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Seija

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Everything posted by Seija

  1. Era il 1958 quando Lawrence Ferlinghetti affermava :" La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata "poesia di strada". Perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico, dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico. Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa." Queste parole sono forse il manifesto migliore di tutto il movimento Beat. Ferlinghetti, cent'anni (nato il 24 marzo del 1919), quaranta libri, sessant'anni di dipinti, e una libreria aperta al 261 di Columbus Avenue, San Francisco: la Città Lights Books, nome ispirato a Charles Chaplin, Luci della città, e col permesso di usarlo rispettosamente chiesto allo stesso Chaplin. Poeta dell'arte insorgente, lui che ha sempre saputo raccontarlo coi suoi versi - cascate di sprizzi luminosi e pietre rotolanti, maestro indiscusso dell' enjambement che poi è il senso della sua visione del mondo, il correlativo poetico della sua idea intima delle cose, che sono ricche e frante, continue ed interrotte, uniformi e difformi, il mondo nella sua varietà complessa e giocosa. L' italo-franco-portoghese-americano Lawrence Ferlinghetti è un viaggiatore vagabondo sempre capace di succhiare la vita goccia a goccia, un cosmopolita senza dogmi né frontiere. "Tutto quello che ho sempre voluto fare, era dipingere luce sui muri della vita", ama ripetere, e questo dice tutto del suo approccio al reale: una sorta di meditazione lirica di ciò che è autenticamente umano e allo stesso tempo tende all'eterno, un canto che tiene dentro incontri, parole, paesaggi e, soprattutto, desiderio. "La poesia è l'ultimo rifugio dell'umanità nei tempi bui". La poesia scelta per oggi è Pity the nation (after Khalil Gibran). Scritta nel 2007 in occasione del cinquantennio del libro On the road di Kerouac ispirandosi ai versi del poeta libanese Kahlil Gibran. Parole fortissime e quanto mai attuali. Pity the nation whose people are sheep And whose shepherds mislead them Pity the nation whose leaders are liars Whose sages are silenced And whose bigots haunt the airwaves Pity the nation that raises not its voice Except to praise conquerers And acclaim the bully as hero And aims to rule the world By force and by torture Pity the nation that knows No other language but its own And no other culture but its own Pity the nation whose breath is money And sleeps the sleep of the too well fed Pity the nation oh pity the people Who allow their rights to erode And their freedoms to be washed away My country, tests of thee Sweet land of liberty! Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore e i cui pastori sono guide cattive Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi i cui saggi sono messi a tacere e i cui fanatici infestano le onde radio Pietà per la nazione che non alza la propria voce tranne che per lodare i conquistatori e acclamare i prepotenti come eroi e che aspira a comandare il mondo con la forza e la tortura Pietà per la nazione che non conosce nessun'altra lingua se non la propria nessun'altra cultura se non la propria Pietà per la nazione il cui fiato è denaro e che dorme il sonno di quelli con la pancia troppo piena Pietà per la nazione - oh, pietà per gli uomini che permettono che i propri diritti vengano erosi e le proprie libertà spazzate via Patria mia, lacrime di te dolce terra di libertà!
  2. Antonio Machado, come altri autori della Generazione del '98, con la sua poesia cerca di risvegliare le coscienze degli spagnoli in un momento di crisi politica ed esistenziale del Paese. Tra le sue opere maggiori c'è Campos de Castilla (1912), appartenente alla seconda fase della sua esperienza politica, in cui si sente forte la meditazione nel rapporto tra la dimensione dell'effimero e quella dell'eterno. I suoi versi in questa raccolta sono proiettati al "fuori", osservando con occhi spalancati il paesaggio castigliano e gli uomini che lo abitano. L'esperienza di Machado vissuta in terra castigliana diventa esperienza letteraria. Egli sceglie gli aspetti eroici e mitici per descrivere la Castiglia. Nelle qualità di questa terra, egli indica la possibilità di superare lo stato di marasma in cui la Spagna si trovava a livello politico e sociale. Leggere Machado significa godere della bellezza della parola e della verità. La poesia che ho scelto per oggi è contenuta nella sezione Proverbios y cantares (poesia indicata con il numero XXIX) e conosciuta come Caminante no hay camino. Antonio Machado pensa al cammino dell'essere umano. Il fonema "camino" per la cultura spagnola possiede una forte connotazione semantica: è il fato a cui non ci si può ribellare, è il cammino per Santiago di Compostela che rappresenta il sentiero per giungere al dio cristiano, è il disegno divino che sta in mente Dei. Machado si ribella a questa credenza, pensa che una strada già tracciata non esista. La poesia è un'esortazione a vivere appieno e a non sottrarci alle scelte: il punto dove siamo non è nient'altro che il luogo dove i nostri passi ci hanno portato. È una poesia per quei momenti della vita che impongono coraggio, la poesia adatta per quando ci si trova su un burrone e non si sa se saltare o no. Todo pasa y todo queda pero lo nuestro es pasar, pasar haciendo caminos, caminos sobre la mar. Nunca perseguí la gloria, ni dejar en la memoria, de los hombres mi canción; yo amo los mundos sutiles, ingrávidos y gentiles como pompas de jabón. Me gusta verlos pintarse de sol y grana, volar bajo el cielo azul, temblar súbitamente y quebrarse... Nunca perseguí la gloria. Caminante son tus huellas el camino y nada más; Caminante, no hay camino se hace camino al andar. Al andar se hace camino y al volver la vista atrás se ve la senda que nunca se ha de volver a pisar. Caminante no hay camino sino estelas en la mar... Hace algún tiempo en ese lugar donde hoy los bosques de visten de espinos se oyó la voz de un poeta gritar Caminante no hay camino, se hace camino al andar... Golpe a golpe, verso a verso... Murió el poeta lejos del hogar le cubre el polvo de un país vecino. Al alejarse le vieron llorar. <<Caminante, no hay camino, se hace camino al andar...>> Golpe a golpe, verso a verso... Cuando el jilguero no puede cantar cuando el poeta es un peregrino, cuando de nada nos sirve rezar. Caminante no hay camino, se hace camino al andar. Golpe a golpe, verso a verso. Tutto passa e tutto resta, però il nostro è passare, passare facendo sentieri, sentieri sul mare. Mai cercare la gloria, né di lasciare alla memoria degli uomini il mio canto, io amo i mondi sottili, lievi e gentili, come bolle di sapone. Mi piace vederle dipingersi di sole e scarlatto, e volare sotto il cielo azzurro, tremare improvvisamente e disintegrarsi... Mai cercare la gloria. Viandante, sotto le tue orme il sentiero e niente più; Viandante, non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando. Camminando si fa il sentiero e girando indietro lo sguardo si vede il sentiero che mai più si tornerà a calpestare. Viandante non esiste il sentiero, ma solamente scie nel mare... Un tempo in questo luogo dove ora i boschi si vestono di spine, si udì la voce del poeta gridare <<Viandante non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando...>> Colpo a colpo, verso a verso... Il poeta morì lontano dal focolare. Lo copre la polvere di un paese vicino. Allontanandosi lo videro piangere. <<Viandante non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando...>> Colpo a colpo, verso dopo verso... Quando il cardellino non può cantare. Quando il poeta è un pellegrino, quando non serve a nulla pregare. <<Viandante non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando...>> Colpo a colpo, verso dopo verso.
  3. Il grande Rafael Alberti amava uno stile potente, enigmatico, evocativo. Nel primo anno del suo doloroso esilio in Argentina si dedica alla raccolta Tra incudine e martello. Tutti i testi mantengono la tipica ambiguità giocata su metafore visive. Nasce così anche Si sbagliò la colomba, tutta da interpretare. Nel '41 un compositore di Santa Fe', Gustavino, pensa di inserirla in un grande balletto di 4/5 scene, con orchestra e coro. Alberti accetta l'invito e insieme decidono il primo "ritocco". Nella poesia originale "l'equivoco'" c'era una sola volta, mentre qui diventa un tormentone. E resterà così. L'opera ha successo, ma si perde nel clima di guerra di quegli anni. Gustavino allora ne fa una versione piano e contralto, poi nel '52 deposita una versione per coro e voci. Per chi ama la poesia spagnola e odia la guerra, la colomba diventa il simbolo di una pace sempre rimandata e messa in discussione. Nel '63 Alberti viene in Italia e qualche anno dopo Luis Enriquez Bacalov (collaboratore Fonit Cetra e Rca ) ottiene da Alberti di rivedere l'arrangiamento di Gustavino facendolo più serrato e incisivo. Per Sergio Endrigo è una sfida originale. Sforna quindi una versione italiana molto rispettosa di quella "argentina". Ha voglia di sganciarsi dal ruolo di autore malinconico e legato all'amore: ma, a sentire Alberti in quegli anni, anche la Colomba è in realtà un testo d'amore, per un amante che confessa i propri limiti, ma non riesce a offrire una certezza al rapporto. In parallelo la Paloma con arrangiamento italiano diventa un successo di tutta l'America Latina, grazie a Joan Manuel Serrat. Se equivocó la paloma. Se equivocaba. Por ir al norte, fue al sur. Creyó que el trigo era agua. Se equivocaba. Creyó que el mar era el cielo; que la noche, la mañana. Se equivocaba. Que las estrellas, rocío; que la calor; la nevada. Se equivocaba. Que tu falda era tu blusa; que tu corazón, su casa. Se equivocaba. ( Ella se durmió en la orilla. Tú, en la cumbre de una rama. ) Si sbagliò la colomba. Si sbagliava. Per andare al nord fuggì al sud. Credette che il grano fosse acqua. Si sbagliava. Credette che il mare fosse cielo; e la notte la mattina. Si sbagliava. Credette che le stelle fossero rugiada; e il calore neve. Si sbagliava. Credette che la tua gonna fosse una blusa e il tuo cuore la sua casa. Si sbagliava. ( Lei si addormentò sulla spiaggia. Tu, sulla cima di un ramo.)
