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Cavalier Stampella

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About Cavalier Stampella

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  1. A Prati, quartiere del centro di Roma, una ragazzina viene trascinata in un parco e stuprata da un uomo di trent’anni. Immediata sul web si scatena la caccia al nero, all’immigrato, al rom, al sindaco Marino che li lascia andare in giro tutti e tre indisturbati a violentare le nostre donne. Ma appena irrompe la notizia che lo stupratore presunto è un italiano purosangue, per di più militare al servizio della sacra Patria, l’esecrazione della Rete dimentica immediatamente il carnefice e sterza sul vestito corto della vittima (a luglio di solito si indossano gonnelloni di lana) e sui genitori depravati che le permettono di rimanere in strada oltre la mezzanotte a differenza di Cenerentola. Gli stessi fini pensatori che sarebbero stati disposti a incendiare un campo rom per vendicare la ragazza offesa da uno di «quelli», indirizzano adesso i loro miasmi contro la scostumata. Cambiano gli strumenti per diffonderlo, ma il pensiero di queste minoranze rumorose non è molto dissimile da quello che doveva animare i loro progenitori nelle caverne: se l’aggressore non appartiene a un’altra tribù, allora è lei che dev’essere una poco di buono. Il problema è che le caverne erano spazi ristretti, mentre questi trogloditi da tastiera rivolgono i loro rutti potenzialmente al mondo intero. Rimedi? Parlarne e scriverne fino alla noia. Le parole sono lente, ma contagiose. Attecchiscono un po’ alla volta e però dappertutto, persino nelle caverne della modernità.
  2. Ai romani piaceva la biga Ai romani piaceva la biga (testo) Roma, Roma.... Ai romani piaceva la biga, più dinamica della lettiga: i cavalli vedevi filar e la biga sentivi tirar. Fu Poppea la prima romana, una donna davvero un po’ strana, ad andar con la biga scoperta, e i romani restavano all’erta. Viva la biga... viva la biga... senza motor! Pronto? Pronto signorina, vorrei parlare con Roma. Com' ha detto? Non c'è ancora la comunicazione? Va bene, attendo in cabina! Ai romani piaceva la biga, più dinamica della lettiga: i cavalli vedevi filar e la biga sentivi tirar. Chi l'aveva ogni dì la montava, chi era senza da sol si arrangiava. Ora noi siamo motorizzati, ma la biga ci piace di più. Viva la biga... viva la biga... senza motor! Pronto? Pronto signorina, insomma si può parlare o non si può parlare con questa Roma? Com' ha detto? E' già in linea? Allora si può parlare! Roma... Ai romani piaceva la biga, più dinamica della lettiga: i cavalli vedevi filar e la biga sentivi tirar. Messalina voleva l'auriga, per averlo con lei sulla biga; mentre Claudio, suo vecchio marito, non muoveva nemmeno un dito. Viva la biga... viva la biga... senza motor! Pronto? Pronto signorina? Sì, sono me, quello di Roma. Benissimo, sento molto bene. Com'ha detto? No, no, guardi: la faccio doppia, sa? Grazie... Ai romani piaceva la biga, più dinamica della lettiga: i cavalli vedevi filar e la biga sentivi tirar. Cleopatra, regina un po' folle, inventò una biga a molle: e così su quei carri un po' rozzi, non sentiva né gl'urti né i cozzi. Viva la biga... viva la biga... senza motor! Pronto? Pronto signorina? Sono sempre me, quello di Roma. Benone sento... Sì. Com'ha detto? No, no, guardi: faccio l'ultima e poi smetto. Ai romani piaceva la biga, più dinamica della lettiga: i cavalli vedevi filar e la biga sentivi tirar. Il più furbo però fu Nerone che di bighe ne aveva un milione: ma però per non fare fatica, lui sceglieva la più larga ed antica Viva la biga... viva la biga... senza motor! Pronto? Pronto sì, signorina sono io. No, no, no, per carità: ho terminato. Sì, sì, sì grazie, Oohh...
