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Seija

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Everything posted by Seija

  1. Cristina Campo è una delle voci poetiche più alte del Novecento. Nasce a Bologna nel 1953 e per via di una malformazione cardiaca congenita vive appartata con due genitori in apprensione perenne. Non gioca con gli altri bambini e non frequenta la scuola. Studia a casa, legge moltissimo: Omero e Shakespeare, Leopardi e Dante, Le mille e una notte, la Bibbia. E le fiabe, specialmente quelle francesi. È attratta dai loro simboli da bambina, ne scriverà da adulta esplorandone la profondità. A casa i classici si leggono in lingua originale, così impara francese, tedesco, inglese, spagnolo. Il russo no, ma legge anche i russi. La famiglia nel 1925 si trasferisce prima a Parma e poi a Firenze, ambiente dove si forma grazie anche alle amicizie con il germanista Leone Traverso ( con cui ebbe una relazione sentimentale ), Mario Luzi ( amore segreto perché già sposato), Gianfranco Draghi, Margherita Pieracci Harwell e Gabriella Bemporad. Con molti amici mantiene rapporti epistolari che tengono vivo il dialogo a distanza ma svelano anche il suo universo culturale e personale, che per lei coincidono. Altra amicizia significativa è quella con Anna Cavalletti; in lei Cristina vede il suo doppio, la riconosce sorella. L' amica però muore tragicamente nel 1943 sotto un bombardamento. Cristina ha un' indole solitaria, rifugge la mondanità, i riconoscimenti e il mercato letterario. Ha in orrore la massificazione, l' omogeneità e la perdita di senso che comportavano. Diceva di sé " ha scritto poco, e le piacerebbe avere scritto meno". Era in cerca di perfezione, un' ossessione sia nella scrittura che nella vita. Non solo sulla pagina è esatta, pulita, ma anche nei gesti quotidiani, nello stile di vita trattenuto. Non le interessano gli orpelli e abbellimenti, la parola coincide con il suo significato più profondo e risplende da sé. Vale anche per le traduzioni: John Donne, Virginia Woolf, Katherine Mansfield, ma soprattutto Hugo Von Hofmannsthal e Simone Weil, punti fermi nel suo universo letterario. Con Draghi fonda la posta letteraria del Corriere dell'Adda su cui pubblica i primi saggi. Nelle sue pagine appaiono Alda Merini e Mario Luzi, ma si dà spazio anche agli stranieri, da Machado a Pound. In questo periodo viaggia, ma si stanca presto. Con il tempo il suo mondo fisico si riduce sempre più fino a coincidere con la camera dove, tormentata dall' insonnia, scrive e traduce fino a tardi, lima e lucida parole. Nel 1955 segue la famiglia a Roma, dove nonostante ci metta tempo ad ambientarsi stringe nuovi sodalizi. Conosce Margherita Dalmati, Maria Zambrana, Elsa Morante, Ignazio Silone e Corrado Alvaro. Cristina è assorbita dall'assistenza alla madre malata, scrive poco o niente, ma si interessa alla causa di Danilo Dolci in Sicilia e mobilita tutti gli amici per sostenerlo. Nelle questioni si butta a capofitto, dalla lotta per l' indipendenza di Cipro, al massacro dei Watussi alla cagnetta Laika spedita nello spazio. Al trasporto per le grandi cause accosta l'attenzione per gli individui. Nel 1957 incontra Elemire Zolla che è legato a Maria Luisa Spaziani ma il divorzio non è concepibile e una relazione con un uomo sposato è disdicevole. Eppure i due trovano il modo di frequentarsi e poi anche convivere. Nell'ultima parte della sua vita l' interesse per la poesia trova uno sbocco spirituale con la conversione alla religione cattolica e l'amore per la liturgia. Quando il Concilio Vaticano II abolisce la messa latina, torna alla tradizione ortodossa e si batte per ripristinare il rito tradizionale. Ha 53 anni quando una delle tanti crisi cardiache la strappa alla vita. La neve era sospesa tra la notte e le strade La neve era sospesa tra la notte e le strade come il destino tra la mano e il fiore. In un suono soave di campane diletto sei venuto... Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale. Oh tenera tempesta notturna, volto umano! ( Ora tutta la vita è nel mio sguardo, stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude ). Si ripiegano i bianchi abiti estivi Si ripiegano i bianchi abiti estivi e tu discendi sulla meridiana, dolce Ottobre, e sui nidi. Trema l' ultimo canto nelle altane dove sole era l' ombra e ombra il sole, tra gli affanni sopiti. E mentre indugia tiepida la rosa l' amara bocca già stilla il sapore dei sorridenti addii. Oltre il tempo, oltre un angolo Troppe cose hanno accolto le tue palpebre l'attenzione t' ha consusato le ciglia. Troppe vie t' hanno ripetuta, stretta, inseguita. La città da secoli ti divora ma per te travede, sogno e sfacelo, di luci e piogge, lacrime senili sulla ragazza che passa febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo. Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto, la ronda della piscina di Siloè con i cani, gl' ibridi, gli spettri che non si sanno e tu sai radicati con te nel glutine blu dell' asfalto e credono al tuo fiore che avvampa, bianco _ perché tutti viviamo di stelle spente.