  4. Albert Camus si è distinto soprattutto per il suo modo di vedere la vita. È famoso per la sua letteratura umanistica. Ispiratosi alla filosofia di Nietzsche, enfatizza soprattutto l'assurdità delle condizioni umane, sforzandosi di spingere il lettore a prendere coscienza e ad adottare una certa prospettiva attraverso le sue opere letterarie. Nelle sue opere parla essenzialmente della crisi spirituale della nostra epoca nel quadro delle manifestazioni religiose, politiche e artistiche. Camus ci ha lasciato un'eredità letteraria che vuole spingerci ad avere il coraggio di vedere noi stessi, con le nostre miserie, le nostre ossessioni, le nostre virtù, i nostri inganni e le nostre capacità. La poesia che ho scelto per oggi è Invincible été. Tutte le nostre speranze vivono in noi, nei nostri atteggiamenti e nelle prospettive che siamo in grado di adottare in ogni momento. Quando consideriamo ciò che siamo attraverso i nostri successi e ciò che abbiamo, diamo valore a ciò che si trova al di fuori di noi stessi. È facile e prevedibile che questo valore così superficiale sia effimero e che, prima o poi, venga facilmente distrutto. Quando, invece, diamo valore a ciò che siamo, accettando le nostre difficoltà e le nostre paure, impariamo a poter contare su noi stessi di fronte a qualsiasi delusione e frustrazione. Mon cher, Au milieu de la haine, j'ai trouvé qu'il y avait, en moi, un amour invincible. Dans le milieu des larmes, j'ai trouvé qu'il y avait, en moi, un sourire invincible. Au milieu du chaos, j'ai trouvé qu'il y avait, en moi, un calme invincible. J'ai réalisé, à travers tout cela, qu... Au milieu de l'hiver, j'ai trouvé qu'il y avait, en moi, un été invincible. Et cela me rend heureux. Car il dit que peu importe comment le monde pousse contre moi, en moi, il y a quelque chose plus fort - quelque chose de mieux, poussant de retour. Mia cara, nel bel mezzo dell'odio ho scoperto che vi era in me un invincibile amore. Nel bel mezzo delle lacrime ho scoperto che vi era in me un invincibile sorriso. Nel bel mezzo del caos ho scoperto che vi era in me un'invincibile tranquillità. Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell'inverno, ho scoperto che vi era in me un'invincibile estate. E ciò che mi rende felice. Perché afferma che non importa quanto duramente il mondo vada contro di me, in me c'è qualcosa di più forte, qualcosa di migliore, che mi spinge subito indietro.
  5. Nel Cyrano Rostand fa dire al suo personaggio che si rivolge a Rossana :" ... è grazie a te che nella mia vita è passato il fruscio di una veste... ". Accade a molti poeti di avere passioni che si sviluppano nei luoghi più ombrosi dell'anima, e vivono pericolosamente sbilanciate dalla parte del sogno. Amori irrequieti, nostalgici, infantili, teatrali, irragionevoli. Perseguono obiettivi irrealizzabili. Giudicano il pensiero più appagante della corporeità, all'atto preferiscono la potenza, alla consumazione il desiderio. Nelle Cento poesie d'amore a Ladyhawke Michele Mari racconta un amore così. Ti ho sempre riassunta per me nei tuoi occhi Così hai dominato i miei pensieri sotto la forma dell'ellissi indiana dove su bianco smalto l'iride si vetrifica attorno alla pupilla Così sognarti è sempre stato guardare da lontano due fuochi fatui in un cimitero celtico Così la tua immagine è l'ultima che vede di notte il guidatore prima del frontale * Ti ho amata sempre nel silenzio contando sull'ingombro di quell'amore e di quel silenzio ed anche quando poi ci siamo scritti la profilassi guidava la mia mano perché ogni senso fosse soltanto negli spazi bianchi e nondimeno mi sentivo osceno come se la più ermetica allusione grondasse la bava del questuante Mai in ogni caso dubitai che tu sapessi finché scoprimmo insieme di esser vissuti trent'anni nell'errore tu ignorando io presumendo e allora in un punto è stato chiaro che solo al muto il battito del cuore è rimbombante * La fiaba degli amanti cui un maleficio tolse d'incontrarsi (donna di notte lei e con la luce falco lui con la luce uomo e nottetempo lupo) ci piacque tanto che per un bel pezzo ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke finché capimmo l'inutilità della speranza di ritrovarci insieme nell'umano il nostro più ambizioso traguardo essendo di confondere il pelo con le piume * I poeti latini avevano una splendida espressione per indicare le stelle che cadono in estate: labentia signa cioè segni scivolanti Tale mi sembra il tempo in cui ci siam baciati scia luminosa passata troppo in fretta L'astrofisica insegna tuttavia che quel teatro caro ai bambini ed agli innamorati non è caduta e non è scivolamento ma solamente morte * È degli addii fissare per sempre le posizioni Fossi sparita tu il lascito sarebbe un frullo d'ali e il lutto avrebbe il colore dell'aurora Avendomi chiesto che fossi io a sparire mi resta la memoria della mano che ho lungamente lambito con la lingua prima di rinselvarmi nella foresta dove sempre è notte
  6. Aleksandr Blok, il più grande poeta dell'epoca d'argento russa, pubblico' a ventiquattro anni una delle sue opere fondamentali, quei Versi della Bellissima Dama che lo rivelarono immediatamente come il caposcuola della poesia simbolista. Ma la poesia di Blok raggiunse Il culmine della sua intensità lirica nelle opere di poco successive, quando " la bellissima Dama, l'ipostasi femminile della divinità, che nel metafisico e immobile disegno simbolista doveva essere la metafora dell'ineffabile incontro con la realtà più reale, d'improvviso si vanifica, si rifiuta all'amante, e la Bellissima si fa Sconosciuta ", volgendo il metafisico in una più amara esperienza esistenziale. Con Gogol' e Dostoevskij, Blok è stato l'uomo che ha creato il mito di Pietroburgo. La Pietroburgo di Gogol' è il Nevskij, sono le vie del centro percorse da nasi, impiegati sull'orlo della follia; la Pietroburgo di Dostoevskij è quell'intrico di canali che racchiude il centro, è la piazza Sennaja, sono i vicoli; quella di Blok è le bettole, i bordelli, le sequenze di cortili. Poeta camminatore, Blok ha un amore per la vita ( Ljubov' che sposa nel 1901 ), molte avventure ( la maggior parte attrici ) e migliaia di sfoghi sessuali che egli, a volte, racconta nelle liriche. I pietroburghesi, nei primi anni del secolo, leggevano i suoi versi anche come una sorta di diario intimo scritto in pubblico. Nel 1906 Blok crea un mito: La sconosciuta. Blok è al ristorante, beve, attorno ci sono ubriachi che ridono e cantano e brindano. Poi, come ogni sera, nell'ora stabilità, ( o è soltanto un sogno ? ) una figura di fanciulla di muove nella nebbia della finestra. La sconosciuta cammina tra gli ubriachi, si siede: è una visione fatta di piume di struzzo e veletta, ma Blok vi vede rive incantate e lontananze. Così la canta, la sogna, la desidera: ne fa una dea dei bassifondi. Blok canta la bellezza quando è vicina alla catastrofe, perché per lui c'è bellezza soltanto quando si intravede lo sfacelo. Le eroine evanescenti bolkiane sono le prostitute delle vie di San Pietroburgo, proiettate in un aurea da parabola biblica, ambigue parvenze che acquistano a tratti la sublimità metafisica di creature umiliate da una inesorabile sorte. Stessa cosa si potrebbe dire per gli umiliati e offesi di Dostoevskij, solo che questi ultimi sono terreni: soffrono, cercano una redenzione, un'impennata morale; in Blok essi sono trasfigurati, possiedono qualcosa di sovrannaturale e si fanno tramite con l'infinito, sono parte della luce e del canto di Pietroburgo, e sono belli così come sono. Per questo Blok scrive di saltimbanchi, di zingare, di Pierrot e Arlecchini, di orde di popoli barbari ( Gli Sciti, altro grande poema del 1918): sono figure che ballano, bevono e lottano mentre muoiono o si danno per poco. Nella loro disgrazia, nella loro impossibilità di redimersi risiede la disperata bellezza che Bolk canta. Nelle serate sui ristoranti l'aria ardente è sorda e selvaggia e governa le grida degli ubriachi lo spirito insano della primavera. Lontano, sulla polvere dei vicoli, sulla noia delle ville suburbane, s'indora la ciambella d'un fornaio, e riecheggia un pianto infantile. E ogni sera, oltre le barriere, con il cappello sulle ventitré, passeggiano fra i borri con le dame i navigati buontemponi. Sopra il lago scricchiolano gli scalini, e risuona uno strillo femminile, mentre nel cielo, avvezzo a tutto, stupidamente il disco s'incurva. Ed ogni sera l'unico mio amico si riflette nel mio bicchiere e dell'aspro e misterioso liquido è come me stordito e sottomesso. Mentre di fianco, ai tavoli vicini, sonnolenti lacchè stanno impalati, e gli ubriachi con occhi di coniglio gridano: << In vino veritas! >>. E ogni sera, all' ora stabilità, ( o è soltanto un sogno? ) una figura di fanciulla avvolta di seta si muove nella nebbiosa finestra. E, passando fra gli ubriachi, lentamente, sempre senza compagni, sempre sola, esalando nebbia e profumi, va a sedersi vicino alla finestra. Ed emanano antiche credenze le sue elastiche vesti di seta, e il cappello con piume di lutto e la sottile lama inanellata. E, avvinto dalla strana vicinanza, guardo di là della scura veletta, e vedo una riva incantata e una incantata lontananza. Cupi misteri mi sono confidati, mi è affidato un sole sconosciuto, e un viso aspro ha permeato tutti i meandri dell'anima mia. E le oblique piume di struzzo si dondolano nel mio cervello, e gli occhi turchini senza fondo fioriscono su una remota riva. Nella mia anima giace un tesoro, la cui chiave è affidata solo a me! Tu hai ragione, mostro ubriaco! Lo so, nel vino è la verità.
