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misterpirelli

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About misterpirelli

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    Confratello
  • Birthday 06/14/1975

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  • Sesso
    Maschio
  • Location
    altoadige - südtirol
  • Interests
    fantasy - fantascienza - cyberpunk - romanzi in generale
    disegnare
    fumetti
    scrivere
    musica

    montagna
    viaggi

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  1. Quello che mi lascia perplesso sono le argomentazioni di alcuni contrari ai 'like' improntate sulla riga: alla barriera i 'like' non servono, perché non siamo mica facebook. Che voglio dire: siamo tutti d'accordo che la barriera non è facebook, ma se gli ideatori dei grandi social media (tutt'altro che incompetenti, visto il loro successo) hanno previsto la possibilità, da parte di altri utenti, a acconsentire o dissentire su un determinato contenuto, un motivo c'è: i like danno motivo agli utenti di contribuire. Si tratta da trucchetto piccolo, ma tutt'altro che banale, in grado di fare scattare i meccanismi psicologici necessari per motivare a scrivere. La cosa può piacere o non piacere, ma alla fine non cambia: chiunque contribuisce in una discussione, sotto sotto (anche se non lo vuole ammettere), vuole sapere che cosa ne pensano gli altri ed è alla ricerca di consenso... Lo dico non per criticare, ma come ragionamento costruttivo, nel pieno interesse di tutti quelli che vorrebbero che questo forum cresca e resti in vita, anziché spegnersi pian piano. Giusto una mia considerazione...
  2. La via del guerriero Mi avevano dato la libertà vigilata. Ora che era passata la febbre. Lasciavo l'ospedale verso l'una, dopo la flebo antibiotica, e rientravo la sera, in tempo per la puntura antitrombosi. Sfruttavo quelle ore di libertà e cercavo ritiro sulle sponde del mio fiume. Dalla riva osservavo le onde che scorrevano; le ascoltavo, quasi le annusavo. Quel fiume trasmetteva forza. Erano giorni di incertezze, e di attesa; non volevo pensare ai miei linfonodi, e facevo di tutto per esorcizzare le paure. Talvolta fantasticavo sui guerrieri vichinghi. Davvero non temevano la morte? Come facevano a vivere così, senza pensare al domani? Che strano credo quello di dover morire con la spada in mano per entrare in paradiso, e poi che forza di spirito occorreva per prendere il mare. Salire su una barca a forma di drago e partire. Solo fantasie sulle sponde di un fiume, ma in questa mia nuova realtà, era quello che avevo. La sera tornavo in quell'altro pianeta, quello bianco fatto di malattia, dolori, prelievi, punture, più forte rispetto a come ero partito. La sentenza arrivò il 24 Aprile. “Ho i risultati istologici dei tuoi linfonodi.”, mi disse la dottoressa Pintner. “Seguimi in ufficio che ti spiego.” Avevo atteso e temuto quel momento. Ora era arrivato. “La buona notizia è che qui ci sono buone possibilità di guarigione.” La dottoressa smise di parlare, quasi volesse andare sul sicuro avessi capito bene. Mi accorsi che a fatica stava soppesando le parole. Ora mi avrebbe spiegato l'altro faccia, lo vidi arrivare. “Hai tutti i motivi per sperare. Ma la cattiva notizia è che hai un linfoma, un linfoma classico di Hodgkins, un tumore maligno che sta attaccando i tuoi linfonodi. Dovrai farti delle chemio e delle radioterapie. Mi dispiace.” Lo avevo visto arrivare. Ma l'effetto che ebbe su di me mi colse di sorpresa. Avvertii una trasformazione. Come una strana forza. Una che quasi mi travolse. Le paure dei giorni passati svanirono, il contrario di cosa mi sarei aspettato. “Linfoma classico non suona poi così spaventoso.”, risposi. “Pensa che seccatura se me ne capitava uno anticonformista.” La dottoressa sbarrò gli occhi, come incredula. O forse ero solo io a essere incredulo? Cosa mi stava succedendo? Mi aspettavano le chemio, come facevo a sentirmi così calmo, così sicuro? Forse dovevo ancora metabolizzare la cosa? O forse mi sentivo sereno perché per quel giorno non avevo febbre? E allora 'fanc*lo al domani, oggi mi aspettava una bellissima giornata. Sorrisi. Il mio male aveva infine mostrato il suo volto. Ora però conoscevo il suo nome. Era diventato vivo, palpabile, un qualcosa che poteva essere ucciso. Dentro di me una voce stava già urlando battaglia. Un linfoma mi aveva sfidato. Mi aveva rovinato l'inverno, quel pezzo di m*rda, giorni e giorni steso a letto dalla febbre, anziché fuori a scalare montagne. Imperdonabile. Avrebbe pagato la mia vendetta col sangue. C'era un demonio dentro il mio corpo, un mostro che voleva mangiarsi i miei linfonodi uno per uno. No signore, non lo avrei permesso, non senza impugnare un spada in mano. Guerriero. Fino alla fine. Era la via del mio credo vichingo.
