rododendri e pini. Cinque giorni solo per superare la soglia degli alberi e vedere le prime vette. Avevo attraversato friabili morene dal pendio proibitivo, con un occhio sull'abisso di sotto e uno sopra la testa, sperando e pregando di non finire sotto una slavina. Lungo quei tratti, io e miei due compagni avevamo mantenuto tra noi le distanze; qualora uno venisse travolto dai sassi, almeno così vi erano buone possibilità di finirci da soli. Infine avevo commesso un reato: violazione di proprietà privata con scasso. Chi sa cosa prevedeva il codice penale nepalese? Lo ignoravo, ma lì sopra regnavano altre leggi. Leggi che ti imponevano di proteggerti dal freddo, o dal male di alta quota. Leggi che ti forzavano a mangiare; non importava se avevi la nausea, o se il solo pensiero di mandare giù qualcosa ti faceva venire i crampi allo stomaco. In alta quota per non ammalarsi era fondamentale riempirsi la pancia. Ma eravamo arrivati con gli zaini ormai privi di cibo, confidando nell'accoglienza di un rifugio che però trovammo abbandonato. Furono i primi fiocchi di neve a convincerci all'atto estremo. La parte più difficile non fu entrare in quel casolare, ma accendere il fuoco con gli sterchi secchi di yacht accatastati sotto il camino. Trovammo del riso da cucinare. Un francese, un tedesco e un italiano attorno a un fuoco himalayano. I protagonisti di una pessima storia dal finale ancora incerto. “Che dite?”, chiese Andreas. “Domani riusciremo a salire?” “Io dico che smette.”, disse Miguel. “Se continua a nevicare sarà già tanto se riusciremo a tornare indietro.”, mi limitai a dire io. Rinunciare a quel lago mi scocciava. Ma se il tempo impazziva c'era ben poco da fare. Trovammo meno neve del previsto. Solo un velo bianco ricopriva la roccia, il vento ci aveva spianato la strada. Le nuvole si stavano diradando liberando un cielo elettrico. Era un segno. Il Tilicho ci stava invitando a salire. Quegli ultimi mille metri verso il cielo furono i più duri. In passato avevo scalato pendii più ripidi o esposti, ma mai prima di allora ogni singolo respiro si era rivelato una tale lotta. Mentre salivo, quella frase sentita mesi addietro mi ronzava per la testa: la montagna non è da gente normale. Era vero. Non vi era cosa più stupida o idiota, che quella di scalare montagne. Montagna voleva dire fatica, sudore, pericolo. Poteva voler dire caldo o freddo. Talvolta voleva dire nausea, sofferenza, dolore. Come quel giorno, dove ogni passo era una tortura, una conquista. Ma perché lo facevo? Con mente inebriata osservavo il fiume di sotto liberarsi dal ghiacciaio. Ricordo ancora la furia con cui si gettava giù per il pendio. Sulle Alpi, i fiumi nascono come magri ruscelli, ma in Himalaya persino lì, alle loro sorgenti, non vi era modo di attraversare quelle acque senza venirne travolti. Prendi un tremila alpino, riduci te stesso a una formichina e benvenuto in Himalaya. Non dimenticherò mai gli ultimi cento metri, superato il pendio, sull'altopiano, la neve a tratti profonda da superare le ginocchia. A qualche chilometro più avanti, dalla parete di ghiaccio di sopra si staccò una valanga. Si riversò in giù con un boato seminando nuvoloni bianchi. Gli ultimi passi furono i più duri e rischiosi, ma non importava. Perché montagna voleva dire anche questo: liberarsi da ogni tossina mentale. Ricordo come mentre avanzavo, con le perle di ghiaccio che dalla condensa del mio fiato man mano si solidificavano tra la barba, ogni piccolo o grande dolore che giù in valle mi tormentava, svaniva. Su in quota contava solo l'essenziale: il prossimo passo e il respiro successivo. Infine la visuale si spalancò su quel lago, un lago ricoperto da lastre di ghiaccio, circondato da roccia e neve, sotto l'ombra di duemila metri di muraglia bianca. Realizzai il paradosso. Un paradosso chiamato vita, dove per alcuni, per assaporarne la sua piena essenza era necessario esplorarne i limiti. E in Himalaya il mio limite lo trovai lì sopra, sul lago del Tilicho, dove il regno dei mortali finiva, e iniziava il regno di un dio. Un dio talvolta crudele, talvolta generoso, duro come la roccia, ma cristallino come il ghiaccio.