  7. Secondo il poeta francese Yves Bonnefoy, una delle voci più importanti in assoluto della poesia del Novecento, scomparso da qualche anno, " La poesia sgorga da profondità inconsce : è sempre un gesto del tutto imprevisto ed imprevedibile". Alla soglia dei novant'anni scrive "L' heure présente", un libro che apre alla meditazione, che coinvolge una serie impressionante di immagini, brandelli di figure e simboli, che lavora con rigore sulla scala cangiante della forma, sull'essenzialita' di una parola sempre più asciutta e potente, in un tono allo stesso tempo solenne e discreto, controllatissimo. Bonnefoy compone un testo articolato in una serie di composizioni in versi e di prose poetiche nelle quali sembra di veder riaffiorare quei bagliori misteriosi, onirici che la mente reprime e allontana nel normale tempo di veglia. Per oggi ho scelto Soient Amour et Psyche' . Quello di Amore e Psiche è uno dei miti più affascinanti che il mondo classico abbia mai tramandato e su cui gli autori hanno versato fiumi d'inchiostro nel tentativo di dargli un'interpretazione ideale. Un mito la cui fama è durata nel tempo attraverso i secoli. Basti pensare che sono numerosissime e vaste le rappresentazioni musicali, letterarie e aristiche ad esso dedicate. Bonnefoy dunque presenta il mito "epifanico"per eccellenza, quello del contrasto tra la forma reale (l'aspetto abbagliante di Amore/Cupido) e forma immaginaria (l' aspetto del suo amante come Psiche lo immaginava). I Ces mains qui se prenaient à elle dans la nuit, Elle les ressentait sans nombre, ne cherchait À leur donner figure. Il lui fallait Ne pas savoir, désirant ne pas être. Âme et corps, pour nouer vos doigts, unir vos lèvres, Faut-il vraiment l'approbation des yeux ? Peinent nos yeux, qu'oblige de langage À déjouer sans répit trop de leurres! Psyche' avait aimé que ne pas voir, Ce soit comme le feu quand il enveloppe L' arbre d'ici des autres mondes de la foudre. Éros, lui, désirait garder tout ce visage Entre ses mains, il ne l' abandonnait Qu'à grand regret aux caprices du jour. II Et tout le jour Psyche' est-elle aveugle, non, Elle a tiré sur soi le drap de la lumière. C'est l'été, tout est immobile sous le ciel, Même le fleuve en son lit en désordre. Elle va dans son corps, et seule. Ma voici Qu'un étranger réclame, dans son sang, C'est comme si l'esprit se désirait autre Que soi, un embryon dans le sein de la mort. Heureux le mond où déborde la nuit Dans le jour, et ruisselle sous la lumière. Avancer dans cette eau, jusqu'aux genoux, C'est se tourner vers un autre soleil, Est le fond de la mer est rouge, puis on nage Et tout se perd de ce qu'on a été. III Et Psyche' s'engourdit, le soir venant, elle aime Que batte dans son corps le cœur d'un autre Elle veut n'être plus que cette chambre sombre Des enfants de la nuit, sommeil et mort. C'est comme quand on touche à un moroir Et que des doigts y viennent vers le nôtres, Psyche' croit qu'une main y prend la sienne, Pour la guider vers plus que ce qui est. Vers plus? Ce sont des marches qui descendent, Et le corps se fatigue, les mains se crispent Sur une lourde lampe, les genoux plient. Psyche', pourquoi veux-tu, de ton épaule nue, Pousser la porte où gît ton avenir ? Tu entres, tu entends ces souffles paisibles. IV Et a-t-elle allumé, à mains tremblantes, Cette petite flamme ? Plus vite qu'elle S'est jeté dans l'immage, cette paix, Quelque chose de noir, avec un cri. Amour dort-il, non, ses yeux sont ouverts, Mais ce ne sont que des orbites vides, Deux trous, avec du sang; est-il aveugle ? Pire, ses yeux ont été attachés. Grand mouvement de ce grand corps qu'eveillent Quelques gouttes de l'huile, qui le brûlent. Tu erreras, dans le ronces du monde. Il se redresse, il parle, que dit-il? Il attire la dévêtue contre son cœur, Il écoute ses grands sanglots que rien n'apaise. I Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte, Le sentiva innumerevoli, non cercava Di dar loro un volto. Le occorreva Non sapere, desiderando non essere. Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra, Davvero occorre l'approvazione degli occhi? Penano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga A sventare senza posa troppi inganni! Psiche aveva amato che il non vedere Fosse come il fuoco quando avvolge L'albero di qui degli altri mondi della Folgore. Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto Tra le mani, non l'abbandonava Che con vivo rammarico ai capricci del giorno. Il E per tutto il giorno Psiche è cieca?No, Ha rimboccato su di sé il lenzuolo della luce, È estate, tutto è immobile sotto il cielo, Anche il fiume nel suo letto in disordine. Lei avanza, nel suo corpo, e sola. Ma ecco Che un estraneo invoca, nel suo sangue, È come se lo spirito si desiderasse altro Da sé, un embrione in seno alla morte. Felice il mondo in cui la notte trabocca Nel giorno, e gronda sotto la luce. Avanzare in quest'acqua, fino alle ginocchia, È volgersi verso un altro sole, E il fondo del mare è rosso, poi si nuota E tutto si perde di ciò che si è stati. III E Psiche, s'intorpidisce, quando viene sera, ama Che batta nel suo corpo il cuore di un altro, Vuole non essere altro che questa camera buia Dei bambini della notte, sonno e morte. È come quando tocchiamo uno specchio E dita vengono incontro alle nostre, Psiche crede che una mano afferri la sua, Per condurla verso più di ciò che è. Verso più? Sono scalini che digradano, E il corpo si stanca, le mani si aggrappano A una greve lampada, le ginocchia si piegano. Psiche, perché vuoi, con la tua spalla nuda, Spingere la porta in cui giace il tuo avvenire? Tu entri, tu senti quei quieti respiri. IV E lei ha acceso, con mani tremanti, Questa fiammella? Più svelto di lei Si è lanciato nell'immagine, questa pace, Qualcosa di nero, con un grido. Amore dorme? No, i suoi occhi sono aperti, Ma sono solo orbite vuote, Due buchi, insanguinati. È cieco? Peggio, i suoi occhi sono strappati. Grande moto di questo gran corpo che ridesta Qualche goccia d'olio, che lo brucia. Tu errerai, tra i rovi del mondo. Si rialza, parla, che dice? La attira svestita contro il suo cuore, Ascolta i suoi gran singulti che nulla placa.
  8. Di Bartolo Cattafi si è sempre parlato poco; qualcuno ha scritto che il suo è stato il caso più clamoroso di sottovalutazione critica. I motivi sono molteplici; tanti per dirne qualcuno, la sua scarsa attitudine autopromozionale e la sua assoluta refrattarietà a ogni programma poetico condiviso. Cattafi rimase sempre una figura appartata, non perché gli mancassero amici e estimatori influenti (da Sereni a Raboni), ma per scelta. Autore metamorfico, in grado di alternare una figurativita' accesa, palpitante, policroma, ad una figurativita' inquietante, paradossale. La sua è una sorta di poesia molecolare, una poesia dei frammenti, delle particelle. La sua epigrammaticita' fulminea e fulminante fa spesso ricorso alla metafora del vuoto e della solitudine per delineare l'amaro bilancio di una generazione che ha vissuto la giovinezza durante il ventennio fascista, per poi assistere agli orrori della seconda guerra mondiale. I suoi versi abitano nell'oltretempo. Sono lì, come un sigillo. Inossidabili. Per oggi ho scelte alcune poesie da varie raccolte. Partenza da Greenwich Si parte sempre da Greenwich dallo zero segnato in ogni carta e in questo grigio sereno colore d'Inghilterra. Armi e bagagli, belle speranze a prua, spezzando le tavole dei numeri i calcoli che scattano scorrevoli come toppe addolcite da un olio armonioso, in un'esatta prigione. Troppe prede s'aggirano tra i fuochi delle Isole, e navi al largo, piene, panciute, buone per essere abbordate dalla ciurma sciamata ai Tropici votata alla cattura di sogni difficili, feroci. Ed alghe, spume, in fondo azzurro in cui pesca il gabbiano del ricordo posati accanto al grigio disteso colore degli occhi, del cuore, della mente, guamo australe ai semi superstiti del mondo. Allo scoperto Usciti allo scoperto corremmo a scatti ci acquattammo tornammo a correre di colpo diventammo ombre nell'ombra più fonda da dove con occhi scintillanti guardiamo altri uscire allo scoperto correre a scatti acquattarsi rialzarsi a correre a diventare ombre. Perderci la vita Perderci la vita battendo quel solo chiodo estendendo il dominio a quel centimetro là concentrandolo sprofondare fare l'abisso con le proprie mani spezzettare in atomi molecole rompere anche gli atomi la polvere che resta sulle dita ti segna in eterno indossa guanti metti le mani in tasca tagliati le mani. Marzo e le sue idi Di tutto diffido del pugnale di Bruto della tenera carne di Cesare dello stesso destino. Che passi presto il tempo vengano alfine marzo e le sue idi. Aspettami. Un istante Aspettami. Un istante. Appena il tempo di correre all'emporio prima che chiuda all'angolo di fronte. Fuma leggi bevi nel frattempo. Una corda fiammiferi coltello molti cibi in conserva pistola con cartucce relative coperte per i climi inospitali cloro compresse da sciogliere nell'acqua perigliose pillole per il cuore una pila una bussola una mappa bianca da colmare. E talismani. Auguri per il cuore per la noce del collo l'anima la vita. Sull'alto sgabello appollaiata chiuse il giornale strinse un po' i ginocchi che aveva divaricati sorrise con la bocca non con gli occhi. Ti ho aspettato disse Andiamo. Niente È questo che porti arrotolato con cura, piegato in quattro, alla rinfusa sgualcito spiegazzato ficcato ovunque negli angoli più oscuri. Niente da dichiarare niente devi dire niente. Il doganiere non ti capirebbe. La memoria è sempre un contrabbando. Nero su bianco La penna non è stata posata sulla carta la carta è ancora tutta bianca bianca è la data bianchi luogo ora provenienza destinazione perché percome perché percome e quando chino sulla mia vita scrivo l'atto di presenza mi effondo mi circondo di parole copro colmo comando parole l'assenza certifico attesto la finzione.
