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Seija

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Everything posted by Seija

  1. Paul Celan è tra i poeti più profondi e complessi del Novecento. Per tutta la vita si confronto' con la "sentenza" di Theodor W. Adorno sull'impossibilità di scrivere poesie dopo Auschwitz, lottando fino allo stremo delle forze per affermare il riconoscimento della propria opera, con cui intendeva restituire voce a chi non ne aveva più. La poesia Todesfuge/Fuga di morte è forse la sua più famosa e rappresenta un'emblema dell'elaborazione poetica dell'Olocausto. Scritta nel 1945, finì poi nel suo primo libro noto "Papavero e memoria ", dove il papavero stata per oblio. L' accusa da sempre rivolta a Celan è l'oscurità, ricercata da lui volutamente, col suo linguaggio audace e delicato, visionario, come le sue immaginose metafore e le sue cicliche ripetizioni. Fuga di morte è il più tremendo atto di accusa contro gli sterminatori degli ebrei. Celan adotta lo schema musicale ( Bach ) della fuga, a 4 voci ( le strofe ), con monotonia ossessiva, ma in ogni strofa aggiunge temi nuovi, usando l' iterazione, l' accumulo, il crescendo. L'aguzzino , l'intellettuale, legge Goethe e scrive una lettera, intanto organizza lo sterminio di un gruppo di ebrei. Ecco dunque la contrapposizione tra la bionda ariana Margarete con l'ebrea Sulamith, i cui capelli finiranno in cenere nel forno crematorio. Negro latte dell'alba noi lo beviamo la sera noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte noi beviamo e beviamo noi scaviamo una tomba nell'aria chi vi giace non sta stretto Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d' oro Margarete egli scrive egli s'erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare Negro latte dell' alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera noi beviamo e beviamo Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d' oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell'aria chi vi giace non sta stretto Egli grida puntate più a fondo nel cuor della terra e voi altri cantate e suonate egli estrae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri voi puntate più in fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera noi beviamo e beviamo nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Maestro di Germania grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell'aria così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio la morte è un Maestro di Germania noi ti beviamo la sera come il mattino noi beviamo e beviamo la morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell'aria egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Maestro di Germania i tuoi capelli d'oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith
  2. Poeta dai toni accesi e dalla ostentazione verbale, ma al tempo stesso di una tristezza disincantata ed elusiva, Corrado Govoni percorse con originalità il complesso universo che si andava muovendo intorno alla "nuova poesia", sorta nella prima quindicina del XX secolo. La sua esperienza letteraria si contraddistingue per uno spiccato eclettismo poetico: simbolismo-liberty di stampo dannunziano, crepuscolarismo, vocianesimo, Futurismo. Govoni passa attraverso tutte le stazioni della passione lirica italiana del primo Novecento, << senza però che mai l'adozione di una tendenza comporti il netto superamento delle precedenti.>> Charlot Con la tua bombetta all'idrogeno piena d'uova di pasqua e canarini; con la tua finanziera rattoppata che hai nelle tasche i resti dell'aquilone impiccato al lampione del sobborgo per rumoroso vertebrato fazzoletto; con la tua giannettina di rabdomante, scettro di re in esilio, bastone del vescovo pazzo, vincastro del pastore; con le tue scalcagnate scarpe buone da far bollire nella pentola nei giorni della carestia; pagliaccio schiaffeggiato dai milioni: girerai sempre l'ironico disco della luna dei poveri col tuo tacco di eterno vagabondo, usignolo fischiato dal silenzio, sull'ipocrito cuore del mondo. La trombettina Ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera quella trombettina di latta azzurra e verde, che suona una bambina camminando scalza, per i campi. Ma, in quella nota sforzata, ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi, c'è la banda d'oro rumoroso, la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini. Come, nello sgocciolare della gronda, c'è tutto lo spavento della bufera, la bellezza dei lampi e l'arcobaleno; nell'umido cerino d'una lucciola che si sfalda su una foglia di brughiera tutta la meraviglia della primavera. Siepe All'odore crudele che viene dalle spine della siepe il tuo sangue amareggia l'amore, e ti diventan gli occhi una luce cattiva pigiata. Sulla tua statua che cammina aprendo una nuova strada nel vento invano battono le mie parole come gocce di rugiada da me scossa. Prego l'erba dell'argine ti venga incontro con la lampada avvelenata del gigaro per far soffrire la tua bocca rossa. Il palazzo dell'anima Triste dimora! Aborti nelle fiale, rachitici e verdastri. Sorridenti bambole sparse ovunque. Sofferenti in vasi d'ambra fior di digitale. Campane di cristallo su agonie di cera, rose maschere di seta annegate nell'acqua ovale inquieta degli specchi, malinconie impagliate. Laggiù la città bianca col suo rombo d'api e il suo fiume di ardente piombo, come un pallido sogno di morfina. Oh crepuscoli tristi d' anilina sulle mura echeggianti di fanfare! Da una finestra si scorge il mare.