  2. Oggi è tristemente nota come "l' isola dei dannati", un tempo fu la terra madre della lirica monodica, poesia sviluppatasi intorno al VI secolo nell'isola di Lesbo. Secondo il mito fu la testa del cantore Orfeo ( che era stato decapitato dalle donne di Tracia), sospinta dal mare fino alle spiagge di Lesbo, e qui sotterrata a rendere l'isola la culla della poesia lirica. L'isola si accompagna ancora oggi alla fama di Saffo e Alceo, i massimi esponenti della Grecia arcaica di lirica eolica. La loro poesia nasce per rispondere alle esigenze culturali di circoli aristocratici ed elitari, decisamente esclusivi: la comunità femminile del tiaso e i" banchetti degli amici" d' eteria. I due poeti cantavano e rappresentavano due volti di una società, a cavallo tra il VII e il VI secolo a. C., ricca, colta e inficiata da dinamiche politiche: poetessa d'amore Saffo, compositore civile e politico Alceo. La letteratura antica testimonia, anche se in maniera controversa, di un legame biografico fra Alceo e Saffo, e di una presunta passione dell'uomo per la donna. Quello che è certo è che fra i due esisteva una differente interpretazione della figura di Elena di Omero. Alceo la condanna in modo irreversibile perché la giudica fedifraga e adultera, non soltanto del marito, ma anche di valori etici e sociali. La lealtà al marito e alla patria erano i valori fondamentali della mentalità omerica. Saffo, invece, giustifica e perdona la donna perché, vittima di Afrodite, scelse la cosa più bella, cioè il suo amore, scatenando la guerra. La querelle la iniziò sicuramente Alceo con due poesie su Elena. Elena e Thetis È fama che da te per le tue colpe, Elena, a Priamo ed ai suoi figli venne amara pena, e Zeus diede alle fiamme la sacra Ilio. Non tale il figlio d' E'aco, illustre eroe, che alle nozze invitò tutti i beati, dalle stanze di Nereo portò via tenera sposa in caso di Chirone: egli alla vergine sciolse il cinto, e così fiorì l'amore tra Peleo e la Nereide più bella. In capo ad un anno le nacque un figlio, il semidio più forte, gagliardo auriga di cavalle saure: per Elena così caddero i Frigi e cadde tr**a. La follia di Elena (Afrodite) E sconvolse nel petto il cuore a Elena d'Argo, che folle per l'eroe troiano traditore degli ospiti con lui fuggì per mare, e in casa abbandonò la figlia e il talamo sontuoso del marito; indotta a cedere nell'animo all'amore, lei che nacque da Leda e Zeus. ... follia ... e molti dei fratelli ha il nero suolo della piana di tr**a, uccisi in guerra a causa sua, tra i carri rovesciati nella polvere, molti guerrieri dallo sguardo vivido giacquero calpestati, atroce gioia al chiaro Achille. A queste due poesie rispose Saffo con la famosa La cosa più bella-L'amore di Elena. Dicono che sopra la terra nera la cosa più bella sia una fila di cavalieri, o di ospiti, o di navi. Io dico : quello che s'ama. Chiunque può capirlo facilmente: colei che superava di molto tutti i mortali per bellezza, Elena, abbandonò lo sposo e il più eccellente degli uomini _ e fuggì a tr**a per mare. Dimenticò la figlia, dimenticò i cari genitori. Fu Afrodite a sviarla. .... Così ora mi torna alla mente Anattoria lontana. Oh, preferirei rivedere il suo amabile passo, il candore splendente del viso, piuttosto che i carri dei Lidi e battaglie di uomini in armi.
  3. La bellezza nella semplicità, questa è la poesia di Sergej Esenin, poeta russo nato a Konstantinovo nel 1895 e morto suicida a Leningrado nel 1925, a soli 30 anni. Bellissimo, romantico, bisessuale, spregiudicato capace di usare sia uomini che donne per raggiungere le sue mete, cerca appoggio presso uomini influenti. Dotato di una personalità romantica, Esenin si innamora di frequente, tanto che arriva a sposarsi per ben 5 volte. Allo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre Sergej sostiene la rivoluzione credendo che avrebbe comportato una vita migliore, ma ben presto si disillude arrivando persino a criticare il governo bolscevico. Nel 1918 fonda una propria casa editrice " Compagnia lavorativa moscovita degli artisti della parola". Nel 1921 mentre visita lo studio di un pittore conosce la celebre ballerina americana Isadora Duncan, che diventa la sua terza moglie. Isadora ha 17 anni più di lui e non conosce una parola di russo e Sergej non conosce l'inglese, ma l'incontro riempie per mesi la sua poesia; la vita con la ballerina è tormentata e difficile, piena di stravaganze e scandali. Esenin accompagna la celebre moglie in tournée in Europa e negli Stati Uniti. La Duncan approfitta del giovane marito spesso ubriaco e drogato, che faceva notizia con le due crisi di rabbia, per ravvivare la sua notorietà in declino. Il matrimonio dura poco. Nel 1925 sposa la sua quinta moglie, Sofia Andreevna Tolstaja, nipote di Lev Tolstoj. La moglie cerca di aiutarlo, ma Sergej non riesce ad evitare un esaurimento nervoso. Nel novembre 1925 è ricoverato in un ospedale psichiatrico dove resta per un mese. Viene dimesso per Natale, ma due giorni dopo si taglia