  3. La Fattoria C’era una volta e forse c’è ancora un’amena collinetta, la cui proprietà aveva rivendicato un certo Tobia, imperturbabile e granitico aspirante fattore. Il suo sogno infatti era quello di costruirci una bella fattoria all’avanguardia e con costanza e determinazione ci riuscì. Poco dopo aver ultimato la struttura, passò alla scelta degli animali da inserirci. La selezione doveva essere accurata affinché niente e nessuno potesse scalfire in qualche modo il suo progetto. Trovati gli eletti, il suo sogno poté dirsi finalmente realizzato. Furono quelli tempi felici e spensierati, nessuna preoccupazione ad assillarlo, eccetto un’atavica paura, che niente però aveva a che fare con la fattoria e che riguardava la mancata vittoria del PD in Emilia alle prossime elezioni. C’è da dire che la produttività dei suoi animaletti era variegata: c’era chi si faceva in quattro per il benessere comune e chi poco o niente partecipava, ma questo a Tobia poco interessava. Questo stato di cose però non durò a lungo. Tutto ebbe inizio una mattina di primavera, quando fu svegliato da un insistente ronzio. Alzatosi di tutta fretta andò in cerca della fonte del molesto rumore. Passò in rassegna tutta la fattoria: la giumenta alacremente trasportava una catasta di legna inseguita dal laborioso topolino, che trovava ogni modo per rendersi utile; l’oca starnazzava come al suo solito e la scrofa si rotolava beatamente nel fango. Con sguardo rapace notò, appena fuori il cancello, il suo gallo, che fissava un’apetta appena uscita dal suo alveare. Ecco trovata la fonte del rumore! Tosto elaborò la strategia: Fase 1 : chiamare i pompieri. Fase 2 : far rimuovere l’alveare. Fase 3 : far tagliare l’albero affinché nessun altro animale potesse costruirci la casa… Sì fermò di colpo, in fondo l’alveare era fuori dalla sua fattoria e che danno mai poteva fare una piccola ape! Anche lo scoiattolo aveva costruito la sua tana lì vicino, ma non dava nessun fastidio e si rendeva utile raccogliendo noccioline e lasciandogliene buona parte vicino il cancello. Rinfrancato, ritornò alle sue faccende accantonando il pensiero del pericolosissimo “effetto farfalla” o, nel nostro caso, “effetto ape”.
  4. ok. risolto i problemi 'tecnici' ho appena prenotato. arrivo a Roma il venerdì alle 14.45. Per cui dopo pranzo e bello affamato ma sopratutto assettato. Per cui, per quelli che si trovano già per pranzo, finché arrivo, ordinatemi una birra
  5. Io sarei abbastanza deciso a esserci, solo che x motivi 'tecnici' ancora non ho avuto modo di prenotare. Pensavo di farlo stasera, solo che prima non me la sento di dar conferma. Diciamo che ci sono al 99% tranne cause di forza maggiore, tipo treni e alberghi pieni...