  3. L' esistenza di Sara Teasdale trascorse fra problemi di salute che non le permisero di frequentare regolarmente una scuola pubblica e amori che credeva eterni, ma che non erano per lei. Scoprì tardi ( quattro anni prima del suicidio ) la sua omosessualità, che forse rimase latente per troppi anni trasformandosi in un fardello troppo pesante per la sua fragile mente. Cominciò a scrivere durante gli anni dell' adolescenza. La sua prima pubblicazione è datata 1907, ma scrisse molte liriche che vennero date alle stampe soprattutto nel decennio successivo e che la fecero conoscere per l'intensità dei versi. Nel 1918 con Love Song vinse il suo primo Pulitzer Prize di poesie. Per oggi ho scelto Winter Stars, in un mondo dove tutto cambia, e non in meglio, si può far affidamento solo sulla bellezza delle immutabili stelle. I went out at night alone; The young blood flowing beyond the sea Seemed to have drenched my spirit's wings- I bore my sorrow heavily. But when I lifted up my head From shadows shaken on the snow, I saw Orion in the east Burn steadily as long ago. From windows in my father's house, Dreaming my dreams in winter nights, I watched Orion as a girls Above another city's lights. Years go, dreams go, and youth goes too, The world's heart breaks beneath its wars, All things are changed, save in the east The faithful beauty of the stars. Sono uscita di notte, da sola: Il sangue giovane che scorreva al di là del mare Sembrava aver infradiciato il mio spirito- Duramente sopportavo il mio dolore. Ma quando ho sollevato la testa Dalle ombre tremanti sulla neve, Ho visto Orione, verso est, Brillare costante come un tempo. Dalle finestre della casa di mio padre, Sognando i miei sogni nelle notti d'inverno, Guardavo Orione quand'ero bambina Al di sopra delle luci di un'altra città. Passano gli anni, passano i sogni, passa anche la giovinezza Il cuore del mondo sotto il peso delle sue guerre si spezza, Tutto è cambiato, tranne, verso est, La fedele bellezza delle stelle.
  4. Tra le raccolte di poesie di Wystam Hugh Auden un posto molto particolare spetta ad Un altro tempo. Il periodo della composizione abbraccia la vigilia e gli inizi della seconda guerra mondiale, e comprende i giorni di una decisione drammatica nella vita del poeta: lasciate l'Inghilterra e stabilirsi negli Stati Uniti. Auden interpreta da poeta non solo l'invasione tedesca della Polonia, ma anche la scomparsa di figure come Yeats e Freud. Freud.Un altro tempo è tipicamente audeniano anche perché alterna liriche metafisiche ad altre cosiddette light, che sono tra le sue più famose; e perché l'omaggio ai grandi del passato ( Meville, Rimbaud, Voltaire ) non escluda l'attenzione per le piccole creature del presente. Another Time For us like any other fugitive, Like the numberless flowers that cannot number And all the beasts that need not remember, It is to-day in which we live. So many try to sai Not Now, So many have forgotten how To say I Am, and would be Lost, if they could, un history. Bowing, for instance, with soch old-world grace To a proper flag in a proper place, Muttering like ancients as they stump upstairs Of Mine and His or Our and Theirs. Just as if time were what they used to wice When it was gifted with possession stice, Just as if they were wrong In no more wishing to belong. No wonder then so many die of grief, So many are so lonely as they die; No one has yet believed or liked a lie: Another time has other lives to live. Per noi come per gli altri esiliati, come per gli incontabili fiori che non sanno contare e tutti gli animali che non devono ricordare, è oggi che viviamo. Tanti provano a dire Non Ora, tutti hanno dimenticato come si dice Io Sono, e di sarebbero persi, se avessero potuto, nella storia. Per esempio, chinandosi con grazia antiquata alla bandiera giusta nel posto giusto, borbottando come vecchi mentre s'arrampicano per le scale del Mio e del Suo o del Nostro e del Loro. Proprio come se il tempo fosse quel che volevamo quando ancora era dato in dono e in possesso, proprio come se avessero torto a non desiderare più di appartenere. Nessuna meraviglia se tanti muoiono di dolore, tanti sono così soli quando muoiono; nessuno ha ancora creduto o gradito una bugia: un altro tempo ha altre vite da vivere.
  5. Nel 1957 Mario Luzi pubblica Onore del vero. Nato a Castello, presso Firenze, nel 1914, Luzi si è ritagliato un posto importante nella storia della letteratura italiana del XX secolo: attivo sostenitore della cultura ermetica e cattolica, è poeta spesso oscuro, talvolta difficile, ma sempre animato da una grande tensione intellettuale ed emotiva che cerca il perché delle cose, il senso dell'esperienza e della civiltà umana. La sua prima raccolta poetica La barca è del 1935. Da allora il poeta sembra muoversi principalmente sul binario dell'ermetismo fiorentino: la sua parola anela ad una verità segreta e inafferrabile, e si esprime con immagini balenanti e sfuggenti. Con Onore del vero si ha un passaggio dall'ermetismo al realismo. Senza approdare a nessuna ideologia veramente realista, il poeta riconosce fino in fondo il valore della realtà, scoprendo la verità nelle cose più povere e fragili, nelle occasioni più banali della vita quotidiana, nei gesti semplici di cui afferma l'onore. E attingendo ad una lunga tradizione di ascendenza classica, Luzi ritrova il valore delle cose vere e semplici nella vita contadina, di cui esalta l'ambiente, le radici e lo stile di vita povero ed essenziale. È un mondo nel quale si crea grande condivisione e solidarietà nella piena accettazione di una vita cristiana e sofferente, che qualche volta trova la possibilità di viaggiare con la fantasia e immergersi direttamente in episodi del passato o della storia sacra, riflessi di una religiosità latente che alberga nell'animo del poeta. Un animo, in ogni modo, da cui emerge sofferenza e amarezza. Da Onere del vero emerge l'inquietitudine di un uomo in piena crisi novecentesca: ed è certamente il testamento letterario più importante di uno scrittore che crede ancora nel valore pieno della poesia. Nella poesia scelta per oggi, il poeta descrive una giornata invernale in montagna mentre soffia la tramontana. Vivida è la sofferenza che il poeta, simbolo di tutta l'umanità, prova ogni giorno quando si è soli e tristi e subisce l'inclemenza del clima che diventa il simbolo della natura ostile verso gli uomini. Il poeta cerca spontaneamente Dio di sua volontà perché desidera che la sua presenza dia un senso alla sofferenza degli uomini. Come tu vuoi La tramontana screpola le argille, stringe, assoda le terre di lavoro, irrita l'acqua nelle conche; lascia zappe confitte, aratri inerti nel campo. Se qualcuno esce per legna, o si sposta a fatica o si sofferma rattrappito in cappucci e pellegrine, serra i denti. Chi regna nella stanza è il silenzio del testimone muto della neve, della pioggia, del fumo, dell'immobilità del mutamento. Sono qui che metto pine sul fuoco, porgo orecchio al fremere dei vetri, non ho calma né ansia. Tu che per lunga promessa vieni ed occupi il posto lasciato dalla sofferenza non disperare o di me o di te fruga nelle adiacenze della casa, cerca i battenti grigi della porta. A poco a poco la misura è colma, a poco a poco, a poco a poco, come tu vuoi, la solitudine trabocca, vieni ed entra, attingi a mani basse. È un giorno dell'inverno di quest'anno, un giorno, un giorno della nostra vita.