  9. " L'innocenza è sempre un paradosso, e Dylan Thomas, rappresenta, in retrospettiva, il più grande paradosso del nostro tempo ". Così scriveva nel necrologio del poeta l'amico Vernon Eatking. La fama di Thomas fu anche frutto della stampa americana e di un sistema che proprio in quegli anni, sia in Usa che in Inghilterra, estendeva alla letteratura un insopprimibile bisogno di impatto mediatico che era tipico della musica (basti pensare ai bagni di folla di Elvis Presley o dei Beatles). Ma ciò che più colpiva i suoi lettori, quegli stessi che subivano l'irresistibile fascino della sua figura al podio, della sua capacità di inventare una straordinaria sonorità comunicativa, di offrire alla platea una cifra recitativa incalzante e avvolgente, era la sua capacità di coniugare con assoluta naturalezza "innocenza" e contaminazione, esprimendo l'incanto quotidiano della forza innovativa della natura attraversata dai germi della corruzione, delle stagioni che si chiudono in se stesse per aprirsi al richiamo della rinascita vegetale, delle costellazioni che alternano, col loro freddo brillare, metafore siderali ed esplosioni stellari dense di calore e di sconvolgimenti, fino a concentrarsi nel microcosmo dell'anima, creando densi e organici corrispettivi tra l'universo e un'infinitesimale foglia sospinta dalla forza sotterranea e rigenerante della sua verde linfa. L'innocenza di Thomas non era solo un'attitudine accattivante, ma un modo di affacciarsi sulla scena poetica con lo stupore del bambino. Per oggi ho scelto una poesia oscura e visionaria, selvaggia e parzialmente costruita, fitta di simboli biblici e freudiani. Il testo di questa bellissima e cupa poesia costruisce una composizione affine a quella musicale e dunque si offre come un canto. And death shall have no dominion And death shall have no dominion. Dead men naked they shall be one With the man in the wind and the west moon; When their bones are picked clean and the clean bones gone, They shall have stars at elbow and foot; Though they go mad they shall be sane, Though they sink through the sea they shall rise again; Though lovers be lost love shall not; And death shall have no dominion. And death shall have no dominion. Under the windings of the sea They lying long shall not die windily; Twisting on racks when sinews give way, Strapped to a wheel, yet they shall not break ; Faith in their hands shall snap in two, And the unicorn evils run them through; Split all ends up they shan't crack; And death shall have no dominion. And death shall have no dominion. No more may gulls cry at their ears Or waves break loud in the seashores; Where blew a flower may a flower no more Lift its head to the blows of the rain; Though they be mad and dead as nails, Heads of the characters hammer through daisies; Break in the sun till the sun breaks down, And death shall have not dominion. E la morte non avrà dominio. I morti nudi saranno una cosa Con l'uomo nel vento e la luna d'occidente; Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse, Ai gomiti e ai piedi avranno stelle; Benché impazziscono saranno sani di mente, Benché sprofondino in mare risaliranno a galla, Benché gli amanti si perdano l'amore sarà salvo; E la morte non avrà più dominio. E la morte non avrà più dominio. Sotto i meandri del mare Giacendo a lungo non moriranno nel vento; Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono, Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno; Si spaccherà la fede in quelle mani E l'unicorno del peccato li passerà da parte a parte; Scheggiati da ogni lato non si schianteranno; E la morte non avrà dominio. E la morte non avrà dominio. Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi, Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare; Dove un fiore spuntò non potrà un fiore Mai più sfidare i colpi della pioggia; Ma benché pazzi e morti stecchiti; Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite; Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà, E la morte non avrà più dominio.
  10. @NonnoOlenno, non conoscendo i tuoi gusti per poterti dare un consiglio "mirato",ti rispondo in modo molto generico; alla domanda quali sono i pilastri della letteratura che bisognerebbe necessariamente conoscere(secondo me),la mia risposta è... Per quanto riguarda i classici francesi: _ Lo Straniero di Camus; _ La nausea di Satre; _ Viaggio al termine della notte di Céline ; _ Bonjour Tristesse di Sagan; _ Zazie sul metro' di Queneau; _ Il diavolo in corpo di Radiguet. Per i classici russi: _ La figlia del capitano di Puskin; _ Un eroe del nostro tempo di Lermontov; (Questi primi due li consiglierei anche a chi non ama particolarmente la letteratura russa.) _ Padri e figli di Turgenev; _ Delitto e castigo di Dostoevskij; _ Anna Karenina di Tolstoj; _ Il Maestro e Margherita di Bulgakov; _ Il dottor Zivago di Pasternak. Per i classici tedeschi: _ Siddharta di Hesse; _Gli elisir del diavolo di Hoffman; _ Il processo di Kafka; _ La Marcia di Radetzky di Rot; _Doppio sogno di Schnitzler (il libro da cui è stato tratto Eyes Wide Shut). Classici spagnoli/sudamericani: _Dolce come il cioccolato di Esquivel _La casa degli Spiriti/ D'amore e ombra di Allende; _Nozze di sangue di Lorca; _Nebbia di Unamuno; _ Cent'anni di solitudine di Marquez. Classici anglosassoni: _Tess dei d'Urberville di Hardy; _Nord e Sud di Gaskell ; _Cuore di tenebra di Conrad; _La fiera della vanità di Thackeray; _ Casa Howard di Forster; _Il signore delle mosche di Golding; _La signora Dalloway di Wolf; Tutto Dickens. Classici italiani: _ L'isola di Arturo /La storia di Morante; _Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani; _Il partigiano Johnny di Fenoglio; _Il deserto dei tartari di Buzzati; _Se questo è un uomo/La tregua di Levi; Tutto Calvino.
  11. Lance Henson è un poeta " di razza vagante ": nato a Washington nel 1944 e cresciuto con zii e nonni a Calumet in Oklahoma, presso la sua tribù, porta nel panorama della poesia americana contemporanea la voce " esiliata " dei nativi cheyenne (tsistsistas). È un Dog Soldier, un guerriero non più delle armi, ma della parola. Per lui, la resistenza al genocidio delle culture native nordamericane va di pari passo con la riconquista del potere espressivo, che rimette in gioco un'identità repressa e negata. Nato da madre cheyenne e padre francese, frutto egli stesso della violenza coloniale, porta nella sua esperienza personale i segni di una tragedia collettiva: un padre sconosciuto, una madre abusata fin da piccola dai conquistatori, un fratello suicida. Ma Henson, grazie all'esperienza poetica, compie un gesto forte di resistenza all'annientamento del suo popolo e alla condizione di senza-parola. Le sue poesie sono dichiarazioni, testimonianze di un'identità culturale oltre che personale, di una storia dolorosa, di ciò che è perduto e di ciò che rinasce, con la caparbia fiducia nella naturale ciclicità del rinnovamento che da sempre appartiene alla sua gente. Henson adotta la lingua che è stata imposta al suo popolo, l'inglese, ma lo fa rifiutando alcune regole e convenzioni della lingua scritta, come l'uso della punteggiatura e delle maiuscole, e si affida alle forme della tradizione orale e al ritmo dei canti cheyenne per raccontare le storie della sua gente, i destini sempre simili delle minoranze, la natura, gli affetti personali e gli attimi del quotidiano che rivelano anch'essi le energie, gli equilibri e le fratture del mondo. Per oggi ho scelto poetry for rwanda. yers ago homeless in a san francisco rainstorm I dreamt of a field of white skulls in a muddy field in rwanda the only darkness the holes where their eyes were a whisky presence and dutch army coat the only saving grace against the other images of sand creek and wounded knee knowing the stench or dying hope and terror have the same name and smell and the name is missing... what is the name of a man or a woman or a child whose last breath is a scream against tyranny against the fear that lives inside us near a busy oklahoma interstate along the washita river the fallen cheyenne stiel whisper hi niswa vita kini... we will live again... Anni fa, navigando in un temporale a San Francisco ho sognato un campo bianco di teschi In un terreno fangoso in Ruanda le uniche macchie scure, le cavità dove prima c'erano i loro occhi Una presenza di whisky e un cappotto militare olandese l' unica grazia salvifica contro le altre immagini di Sand Creek e Wounded Knee sapendo che il fetore della speranza che muore e del terrore hanno lo stesso nome e lo stesso odore E il nome è perso... Qual è il nome di un uomo o di una donna o di un bambino Il cui ultimo respiro è un grido contro la tirannia contro la paura che vive dentro di noi Vicino a un'interstatale trafficata in Oklahoma lungo il fiume Washita I Cheyenne caduti ancora sussurrano hi niswa vita kini... Vivremo ancora...