  11. Contest di Scrittura Creativa

    Complimenti andrea Meritato
  12. Contest di Scrittura Creativa

    Ringrazio per i commenti e voti. Ora passo alle mie opinioni sui vostri scritti. @LoSchiavista @hackuana @Lochlan @AegonilMediocre @AeronPlain E infine i miei voti che vanno a Aegon il Mediocre e AeronPlain Nota di onore allo schiavista, che ha scritto una delle cose più originali mai apparse nella storia dei contest. Complimenti a tutti.
  13. Contest di Scrittura Creativa

    so di diventare monotematico, ma che vi devo dire? Titolo: Risveglio indiano Letter Count: 4975 Forse fu il fuso orario a svegliarmi. O forse il caldo o la puzza di muffa, di cui quella stanza era impregnata. Mi rigirai tra le lenzuola e gettai un occhiata sul cellulare. Cinque del mattino. Ora indiana. Una parte di me lo sapeva: era iniziato. Per tutta l'estate su quel viaggio ci avevo fantasticato, ma ora che davvero mi trovavo così lontano da casa, tutto appariva distante e irreale, quasi non fossi davvero io a viverlo. Nella mia testa, le immagini del giorno prima ancora scorrevano come un film del quale io ero solo spettatore. Quella visuale dal finestrino, mentre l'aeroplano virava per l'atterraggio. Non avevo mai visto uno slum prima di allora, ma fu la mia prima immagine dell'India. Un oceano di lamiere ondulate, tetti di nylon e stradine di fango che si estendevano all'infinito. “Dunque questa è l'India.”, mi ero detto. “Già.”, aveva risposto Philip, il ragazzo conosciuto durante il volo. “Mumbai è una vera me**a.” Scacciai quelle immagini dalla mia testa e mi portai verso la finestra. Apriva la visuale sul cortile interno del palazzo. Stava albeggiando. Per un po' rimasi a osservare un gattino, magro al punto da mostrare le scapole; rosicchiava qualcosa in un mare di immondizia. Mumbai. Come mai avevo deciso di restare? Infondo Philip lo aveva detto. “Sicuro di non voler venire con me?”, mi aveva chiesto. “Questa città fa schifo.” “Sicuro. Per qualche giorno voglio rimanere qui.” “Come vuoi. Allora ci rivediamo a Gokarna. Vieni a Kutley Beach, non puoi mancarla. Le feste migliore le trovi lì.” “Kutley Beach, certo.” Ma mentre gli stringevo la mano, già sapevo che non lo avrei mai più rivisto. Nulla di personale. Ma vivermi l'India in compagnia di qualcuno che sapeva solo parlarne male, non faceva al caso mio. Decisi che quella camera mi stava stretta. Forse sarei rimasto a Mumbai, ma di sicuro non in quel Motel. Caricai lo zaino in spalla e iniziai a scendere le scale. L'uomo della reception dormiva sul duro pavimento, non si accorse di me mentre lo passavo. Misi piede sulla strada e realizzai quanto, a quell'ora, il quartiere di Colaba si era trasformato. Di giorno il marciapiede della Bhagat Singh Road apparteneva ai turisti. E assieme ai turisti ai mercanti, mendicanti, spacciatori, venditori di chai che ti circondavano come grappoli d'uva e ai bambini di strada che ti strattonavano i vestiti. Ma in quelle ore, il marciapiede era territorio esclusivo dei senzatetto. Non ne avevo mai visto così tanti tutti assieme. Venti milioni di abitanti, di cui la metà senza fissa dimora; lo avevo letto da qualche parte, ma ora lo vedevo con i propri occhi. Ogni singolo metro quadro era occupato. Chilometri di persone che dormivano davanti alle saracinesche abbassate, intere famiglie sui cartoni, mamma e papà con i piccoli sopra la loro pancia. Per non calpestarle, l'unica era procedere lungo il bordo della strada. Una strada che a quell'ora era deserta. Dove era finito il caos del traffico diurno? Quel formicaio di riksha, taxibus, autocarri, ciclomotori, pedoni e vacche scheletriche che ingorgavano la strada? Proseguii senza una meta precisa. Incrociai due bambini. Massimo dieci anni. Camminavano scalzi, i vestiti logori e incrostati di polvere. Raccoglievano bottiglie di plastica dalla strada