  6. Pochi in Italia conosco Philips Larkin, non esistono quasi edizioni italiane delle sue opere, anche se in UK è un classico. Larkin era un uomo comune, un bibliotecario: amava il jazz, l'alcool e andare in bici nelle campagne inglesi. Non è mai uscito dal Regno Unito e non ha mai fatto il poeta, ha sempre vissuto e lavorato ad Hull, scrivendo poesie la sera. La sua vita è "uneventful", triste, è spesso accusato di conservatorismo e pure di misoginia ( anche se è più corretto dire che Larkin odia tutto, quindi più che misogino direi misantropo ). Larkin appare vecchio, burbero e incattivito dalla solitudine e così viene incluso in quel gruppo di letterati inglesi chiamati Movement, una corrente poetica che aveva riportato in auge i metri tradizionali inglesi ( elisabettiani in particolare ), in forte opposizione alla sperimentazione eliotiana. I poeti del Movement scrivono con toni mesti di argomenti minimi ( periferie inglesi, vita borghese ), descritti senza alcuna trascendenza simbolista. Larkin adotta sì una metrica tradizionale, un lessico quotidiano e un soggetto "provinciale", ma ciò che le sue poesie esprimono vanno totalmente oltre. Il poeta parla della sua vita, che è poi la vita di tutti, della gente che fa le vasche in centro il sabato pomeriggio, che si veste male e compra oggetti in svendita. Però, dietro questa patina grigia e modesta, Larkin riesce ad esprimere tutta l'angoscia esistenziale che caratterizza l'uomo del ventesimo secolo. Il quadro complessivo della vita umana che emerge dalle sue poesie è di desolazione, desiderio e fallimento di condurre una vita significativa e, infine la morte. Queste tematiche inseriscono l'opera di Larkin in un panorama letterario estremamente contemporaneo ed europeo, avvicinando la sua idea di individuo a quella di altri: Beckett, Camus, Kafka. A differenza di questi, la poesia di Larkin però lascia da parte ogni simbolismo ed è calata in una metrica tradizionale e una lingua semplice. I suoi personaggi si muovono in un mondo facilmente riconoscibile e compiono azioni ordinarie. Nonostante questo sono poesie dell'uomo per l'uomo, del disagio interiore, che si occupano dei massimi sistemi della vita. Continuing To Live Continuing to live-that is, repeat A habit formed to get necessaries- Is nearly always losing, or going without. It varies. This lass of interest, hair, and enterprise- Ah, if the game where poker, yes, You might discard them, draw a full house! But it's chess. And once you have walked the length of your mind, what You command is clear as a lading-list. Anything else must not, for you, be thought To exist. And what's the profit? Only that, in time, We half-identify the blind impress, All our behavings bear, may trace it home. But to confess, On that green evening when our death begins, Jus whait it was, is hardly satisfying, Since it applied only to one man once, And that one dying. Continuare a vivere- cioè ripetere un'abitudine che serve a procacciarsi il necessario- vuol dire quasi sempre perdere, o far senza. Dipende. Questa perdita d'interesse, capelli, e iniziativa ah, se il gioco fosse poker, sì, uno potrebbe scartarli, e fare full! Invece è scacchi. E una volta che hai percorso la lunghezza della tua mente, ciò su cui hai il controllo è chiaro come una bolla di carico: nient'altro, per te, devi pensare che esista. E qual è il vantaggio? Soltanto che, col tempo, ci sembra di riconoscere la cieca impronta dei nostri modi di fare, ne vediamo l'origine. Ma confessare, nella verde sera in cui comincia la nostra morte, soltanto ciò che fu, non può bastare, perché riguarda un solo uomo alla volta, e quell'uomo muore. The trees The trees are coming intorno leaf Like something almost being said; The recent buds relax and spread, Their greenness is a kind of grief. Is it that they are born again And we grow old? No, they die too. Their yearly trick of looking new is written down in the rings of grain. Yet still the unresting castles thresh in fullgrown tickness every May. Last year is dead, theat seem to say, Begin afresh, afresh. Tornano sugli alberi le foglie Qualcosa sta per essere annunciato; Gli ultimi germogli si schiudono adagio, Nel loro verde c'è una specie di dolore. Forse loro hanno nuova vita E noi invecchiamo? No, anche loro muoiono. È questo il prodigio dei venati anelli Sembrare negli anni sempre nuovi. Eppure, si dibattono nel maggio Turbate e solenni fortezze. Sembrano dire l'anno passato è morto, E ancora si riparte, e ancora e ancora. No Road Since we agreed to let the road between us fall to disuse, and bricked our gates up, planted trees to screen us, and turned all time's eroding agents loose, silence, and space, and strangers-our neglect has not had much effect. Leaves drift unswept, perhaps; grass creeps unmown no other change. So clear it stands, so little over grown, walking that way tonight would not seem strange, and still would be allowed. A little longer, and time would be the stronger, drafting a world where no such road will run from you to me; to watch that world come up like a cold sun, rewarding others, is my liberty. Not to prevent it is my will's fulfillment. Willing it, my aliment. Da quando abbiamo deciso di lasciare che cadesse in disuso la strada tra noi, e murati i cancelli, piantato alberi atti a nasconderci, data piena libertà a tutti gli agenti corrosivi del tempo, spazio, silenzio, estranei- la nostra incuria non ha avuto molto effetto. Foglie sparse, forse; ciuffi d'erba; non è cambiato altro. Sta ancora così pulito, così sgombro, quel sentiero, che percorrerlo stanotte non sembrerebbe strano, e sarebbe permesso, ancora. Tra poco, il tempo avrà la meglio, tracciando un mondo in cui nessuna strada correrà più così tra me e te; e guardare quel mondo realizzarsi come un gelido sole che riscalda soltanto gli altri, è la mia libertà. Non fare nulla perché ciò non si compia è il compimento della mia volontà. Desiderarlo, il mio tormento.