  12. La poesia delle "odi elementari" di Pablo Neruda elegge a suo tema le cose più umili, e insieme i grandi fenomeni naturali, le persone e i sentimenti, ricreandoli in un'atmosfera quasi fanciullesca di "primo incontro" con essi, e riflettendo sulla magia delle loro presenze nella vita dell'uomo. Uno dei motivi esistenziali, insito e denso di memoria di vita, è la pioggia, quella pioggia di cui il poeta ricorda intrise infanzia e adolescenza vissute a Parral e a Temuco, nell'umida regione meridionale del Cile. Nell' Ode alla pioggia, la pioggia è tornata non dal cielo o dall' ovest, ma dall'infanzia del poeta. È la pioggia che lo sorprendeva con le scarpe rotte mentre "l'ordito del cielo straripato/si lacerava sopra/la mia testa"; ed è la pioggia che s'insinua nei fori del tetto e fa "infiltrare l'acqua/nelle stanze/dei poveri". Accade che sotto il peso e l'azione erosiva della pioggia le case dei poveri si sgretolino e che, nemica, essa continui a cadere sulle loro disgrazie. Eppure la pioggia è bella, il poeta ama la pioggia benché ostile "come un pugnale di vetro,/ trasparente", benché arrechi danni funesti alle misere case della povera gente ("cataste/di frammenti di ignominia"). Amarla gli ha lasciato nella bocca "un gusto amaro,/un amaro sapore di rimorso". Però la pioggia consente il germogliare del seme: il suo canto operoso e proletario fertilizza monti e praterie, ravviva "lo smorto ruscello/perduto sulla montagna", dà forza "al germe/primaverile del grano". Neruda evoca la pioggia dell'infanzia perché canti sopra i tetti e sulle foglie, canti nella fiducia e sulla vita, perché "con il tuo canto/e con il mio canto/.../entrambi abbiamo/a che fare con le sementi/e compariamo/il dovere cantando". Volvió la lluvia. No volvió del cielo o del oeste. Ha vuelto de mi infancia. Se abrió la noche, un trueno la conmovió, el sonido barrió las soledades, y entonces, llegó la lluvia, regresó la lluvia de mi infancia, primero en una ráfaga colérica, luego como la cola mojada de un planeta, la lluvia tic tac mil veces tic tac mil veces un trineo, un espacioso golpe de pétalos oscuros en la noche, de pronto intensa acribillado con agujas el follaje, otras veces un manto tempestuoso cayendo en el silencio, lla lluvia, Mar de arriba, rosa fresca, desnuda, voz del cielo, violín negro, hermosura, desde niño te amo, no porque seas buena, sino por tua belleza. Caminé con los zapatos rotos mientras los hilos del cielo desbocado se destrenzaban sobre mi cabeza, me traían a mí y a las raíces las comunicaciones de la altura, el oxígeno húmedo, la libertad del bosque. Conozco tus desmanes, el agujero en el tejado cayendo su gotario en las habitaciones de los pobres: allí desenmascaras tu belleza, eres hostil como una celestial armadura, como un puñal de vidrio, transparente, allí te conocí de veras. Sin embargo, enamorado tuyo seguí siendo, en la noche cerrando la mirada esperé el mundo, esperé que cantaras sólo para mi oído, porque mi corazón guardaba toda germinación terrestre y en él se precipitan los metales y se levanta el trigo. Amarte, sin embargo me dejó en la boca gusto amargo, sabor amargo de remordimiento. Anoche solamente aquí en Santiago las poblaciones de la Nueva Legua se desmoronaron, las vivendas callampas, hacinados fragmentos de ignominia, el peso de tu paso se cayeron, los niños lloraban en el barro y allí días y días en las camas mojadas, sillas rotas, las mujeres, el fuego, las cocinas, mientras tu, lluvia negra, enemiga, continuabas cayendo sobre nuestras desgracias. Yo creo que algún día, que inscribiremos en el calendario, tendrán techo seguro, techo firme, los hombres en su sueño, todos los dormidos, y cuando en la noche lla lluvia regrese de mi infancia cantará en los oídos de otros niños y alegre será el canto de la lluvia en el mundo, también trabajadora, proletaria, ocupadisima fertilizando montes y praderas, dando fuerza a los ríos, engalanando el desmayado arroyo perdido en la montaña, trabajando en el hielo de los huracanados ventisqueros, corriendo sobre el lomo de la ganadería, dando valor el germen primaveral del trigo, lavando las almendras escondidas, trabajando con fuerza y con delicadeza fugitiva, con manos y con hilos en la preparaciones de la tierra. Lluvia de ayer, oh triste lluvia de Loncoche y Temuco, canta, canta, canta sobre los thecos y las hojas, canta en el viento frío, canta en mí corazón, en mi confianza, en mi techo, en mis venas, en mi vida, ya no te tengo miedo, resbala hacia la tierra cantando con tu canto y con mi canto, porque los dos tenemos trabajo en las semillas y compartimos el deber cantando. È tornata la pioggia. E non è tornata dal cielo o dall' ovest. È tornata dalla mia infanzia. S'è aperta la notte, un tuono l'ha scossa, il boato ha spazzato la solitudine, ed allora è arrivata la pioggia, è ritornata la pioggia della mia infanzia, prima una raffica collerica, poi come la coda bagnata di un pianeta, la pioggia tic tac mille volte tic tac mille vite una slitta, un martellare lento di petali oscuri nella notte, d'improvviso intensa crivellando di aghi il fogliame, altre volte un manto tempestoso che si rovescia nel silenzio, la pioggia, mare di sopra, rosa fresca, nuda, voce del cielo, violino nero, bellezza, fin da quando ero bambino ti amo, non perché tu sia buona, ma per la tua bellezza. Camminavo con le scarpe rotte mentre l'ordito del cielo straripato si lacerava sopra la mia testa portando a me e alle radici le sostanze dell'altitudine, l'ossigeno umido, la libertà del bosco. Conosco i tuoi eccessi, il foro nel tetto che fa infiltrare acqua nelle stanze dei poveri: lì sveli la tua bellezza, sei ostile come una celestiale armatura, come un pugnale di vetro, trasparente, lì t'ho conosciuto veramente. E però, non smisi di essere innamorato di te; nella notte, chiudendo gli occhi, aspettai che tu cadessi sul mondo, aspettai che tu cantassi soltanto per me, perché il mio cuore custodiva ogni germe terrestre e in esso precipitano i metalli e cresce il grano. Amarti, tuttavia, m'ha lasciato nella bocca un gusto amaro, un amaro sapore di rimorso. Giusto ieri notte qui a Santiago i quartieri della Nuova Lega sono franati, le fungaie di alloggi, cataste di frammenti di ignominia, sotto il peso del tuo passo si sono sgretolate, i bambini piangevano nel fango e lì giorni e giorni sui letti bagnati, le sedie rotte, le donne, il fuoco, le cucine, mentre tu, pioggia nera, nemica, continuavi a cadere sopra le nostre disgrazie. Io credo che un giorno, che annoteremo nel calendario, avrà un tetto sicuro, un tetto solido, il sonno degli uomini, di tutti gli uomini e quando nella notte la pioggia ritornerà dalla mia infanzia, canterà alle orecchie di altri bambini e allegro sarà il canto della pioggia nel mondo, e sarà anche operosa, proletaria, impegnatissima a fertilizzare monti e praterie, a dar forza ai fiumi, a ravvivare lo smorto riscello perduto sulla montagna, a lavorare nel gelo dei nevai battuti dalle tormente, a correre sulla groppa del bestiame, a dare forza al germe primaverile del grano, a lavare i diamanti nascosti, a lavorare con forza e con dicatezza fuggitiva, con mani e con fili nei preparativi della terra. Pioggia di ieri, oh triste pioggia di Loncoche e di Temuco, canta, canta, canta sopra i tetti e sulle foglie, canta nel vento freddo, canta nel mio cuore, nella mia fiducia, sul mio tetto, sulle mie vene, sulla mia vita, non ho più paura di te, scivola verso la terra cantando con il tuo canto e con il mio canto, perché entrambi abbiamo a che fare con le sementi e compartiamo il dovere cantando.
  13. Agli inizi degli anni '60 esplode il fenomeno della Neo-Avanguardia, un insieme molto composito di movimenti e singoli artisti ed intellettuali che criticano radicalmente gli stilemi della tradizione letteraria - attaccando in particolare il ripiegamento intimista che ha contraddistinto molta poesia della prima metà del Novecento - sia la società capitalistica il cui conformismo reprime la libera espressione individuale. Promotore della neoavanguardia è il Gruppo del '63, fondato a Palermo da scrittori e poeti che rimase unito fino al 1970. Gli esponenti di questo Gruppo tentarono di mettere in evidenza la "non-comunicabilità", il "non-senso" delle parole nell'ambito di una società massificata dal potere capitalistico, e per tale motivo si impegnarono coscientemente in un'opera di dissolvimento del linguaggio poetico tradizionale, nell'attesa di una rifondazione etico-ideologica della società capace di promuovere l'avvento di un nuovo e più autentico linguaggio. Tra questi poeti il più interessante e noto è Edoardo Sanguineti. La lirica scelta per oggi inizia come insegnamento e si trasforma in demistificazione. Mentre con il figlio osserva un libro illustrato, il poeta gli insegna che dietro ad ogni cosa in esso rappresentata e ogni manifestazione della vita si nasconde l'onnipotenza del denaro. PURGATORIO DE L' INFERNO, 10. "Questo è il gatto con gli stivali". Questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona fra Carlo V e Clemente VII, e' la locomotiva, è il pesco fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti pagina, Alessandro, ci vedi il denaro: questi sono i satelliti di Giove, questa è l'autostrada del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola di Atene, è il burro, è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massetere è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi il denaro: e questo è il denaro, e questi sono i generali con le mitragliatrici, e sono i cimiteri con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie: ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente.