  6. Io pensavo di aggiungermi. Arriverei il venerdi' dopo pranzo. Ma vi do conferma domani...
  7. Io l'unica vera pecca che ci ho visto in questa edizione è che il gioco è durato troppo poco. Per cui, l'idea di eliminare la vittoria per tot vessilli, ma piuttosto dire che dopo un numero prefissato di turni, vince quella con più vessilli mi sembra buona. Così inizierebbero ad avere più senso i personaggi spia. Più una squadra è in vantaggio, più si ritroverebbe costretta a difendere dal momento che diventerebbe un target per tutte le avversarie. In alternativa, l'altro giorno mi è venuta l'idea degli 'obiettivi segreti', un po' come nel Risiko. Nel senso che ogni squadra, all'inizio del gioco ottiene un obiettivo che vale come condizione di vittoria. Ciò permetterebbe in introdurre nuovi personaggi con l'abilità di spiare gli obiettivi degli avversari. Alcuni di questi obiettivi potrebbero essere: raccogli TOT vessilli e mantieni il trono/torre per tre turni consecutivi elimina le squadre XXX e raccogli TOT vessilli raccogli TOT casse e TOT vessilli elimina TOT soldati per TOT squadre avversarie e raccogli TOT vessilli ruba TOT casse e raccogli TOT vessilli raccogli TOT vessilli e mantieni almeno TOT soldati raccogli TOT vessilli e spia almeno TOT squadre avversarie forse così il gioco risulterebbe più diversificato. Poi è solo un idea eh... ma dal momento che mi venuta l'altro giorno volevo proporla.
  8. spero di trovare nei prossimi giorni il tempo per i commenti, ma intanto voto aegonilmediocre e aemontargaryen
  9. Titolo: Spiagge indiane letter count: 4982 Lungo quel tratto di costiera indiana, le onde dell'oceano erano scure, di un blu elettrico, si rovesciano sulla sabbia con furia seminando un vasto manto di schiuma bianca. Per tuffarsi occorreva un certo tempismo, e una buona dose di fegato. Il più delle volte evitavo. Invece sfruttavo quei pomeriggi per compiere passeggiate. Quei tre chilometri di spiaggia che separavano il mio resort dal villaggio dei pescatori ormai li conoscevo a memoria. C'era uno pezzo di scogliera. Da lì, a gambe incrociate respiravo l'aria salina e osservavo le aquile svolazzare sopra la mia testa. Anche se di solito mi limitavo a guardare il mare. Tutto ha un anima, mi aveva detto il maestro, ed è parte di qualcosa di più grande. Chi sa se ciò era vero anche per le onde del mare? Facevo finta di meditare, ma il più delle volte fantasticavo sull'essere una di quelle onde che si frantumavano contro gli scogli. Forse l'India mi stava dando alla testa. Ma in quelle settimane non vi erano altre distrazioni. Il fruscio del mare lo sentivo tutto il giorno, tutti i giorni. Non vi era altro. Non una tv, non una radio o un lettore MP3. Sembrava l'oceano arabo fosse messo lì apposta per logorarmi l'anima. E giorno per giorno mi sentivo più nudo. Devi imparare ad accettare te stesso, mi aveva detto il maestro. Facile a dirsi. Ma tutto quello che man mano emergeva dal mio Io più profondo non mi piaceva per niente. Provavo rabbia. Una rabbia immotivata verso tutto quello che vedevo o mi circondava. Da quello scoglio, era come averli tutti di fronte, i paradossi di un mondo che non riuscivo a capire. Da un lato il villaggio. Baracche di latta attorno a un ruscello che puzzava di fognatura. Osservavo i pescatori rientrare a bordo dei catamarani con un magro pescato. E poi c'erano i bambini. Hello Mister, gridavano mentre si avvicinavano, How are you? How are you? Continuavano finché non mi giravo verso di loro a ricambiare il saluto. A quel punto, ridendo si davano alla pazza fuga. Mi dava uno strano conforto osservare i nativi. Nonostante la povertà non perdevano mai la forza di sorridere. Così diversi da tutto quello che succedeva sul lato opposto degli scogli, lì dove si trovava il resort per i turisti occidentali. Quante storie in quel resort. Perlopiù storie che sapevano di dolore. Come la storia di Nadine. Quanto si drogava. Ricordo la prima volta che la vidi, sul balconcino che collegava le nostre stanze, intenta a preparare una polverina sopra uno specchietto. “Avrei dovuto scegliere il Brasile.”, mi disse. “Almeno lì trovi la Coca buona.” “Non sapevo qui si trovasse la Coca.” “Ma