un polso e scrive con il suo sangue la sua ultima poesia, che rappresenta il suo addio al mondo. Si impicca nella stanza di un albergo a San Pietroburgo il giorno dopo. Leggere le poesie di Esenin graffia anima e nervi, provocando piccole, livide ferite. I suoi versi ipnotizzano e straziano, illuminano e gettano nel profondo dove buio e silenzio regnano. La vita è comunque protagonista assoluta, anche quando è negata, assente, anche quando sembra giunta ad una fine già scritta, predestinata. Definito poeta contadino per le due origini rurali, Esenin fece sempre riferimento nei propri componimenti alla Sua Russia, quella terra fatta di cavalli, capanne, villaggi e ricordi. Una Russia davvero madre, riferimento assoluto, porto nel quale tornate e da amare comunque, anche nel cambiamento. Quello di Esenin è il percorso di chi ama la vita e dalla vita viene sopraffatto, in una caduta libera che lo porta a soffrire di allucinazioni e a tentare più vite il suicidio. Sul piatto azzurro del cielo Sul piatto azzurro del cielo C'è un fumo melato di nuvole gialle, La notte sogna. Dormono gli uomini, L' angoscia solo me tormenta. Intersecato di nubi, Il bosco respira un dolce fumo. Dentro l' anello dei crepacci celesti Il declivio tende le dita. Dalla palude giunge il grido dell' airone, Il chiaro gorgoglio dell' acqua, E dalle nuvole occhieggia, Come una goccia, una stella solitaria. Potere con essa, in quel torbido fumo, Appiccicare un incendio nel bosco, E insieme perirvi come un lampo nel cielo. Confessione di un teppista Non tutti possono cantare. Non a tutti è dato cadere Come una mela ai piedi degli altri. È questa la più grande confessione Che possa fare un teppista. Vado a bella posa spettinato, Col capo, come un lume a petrolio, sulle spalle. Mi piace rischiarare nelle tenebre Lo spoglio autunno delle anime vostre. Mi piace che i sassi dell' ingiuria Mi volino addosso, come grandine Di ruttante bufera. Allora stringo solo con le mani più forte La bolla dondolante dei capelli. Ma è così dolce allora ricordare Lo stagno erboso e il fioco stormire dell' alno, Che ho un padre e una madre lontani, Cui non importa di tutti i miei versi, Cui son caro, come un campo e la carne, Come la pioggerella, Che a primavera fa soffici i verdi. Loro verrebbero a infilzarvi Con le forche per ogni vostro grido Scagliato contro di me. Poveri, poveri contadini! Siete certo imbruttiti, E temete il Signore E le viscere palustri. Oh! poteste capire Che vostro figlio È il miglior poeta di Russia! Non vi brinava sul cuore Per la sua vita, Quando coi piedi nudi si bagnava Nelle pozze autunnali? Ora invece cammina in cilindro E scarpe di vernice. Ma vive ancora in lui l' antica foga Del monello campagnolo, Che ogni cosa vuoi rimettere a posto Ad ogni mucca sulle insegne di macelleria Egli manda un saluto di lontano. E incontrando in piazza i vetturini E ricordando l'odore del letame Dei campi natali, È pronto a reggere la coda a ogni cavallo, Come lo strascico d' un abito nuziale. Amo la patria, Amo molto la patria! Anche se copre i suoi salici Rugginosa mestizia. Mi son cari i grifi imbrattati dei maiali E nella quiete notturna la voce Risonante dei rospi. Dei ricordi d' infanzia, Sogno la bruma Delle serate umide d' aprile Il nostro acero pareva Si fosse accoccolato a riscaldarsi Al falò del tramonto. Oh, quante uova rubavo ai nidi dei corvi, Arrampicandomi sui rami! È sempre lo stesso, anche ora, Con la sua cima verde? La sua corteccia è dura come allora? E tu, mio prediletto Fedele cane pezzato?! Per la vecchiaia ora sei stridulo e cieco Ed erri nel cortile, Trascinando la coda penzolante, Senza più riconoscere al fiuto Dove sia la porta e la stalla. Oh, come mi son care quelle birichinate, Quando, rubato alla mamma un cantuccio di pane, Lo mordevo insieme uno alla volta, Senza lasciare cadere una briciola L' uno all'altro. Io non sono mutato. Nel mio cuore non sono mutato. Come fiordaliso nella segale, Gli occhi fioriscono nel volto. Stendendo stuoie dorate di versi, Ho voglia di dirvi una tenera parola Buona notte! A voi tutti buona notte! Più non tintinna nell'erba del crepuscolo La falce del tramonto. Quest'oggi ho tanta voglia di pisciare Dalla finestra mia contro la luna. Luce azzurra, luce sì azzurra! In quest'azzurro persino morire Non duole. Ebbene, che importa Se ho l'aspetto d' un cinico Che si è agganciato al sedere un fanale. Vecchio, buon Pegaso spossato, Ho forse bisogno del tuo morbido trotto? Son venuto come un servo maestro A decantare e celebrare i topi. La mia testa, come agosto, Si effonde in vino di capelli ribelli. Ho voglia d'essere una gialla vela Per il paese verso cui navighiamo. Arrivederci, amico mio, arrivederci Arrivederci, amico mio, arrivederci, Tu sei nel mio cuore Una predestinata separazione Un futuro incontro promette. Arrivederci, amico mio, Senza strette di mano e parole, Non rattristarti e niente Malinconia sulle ciglia: Morire in questa vita non è nuovo, Ma più nuovo non è nemmeno vivere.