  14. La costante nell'ispirazione della poetica di Federico García Lorca è senz'altro riconducibile in quel senso di angoscia profonda che attanaglia il poeta di fronte a tanti desideri inappagati e nell'inquietitudine di un amore impossibile da cui scaturisce una condizione di vita sofferta in continue avvisaglie di morte. Amore e morte sono dunque i termini di riferimento anche degli undici Sonetos del amor obscuro che nascono proprio all'insegna di un'aspirazione che non ammette alternative. Sono un "prodigio di passione, entusiasmo, di felicità, di tormento, puro e ardente monumento all'amore, in cui la prima materia è la carne , il cuore, l'anima del poeta preso da macerazione". Così commentava Vicente Aleixandre, ricordando commosso la lettura dei sonetti dalla viva voce di Lorca. A Granada il poeta era considerato omosessuale, disgrazia grave in una città nota per la sua avversione nei confronti della sessualità non convenzionale. Già le sue prime composizioni rivelano un profondo struggimento sessuale, la sensazione di essere reietto ed isolato. Ma è tutta la sua opera che verte in genere, in una forma o nell'altra, sul tema della frustazione. Vi si rivela il senso di un amore non goduto come fonte di dolore e di un'esistenza vista nel costante riferimento della morte. È il binomio sesso-morte a rivelarsi il sottofondo costante della poesia lorchiana, sentita come coscienza di distruzione, in cui l'istinto sessuale sembra incontrare sempre un ostacolo, una frustazione. Ed è indiscutibile, ripercorrendo lo sviluppo dell'opera di García Lorca, riconoscere fin dall'inizio questo "tema della frustazione". La storia dell'amore impossibile di uno scarafaggio per una farfalla, narrata nel Maleficio de la mariposa, rispecchia un sofferto dramma autobiografico: è Federico che non riesce ad amare la donna, perché un simile amore è per lui innaturale. I fischi con cui l'opera fu accolta dovettero risuonare all'orecchio del poeta come grida di scandalo e quello "Schifoso!" urlato da uno spettatore a scena aperta era rivolto a lui : l'autore doveva ritenersi messo al bando dalla società. Ma della sua natura García Lorca non ha mai fatto un mistero e con coraggio è venuto affermandola, cosciente di essere purtroppo considerato fuori dalla società, anche se non ebbe la forza di pubblicare i Sonetos del amor obscuro scritti tra il 1935 e il 1936, frutto di un amore omosessuale. Forse lo fece per non recare danno alla persona a cui erano dedicati. Eppure la gente sapeva, tanto che a Granada molti lo trattavano con disprezzo. Garcia Lorca si sentiva un emarginato, un perseguitato , sì, ma anche un ribelle fino a riconoscersi tale su un piano storico. " Credo che il fatto che io sia di Granada mi permetta di comprendere i perseguitati, essere dalla parte del gitano, del nero, dell' ebreo... del moro che ogni gradanino sente in sé". E in tal senso, sulla base di questa coscienza, il suo dolore tenta di aprirsi agli "altri", cioè a quelli "diversi" come lui, diventando così l'interprete degli emarginati, cosa che verrà realizzata pienamente in Poeta en Nueva York. Soneto de la guirnalda de rosas ¡Esa guirnalda! ¡pronto! ¡que me muero! ¡Teje deprisa! ¡canta! ¡gime! ¡canta! que la sombra me entienda la garganta y otra vez y mil la luz de enero. Entre lo que me quieres y te quiero, aire de estrellas y temblor de planta, espesura de anémonas levanta con oscuro gemir un año entero. Goza el fresco paisaje de mi herida, quiebra juncos y arroyos delicados. Bebe en muslo de miel sangre vertida. Pero ¡pronto! Que unidos, enlazados, boca rota de amor y alma moridida, el tiempo nos encuentre destrozados. Presto con la guirlanda, su, che'muioio! Svelto, intrecciala! Canta, gemi, canta! L'ombra m'intorbida la gola e mille volte e più splende gennaio. Tra l'amore mio per te e tuo per me, vento di stelle e fremito di pianta, densità d'anemoni solleva in un gemito cupo, un anno intero. Fresco il paesaggio della mia ferita, godilo! Spezza giunchi e ruscelli delicati! Da cosce di miele bevi sangue sparso! Ma presto! Uniti, avvinti, bocca rotta d'amore, anima a morsi, il tempo ci ritrova consumati. Soneto de la dulce queja Tengo miedo a perder la maravilla de tus ojos de estatua, y el acento que de noche me pone en la mejilla la solitaria rosa de tu aliento. Tengo pena de ser en esta orilla tronco sin ramas; y lo que más siento es no tener la flor, pulpa o arcilla, para el gusano de mi sufrimiento. Si tú eres el tesoro oculto mío, si eres mi cruz y mi dolor mojado, si soy el perro de tu señorío, no me dejes perder lo que he ganado y decora las aguas de tu río con hojas de mi otoño enajenado. Temo di perdere la meraviglia dei tuoi occhi di statua e la cadenza che di notte mi posa sulla guancia la rosa solitaria del respiro. Temo di essere lungo questa riva un tronco spoglio, e quel che più m'accora è non avere fiore, polpa, argilla per il verme di questa sofferenza. Se sei il mio tesoro seppellito, la mia croce e il mio fradicio dolore, se io sono il cane e tu il mio padrone non farmi perdere ciò che ho raggiunto e guarisci le acque del tuo fiume con foglie dell'autunno mio impazzito. Llagas de amor Esta luz, este fuego que devora. Este paisaje gris que me rodea. Este dolor por una sola idea. Esta angustia de cielo, mundo y hora. Este llanto de sangre que decora lira sin pulso ya, lúbrica tea. Este peso del mar que me golpea. Este alacrán que por mi pecho mora. Son guirlanda de amor, cama de herido, donde sin sueño, sueño tu presencia entre las ruinas de mi pecho hundido. Y aunque busco la cumbre de prudencia, me da tu corazón valle tendido con cicuta y pasión de amarga ciencia. La luce, questo fuoco che divora. Questo paesaggio grigio che m'attornia. Questa pena per una sola idea. Quest'angoscia di cielo, terra e d'ora. Questo pianto di sangue che decora lira senza timbro, torcia senza presa. Questo peso del mare che mi frusta. Questo scorpione che attende entro di me. Guirlanda d'amore, letto di ferito, sono e di insonne, sogno la presenza tua nel fondo in rovina del mio petto; e se ricerco una vetta di prudenza il tuo cuore mi dà una valle densa di cicuta e passione d'aspra scienza. El amor duerme en el pecho del poeta Tú nunca entenderás lo que te quiero porque duermes en mí y estás dormido. Yo te oculto llorando, perseguido por una voz de penetrante acero. Norma que agita igual carne y lucero traspasa ya mi pecho dolorido y las turbias palabras han mordido las alas de tu espíritu severo. Grupo de gente salta en los jardines esperando tu cuerpo y mi agonía en caballos de luz y verdes crines. Pero sigue durmiendo, vita mía. ¡Oye mi sangre rota en los violines! ¡Mira que nos acechan todavía! Non saprai mai cos'è questo mio amore perché addormentato dormi su di me. Ti nascondo di lacrime, inseguito da una voce d'acciaio lancinante. La norma che scompiglia corpi ed astri s'è fitta nel mio petto dolorante e hanno morso le torbide parole le ali del tuo animo severo. A gruppi gente salta nei giardini, attende il corpo tuo e la mia agonia in cavalli di luce e verdi crini. Ma continua a dormire, vita mia. Senti il mio sangue rotto tra i violini? Attento! ci spia qualcuno, attento! Noche del amor insonne Noche arriba los dos con luna llena, yo me puse a llorar y tú reías. Tu desdén era un dios, las quejas mías momentos y palomas en cadena. Noche abajo los dos. Cristal de pena, llorabas tú por hondas lejanías. Mi dolor era un grupo de agonías sobre tu débil corazón de arena. La aurora nos unió sobre la cama, las bocas puestas el chorro helado de un sangre sin fin que derramada. Y el sol entró por el balcón cerrado y el coral de la vida abrió su rama sobre mi corazón amortajado. Notte alta, noi due e la luna piena; io che piangevo, mentre tu ridevi. Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti attimi e colombe incatenate. Notte bassa, noi due. Cristallo e pena, piangevi tu in profonde lontananze. La mia angoscia era un gruppo di agonie sopra il tuo cuore debole di sabbia. L'alba ci ricongiunse sopra il letto, le bocche su quel gelido fluire di un sangue che dilaga senza fine. Penetrò il sole la veranda chiusa e il corallo della vita aprì i suoi rami sopra il mio cuore nel sudario avvolto.