quale Coca, idiota, questa è chetamina. Vuoi un tiro?” “No.” Quella sua tendenza all'autodistruzione mi irritava, eppure nei primi tempi avevo preso l'abitudine di passare qualche ora serale a fumare con lei, con lo sguardo rivolto verso il cielo stellato. Meglio che da solo in camera. “Come mai sei venuta in India?”, le chiesi una sera. “Me l'aspettavo diversa. Voglio dire, l'ayurveda, i massaggi e tutto quanto. Speravo mi potessero aiutare.” “E non ti aiutano?” “No. Mi fanno vomitare.” Non so se furono davvero i massaggi a farle quel effetto, ma la sentivo dopo ogni pasto. La parete di cartongesso che separava la nostre stanze era sottile, troppo sottile per insabbiare i rigurgiti mentre svuotava lo stomaco. “Non so che tipo di cure stai facendo con lei, ma non funzionano.”, dissi un giorno al maestro. “E da quando in qua, lo studente giudica l'opera del suo maestro?” “Giudico in base a quello che vedo. Quella lì ha un problema serio.” “E come mai ti preoccupi tanto?” Già. Come mai mi preoccupavo? Potevo forse cambiarla, o aiutarla? No di certo. Non nello stato in cui ero. Forse fu per questo che a un certo punto decisi di evitarla. Non uscivo più in balcone, ma mi chiudevo nella mia stanza e in me stesso. Niente più cieli stellati, ma in compenso le pagine di un libro che fissavo senza davvero leggere. Fino al giorno in cui lei mi raggiunse sullo scoglio. La vidi già da lontano, quel corpicino scheletrico che sembrava sul punto di collassare su se stesso da un momento all'altro. Notai che aveva pianto. “Il maestro mi ha detto di parlarne con una persona fidata.”, dal tono sembrava quasi si stesse scusando. “E mi sei venuto in mente tu.” E così Nadine mi raccontò la sua storia. Mi raccontò di un padre assente, una madre che faceva finta di non vedere, e di tutto quello che le aveva fatto suo zio. “La parte peggiore era quando si ostinava a infilarmelo nel c*lo.”, mi disse tra i singhiozzi. “Quel maiale non si accontentava delle cose normali, capisci?” Non dissi nulla. Vi sono dolori che le parole non possono alleviare. Invece la strinse tra le braccia. Fu un abbraccio eterno, forte, sincero. E strano a dirsi, fui io a trarne un'inaspettata forza. Ero un tutt'uno. Un tutt'uno con quel corpo fragile, con quell'anima martoriata, ma mi sentivo in pace così. Il maestro aveva ragione: ognuno di noi è un anima, ed è parte di qualcosa di più grande.
  10. Anche io voglio partecipare dunque mi iscrivo
  11. io in agosto non vado in vacanza x cui per me si può anche continuare ma anche la pausa ci può stare
  12. Stasera, al più tardi domani spero di trovare il tempo per commentare, ma dal momento che so che stasera rientrerò tardi, intanto comunico i miei voti voto Aegon il Mediocre, e Mastro Aemon di casa Targaryen
  13. Se continua così, va a finire che prima o poi davvero ne avrò abbastanza da farne una piccola raccolta asiatica. Ma che dire? Ormai mi avete messo in testa l'idea... Titolo: Regni himalayani Letter count: 4993 Avvolto nel sacco a pelo, ascoltavo il vento fischiare tra le vette himalayane. Ma non fu il vento a turbarmi, né il freddo, ma semmai la scarsità di ossigeno; in quel rifugio mi svegliavo di continuo, spinto dal bisogno di un profondo respiro. A quattromila metri persino dormire era faticoso. Chi sa se fuori aveva smesso di nevicare? Volevo alzarmi per controllare, ma decisi di risparmiare energie. Lo avrei scoperto l'indomani. Anche se la cosa mi scocciava. Tre settimane. Tre settimane di cammino solo per vedere quel lago. Per il Tilicho, che ora aspettava mille metri più in alto, mi ero spinto per ogni zona climatica. Iniziando dal subtropicale, costeggiando terrazze di riso, palme di banana, talvolta aprendomi un varco tra foreste di marijuana, giorno per giorno mi ero portato in quota per poi attraversare boschi di rododendri e pini. Cinque giorni solo per superare la soglia degli alberi e vedere le prime vette. Avevo attraversato friabili morene dal pendio proibitivo, con un occhio sull'abisso di sotto e uno sopra la testa, sperando e pregando di non finire sotto una slavina. Lungo quei tratti, io e miei due compagni avevamo mantenuto tra noi le distanze; qualora uno venisse