  3. Tripudio al Gelato Massimo rispetto per i gelatai di Torino, i migliori del mondo. Ma quanti sono? Ogni tre negozi c’è una gelateria o una banca o una serranda abbassata con la scritta “Vendesi”. Come ho fatto a sopravvivere per decenni in una città dove c’erano tre o quattro gelaterie in tutto? Questa moltiplicazione dell’offerta si spiega con il fatto che è più semplice fabbricare gelati che automobili. Quintali di gelato ogni giorno; ma c’è poi tutta questa domanda da parte dei torinesi? Ebbene sì! E non solo da parte di pazienti reduci da un’estrazione di un dente o di una tonsillectomia. L’ho costatato lo scorso week end visitando in piazza Solferino il “Gelato Festival”, affollato a ogni ora da una folla allegra ed eccitata, concentrata a scavare nel bicchierino e a leccare i vari gusti in gara per andare alla finale europea che si giocherà in ottobre a Firenze. E tutti in fila a votare; la politica dovrebbe imparare dal Festival come si fa a eliminare l’astensionismo, collegando ogni lista a un gusto di gelato. Ha vinto il “Persi Pien” (la Pesca Ripiena) di Pralormo, meritatamente. In gara c’erano anche il Gusto di Papa Francesco e il sorbetto Don Bosco; fra gli ingredienti di quest’ultimo c’è la rosa canina, citata in italiano poiché in piemontese non è altro che il “gratacui”. Possiamo immaginarci un cliente che ordina tre gusti: Papa Francesco, mango e fragola? Si potrà ordinare il gusto del Papa anche in Quaresima? Perché non c’era anche il gusto del sagrestano, quello del chierichetto o della perpetua? Nessuno ha pensato a proporre il Gusto del Sindaco; l’avessero chiesto a me avrei creato una crema a base di arrosticini, yogurt e rafano. Anni fa a Torino ci fu un pioniere, all’angolo di via Cernaja, che si lanciò nel gelato al gorgonzola, alla barbera e altri gusti mai sperimentati prima; era in anticipo sui tempi e ha dovuto chiudere. La nuova frontiera sarà il gelato personalizzato, come già succede con il profumo, il tabacco da pipa, l’inchiostro per la stilografica. Si andrà dal maestro gelataio e gli si chiederà di combinarlo; se la strada è quella indicata dai gusti del Papa e di don Bosco, gli ingredienti saranno i ricordi d’infanzia: il “dulce de leche” e la Freisa d’Asti. So già cosa chiederò per il mio gusto: pane burro e acciughe, lumache alla parigina e soma d’aj. Glossario: Soma d’aj = Una bruschetta con sopra strofinato uno spicchio d’aglio, un po’ di sale e olio extra vergine d’oliva. Persi Pien = Le pesche ripiene al forno, (sono un dessert tipico Piemontese) da mangiare al cucchiaio sia calde che fredde. Sono delle pesche gialle, mature ma ancora sode divise a metà senza nocciolo e riempite con un composto di amaretti e cioccolato. La cottura al forno ammorbidisce le pesche e darà vita ad un dessert molto particolare. I miei nonni me li preparavano ogni anno per la festività di San Lorenzo. Gratacui = Gratta c**o.
  4. A’ Socrate Nell'antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse: «Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?» «Un momento» rispose Socrate. «Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci». «I tre setacci?» «Ma sì» continuò Socrate. «Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?» «No... ne ho solo sentito parlare...» «Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?» «Ah no! Al contrario» «Dunque» continuò Socrate, «vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell'utilità. E' utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?» «No, davvero.» «Allora» concluse Socrate, «quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?»