  15. Lucille Clifton, come molti autori della Black Aesthetic, ha rotto con la tradizione europea e americana scegliendo brevi versi liberi, spesso rimati, ripetizioni, giochi di parole e allusioni, la quasi assenza di punteggiatura, lettere minuscole al posto delle maiuscole. La lingua dei suoi testi è frammentata, tagliente e diretta, ironica e ricca di termini slang ma anche piena di gioia, un canto di ringraziamento alla vita in tutti i suoi aspetti, e le poesie, spesso brevi, si stagliano potenti sul bianco della pagina. Nelle parole della poetessa, lei si limita a leggere " quello che le dice lo specchio " Nella raccolta Un certo Gesù la Clifton da' voce ad Adamo ed Eva, a Lucifero, a Maria, a Giuseppe e a Cristo, rappresentandoli in tutta la loro umanità e fisicità attraverso un tono che recupera la musicalità folk e jazz, unita a una profonda indagine psicologica e appassionata ironia a tratti malinconica. adam thinking she stolen from my bone is it any wonder i hunger to tunnel back inside desperate to reconnect the rib and clay and to be whole again some need is in me struggling to roar through my mouth into a name this creation is so fierce i would rather have been born lei rubata dal mio osso c'è da meravigliarsi se io sono smanioso di scavare indietro dentro disperato di riunire la costola e l'argilla ed essere nuovamente intero un qualche bisogno è in me che lotta per ruggire attraverso la mia bocca e farsi nome questa creazione è così violenta che avrei preferito nascere
  16. " Il desiderio d'una lettura diretta dei testi di alcuni poeti dell'antichità mi spinse, un giorno, a tradurre le pagine più amate dei poeti della Grecia. Il greco ritornava a essere ancora un'avventura, un destino, a cui i poeti non possono sottrarsi. Le parole dei cantori che abitano le isole di fronte alla mia terra ritornano lentamente nella mia voce, come contenuti eterni, dimenticati dai filologi per amore di un'esattezza che non è mai poetica e qualche volta neppure linguistica. " Misurarsi con i classici è uno dei motivi dominanti di Salvatore Quasimodo, che riesce in questo modo a far coincidere il desiderio di tradurre in poesia italiana attuale i grandi testi del passato con il proprio mito personale: unire un'anima moderna e un sentire classico. Lirici greci esce nel 1940 nella rivista di Ernesto Treccani, " Corrente". Quasimodo difende la sua operazione letteraria affermando con forza che la poesia va tradotta solo dai poeti. Ammette che la filologia è un momento essenziale per l'approccio a un testo classico o straniero, ma la tecnica personale ed emotiva del verso e della parola poetica è l'unico autentico strumento per trasformare una poesia in un'altra lingua-cultura. Quasimodo sceglie i testi che gli sono congeniali e traduce in totale autonomia: sopprime epiteti oppure li scinde, elimina nessi e zeppe, trasforma verbi, e arriva ad unire frammenti diversi dello stesso autore per dare suggestione di una lirica unica. Rinuncia agli schemi metrici d'origine, elude le equivalenze metriche proprio perché vuole arrivare ad un testo italiano, poetico, moderno. Così la metrica quantitativa su cui si fonda la poesia greca viene resa nella nostra metrica accentativa. Al poeta interessa " la densità poetica ", che non viene mai del tutto intesa dallo studioso. Appena uscito, il libro innescò una serie di polemiche soprattutto per il modo di tradurre; era evidente già allora che i Lirici greci tradotti da Quasimodo sono un' opera poetica autonoma. Quasimodo si servì dei testi greci quasi come di una traccia per un'idea di poesia originale e, pur in una poetica e libera fedeltà al testo, queste sono poesie di Salvatore Quasimodo. Ho scelto per oggi alcune delle mie preferite. Saffo A me pare uguale agli dei A me pare uguale agli dei chi a te vicino così dolce suono ascolta mentre tu parli e ridi amorosamente. Subito a me il cuore si agita nel petto solo che appena ti veda, e la voce si perde sulla lingua inerte. Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, e ho buio negli occhi e il rombo del sangue alle orecchie. E tutta in sudore e tremante come erba patita scoloro: e morte non pare lontana a me rapita di mente. Tramontata è la luna Tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte; anche giovinezza già dilegua, e ora nel mio letto resto sola. Scuote l'anima mia Eros, come vento sul monte che irrompe entro le querce; e scioglie le membra e le agita, dolce amara indomabile belva. Ma a me non ape, non miele; e soffro e desidero. Quanto disperse la lucente Aurora Espero, tutto riporti quanto disperse la lucente Aurora: riporti la pecora, riporti la capra, ma non riporti la figlia alla madre. Alceo Alla foce dell'Ebro Ebro, il più bello dei fiumi, che nella Tracia con forte suono scorri lungo terre famose pei cavalli, al purpureo mare presso Aino tacito scendi. E lì molte fanciulle muovono molli sulle anche: con l'acqua chiara nel palmo delle mani, come con olio addolciscono la pelle. Solo il cardo è in fiore Gonfiati di vino: già l'astro che segna l'estate dal giro celeste ritorna, tutto è arso di sete, e l'aria fumica per la calura. Acuta tra le foglie degli alberi la dolce cicala di sotto le ali fitto vibra il suo canto, quando il sole a picco sgretola la terra. Solo il cardo è in fiore: le femmine hanno avido il sesso, i maschi poco vigore, ora che Sirio il capo dissecca e le ginocchia. Già sulle rive dello Xanto Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli, gli uccelli di palude scendono dal cielo, dalle cime dei monti si libera azzurra fredda l'acqua e la vite fiorisce e la verde canna spunta. Già nelle valli risuonano canti di primavera. Anacreonte Timore dell'Ade Biancheggiano già le mie tempie e calvo è il capo; la cara giovinezza non è più, e devastati sono i denti. Della dolce vita ormai mi resta breve tempo. E spesso mi lamento per timore dell'Ade. Tremendo è l'abisso di Acheronte e inesorabile la sua discesa: perché chi vi precipita è legge che più non risalga. Ibico Come il vento del nord rosso di fulmini A primavera, quando l'acqua dei fiumi deriva nelle gore e lungo l'orto sacro delle vergini ai meli cidonii apre il fiore, e altro fiore assale i tralci della vite nel buio delle foglie; in me Eros, che mai alcuna età mi rasserena, come il vento del nord rosso di fulmini, rapido muove: così, torbido spietato arso di demenza, custodisce tenace nella mente tutte le voglie che avevo da ragazzo. Mimnermo Al modo delle foglie Al modo delle foglie che nel tempo fiorito della primavera nascono e ai raggi del sole rapide crescono, noi simili a quelle per un attimo abbiamo diletto del fiore dell'età ignorando il bene e il male per dono dei Celesti. Ma le nere dee ci stanno sempre a fianco, l'una con il segno della grave vecchiaia e l'altra della morte. Fulmineo precipita il frutto di giovinezza, come la luce di un giorno sulla terra. E quando il suo tempo è dileguato è meglio la morte che la vita. Archiloco Con una fronda di mirto Con una fronda di mirto giocava ed una fresca rosa; e la sua chioma le ombrava lieve e gli omeri e le spalle. Praxila E appari come vergine nel volto O tu che guardi dalle finestre un bel ragazzo e appari come vergine nel volto: sei già donna nel grembo. Licofronide Né delle fanciulle ornate d'oro Né dell'adolescente, né delle fanciulle ornate d'oro o delle donne dal seno colmo, è bello il volto se non appare casto: il pudore crea il fiore di bellezza. Jone di Ceo La stella mattutina Aspettiamo la stella mattutina dall'ala bianca che viaggia nelle tenebre, primo annunzio del sole. Licimnio E il Sonno che prendeva diletto E il Sonno che prendeva diletto a quello sguardo luminoso, con gli occhi aperti addormentò il fanciullo. anonimo Canto mattutino Dorati uccelli dall'acuta voce, liberi per il bosco solitario in cima ai rami di pino confusamente si lamentano; e chi comincia, chi indugia, chi lancia il suo richiamo verso i monti: e l'eco che non tace, amica dei deserti, lo ripete dal fondo delle valli.
  17. Aemon affascinantissimo, nobilissimo, insomma tutto -issimo, per non parlare della storia romantica e struggente con Naerys... Anche quella -issima; dall'altra c'è Duncan, personaggio per cui nutro una certa affezione. Entrambi incarnano secondo me lo spirito della Guardia Reale e meriterebbero il gradino più alto del podio. Se proprio devo fare una scelta, scelgo il Lord Comandante di Fondo delle Pulci, quindi a malincuore butto giù Aemon Targaryen.