  4. Le poesie di Nazim Hikmet richiamano spesso alla mente passaggi lirici e retorici alternativi con epopee narrative che mostrano eventi di un passato lontano o per evocare quelli provenienti dalla vita diretta dell'autore. La poesia Prima che bruci Parigi richiama tantissimi paesaggi e motivi romantici, focalizzando nella mente del lettore precisi momenti, situazioni e talvolta emozioni. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore finché il mio cuore è sul suo ramo vorrei una notte di maggio una di queste notti sul lungosenna Voltaire baciarti sulla bocca e andando poi a Notre-Dame contempleremmo il suo rosone e a un tratto serrandoti a me di gioia paura stupore piange resti silenziosamente e le stelle piangerebbero mischiate alla pioggia fine. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore finché il mio cuore è sul ramo in questa notte di maggio sul lungosenna sotto i salici, mia rosa, con te sotto i salici piangenti molli di pioggia ti direi due parole le più ripetute a Parigi le più ripetute, le più sincere fischietterei una canzone e crederemmo negli uomini. In alto, le case di pietra senza encavi né gobbe appiccicate coi loro muri al chiar di luna e le loro finestre dritte che dormono in piedi e sulla riva di fronte il Louvre illuminato da noi due il nostro splendido palazzo di cristallo. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore finché il mio cuore è sul ramo in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi ci siederemmo sui barili rossi di fronte al fiume scuro della notte per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa - verso il Belgio o verso l'Olanda? - davanti alla cabina una donna con un grembiule bianco sorride dolcemente. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore.
  5. Umberto Saba cominciò a scrivere in un periodo in cui imperavano dannunzianesimo e Futurismo, ma non si lasciò mai tentare dalle mode e dai miti letterari rimanendo sempre legato ad una concezione molto personale della poesia. Saba faceva della semplicità l'idea portante non solo formale, ma anche ideologica della sua poetica, che si fonda sulla celebrazione del quotidiano, sull'adozione di un linguaggio dimesso: "parole senza storia". Il linguaggio degli "umili" è l'unico modo di fare "poesia onesta"dichiarò egli stesso. La poesia Ulisse è tratta dalla raccolta Mediterranee (1946). Saba ripropone qui il mito di Ulisse associando il suo " viaggio "a quello dell'eroe omerico. Tema centrale è la ricerca, continua e perenne non dell'approdo, ma della "verità". Il mare diventa il suo regno e qui scopre l'intramontabile amore per la vita, un doloroso amore per la vita. Il poeta è consapevole che la vita è intrisa di dolore, ma che solo a questa condizione è vita vera, che proprio per questo vale la pena di amarla. Nella giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate. Isolotti a fior d'onda emergevano, ove raro un uccello sostava intento a prede, coperti d'alghe, scivolosi, al sole belli come smeraldi. Quando l'alta marea e la notte li annullava, vele sottovento sbandavano più a largo, per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore.
  6. Poeta molto prolifico, Ghiannis Ritsos nacque nel 1909 a Monemvassia, villaggio del Peloponneso meridionale; si era sempre definito un "artigiano della parola": interrotti gli studi a 18 anni per la rovina della sua agiata famiglia e un principio di tisi, fu ballerino di avanspettacolo e correttore di bozze, partigiano durante la seconda guerra mondiale e deportato durante il regime dei colonnelli. L' opera poetica di Ritsos mette al centro l' uomo, trovando questo antropocentrismo nel retaggio di tutta l'arte classica greca. L' uomo è capace di orrori indicibili, e lo testimoniano la lotta al nazifascismo, la guerra civile, le divisioni, e al contempo in grado di alte realizzazioni. Allora ecco lo scopo del poeta secondo Ritsos: sperare, affidare a questo rischio le proprie parole, credere possibile un mondo migliore, dominato dalla bellezza. È una follia, come ammetteva lo stesso poeta, ma i poeti devono essere " eterni inconsolabili consolatori del mondo" . Azzurrita' Non scordiamoci mai - disse - i buoni insegnamenti, quelli dell'arte greca. Sempre l'azzurro di fianco al quotidiano. Di fianco all' uomo: l' animale e l'oggetto - un braccialetto al braccio della dea nuda; un fiore caduto al suolo. Ricordate le belle raffigurazioni sui nostri vasi di terracotta - gli dei con gli uccelli e animali, e insieme la lira, un martello, un pomo, la cassa, le tenaglie; oh, e quella poesia in cui il dio, finito il suo lavoro, tira dal fuoco i mantici, raccoglie gli attrezzi uno per uno nella sua cassa d'argento; poi, con una spugna, s' asciuga il viso, le mani, il collo muscolo e l'irsuto petto. Così, pulito e ordinato, esce la sera, appoggiandosi sulle spalle degli adolescenti d' oro - opera delle sue mani dotate di forza, pensiero e voce; esce per strada, più maestoso di tutti, il dio claudicante, il dio lavoratore. Scolorimento Più passa il tempo e più ingrandisce il mare. Contemporaneamente perde i suoi colori, le cime si spezzano una a una. Innumerevoli ancore arrugginiscono sulla terraferma. Quella che chiamano libertà che non fosse perdita? E che sia la perdita l' unico guadagno? Dopo né perdita né guadagno. Niente. Le luci della dogana e della taverna sul mare spente. Solo la notte con le sue stelle false. Gomitolo di piume Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai. Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto, gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani sui ginocchi, mettendo in mostra provocante i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così - dicevi; ricordami così coi piedi sporchi; coi capelli che mi coprono gli occhi - perché ti vedo più profondamente così. Dunque, come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così sotto i bianchissimi meli in fiore in nessun paradiso. Il valore delle cose nude Ridirai la stessa parola nuda quella per la quale hai vissuto e sei morto per la quale sei risorto ( quante volte? ) proprio per nulla. Così tutta la notte tutte le notti sotto le pietre sillaba a sillaba come la fontana che gocciola nel sonno dell'assetato goccia a goccia ancora e ancora sotto le pietre tutte le notti contate sulle dita semplicemente come quando dici : ti amo così semplicemente respirando davanti alla finestra << li - ber - ta' ! >>