  5. La notte scorsa non riuscendo a riprendere sonno, stando a letto, con gli occhi aperti al buio, ho ripensato alla maestra dei primi tre anni di scuola elementare. Come tutte le vere maestre aveva un doppio cognome, si chiamava Scaglione Gervasio. Prendeva alla lettera i modi di dire figurati, come “bagnare il naso”. A me piaceva primeggiare, non lo nego, ma mi faceva senso essere costretto a dare una leccatina con la lingua sul naso di un mio compagno. Il rito iniziava con la consegna dei compiti in classe corretti. Accompagnato dall’annuncio della maestra: «Questa volta Giacinto ha bagnato il naso a Carlino. Su venite qui alla cattedra e tu facci vedere che gli bagni il naso». Non avevamo le classi miste, non mi sarebbe dispiaciuto dare una leccatina al naso di una bambina. Fra maschi mi faceva un po’ schifo. In particolare con Carlino, perché lui, mentre gli bagnavo il naso, mi sussurrava una frase che non ho mai capito se fosse un invito o un ordine. Che io peraltro non ho mai eseguito; la mia disobbedienza non ha mai prodotto conseguenze spiacevoli. In cambio io non ho mai fatto la spia, non ho mai detto: «Signora maestra, Carlino, mentre gli bagnavo il naso, mi ha detto piano “basme el cul”». Lei avrebbe di sicuro sgridato il mio compagno, perché in classe era assolutamente proibito parlare in piemontese. Avrei potuto riferirlo in italiano ma non suonava tanto bene. Anche trovarmi nella condizione di avere un naso bagnato da un compagno mi dava enorme fastidio e forse è questa la ragione per cui facevo sforzi disumani per essere il primo in classifica, essere un leccatore e non un leccato. Mia madre allevava le galline per avere le uova fresche; avevo pensato che se mai mi fossi trovato nella necessità di sottoporre il mio naso alla leccata di un compagno ci avrei prima spalmato sopra un leggero strato di ca**a di gallina, che noi chiamiamo “Sguicia”, una parola che comunica bene l’idea della sua scivolosità. La nostra maestra ci aveva spiegato che tutto ciò che non è vietato dalla legge è permesso. Mi ero informato, non c’era nessuna legge che vietasse di spalmarsi sul naso della ca**a di gallina. Oggi, memore dei vecchi tempi, sono andato dal vicino di casa, lui alleva ancora i polli, e gli ho chiesto di lasciarmi fare una visitina al suo pollaio. E dunque…
  6. Il fondoschiena di Botero sconvolge la processione Una carovana di figurine indimenticabili nel Salernitano, un caffè dove i miracoli sono di casa (fino all’ultima tazzina). Avete presente i floridi personaggi che popolano i quadri e le sculture dell’artista colombiano Fernando Botero? Al loro confronto le modelle di Rubens fanno la figura di anoressiche. Ora immaginate un suo nudo di donna scolpito in un blocco di marmo di tre tonnellate, la «Maya tropical», con un fondo schiena «per estensione secondo solo alla provincia di Salerno». Questa meraviglia compare nel giro di una notte di luglio sulla piazza di Bauci, un piccolo borgo inerpicato sulla costiera salernitana, a picco sul mare. L’hanno collocata proprio di fronte alla chiesa parrocchiale dedicata alla patrona del paese, Sant’Eufrasia, che sarà celebrata con una processione l’ultimo giorno del mese. L’arrivo della scultura mette in moto una spassosa commedia sentimentale messa in scena da Franco Di Mare, popolata da figurine indimenticabili. A iniziare da don Enzo, il parroco che esige la rimozione immediata della statua messa lì da un improvvido assessore alla cultura; il sindaco Rocco Casillo sarebbe anche d’accordo, purtroppo sono finiti i soldi, spesi tutti per allestire la mostra dedicata al maestro di Bogotà. Siamo solo all’inizio di una sequenza di fuochi d’artificio che svelano una comunità i cui abitanti sanno tutto di tutti, dove Adelaide Strazzullo, facente funzione di perpetua, è conosciuta come Radio Bauci. Completano il quadro delle fonti: il blog «Vite parallele» creato dal professor Gaspare Mangiafico per rivalsa contro gli amministratori che non vogliono avvalersi del suo aiuto e Michele Gargiulo, detto Michele iPhone per la sua capacità di raccogliere e diffondere notizie sui paesani. Michele è il titolare del bar Arturo, «il caffè dei miracoli» che dà il titolo al romanzo. La sua nomea è dovuta a tre eventi, giudicati miracolosi, accaduti negli anni passati: l’innesco inesploso di una mina