  7. Pierre Reverdy rappresenta una complessa figura di intellettuale e di raffinato poeta, anche se poco noto in Italia. Legato al cubismo e al dadaismo, fu uno dei precursori del surrealismo. La sua poetica era tutta tesa a privilegiare la verità poetica sulla realtà, a ridurre, in un linguaggio semplice, rigoroso, geometrico, il divario fra sentimento ed espressione, fra visione e rappresentazione. In Reverdy lo spazio della scrittura è la calibrazione precisissima dell'immagine, senza sfocamento. Le sue poesie sono un tessuto di immagini concrete e misteriose allo stesso tempo. Chair vive Lève-toi carcasse et marche Rien de neuf sous le soleil jaune Le der des der des louis d'or La lumière qui se détache Sous les pellicules du temps La serrure du cœur qui éclate Un fil de soie Un fil de plomb Un fil de sang Après ces vagues de silence Ces signes d'amour au crin noir Le ciel plus lisse que ton œil Le cou tordu d'orgueil Ma vie dans la coulisse D'où je vois onduler les moissons de la mort Toutes ces mains avides qui petrissent des boules de fumée Plus lourdes que les piliers de l'univers Têtes vides Cœurs nus Mains parfumées Tentacules des singes qui visent les nuées Dans les rides de ces grimaces Une ligne droite se tend Un nerf se tord La mer repue L' amour L' amer sourire de la mort Tirati su carcassa e cammina Niente di nuovo sotto il sole giallo L' ultimo degli ultimi luigi d'oro La luce che si stacca Sotto le pellicole del tempo La serratura del cuore che scoppia Un filo di seta Un filo di piombo Un filo di sangue Dopo queste ondate di silenzio Questi segni d'amore dal crine nero Il cielo più levigato del tuo occhio Il collo torto d'orgoglio La mia vita dietro le quinte Da cui vedo ondeggiare le messi della morte Tutte queste mani avide che plasmano gomitoli di fumo Più pesanti dei pilastri dell'universo Teste vuote Cuori nudi Mani profumate Tentacoli di scimmie che prendono di mira le nuvole Nelle righe di queste smorfie Una linea dritta si tende Un nervo si torce Il mare sazio L' amore L' amaro sorriso della morte
  8. Durante i lunghi viaggi...di solito si fanno delle soste...
  9. Non è Casanova...prestate attenzione alla data ...
  10. Montale descrisse le parole di Antonia Pozzi così:" sono asciutte e dire come sassi" o "vestite di veli bianchi strappati", ridotte al "minimo peso". Sono parole quelle della Pozzi che trasferiscono peso e sostanza alle immagini per liberare l'animo oppresso ed effondere il sentimento nelle cose trasfigurate. Inverno Fili neri di pioppi fili neri di nubi sul cielo rosso e questa prima erba libera dalla neve chiara che fa pensare alla primavera e guardare se ad una svolta nascono le primule. Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri la nebbia addormentata i fossati un lento pallore devasta i dolori del cielo. Scende la notte - nessun fiore è nato - è inverno - anima - è inverno.
  11. Vado con il primo aiuto: si tratta di un romanzo storico sulla vita di un famosissimo veneziano.
  12. " La poesia, nel passato, era il centro della nostra società, ma con la modernità si è ritirata ai suoi margini. Io penso che l'esilio della poesia sia anche l'esilio del meglio del genere umano ". La letteratura e la politica segnarono per sempre il destino di Octavio Paz: nacque tra i libri e vide la luce tra le rivoluzioni tanto del suo paese quanto fuori dalle frontiere. Il mondo narrativo di Paz cattura per la profondità del suo sguardo e per il singolare spessore della sua immaginazione. La sua produzione e la sua poesia sono luminose, diritte, naturali, lontane da qualsiasi sentimentalismo, esibizionismo o oscurantismo. Temporal En la montaña negra el torrente delira en voz alta A esta misma hora tú avanzas entre precipicios por tu cuerpo dormido El viento lucha a obscuras con tu sueño maraña verde y blanca encina niña encina milenaria el viento te descuaja y te arrostra y te arrasa abre tu pensamiento y lo dispersa Torbellino tus ojos torbellino tu ombligo torbellino y vacío El viento te exprime como un racimo temporal en tu frente temporal en tu nuca y en tu vientre Como una rama seca el viento te avienta El torrente entra en tu sueño manos verdes y pies negros ruedo por la garganta de piedra de la noche anudada a tu cuerpo de montaña dormida El torrente delira entre tus muslos soliloquio de piedras y de agua Por los acantilados de fu frente pasa un río de pájaros El bosque dobla la cabeza como un toro herido el bosque se arrodilla bajo el ala del viento cada vez más alto el torrente delira cada vez más hondo por tu cuerpo dormido cada vez más noche. Nella montagna nera il torrente delira a voce alta A quella stessa ora avanzi tra precipizi nel tuo corpo sopito Il vento lotta al buio col tuo sogno boscaglia verde e bianca quercia fanciulla quercia millenaria il vento ti sradica e trascina e rade al suolo apre il tuo pensiero e lo disperde Turbine i tuoi occhi turbine il tuo ombelico turbine e vuoto Il vento ti spreme come un grappolo temporale sulla tua fronte temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre Come un ramo secco il vento ti sbalza Nel tuo sogno entra il torrente mani verdi e piedi neri rotola per la gola di pietra nella notte annodata al tuo corpo di montagna sopita Il torrente delira fra le tue cosce soliloquio di pietre e d'acqua Sulle scogliere della tua fronte passa come un fiume d'uccelli Il bosco reclina il capo come un toro ferito il bosco s'inginocchia sotto l'ala del vento ogni volta più alto il torrente delira ogni volta più fondo nel tuo corpo sopito ogni volta più notte
  13. Dissi: " Gli avvenimenti storici possono essere interpretati in modi diversi, ma gli eventi attuali? Ad esempio, nell'anno di Nostro Signore milleduecentosettantacinque, XXX arrivò a XXX. Che altro si potrebbe dire di una simile inezia? "
  14. "C'è un cadavere in biblioteca" di Agatha Christie...