e le facevano sparire dentro un sacco di immondizia. Più tardi, appresi che quelle bottiglie valevano la sopravvivenza per loro, le scambiavano per qualche rupia. “America?”, mi chiese uno di loro, mentre li passavo. “No. Italy.” “Ah, Italy.”, disse lui e mi regalò un caldo sorriso. “Sonja Ghandhi.”, aggiunse e proseguì per la propria strada. Mumbai è una me**a, mi aveva detto Philip. E prima di lui, in molti altri mi avevano avvertito. È un pugno nello stomaco, preparati allo shock culturale. Me lo avevano detto in tanti. Ma era vero? Ero shockato? Forse, ma non nel modo in cui mi sarei aspettato. Non per la povertà, il caos o lo squallore. Ero shockato di me stesso. Shockato di non essere shockato. Invece mi sentivo euforico, anche se non sapevo dire bene perché. Infine incontrai un ragazzo appostato davanti a un portone. “Cerchi un alloggio per la notte?”, mi chiese. Shanti Guest House, diceva la scritta davanti all'ingresso. Il nome mi piaceva. La stanza anche. Era scarna, ma pulita e non puzzava. Contrattammo il prezzo per dieci minuti prima di trovare un accordo. “Hai bisogno di altro?”, mi chiese prima di uscire. “Hashish? Coca? Chetamina?” “No. Grazie. Sono felice così.” Posai lo zaino all'angolo della stanza e mi feci cadere sul letto. E fu il momento in cui realizzai il motivo della mia euforia. Mumbai mi piaceva. Non solo perché mai prima di allora avevo visto una città così ricca di vita. Una vita che si svolgeva per strada, nel bene e nel male, cruda e nuda. Senza ipocrisia. Ma sopratutto perché Mumbai mi fece infine capire di essere arrivato. Non in un paese straniero, ma ero arrivato a casa. Per i mesi a venire, la mia casa sarebbe stata ovunque avrei posato lo zaino.
  14. Contest di Scrittura Creativa

    So che tra non molto saro' offline e non faro' in tempo a rientrare, dunque mi tocca votare... Voto lady dragonsnow e aeronplain Mi spiace per lady bolton, avrei voluto votare anche lei, ma i voti disponibili due sono...
  15. Contest di Scrittura Creativa

    Ringrazio tutti per i commenti e i voti. Più tardi vorrei rispondervi, ma ora passo ai commenti. Metto le mani avanti dicendo che sto giro per me non è facile. Non sono una persona molto poetica, e in questo turno c'è molta poesia. La apprezzo e son contento sia così, ma mi vien difficile dare un commento critico. Cercherò cmq di descrivere quello che in me hanno suscitato, ma precisando che si tratta di sensazioni personali. Per le poesie, ho deciso di segnalarvi il mio verso preferito. @hackuana Mi ha colpito il concetto di mettere un piedi avanti, se l'altro ti regge. Forte metafora. E forti le immagini che riesci a evocare verso per verso. La tua poesia, in me ha evocato un senso di smarrimento. Non nel senso che mi sono smarrito mentre leggevo, eh, ma nel senso che per me ha rispecchiato un po' il senso di smarrimento che uno può provare durante quel cammino detto vita. E allo stesso tempo mi ha trasmesso un senso di rimpianto. Ottimi i vari dettagli che si presentano nel corso della lettura. Frase preferita: Le finestre addensate a guardarti passare @Aegon il mediocre Poesia molto ricercata, come tutte le tue poesie. Si vede che ci hai dedicato del tempo. Bella la tematica e efficace il senso di separazione che il testo evoca. Devo un po' associarmi agli altri per quanto riguarda la scelta dei termini, forse un po' troppo ricercati. 