  7. Paul Celan è tra i poeti più profondi e complessi del Novecento. Per tutta la vita si confronto' con la "sentenza" di Theodor W. Adorno sull'impossibilità di scrivere poesie dopo Auschwitz, lottando fino allo stremo delle forze per affermare il riconoscimento della propria opera, con cui intendeva restituire voce a chi non ne aveva più. La poesia Todesfuge/Fuga di morte è forse la sua più famosa e rappresenta un'emblema dell'elaborazione poetica dell'Olocausto. Scritta nel 1945, finì poi nel suo primo libro noto "Papavero e memoria ", dove il papavero stata per oblio. L' accusa da sempre rivolta a Celan è l'oscurità, ricercata da lui volutamente, col suo linguaggio audace e delicato, visionario, come le sue immaginose metafore e le sue cicliche ripetizioni. Fuga di morte è il più tremendo atto di accusa contro gli sterminatori degli ebrei. Celan adotta lo schema musicale ( Bach ) della fuga, a 4 voci ( le strofe ), con monotonia ossessiva, ma in ogni strofa aggiunge temi nuovi, usando l' iterazione, l' accumulo, il crescendo. L'aguzzino , l'intellettuale, legge Goethe e scrive una lettera, intanto organizza lo sterminio di un gruppo di ebrei. Ecco dunque la contrapposizione tra la bionda ariana Margarete con l'ebrea Sulamith, i cui capelli finiranno in cenere nel forno crematorio. Negro latte dell'alba noi lo beviamo la sera noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte noi beviamo e beviamo noi scaviamo una tomba nell'aria chi vi giace non sta stretto Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d' oro Margarete egli scrive egli s'erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare Negro latte dell' alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera noi beviamo e beviamo Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d' oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell'aria chi vi giace non sta stretto Egli grida puntate più a fondo nel cuor della terra e voi altri cantate e suonate egli estrae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri voi puntate più in fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera noi beviamo e beviamo nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Maestro di Germania grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell'aria così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio la morte è un Maestro di Germania noi ti beviamo la sera come il mattino noi beviamo e beviamo la morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell'aria egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Maestro di Germania i tuoi capelli d'oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith
  8. Poeta dai toni accesi e dalla ostentazione verbale, ma al tempo stesso di una tristezza disincantata ed elusiva, Corrado Govoni percorse con originalità il complesso universo che si andava muovendo intorno alla "nuova poesia", sorta nella prima quindicina del XX secolo. La sua esperienza letteraria si contraddistingue per uno spiccato eclettismo poetico: simbolismo-liberty di stampo dannunziano, crepuscolarismo, vocianesimo, Futurismo. Govoni passa attraverso tutte le stazioni della passione lirica italiana del primo Novecento, << senza però che mai l'adozione di una tendenza comporti il netto superamento delle precedenti.>> Charlot Con la tua bombetta all'idrogeno piena d'uova di pasqua e canarini; con la tua finanziera rattoppata che hai nelle tasche i resti dell'aquilone impiccato al lampione del sobborgo per rumoroso vertebrato fazzoletto; con la tua giannettina di rabdomante, scettro di re in esilio, bastone del vescovo pazzo, vincastro del pastore; con le tue scalcagnate scarpe buone da far bollire nella pentola nei giorni della carestia; pagliaccio schiaffeggiato dai milioni: girerai sempre l'ironico disco della luna dei poveri col tuo tacco di eterno vagabondo, usignolo fischiato dal silenzio, sull'ipocrito cuore del mondo. La trombettina Ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera quella trombettina di latta azzurra e verde, che suona una bambina camminando scalza, per i campi. Ma, in quella nota sforzata, ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi, c'è la banda d'oro rumoroso, la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini. Come, nello sgocciolare della gronda, c'è tutto lo spavento della bufera, la bellezza dei lampi e l'arcobaleno; nell'umido cerino d'una lucciola che si sfalda su una foglia di brughiera tutta la meraviglia della primavera. Siepe All'odore crudele che viene dalle spine della siepe il tuo sangue amareggia l'amore, e ti diventan gli occhi una luce cattiva pigiata. Sulla tua statua che cammina aprendo una nuova strada nel vento invano battono le mie parole come gocce di rugiada da me scossa. Prego l'erba dell'argine ti venga incontro con la lampada avvelenata del gigaro per far soffrire la tua bocca rossa. Il palazzo dell'anima Triste dimora! Aborti nelle fiale, rachitici e verdastri. Sorridenti bambole sparse ovunque. Sofferenti in vasi d'ambra fior di digitale. Campane di cristallo su agonie di cera, rose maschere di seta annegate nell'acqua ovale inquieta degli specchi, malinconie impagliate. Laggiù la città bianca col suo rombo d'api e il suo fiume di ardente piombo, come un pallido sogno di morfina. Oh crepuscoli tristi d' anilina sulle mura echeggianti di fanfare! Da una finestra si scorge il mare.