  15. La vita non è un sogno è la settima opera di Salvatore Quasimodo, che abbandona ormai definitivamente i temi e il linguaggio della poesia ermetica e riafferma l'importanza della svolta etica della poesia, che può vincere il dolore e portare la verità al popolo. È un libro che esprime sentimenti positivi e ideali costruttivi. Le poesie sono in tutto nove e ognuna esprime un valore etico fondamentale valido per sé stesso e di modello per gli altri che vivono nell'Italia del dopoguerra. Nella quarta poesia Colore di pioggia e di ferro, Quasimodo esprime con forza la sua rabbia per i morti della guerra. Nella sesta poesia Anno Domini MCMXLVII il poeta dà voce al suo desiderio di pace. Nella splendida ottava poesia Thanatos Athanatos Quasimodo chiede a Dio di dare risposte agli uomini sulla vita e sulla morte. Colore di pioggia e di ferro Dicevi: morte, silenzio, solitudine; come amore, vita. Parole delle nostre provvisorie immagini. E il vento s'è levato leggero ogni mattina e il tempo colore di pioggia e di ferro è passato sulle pietre, sul nostro chiuso ronzio di maledetti. Ancora la verità è lontana. E dimmi, uomo spaccato sulla croce, e tu dalle mani grosse di sangue, come risponderò a quelli che domandano? Ora, ora: prima che altro silenzio entri negli occhi, prima che altro vento salga e altra ruggine fiorisca. Anno Domini MCMXLVII Avete finito di battere i tamburi a cadenza di morte su tutti gli orizzonti dietro le bare strette alle bandiere, di rendere piaghe e lacrime a pietà nelle città distrutte, rovina su rovina. E più nessuno grida:<< Mio Dio perché mi hai lasciato?>>. E non scorre più latte né sangue dal petto forato. E ora che avete nascosto i cannoni fra le magnolie, lasciateci un giorno senz'armi sopra l'erba al rumore dell'acqua in movimento, delle foglie di canna fresche tra i capelli mentre abbracciamo la donna che ci ama. Che non suoni di colpo avanti notte l'ora del coprifuoco. Un giorno, un solo giorno per noi, padroni della terra, prima che rulli ancora l'aria e il ferro e una scheggia ci bruci in piena fronte. Thanatos Athanatos E dovremmo dunque negarti, Dio dei tumori, Dio del fiore vivo, e cominciare con un no all'oscura pietra <<Io sono>> e consentire alla morte e su ogni tomba scrivere la sola nostra certezza: <<Thanatos Athanatos>>? Senza un nome che ricordi i sogni le lacrime i furori di quest'uomo sconfitto da domande ancora aperte? Il nostro dialogo muta; diventa ora possibile l'assurdo. Là oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi vigila la potenza delle foglie, vero il fiume che preme sulle rive. La vita non è un sogno. Vero l'uomo e il suo pianto geloso del silenzio. Dio del silenzio, apri la solitudine.
  16. Paul Verlaine inserisce la poesia Chanson d'automne nella raccolta Poèmes saturniens pubblicata nel 1866 a sue spese. Il paesaggio rappresentato esprime in modo simbolico l'interiorità del poeta che sembra immergersi negli elementi naturali da cui sprigiona un senso di profonda malinconia. La parola e il verso esprimono sfumature musicali che, secondo la poetica di Verlaine, costituiscono l'essenza stessa dell'arte poetica del suo tempo. L'autunno viene metaforicamente rappresentato come una melodia struggente: le note prolungate e dolenti dei violini infondono nel cuore del poeta un senso di estenuazione senza fine. L'autunno produce un senso di malinconia opprimente e un senso di infinita stanchezza prodotta dal vento che simboleggia la fatica di vivere. L'autunno qui non rappresenta solo una stagione, ma una fase della vita, un passaggio nel percorso che conduce alla morte, una fine ed un inizio, la malinconia e la nostalgia. Chanson d'automne venne anche utilizzata per l'annuncio dello Sbarco in Normandia alla resistenza francese, dato il primo giugno del 1955 con una frase in codice trasmessa da Radio Londra: i primi tre versi, " Les sanglots longs/des violons/de l'automne", avvertirono i francesi situati nella regione d'Orléans di compiere azioni di sabotaggio alla rete logistica tedesca nei giorni successivi. Da quel momento tutte le trasmissioni radio dovevano essere continuamente ascoltate in attesa della seconda strofa:"Blassent mon cœur/d'une longueur/monotone", che venne trasmessa il 5 giugno, e che diede il segnale che l'invasione sarebbe avvenuta entro 48 ore. Les sanglots longs Des violons De l'automne Blessent mon cœur D'une longueur Monotone. Tout suffocant Et blême, quand Sonne l'heure, Je me souviens Des jours anciens Et je pleure Et je m'en vais Au vent mauvais Qui m'emporte Deçà, delà, Pareil à la Feuille morte I singhiozzi lunghi dei violini d'autunno mi feriscono il cuore con languore monotono. Ansimante e smorto, quando l'ora rintocca, io mi ricordo dei giorni antichi e piango; e me ne vado nel vento ostile che mi trascina di qua e di là come foglia morta.