'Asintoto', in particolare, ho dovuto cercarlo nel vocabolario. Un peccato, perché un singolo termine può bastare per spezzare la magia. Frase preferita: la gente attorno una foresta fitta dove nascondere la nostra sconfitta. @Lady Bolton Bello. Forse non proprio una poesia nel senso più stretto del termine, ma comunque un brano molto poetico. Notevole, dal momento che non è per niente facile toccare certe tematiche senza risultare volgari. Le immagini e sensazioni che riesci a evocare sono molto vive e efficaci. Ho anche apprezzato il concetto di corpo come strada. Nel suo complesso, il tuo brano riesce a trasmettere un forte senso di, come dire... passione. Mi è piaciuto parecchio, ed è notevole per uno come me, che in genere ha poca sensibilità per la poesia. Frase preferita: Si scosta dalle lenzuola non più bianche e profumate, come fumo che si innalza da un camino. @SirGult Bella la ritmica. Una poesia che varrebbe la pena essere musicata (e non solo con la musica di Pollon). Ho apprezzato la ripetitività con la quale apri le varie strofe. E molto efficaci le metafore che usi. Tra corpi sezionati, alberi spezzati, e rivoli di fango, la tua poesia mi ha trasmesso un senso di pessimismo cosmico (non in senso negativo, eh). Ma allo stesso tempo non mancano le immagini che al contrario trasmettono speranza, nonostante le avversità, come la foglia che resiste impertinente, o il verde prepotente. Frase preferita, il verso finale: vado dritto e porto in spalla ogni sasso su cui inciampo. Ai miei occhi, l'attitudine giusta per affrontare le avversità della vita. Anche se si inciampa, rialzarsi e imparare dalle esperienze negative. Almeno, io l'ho interpretata così. @Lady DragonSnow Bel racconto. Semplice nella sua storia, ma allo stesso tempo per niente banale. Costruito bene. Efficace l'inizio, buono lo svolgimento, e sopratutto buono il finale. Bella la tematica, il bisogno di ricordare, ma allo stesso tempo la necessità di guardare avanti e lasciarsi il passato alle spalle. Il racconto trasmette un senso di malinconia, ma allo stesso tempo un senso di calore e anche speranza. Da un punto di vista stilistico, è scritto bene, e la lettura scorre leggera. Anche il modo in cui riesci a implementare i versi dei Beatles, e il modo in cui essi rispecchiano le esperienze, i pensieri e i ricordi del protagonista è molto efficace. Critiche da fare non me ne vengono. Pur sforzandomi. @AeronPlain Un altro racconto che non delude, ma allo stesso tempo stupisce. Notevole come riesci a mettere assieme storia, ambientazione, psicologia del personaggio, tutto stando dentro a cinquemila battute. Il racconto ha un sapore amaro. Fin da subito ho provato empatia per Hanna, e sul finale è un piacere vedere come si ribella alla sua situazione. Interessante l'ambientazione. Geniale l'idea della Noia come epidemia. In questo modo, riesci a portare la storia fuori dal suo contesto. Un racconto che allo stesso tempo diventa metafora. Unica nota di critica: qualche passaggio mi ha creato confusione. La frase << E’ così dappertutto, lo abbiamo sempre saputo. Non esiste nessuna salvezza, nessuna terra promessa. I primi Pastori l’hanno scoperto quasi subito, l’unico modo per sopravvivere è continuare a muoversi, ad andare avanti, imperterriti... Chi si ferma è perduto. >> non ho capito chi la dice, Hanna o il pastore? Non che ciò abbia molta importanza nella comprensione generale della storia, ma volevo giusto farti notare questa mia perplessità. Come al solito hai presentato un gran racconto, scritto bene e di lettura scorrevole. Complimenti, mi è piaciuto parecchio. @DaenerysArya2510 Poesia ricercata e efficace. Bello il modo in cui i luoghi rispecchiano gli stati d'animo. Non mi sarebbe dispiaciuto leggere qualche strofa in più, con altri luoghi da scoprire. Ma anche la sintesi ha i suoi pregi. Efficace il modo in cui riesci a inserire dentro frasi in lingue straniere. E molto carino il finale. Infondo un viaggio diventa completo, solo nel momento in cui si torna a casa. (almeno, per me è così). Frase preferita: Mi sento divisa, il muro è caduto, ma l'odio persiste, resiste, ed è triste. Tornando al discorso di prima, ho apprezzato come il 'di fuori' diventa specchio di quello che succede dentro. Per il voto sono indeciso fra tre, per cui mi prendo tempo fino a stasera.