  9. L' esistenza di Sara Teasdale trascorse fra problemi di salute che non le permisero di frequentare regolarmente una scuola pubblica e amori che credeva eterni, ma che non erano per lei. Scoprì tardi ( quattro anni prima del suicidio ) la sua omosessualità, che forse rimase latente per troppi anni trasformandosi in un fardello troppo pesante per la sua fragile mente. Cominciò a scrivere durante gli anni dell' adolescenza. La sua prima pubblicazione è datata 1907, ma scrisse molte liriche che vennero date alle stampe soprattutto nel decennio successivo e che la fecero conoscere per l'intensità dei versi. Nel 1918 con Love Song vinse il suo primo Pulitzer Prize di poesie. Per oggi ho scelto Winter Stars, in un mondo dove tutto cambia, e non in meglio, si può far affidamento solo sulla bellezza delle immutabili stelle. I went out at night alone; The young blood flowing beyond the sea Seemed to have drenched my spirit's wings- I bore my sorrow heavily. But when I lifted up my head From shadows shaken on the snow, I saw Orion in the east Burn steadily as long ago. From windows in my father's house, Dreaming my dreams in winter nights, I watched Orion as a girls Above another city's lights. Years go, dreams go, and youth goes too, The world's heart breaks beneath its wars, All things are changed, save in the east The faithful beauty of the stars. Sono uscita di notte, da sola: Il sangue giovane che scorreva al di là del mare Sembrava aver infradiciato il mio spirito- Duramente sopportavo il mio dolore. Ma quando ho sollevato la testa Dalle ombre tremanti sulla neve, Ho visto Orione, verso est, Brillare costante come un tempo. Dalle finestre della casa di mio padre, Sognando i miei sogni nelle notti d'inverno, Guardavo Orione quand'ero bambina Al di sopra delle luci di un'altra città. Passano gli anni, passano i sogni, passa anche la giovinezza Il cuore del mondo sotto il peso delle sue guerre si spezza, Tutto è cambiato, tranne, verso est, La fedele bellezza delle stelle.
  10. Tra le raccolte di poesie di Wystam Hugh Auden un posto molto particolare spetta ad Un altro tempo. Il periodo della composizione abbraccia la vigilia e gli inizi della seconda guerra mondiale, e comprende i giorni di una decisione drammatica nella vita del poeta: lasciate l'Inghilterra e stabilirsi negli Stati Uniti. Auden interpreta da poeta non solo l'invasione tedesca della Polonia, ma anche la scomparsa di figure come Yeats e Freud. Freud.Un altro tempo è tipicamente audeniano anche perché alterna liriche metafisiche ad altre cosiddette light, che sono tra le sue più famose; e perché l'omaggio ai grandi del passato ( Meville, Rimbaud, Voltaire ) non escluda l'attenzione per le piccole creature del presente. Another Time For us like any other fugitive, Like the numberless flowers that cannot number And all the beasts that need not remember, It is to-day in which we live. So many try to sai Not Now, So many have forgotten how To say I Am, and would be Lost, if they could, un history. Bowing, for instance, with soch old-world grace To a proper flag in a proper place, Muttering like ancients as they stump upstairs Of Mine and His or Our and Theirs. Just as if time were what they used to wice When it was gifted with possession stice, Just as if they were wrong In no more wishing to belong. No wonder then so many die of grief, So many are so lonely as they die; No one has yet believed or liked a lie: Another time has other lives to live. Per noi come per gli altri esiliati, come per gli incontabili fiori che non sanno contare e tutti gli animali che non devono ricordare, è oggi che viviamo. Tanti provano a dire Non Ora, tutti hanno dimenticato come si dice Io Sono, e di sarebbero persi, se avessero potuto, nella storia. Per esempio, chinandosi con grazia antiquata alla bandiera giusta nel posto giusto, borbottando come vecchi mentre s'arrampicano per le scale del Mio e del Suo o del Nostro e del Loro. Proprio come se il tempo fosse quel che volevamo quando ancora era dato in dono e in possesso, proprio come se avessero torto a non desiderare più di appartenere. Nessuna meraviglia se tanti muoiono di dolore, tanti sono così soli quando muoiono; nessuno ha ancora creduto o gradito una bugia: un altro tempo ha altre vite da vivere.