  17. " Nessuna opera d'arte erotica è una porcheria, quand'è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l'osservatore, se costui è un porco". Così scriveva uno dei più grandi artisti del Novecento, il pittore e grafico espressionista austriaco Egon Schiele. La sua pittura è caratterizzata da quella sensazione di malessere e tormento, propria di quegli artisti che come lui si trovarono a vivere quell'epoca segnata dall' inquietitudine della Prima Guerra Mondiale. Artista dall'anima particolarmente inquieta, trasmise tutto il suo tormento nelle sue opere, in cui spesso sensualità ed erotismo si mescolano con la malattia e la morte. Note di un pittore è una raccolta di poesie che Egon Schiele pubblico' sulla rivista "Aktion". Questi componimenti mettono in evidenza la sua capacità di essere anche pittore con le parole. Attimi di vita si colorano intensamente, vengono pennellati con straordinaria incisività, non soltanto sulla tela di un quadro ma anche nei versi. Egon Schiele poeta è ancora l'Egon Schiele pittore: invece di tratti schizzati, si serve di parole e osservazioni, di metafore e sinestesie che hanno lo stile emaciato ed essenziale dei suoi dipinti. Sera bagnata Ho voluto ascoltare la sera respirare fresca, gli alberi neri di temporale - dico: gli alberi neri, di temporale - poi le zanzare, lamentose, i ruvidi passi di contadini, le campane echeggianti lontano. Volevo sentire gli alberi in regata e vedere un mondo sorprendente. Le zanzare cantavano come fili metallici in paesaggio invernale, ma il grande uomo nero ruppe loro i suoni delle corde. La città eretta stava davanti a me fredda nell'acqua. Autoritratto Io sono per me e per quelli ai quali la morbosa sitibonda smania d'essere liberi tutto a mio avviso effonde, ed anche per tutti perche tutti amo - anch'io. Sono tra i distintissimi il più distinto - e tra chi rende, il massimo. - Sono umano, amo la morte e amo la vita. Il ritratto della pallida ragazza taciturna Una mia pollulazione d'amore, - sì. Anzi tutto. La ragazza venne, trovai il suo viso, il suo inconscio, le sue mani da lavoro; in lei amai tutto. Ho dovuto raffigurarla, perché guardava in quel modo e mi era così vicina. - ........................... Ora è lontana. Ora incontro il suo corpo. Gli alti alberi filavano lungo la strada. Trepidi uccelli vi pigolavano. A grandi passi con rossi occhi cattivi percorrevo le strade bagnate. Nere le nubi temporalesche rotolavano alte dappertutto - boschi d'acqua ammonitori. Baite bisbiglianti e alberi mormoranti- andavo incontro allo scuro torrente - uccelli, simili a pallide foglie al vento.
  18. Iosif Brodskij, poi divenuto Joseph Brodsky, nacque in una famiglia ebrea di San Pietroburgo, allora Leningrado. I suoi primi anni coincisero con quelli della Seconda guerra mondiale. Anche la giovinezza fu travagliata: a quindici anni abbandonò la scuola e si mise a fare il tornitore in una fabbrica, poi il dissezionatore di cadaveri con l'intenzione di diventare medico, il fuochista, il guardiano di un faro, il geologo. Una irrequietezza che tentò di sedare nutrendosi di letture e studi da autodidatta, fino ad avvicinarsi alla poesia. Nel 1961 fu arrestato da KGB per aver progettato di fuggire all'estero, ma fu rilasciato dopo pochi giorni. Nello stesso periodo fu introdotto ad alcune poetesse, in particolare, Anna Achmatova, presso il cui circolo conobbe la prima moglie Marianna Basmanova. Ma ogni cosa precipitò presto: la separazione dalla moglie, l'accusa di "parassitismo", un tentativo di suicidio, l'arresto nel 1964 e un attacco di cuore che ne mino' per sempre la salute. Nel 1964 fu condannato a cinque anni di lavori forzati, ma la sollevazione del mondo intellettuale e accademico europeo suggerì alle autorità sovietiche di sospendere la pena. Negli anni successivi la sua attività poetica iniziò ad essere sempre più conosciuta all'estero, mentre in patria fu censurato e tenuto costantemente sotto controllo fino al 1972, quando fu posto davanti alla scelta dell'emigrazione immediata oppure la reclusione in ospedale psichiatrico (dove era già stato ricoverato due volte). Decise di partire. Andò prima a Vienna, poi a Londra ed infine negli Stati Uniti, dove prese la cittadinanza, visse e insegnò fino alla morte. Nel 1987 la consacrazione, col Nobel per la letteratura. Nel 1989, per il Consorzio Venezia Nuova che gli commissionò il lavoro nacque "Fondamento degli incurabili", che Brodskij scrisse su un unico rotolo di carta. Il volume divenne subito uno tra i maggiori classici della letteratura su Venezia; tra le sue pagine brillano denunce sui "politici e i grossi interessi su Marghera, le grandi navi ( allora essenzialmente petroliere), il "ciarpame", ma anche su chi "blatera di ecologia, salvaguardia, riassetto, patrimonio culturale". E pronuncia, già nel 1989, con lucida preveggenza, una sola parola per definire tutto questo:"stupro". A Venezia Brodskij volle essere seppellito. Per oggi ho scelto delle poesie da Poesie italiane. Il sole cala. Il sole cala, ha chiuso il bar all'angolo. Si accendono i lampioni, quasi un'attrice che per farsi bella e mettere spavento si bordi gli occhi di violetto. I rintocchi del campanile che ha messo radici nel cielo veneziano: frutti che cadono senza toccare il suolo. Se esiste un'altra vita, là qualcuno si occupa della raccolta di queste cose. Tra poco tempo, credo, ne saprò di più. Qui, dove tanto seme è stato versato, e lacrime estasiate e vino, in un vicolo del paradiso terrestre io sto di sera, e aspiro con la gomma raggrinzita dei polmoni l'aria pulita, l'aria autunno-invernale, rosa per i tetti di mattoni - l'aria locale di cui non puoi saziarti, soprattutto se fai le cose