tedesca nel ’43, la caduta di una campana e un marito armato di pistola che non riesce a trovare la moglie fedifraga nascosta nel cesto della biancheria sporca. Il locale è il punto focale del reticolo di una trama che non raccontiamo. Dove a salvarsi sono le donne, caritatevoli e ricche di un buon senso che non trova udienza presso gli uomini. A cominciare da Elvira Neri, capo divisione al ministero dei Beni culturali a Roma; trascorrendo le vacanze nel suo paese natale spende invano la sua sagacia nel trovare soluzioni ai guai dell’amministrazione e scopre «la felicità irragionevole e perfetta» generata dal doversi occupare temporaneamente di una neonata, trovata in una scatola ai piedi della Maya tropical. L’allegra ferocia di Franco Di Mare (10 con lode per la scelta dei nomi) si scatena nel disegno degli amministratori locali, così stolti da buttare per aria, per reciproci sospetti e vecchi rancori, un cospicuo finanziamento dell’Unione Europea (sono in buona compagnia). L’ha procurato Elvira che non ricorda più il nome «di quel vecchio ministro che aveva detto che con la cultura non si mangia». Il sindaco Rocco Casillo minaccia: «a Bauci sgancio la bomba atomica, come fece quello a Waterloo» e ricorda sempre una frase di sua madre: «Chi comanda non fa errori». Davide Ferrigno, professore di lettere, il giovane assessore alla cultura, «a differenza del pelide Achille, non adduceva lutti nemmeno alle mosche. Per dirla tutta, trasaliva all’apparire della sua stessa ombra». Ma non tutto è perduto a Bauci, il borgo ritornato in letargo dopo che i turisti estivi se ne sono andati; sono sbocciate due imprevedibili storie d’amore, l’umanità di un giovane maresciallo dei carabinieri ha rimediato ai pasticci provocati da due ragazzine per aiutare un’amica nei guai e noi chiudiamo il libro sorridenti e rasserenati. BRUNO GAMBAROTTA
  7. IL TRONO DI SPADE L'IDENTIKIT DEGLI STARK         <iframe width="400" height="228" src="http://player.sky.it/external/skyatlantic/50/198746" frameborder="0" allowfullscreen="true"></iframe>
  8. Un sorriso all’aurora Raoul Follereau si trovava in un lebbrosario in un’isola del Pacifico. Un incubo di orrore. Solo cadaveri ambulanti, disperazione, rabbia piaghe e mutilazioni orrende. Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un anziano malato conservava occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti. Soffriva nel corpo, come i suoi infelici compagni, ma dimostrava attaccamento alla vita, non disperazione, e dolcezza nel trattare gli altri. Incuriosito da quel vero miracolo di vita, nell’inferno del lebbrosario, Follereau volle cercarne la spiegazione: che cosa mai poteva dare tanta forza di vivere a quel vecchio così colpito dal male? Lo pedinò, discretamente. Scoprì che, immancabilmente, allo spuntar dell’alba, il vecchietto si trascinava al recinto che circondava il lebbrosario, e raggiungeva un posto ben preciso. Si metteva a sedere e aspettava. Non era il sorgere del sole che aspettava. Né lo spettacolo dell’aurora del Pacifico. Aspettava fino a quando, dall’altra parte del recinto, spuntava una donna, anziana anche lei, con il volto coperto di rughe finissime, gli occhi pieni di dolcezza. La donna non parlava. Lanciava solo un messaggio silenzioso e discreto: un sorriso. Il muto colloquio durava pochi istanti, poi il vecchietto si rialzava e trotterellava verso le baracche. Tutte le mattine. Una specie di comunione quotidiana. Il lebbroso, alimentato e fortificato da quel sorriso, poteva sopportare una nuova giornata e resistere fino al nuovo appuntamento con il sorriso di quel volto femminile. Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso disse: «È mia moglie!». E dopo un attimo di silenzio: «Prima che venissi qui, mi ha curato in segreto, con tutto ciò che riusciva a trovare. Uno stregone le aveva dato una pomata. Lei tutti i giorni me ne spalmava la faccia, salvo una piccola parte, sufficiente per apporvi le sue labbra per un bacio … Ma tutto è stato inutile. Allora mi hanno preso, mi hanno portato qui. Ma lei mi ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo, solo da lei so che sono ancora vivo, solo per lei mi piace ancora vivere.» Certamente qualcuno ti ha sorriso stamattina, anche se tu non te ne sei accorto. Certamente qualcuno aspetta il tuo sorriso oggi.