  11. Nel 1957 Mario Luzi pubblica Onore del vero. Nato a Castello, presso Firenze, nel 1914, Luzi si è ritagliato un posto importante nella storia della letteratura italiana del XX secolo: attivo sostenitore della cultura ermetica e cattolica, è poeta spesso oscuro, talvolta difficile, ma sempre animato da una grande tensione intellettuale ed emotiva che cerca il perché delle cose, il senso dell'esperienza e della civiltà umana. La sua prima raccolta poetica La barca è del 1935. Da allora il poeta sembra muoversi principalmente sul binario dell'ermetismo fiorentino: la sua parola anela ad una verità segreta e inafferrabile, e si esprime con immagini balenanti e sfuggenti. Con Onore del vero si ha un passaggio dall'ermetismo al realismo. Senza approdare a nessuna ideologia veramente realista, il poeta riconosce fino in fondo il valore della realtà, scoprendo la verità nelle cose più povere e fragili, nelle occasioni più banali della vita quotidiana, nei gesti semplici di cui afferma l'onore. E attingendo ad una lunga tradizione di ascendenza classica, Luzi ritrova il valore delle cose vere e semplici nella vita contadina, di cui esalta l'ambiente, le radici e lo stile di vita povero ed essenziale. È un mondo nel quale si crea grande condivisione e solidarietà nella piena accettazione di una vita cristiana e sofferente, che qualche volta trova la possibilità di viaggiare con la fantasia e immergersi direttamente in episodi del passato o della storia sacra, riflessi di una religiosità latente che alberga nell'animo del poeta. Un animo, in ogni modo, da cui emerge sofferenza e amarezza. Da Onere del vero emerge l'inquietitudine di un uomo in piena crisi novecentesca: ed è certamente il testamento letterario più importante di uno scrittore che crede ancora nel valore pieno della poesia. Nella poesia scelta per oggi, il poeta descrive una giornata invernale in montagna mentre soffia la tramontana. Vivida è la sofferenza che il poeta, simbolo di tutta l'umanità, prova ogni giorno quando si è soli e tristi e subisce l'inclemenza del clima che diventa il simbolo della natura ostile verso gli uomini. Il poeta cerca spontaneamente Dio di sua volontà perché desidera che la sua presenza dia un senso alla sofferenza degli uomini. Come tu vuoi La tramontana screpola le argille, stringe, assoda le terre di lavoro, irrita l'acqua nelle conche; lascia zappe confitte, aratri inerti nel campo. Se qualcuno esce per legna, o si sposta a fatica o si sofferma rattrappito in cappucci e pellegrine, serra i denti. Chi regna nella stanza è il silenzio del testimone muto della neve, della pioggia, del fumo, dell'immobilità del mutamento. Sono qui che metto pine sul fuoco, porgo orecchio al fremere dei vetri, non ho calma né ansia. Tu che per lunga promessa vieni ed occupi il posto lasciato dalla sofferenza non disperare o di me o di te fruga nelle adiacenze della casa, cerca i battenti grigi della porta. A poco a poco la misura è colma, a poco a poco, a poco a poco, come tu vuoi, la solitudine trabocca, vieni ed entra, attingi a mani basse. È un giorno dell'inverno di quest'anno, un giorno, un giorno della nostra vita.
  12. Pochi in Italia conosco Philips Larkin, non esistono quasi edizioni italiane delle sue opere, anche se in UK è un classico. Larkin era un uomo comune, un bibliotecario: amava il jazz, l'alcool e andare in bici nelle campagne inglesi. Non è mai uscito dal Regno Unito e non ha mai fatto il poeta, ha sempre vissuto e lavorato ad Hull, scrivendo poesie la sera. La sua vita è "uneventful", triste, è spesso accusato di conservatorismo e pure di misoginia ( anche se è più corretto dire che Larkin odia tutto, quindi più che misogino direi misantropo ). Larkin appare vecchio, burbero e incattivito dalla solitudine e così viene incluso in quel gruppo di letterati inglesi chiamati Movement, una corrente poetica che aveva riportato in auge i metri tradizionali inglesi ( elisabettiani in particolare ), in forte opposizione alla sperimentazione eliotiana. I poeti del Movement scrivono con toni mesti di argomenti minimi ( periferie inglesi, vita borghese ), descritti senza alcuna trascendenza simbolista. Larkin adotta sì una metrica tradizionale, un lessico quotidiano e un soggetto "provinciale", ma ciò che le sue poesie esprimono vanno totalmente oltre. Il poeta parla della sua vita, che è poi la vita di tutti, della gente che fa le vasche in centro il sabato pomeriggio, che si veste male e compra oggetti in svendita. Però, dietro questa patina grigia e modesta, Larkin riesce ad esprimere tutta l'angoscia esistenziale che caratterizza l'uomo del ventesimo secolo. Il quadro complessivo della vita umana che emerge dalle sue poesie è di desolazione, desiderio e fallimento di condurre una vita significativa e, infine la morte. Queste tematiche inseriscono l'opera di Larkin in un panorama letterario estremamente contemporaneo ed europeo, avvicinando la sua idea di individuo a quella di altri: Beckett, Camus, Kafka. A differenza di questi, la poesia di Larkin però lascia da parte ogni simbolismo ed è calata in una metrica tradizionale e una lingua semplice. I suoi personaggi si muovono in un mondo facilmente riconoscibile e compiono azioni ordinarie. Nonostante questo sono poesie dell'uomo per l'uomo, del disagio interiore, che si occupano dei massimi sistemi della vita. Continuing To Live Continuing to live-that is, repeat A habit formed to get necessaries- Is nearly always losing, or going without. It varies. This lass of interest, hair, and enterprise- Ah, if the game where poker, yes, You might discard them, draw a full house! But it's chess. And once you have walked the length of your mind, what You command is clear as a lading-list. Anything else must not, for you, be thought To exist. And what's the profit? Only that, in time, We half-identify the blind impress, All our behavings bear, may trace it home. But to confess, On that green evening when our death begins, Jus whait it was, is hardly satisfying, Since it applied only to one