all'ultimo momento della vita. L'aria che odora di gabbie liberate del tempo. Scrivo questo versi, seduto all'aperto Scrivo questo versi seduto all'aperto su una sedia bianca, d'inverno, con la sola giacca addosso, dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi con frasi in madrelingua. Nella tazza si raffredda il caffè. Sciaborda la laguna, punendo con vento minimi sprazzi la torbida pupilla per l'ansia di fissare nel ricordo questo paesaggio, capace a fare a meno di me. Dalla sezione Strofe veneziane I I Fradicia stanga del pontile. Vi è legata triste una giumenta che agita nel buio la criniera resistendo al sonno. Le chiavi di violino delle gondole dondolano, emettendo silenzio ognuna per suo conto. Quanto più il Moro è fiducioso, tanto più nera è la carta di parole. E la mano, per raggiungere un collo troppo corta, sgualcita dalle dita di Jago stringe al viso il merletto d'un fazzoletto di pietra. II Le rive sono deserte, la piazza è vuota. Più volti alle pareti del caffè che nel caffè stesso; una fanciulla in pantaloni di seta suona un liuto a un Mustafà vestito come lei. Secolo decimonono! Nostalgia d'Oriente! Posa dell'esule sulla roccia! È come un globulo bianco nel sangue traspare la luna nelle opere dei cantori, che bruciano di tisi, ma dicono che è amore. III Nessuno ha nulla da fare qui, la notte. Né un'ugola d'oro né la la dolce Duse. Batte un tacco solitario sull'acciotolato. La vostra ombra, come un tremante carbonaro, si allontana da noi sotto il fanale ed aspira vapore. Di notte noi parliamo col nostro stesso eco: il fiato caldo inzacchera il vetro trasudato di quest'acquario in marmo, vuoto l'ideale per ogni risonanza. IV Oltre le scaglie d'oro delle finestre emerse dal canale, è un olio in cornice di bronzo, un pezzo di pianoforte, una casa. Questo celano dietro le tende tirate la perca e il cefalo, sbatacchiando le branchie. E se per caso incontri una dea con nulla addosso sotto un soffitto, ti gira la testa, e gli ingressi con il palato che un lume infiamma d'angina si spalancano a pronunciare un <<a>>. V Un tempo qui i colpi di coda, guizzi, e in tondo torcendosi in fregola, le coppie balzavano di sbieco nell'ovale dello specchio, e che emozione sotto il domino lo scollo bianco e fondo! Come turba lo scirocco la laguna. Gonne visi pantaloni si mischiano in zuppe tiepolesche. Dove sono finiti i pulcinella, gli arlecchini, le maschere, le tresche? VI Così all'Opera lenti si spengono i lumi, così a notte le cupole calano come meduse di volume, così si stringe, avvitandosi, la calle-anguilla, e s'appiatta la piazza-razza. E raccoglie i pettini caduti da capelli cotonati di donna per le proprie figlie Nereo, ma lascia intatte le perle gialle dei lampioni stradali. VII Così tacciono le orchestre. La città è come lo sforzo dell'aria di trattenere sull'orlo del silenzio l'ultima nota, e si ergono, come leggii ravvicinati, palazzi mal rischiarati. Solo una stella azzarda in falsetto tra le linee del telegrafo là dove dorme di un sonno profondo il cittadino di Permi'. Ma l'acqua applaude, e la riva pare brina posata su un doremi'. VIII La notte, moltiplicata dal mare per due, non dà folla di zeri, cioè folla di uomini, anche se i loro volti, a dir la verità, più bianchi si fanno. Voglia di spogliarsi, gettare la corazza di panno, crollare sul letto, stringersi ad ossa vive come a uno specchio ardente, dalla cui superficie nessun dito potrà più scrostarvi.
  19. Non è per niente facile scrivere poesie d'amore, perché il rischio di scadere nella banalità, nel ridicolo o nell'affettazione è dietro l'angolo. Probabilmente è più facile verseggiare sui colori della natura, sulla vita e la morte, sulle crisi interiori e la solitudine sofferti, che non sulla persona amata. Capita di rado di leggere versi d'amore in grado di esprimere qualcosa di significativo e vibrante, mentre è più facile imbattersi in composizioni che, al di là di una loro apparente gradevolezza, sono in realtà incapaci di destare un vero coinvolgimento. Ma Pedro Salinas, uno dei maggiori rappresentanti della "generazione del'27", è riuscito a distinguersi tra tutti per la capacità di trasporre i sentimenti in versi in un modo veramente unico e originale, oltre che incredibilmente intenso. Le sue scelte espressive si muovono all'interno di schemi convenzionali operando delle lievi e sottili trasformazioni, e in questo modo riescono a sviluppare un discorso nuovo e personale senza entrare in rottura con la tradizione. La voce a te dovuta, pubblicata nel 1933, è composta da settanta poesie dedicate alla stessa donna, una sorta di canzoniere amoroso che trasuda passione e sensualità da ogni verso. Sono componimenti autonomi e senza titolo, non legati tra loro da una successione temporale, che però concorrono a formare un discorso unitario, tutto incentrato sulla ricerca di una forma d'amore che possa trascendere i limiti imposti dal tempo e dalla realtà contingente. Le poesie furono dedicate ad una donna vera, reale. Si trattava dell'americana Katherine Whitmore; un amore in realtà adultero, e quindi proprio per questo nominabile solo attraverso un gioco di pronomi nei versi poetici, che serviva a sottacere la vera identità dell'oggetto dei desideri. Gli incontri erano sporadici e fugaci, abitando lei in un altro continente, ma alimentati da una fitta corrispondenza epistolare. Una relazione per molti aspetti problematica e affannata, oltre che passionale, destinata a concludersi nel giro di alcuni anni. Salinas cercava di creare un mondo parallelo che alimentasse e tenesse vivo questo amore clandestino. Essendo lui già spostato, non poteva offrire una vita reale all'amante americana (causa anche la fragilità della