  9. "Ho detto no a Rocco Siffredi. Ecco cosa voleva farmi fare"     [spoiler]Vi piacerebbe saperlo! Vero? Ma non ve lo dico! [/spoiler]
  10. Caro diario Caro diario, mi è successa una cosa molto strana. Una sera sono andato a una festa da ballo in un piccolo paese in Val di Susa, e lì ho avuto l’occasione di conoscere una bellissima ragazza con un vestito bianco. Un autentico colpo di fulmine. Ho passato l'intera serata a danzare con lei e a un certo punto comincia a tremare, le porgo il mio cappotto e glielo sistemo sulle spalle e poi le offro una cioccolata calda per riscaldarsi. Quando l’orchestra riprende a suonare ci accingiamo a raggiungere la pista da ballo, c’è molta calca, e un ragazzo disgraziatamente urta la mia dama rovesciandole un po' di caffè sulla spalla del cappotto macchiandolo. Giunge la mezzanotte e la ragazza mi chiede gentilmente se ho qualche problema ad accompagnarla a casa, indicandomi però di abitare nei pressi del cimitero. Spavaldamente rispondo che non c’è proprio nessun problema per accompagnarla, anzi lo faccio molto volentieri. Così usciamo dal ballo e ci incamminiamo nelle nebbiose strade di questa borgata, dove non s’incontra anima viva, non c’è nessuno neanche un cane. Giunti nei pressi del cimitero davanti al cancello la ragazza mi dice di fermarmi, era arrivata a casa. Quel luogo è inquietante. In quel buio si vede una lama di luce che esce da una finestra della casa del custode. Tutto ciò è sufficiente per rassicurarmi e a farmi pensare che la ragazza è la figlia o una parente del medesimo. Prima di lasciarla le chiedo di dirmi il suo nome. Lei ha un attimo di titubanza, poi mi risponde: «Mi chiamo Monique Rose Terry». Mi avvicino e cerco di baciarla, ma lei si ritrae e mi dice: «Voglio ripagarti il favore perché sei stato gentile con me prestandomi il tuo cappotto, vieni a riprenderlo domani mattina», e si volta scomparendo tra le tombe. L’indomani ritorno al cimitero per cercare Monique. Busso alla porta del custode e viene ad aprirmi un uomo anziano. Comincio a spiegargli di aver accompagnato la sera prima fin qui una ragazza con un vestito bianco e un cappotto da uomo macchiato di caffè e che sono ritornato per riprenderlo. L'uomo mi risponde che nella sua casa non esiste nessuna donna, vive da solo da parecchi anni giacché non c’è più nessuno a voler fare questo mestiere. Lui rimane lì a prendersi cura delle tombe solo per carità cristiana, per non vederle invase dalle erbacce. Poi a un tratto si rammenta che sì, questa mattina su una tomba ha trovato un paltò maschile. Gli chiedo se gentilmente può farmi vedere il luogo, e lui mi conduce su una maestosa tomba monumentale. Sulla tomba c’è il mio cappotto, con un biglietto: "Grazie, ma tornerò a baciarti". Togo il cappotto e mi compare un nome inciso sulla lapide: Monique Rose Terry Nata il 30 ottobre 1815 Morta il 24 maggio 1838 Il nome della ragazza che ho conosciuto la sera precedente. Mi ero innamorato di un fantasma, e se non mi aveva baciato, era solo per ricambiare la mia cavalleria. Lo spettro mi aveva risparmiato, ma aveva anche lasciato una promessa, che un giorno sarebbe ritornato a pretendere quel fatidico bacio. Caro diario, da allora sto ben lontano dal cimitero di quel paese, e se mi è possibile anche dalla Val di Susa, e non ti nascondo la mia preoccupazione nell’attendere il ritorno di quel bellissimo fantasma in abito bianco.
  11. Hacktuhana se tu fossi Qui e, Dato che io sono Qua, tra di noi Manca solo Quo.
  12. Sono bloccato non posso comunicare sui MP mi dice: ForbiddenYou don't have permission to access /forum/index.php on this server. Additionally, a 404 Not Found error was encountered while trying to use an ErrorDocument to handle the request.
  13. Benarrivato Paolo, vedo con piacere che siamo vicini di casa, anch’io sono di Torino. Stai provando tutte le cose che abbiamo provato noi vedendo che si avvicinava la fine dell’ultimo volume. Pensa che quando sono arrivato agli ultimi capitoli de La Danza dei Draghi ho sospeso la lettura per alcuni mesi allo scopo di farlo durare più a lungo. Bando alle ciance e alzo il boccale colmo di idromele per brindare in tuo onore.
  14. Finalmente! Ci voleva che qualcuno pensasse a un thread libero dalla spada di Damocle di Letter Count. E poi non ci sono più quelle odiose stelline. Ed ora possiamo sbizzarrirci come vogliamo?
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