man once, And that one dying. Continuare a vivere- cioè ripetere un'abitudine che serve a procacciarsi il necessario- vuol dire quasi sempre perdere, o far senza. Dipende. Questa perdita d'interesse, capelli, e iniziativa ah, se il gioco fosse poker, sì, uno potrebbe scartarli, e fare full! Invece è scacchi. E una volta che hai percorso la lunghezza della tua mente, ciò su cui hai il controllo è chiaro come una bolla di carico: nient'altro, per te, devi pensare che esista. E qual è il vantaggio? Soltanto che, col tempo, ci sembra di riconoscere la cieca impronta dei nostri modi di fare, ne vediamo l'origine. Ma confessare, nella verde sera in cui comincia la nostra morte, soltanto ciò che fu, non può bastare, perché riguarda un solo uomo alla volta, e quell'uomo muore. The trees The trees are coming intorno leaf Like something almost being said; The recent buds relax and spread, Their greenness is a kind of grief. Is it that they are born again And we grow old? No, they die too. Their yearly trick of looking new is written down in the rings of grain. Yet still the unresting castles thresh in fullgrown tickness every May. Last year is dead, theat seem to say, Begin afresh, afresh. Tornano sugli alberi le foglie Qualcosa sta per essere annunciato; Gli ultimi germogli si schiudono adagio, Nel loro verde c'è una specie di dolore. Forse loro hanno nuova vita E noi invecchiamo? No, anche loro muoiono. È questo il prodigio dei venati anelli Sembrare negli anni sempre nuovi. Eppure, si dibattono nel maggio Turbate e solenni fortezze. Sembrano dire l'anno passato è morto, E ancora si riparte, e ancora e ancora. No Road Since we agreed to let the road between us fall to disuse, and bricked our gates up, planted trees to screen us, and turned all time's eroding agents loose, silence, and space, and strangers-our neglect has not had much effect. Leaves drift unswept, perhaps; grass creeps unmown no other change. So clear it stands, so little over grown, walking that way tonight would not seem strange, and still would be allowed. A little longer, and time would be the stronger, drafting a world where no such road will run from you to me; to watch that world come up like a cold sun, rewarding others, is my liberty. Not to prevent it is my will's fulfillment. Willing it, my aliment. Da quando abbiamo deciso di lasciare che cadesse in disuso la strada tra noi, e murati i cancelli, piantato alberi atti a nasconderci, data piena libertà a tutti gli agenti corrosivi del tempo, spazio, silenzio, estranei- la nostra incuria non ha avuto molto effetto. Foglie sparse, forse; ciuffi d'erba; non è cambiato altro. Sta ancora così pulito, così sgombro, quel sentiero, che percorrerlo stanotte non sembrerebbe strano, e sarebbe permesso, ancora. Tra poco, il tempo avrà la meglio, tracciando un mondo in cui nessuna strada correrà più così tra me e te; e guardare quel mondo realizzarsi come un gelido sole che riscalda soltanto gli altri, è la mia libertà. Non fare nulla perché ciò non si compia è il compimento della mia volontà. Desiderarlo, il mio tormento.
  13. Pierre Reverdy rappresenta una complessa figura di intellettuale e di raffinato poeta, anche se poco noto in Italia. Legato al cubismo e al dadaismo, fu uno dei precursori del surrealismo. La sua poetica era tutta tesa a privilegiare la verità poetica sulla realtà, a ridurre, in un linguaggio semplice, rigoroso, geometrico, il divario fra sentimento ed espressione, fra visione e rappresentazione. In Reverdy lo spazio della scrittura è la calibrazione precisissima dell'immagine, senza sfocamento. Le sue poesie sono un tessuto di immagini concrete e misteriose allo stesso tempo. Chair vive Lève-toi carcasse et marche Rien de neuf sous le soleil jaune Le der des der des louis d'or La lumière qui se détache Sous les pellicules du temps La serrure du cœur qui éclate Un fil de soie Un fil de plomb Un fil de sang Après ces vagues de silence Ces signes d'amour au crin noir Le ciel plus lisse que ton œil Le cou tordu d'orgueil Ma vie dans la coulisse D'où je vois onduler les moissons de la mort Toutes ces mains avides qui petrissent des boules de fumée Plus lourdes que les piliers de l'univers Têtes vides Cœurs nus Mains parfumées Tentacules des singes qui visent les nuées Dans les rides de ces grimaces Une ligne droite se tend Un nerf se tord La mer repue L' amour L' amer sourire de la mort Tirati su carcassa e cammina Niente di nuovo sotto il sole giallo L' ultimo degli ultimi luigi d'oro La luce che si stacca Sotto le pellicole del tempo La serratura del cuore che scoppia Un filo di seta Un filo di piombo Un filo di sangue Dopo queste ondate di silenzio Questi segni d'amore dal crine nero Il cielo più levigato del tuo occhio Il collo torto d'orgoglio La mia vita dietro le quinte Da cui vedo ondeggiare le messi della morte Tutte queste mani avide che plasmano gomitoli di fumo Più pesanti dei pilastri dell'universo Teste vuote Cuori nudi Mani profumate Tentacoli di scimmie che prendono di mira le nuvole Nelle righe di queste smorfie Una linea dritta si tende Un nervo si torce Il mare sazio L' amore L' amaro sorriso della morte
  14. Durante i lunghi viaggi...di solito si fanno delle soste...
  15. Non è Casanova...prestate attenzione alla data ...
  16. Montale descrisse le parole di Antonia Pozzi così:" sono asciutte e dire come sassi" o "vestite di veli bianchi strappati", ridotte al "minimo peso". Sono parole quelle della Pozzi che trasferiscono peso e sostanza alle immagini per liberare l'animo oppresso ed effondere il sentimento nelle cose trasfigurate. Inverno Fili neri di pioppi fili neri di nubi sul cielo rosso e questa prima erba libera dalla neve chiara che fa pensare alla primavera e guardare se ad una svolta nascono le primule. Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri la nebbia addormentata i fossati un lento pallore devasta i dolori del cielo. Scende la notte - nessun fiore è nato - è inverno - anima - è inverno.
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