moglie, che scoperta la relazione aveva tentato il suicidio), ma in cambio creò per lei un mondo alternativo fatto di carta, versi poetici e lettere. È un mondo di privazioni e ombre, da cui traspare il fragile e nello stesso tempo ostinato desiderio di mantenere attiva una relazione che si sa, comunque, destinata a finire. Ed infatti finì, proprio nell'attimo in cui Katherine decise di sposarsi con un altro uomo. Me estoy labrando tu sombra. La tengo ya sin los labios, rojos y duros: ardían. Te los habría besado aún mucho más. Luego te paso los brazos, rápidos, largos, nerviosos. Me ofrecían el camino para que yo te estrechara. Te arranco el color, el bulto. Te mato el paso. Venías derecha a mí. Lo que más pena me ha dado, al callartela, es tu voz. Densa, tan cálida, más palpable que tú cuerpo. Pero ya iba a traicionar nos. Así mi amor está libre, suelto, con tu sombra descarnada. Y puedo vivir en ti sin temor a lo que yo más deseo, actualmente beso, a tus abrazos. Estar ya siempre pensando en los labios, en la voz, en el cuerpo, que yo mismo te arranqué para poder, ya sin ellos, quererte. ¡ Yo, que los quería tanto ! Y estrechar sin fin, sin pena - mientras se va inasidera, con mi gran amor detrás, la carne por su camino - tú solo cuerpo posible: tú dulce cuerpo pensado Sto modellando la tua ombra. Le ho già tolto le labbra, rosse e dure: bruciavano. Te le avrei baciate ancora molte volte. Ti fermo poi le braccia, lunghe, nervose, rapide. Mi offrivano la via perché io ti stringessi. Ti strappo il colore, la forma. Ti uccido il passo. Venivi dritta verso di me. Ciò che più mi ha fatto soffrire, quando l'ho messa a tacere, è la tua voce. Densa, calda, più palpabile del tuo corpo. Ma stava ormai per tradirci. Così il mio amore è libero, affrancato, con la tua ombra spoglia di carne. E posso vivere in te, senza temere ciò che desidero di più, il tuo bacio, i tuoi abbracci. Non pensare ormai ad altro che alle labbra, alla voce, al corpo che io stesso ti ho sottratto per potere, senza di loro infine, amarti. Io, che li amavo tanto. E stringere all'infinito, senza pena - mentre se ne va inafferrabile, e dietro a lei il mio grande amore, la carne per il suo cammino - il tuo solo corpo possibile: il tuo dolce corpo pensato.
  20. Charles Bukowski giocò a fare l'anticonformista per tutta la vita. Conosceva bene la letteratura europea e amava il filone " maudit " ("il maledettismo") inaugurato da Baudelaire. Ammirava la letteratura elegante di Checov, e quella tenebrosa di Kafka. La sua scrittura è di tipo giornalistico: è fatta di frasi brevi, secche e non risparmia nulla al lettore. Bukowski adora "épater le bourgeois" (sorprendere e scandalizzare il lettore borghese) in un tempo in cui le buone maniere erano considerate e praticate con quasi consapevole ipocrisia. Insomma la letteratura di Charles Bukowski non è per stomaci delicato e neanche per spiriti morbosi. Il suo sarcasmo, la sua ossessione per il sesso, la sua semplicità di vita (donne, alcol e brutalità), sono modi estremi di raffigurare un malessere di fondo per la ben maggiore brutalità nascosta nella vita corrente. Il sistema tritura le personalità, azzera le coscienze, umilia l'uomo, però crea ricchezza materiale e quindi non la si critica a dovere. Lo stesso Bukowski se vuole sopravvivere scrivendo deve piegarsi alle leggi del mercato, leggi che lui sfrutta al massimo raddoppiando la produzione di volgarità. Ma nella sua produzione c'è una dilatazione della protesta e dello sberleffo verso un conservatorismo, quello decretato dal puritanesimo americano, che robotizzano l'uomo decerebrandolo. Bukowski urla il suo sdegno senza riuscire a prenderlo sul serio. È una rabbia la sua che esplode a seguito di una provata impotenza ad incidere nel tessuto del sistema. Sente di essere un emarginato e si emargina ancora di più. Ma da lì, che è un posto privilegiato di osservazione, lo scrittore lancia di tutto contro la società che di fatto non lo vuole, che non vuole ribaltamenti, non vuole turbamenti, teme l'ignoto, è attaccata alle convenzioni, alle tradizioni. A tutto ciò egli risponde con l'anarchia, l'improvvisazione, il sarcasmo, il rutto e l'ira. Displaced Burning in hell this piece of me fits in nowhere as other people find things to do with their time places to go with one another thing to say to each other. I am burning in hell some place north of Mexico. flowers don't grow here. I am not like other people other people are like other people. they are all alike: joining grouping huddling they are both gleeful and content and i am burning on hell. my heart is a thousand years old I am not like other people. I'd die on their picnic grounds smothered by their flags slugged by their songs unloved by their soldiers gored by their humor murdered by their concern. I am not like other people I am burning on hell. the hell of my self. Brucia all'inferno questa parte di me che non si trova bene in nessun posto mentre le altre persone trovano cose da fare nel tempo che hanno posti dove andare insieme cose da dirsi. Io sto bruciando all'inferno da qualche parte nel nord del Messico. Qui i fiori non crescono. Non sono come gli altri gli altri sono come gli altri. Si assomigliano tutti: si riuniscano si ritrovano si accalcano sono allegri e soddisfatti e io sto bruciando all'inferno. Il mio cuore ha mille anni. Non sono come gli altri. Morirei nei loro prati da picnic soffocato dalle loro bandiere indebolito dalle loro canzoni non amato dai loro soldati trafitto dal loro umorismo assassinato dalle loro preoccupazioni. Non sono come gli altri. Io sto bruciando all'inferno. L'inferno di me stesso.
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