travolto dai sassi, almeno così vi erano buone possibilità di finirci da soli. Infine avevo commesso un reato: violazione di proprietà privata con scasso. Chi sa cosa prevedeva il codice penale nepalese? Lo ignoravo, ma lì sopra regnavano altre leggi. Leggi che ti imponevano di proteggerti dal freddo, o dal male di alta quota. Leggi che ti forzavano a mangiare; non importava se avevi la nausea, o se il solo pensiero di mandare giù qualcosa ti faceva venire i crampi allo stomaco. In alta quota per non ammalarsi era fondamentale riempirsi la pancia. Ma eravamo arrivati con gli zaini ormai privi di cibo, confidando nell'accoglienza di un rifugio che però trovammo abbandonato. Furono i primi fiocchi di neve a convincerci all'atto estremo. La parte più difficile non fu entrare in quel casolare, ma accendere il fuoco con gli sterchi secchi di yacht accatastati sotto il camino. Trovammo del riso da cucinare. Un francese, un tedesco e un italiano attorno a un fuoco himalayano. I protagonisti di una pessima storia dal finale ancora incerto. “Che dite?”, chiese Andreas. “Domani riusciremo a salire?” “Io dico che smette.”, disse Miguel. “Se continua a nevicare sarà già tanto se riusciremo a tornare indietro.”, mi limitai a dire io. Rinunciare a quel lago mi scocciava. Ma se il tempo impazziva c'era ben poco da fare. Trovammo meno neve del previsto. Solo un velo bianco ricopriva la roccia, il vento ci aveva spianato la strada. Le nuvole si stavano diradando liberando un cielo elettrico. Era un segno. Il Tilicho ci stava invitando a salire. Quegli ultimi mille metri verso il cielo furono i più duri. In passato avevo scalato pendii più ripidi o esposti, ma mai prima di allora ogni singolo respiro si era rivelato una tale lotta. Mentre salivo, quella frase sentita mesi addietro mi ronzava per la testa: la montagna non è da gente normale. Era vero. Non vi era cosa più stupida o idiota, che quella di scalare montagne. Montagna voleva dire fatica, sudore, pericolo. Poteva voler dire caldo o freddo. Talvolta voleva dire nausea, sofferenza, dolore. Come quel giorno, dove ogni passo era una tortura, una conquista. Ma perché lo facevo? Con mente inebriata osservavo il fiume di sotto liberarsi dal ghiacciaio. Ricordo ancora la furia con cui si gettava giù per il pendio. Sulle Alpi, i fiumi nascono come magri ruscelli, ma in Himalaya persino lì, alle loro sorgenti, non vi era modo di attraversare quelle acque senza venirne travolti. Prendi un tremila alpino, riduci te stesso a una formichina e benvenuto in Himalaya. Non dimenticherò mai gli ultimi cento metri, superato il pendio, sull'altopiano, la neve a tratti profonda da superare le ginocchia. A qualche chilometro più avanti, dalla parete di ghiaccio di sopra si staccò una valanga. Si riversò in giù con un boato seminando nuvoloni bianchi. Gli ultimi passi furono i più duri e rischiosi, ma non importava. Perché montagna voleva dire anche questo: liberarsi da ogni tossina mentale. Ricordo come mentre avanzavo, con le perle di ghiaccio che dalla condensa del mio fiato man mano si solidificavano tra la barba, ogni piccolo o grande dolore che giù in valle mi tormentava, svaniva. Su in quota contava solo l'essenziale: il prossimo passo e il respiro successivo. Infine la visuale si spalancò su quel lago, un lago ricoperto da lastre di ghiaccio, circondato da roccia e neve, sotto l'ombra di duemila metri di muraglia bianca. Realizzai il paradosso. Un paradosso chiamato vita, dove per alcuni, per assaporarne la sua piena essenza era necessario esplorarne i limiti. E in Himalaya il mio limite lo trovai lì sopra, sul lago del Tilicho, dove il regno dei mortali finiva, e iniziava il regno di un dio. Un dio talvolta crudele, talvolta generoso, duro come la roccia, ma cristallino come il ghiaccio.
  14. Ringrazio per i commenti e voti. Ora passo alle mie opinioni sui vostri scritti. @LoSchiavista @hackuana @Lochlan @AegonilMediocre @AeronPlain E infine i miei voti che vanno a Aegon il Mediocre e AeronPlain Nota di onore allo schiavista, che ha scritto una delle cose più originali mai apparse nella storia dei contest. Complimenti a tutti.
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