  18. Il libro era Sarum di Edward Rutherford ! Nuovo libro e nuova citazione :" Si sentì a un tratto come una falena impotente, che svolazzava sui vetri della realtà, osservando dall'esterno un mondo sfocato. "
  19. Occhi azzurri ma sporgenti dietro due lenti tonde, aria da mattacchione, cattivo allievo ma affascinato dalla letteratura. Incontra Breton e arriva a partecipare ai movimenti Dada e Surrealista. Comincia alcune esperienze di scrittura automatica sotto ipnosi, esperienze nelle quali eccelle, tanto che Breton lo elogia scrivendo :" Il surrealismo è all'ordine del giorno, e Robert Desnos è il suo profeta! " Parallelamente, rincorre amori impossibili con la cantante attrice Yvonne George, sempre circondata da una folla di ammiratori. Per raggiungerla, si accosta all'oppio. Per lei scriverà le poesie A' la mystérieuse, nonché La Liberté ou l'Amour ( 1927 ), opera che verrà condannata per oscenità dal tribunale della Senna. Il lavoro a tempo pieno per testate giornalistiche e il suo scetticismo riguardo al coinvolgimento della politica comunista nel surrealismo provocano un'incrinatura tra lui e Breton fino alla rottura definitiva nel 1929. Nel 1931 va a vivere con Lucie Badoul, soprannominata " Youki " ( " neve " ) che abbandona il marito Tsugaharu Fujita. A partire dagli anni trenta ritorna a forme più tradizionali, non trascurando il verso in rima, offrendo a quest'ultimo prospettive insolite e uno slancio originale ed unico. L'attività letteraria in quegli anni è fervida, fra poesia e giornalismo, e successivamente anche radiofonica; attività, quest'ultima, che lo indirizza verso espressioni più orali e gestuali , musica e cinema, con la stesura di progetti di film. Nel 1934 aderisce al movimento degli intellettuali antifascisti; pacifista, Desnos è costretto a rinunciare alle sue posizioni e ad arruolarsi. Ritorna nella Parigi occupata e riprende la sua attività di giornalista nelle fila della resistenza, partecipando alle attività e redigendo pubblicazioni clandestine. Nel 1944 viene avvertito che la Gestapo sta per venire a prenderlo, ma rifiuta che sia Youki, la quale si droga con l'etere, a subire le rappresaglie ed eventualmente la tortura. È incarcerato e viene deportato al campo di Auschwitz, poi a quello di Flossemburg, infine a Floha in Sassonia. Nel 1945 raggiunge, con una marcia forzata, il campo di Terezin dove muore di miseria, stanchezza e tifo, non senza lasciare, attraverso la sua corrispondenza con la sua donna Youki, un ulteriore lezione di coraggio, d'amore e libertà:" Non è la poesia a dover essere libera, ma il poeta". La poesia che ho scelto per oggi è: Lumière de mes nuit Youki Te souviens-tu de nuits où tu apparaissais Sur le rectangle clair des vitres de ma porte? Où tu surgissais dans le ténèbres de ma maison Où tu t'abattais sur mon lit comme un grand oiseau Fatigué de passer les océans et les plaines et les forêts. Te souviens-tu de tes paroles de salut Te souviens-tu de mes paroles de bienvenue de mes paroles d'amour? Non, il ne t'en souvient pas, On ne se souvient pas du présent, personne... Or, il est nuit, Tu surviens, tu arrives, tu t'abats sur mon lit Je suis ton serviteur et ton défenseur soumis à ta loi et toi soumise à mon amour: Il est minuit il est midi Il est minuit et quart Il est minuit et demie Il est minuit à venir ou midi passé Il est midi sonnant Il est toujours midi sonnant pour mon amour Pour notre amour Tout sonne tout frémit et tes lèvres Et sur mon lit tu t'abats entre minuit et quatre heures du matin comme un grand albatros Échappé des tempêtes. Ricordi le notti in cui apparivi Sul rettangolo chiaro della mia porta a vetri? In cui sorgevi nelle tenebre della mia casa In cui ti gettavi sul mio letto come un grande uccello Stanco di attraversare oceani e pianure e foreste. Ricordi le tue parole di saluto Ricordi le mie parole di benvenuto le mie parole d'amore? Non, non te ne ricordi, Non ci si ricorda del presente, nessuno... Ora, è notte, Sopraggiungi, arrivi, ti getti sul mio letto Sono il tuo servitore e il tuo difensore soggetto alla tua legge e tu soggetta al mio amore. È mezzanotte è mezzogiorno È mezzanotte e un quarto È mezzanotte e mezza È quasi mezzanotte o mezzogiorno passato È mezzogiorno in punto È sempre mezzogiorno in punto per il mio amore Per il nostro amore Tutto risuona tutto freme anche le tue labbra E sul mio letto ti getti tra mezzanotte e le quattro del mattino come un grande albatros Sfuggito alle tempeste.
  20. Aspetto fino a domani... Poi svelo il mistero! Abbiamo l'autore e vi ho rivelato la città ( basterebbe sapere come veniva chiamato il primo insediamento sorto in quella zona...).
  21. Voto Arthur Dayne, rispetto agli altri due non c'è storia!
  22. La poesia di Giorgio Caproni si caratterizza per chiarezza e coincisione. " L' importante è risparmiare al massimo il rumore delle parole " affermava lo stesso poeta. Il suo anti-intellettualismo non è nient'altro che la riscoperta della parola povera. La parola di Caproni infatti è semplice, quasi elementare: nessun elitarismo lessicale o paroloni aulici, nessun utilizzo di particolari figure retoriche o tecniche poetiche ricercate, a lui bastano rime semplici e l'uso semplice dell' enjambement. La semplicità nella forma e nel contenuto non escludono un' originalità formale rispetto al suo tempo e una profondità di contenuto che sembra suggerire un sotteso filo di malinconia, derivante dai patemi personali ( come la morte prematura della fidanzata ), ed ironia, tipica di un'autore totalmente disilluso che da lontano osserva la realtà. Una disillusione che si denota nella volontà di porre al centro della sua produzione il racconto della vita quotidiana. Il cuore della poesia di Caproni è contenuto nel libro Il seme del piangere ( 1950 - 1958 ). Da molti definito il più bel libro della seconda metà del Novecento, è dedicato alla madre Anna Picchi, protagonista della sua prima parte, gli amati " Versi livornesi ". La poesia che ho scelto per oggi è Ultima preghiera. L' autore, ispirandosi ad una ballata del Trecento, immagina che la sua anima personificata vada alla ricerca della madre da poco morta. La poesia si presenta come una sorta di biografia immaginaria in cui il poeta rievoca la madre ancora giovinetta, quando egli non era ancora nato, servendosi di racconti e fotografie di famiglia. Il linguaggio della poesia sembra solo apparentemente semplice, in realtà è denso di sapienti raffinatezze, metriche e timbriche. La sintassi è articolata e ricca di inversioni. Il ritmo risulta movimentato e vario; sapiente è il gioco delle rime baciate ed alternate che conferiscono al testo una musicalità lieve; sono inoltre presenti raffinati effetti fonici e frequenti allitterazioni. Anima mia, fa' in fretta. Ti presto la bicicletta, ma corri. E con la gente ( ti prego, sii prudente ) non ti fermare a parlare smettendo di pedalare. Arriverai a Livorno, vedrai, prima di giorno. Non ci sarà nessuno ancora, ma uno per uno guarda chi esce da ogni portone, e aspetta ( mentre odora di pesce e di notte il selciato ) la figurina netta, nel buio, volta al mercato. Io so che non potrà tardare oltre quel primo albeggiare. Pedala, vola. E bada ( un nulla potrebbe bastare ) di non lasciarti sviare da un'altra, sulla stessa strada. Livorno, come aggiorna, col vento una torma popola di ragazze aperte come le sue piazze. Ragazze grandi e vive ma, attenta!, così sensitive di reni (ragazze che hanno, si dice, una dolcezza tale nel petto, e tale energia nella stretta ) che, se dovessi arrivare col bianco vento che fanno, so bene che andrebbe a finire che ti lasceresti rapire. Ma anima, non aspettare, no il loro apparire. Faresti così fallire con dolore il mio piano, e io un'altra volta Annina, di tutte la più mattutina, vedrei anche a te sfuggita, ahimè, come già alla vita. Ricordati perché ti mando; altro non ti raccomando. Ricordati che ti dovrà apparire prima di giorno, e spia ( giacché, non so più come, ho scordato il portone ) da un capo all'altro della via, da Cors' Amedeo al Cisternone. Porterà uno scialletto nero, e una gonna verde. Terrà stretto al petto il borsellino, e d'erbe già sapendo e di mare rinfrescato il mattino, non ti potrai sbagliare vedendola attraversare. Seguila prudentemente, allora, e con la mente all'erta. E, circospetta, buttata la sigaretta, accostati a lei soltanto, anima, quando il mio pianto sentirai che di piombo è diventato in fondo al mio cuore lontano. Anche se io, così vecchio, non potrò darti mano, tu mormorale all' orecchio ( più lieve del mio sospiro, messole un braccio in giro alla vita ) in un soffio. Ciò ch'io e il mio rimorso, pur parlassimo piano, non le potremmo mai dire senza vederla arrossire. Dille chi ti ha mandato: suo figlio, il suo fidanzato. D'altro non ti richiedo. Poi, va' pure in congedo.
  23. Visto che Jaime Lannister ha finalmente preso il volo... Voto... per "equilibrare" Arthur Dayne!
  24. L' Antologia di Spoon River è una raccolta di poesie in verso libero che il poeta Edgar Lee Masters pubblico' tra il 1914 ed il 1915 sul Mirror di St.Louis. Ogni poesia racconta, in forma di epitaffio, la vita dei residenti di Spoon River, un immaginario paesino del Midwest statunitense, sepolti nel cimitero locale. Lo scopo del poeta è quello di demistificare la realtà di una piccola cittadina rurale americana. La caratteristica saliente dei personaggi è che essendo per la maggior parte morti non hanno più niente da perdere e quindi possono raccontare la loro vita in assoluta sincerità. In realtà il poeta si ispirò a personaggi veramente esistiti nei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield dov'era cresciuto. Molte delle persone a cui le poesie erano ispirate si sentirono offese nel vedere le loro faccende più segrete e private pubblicate nelle poesie. George Gray, abitante del fantomatico villaggio di Spoon River, si racconta mentre contempla la sua lapide: ci rivela con distacco e lucidità i limiti della sua vita piatta e le opportunità sfumate, vuoi per paura vuoi per ignavia. Edgar Lee Masters definisce in questi pochi versi il profilo banale di un personaggio rimasto anonimo per sua stessa volontà e, come monito, svela al lettore un meraviglioso inno al vivere pienamente la vita. George Gray lo capisce solamente quando è ormai troppo tardi. I have studied many times The marble which was chiseled for me - A boat with a furled sail at rest in harbor. In truth it pictures not my destination But my life. For love was offered me and I shrank from its disillusionment; Sorrow knocked at my door, but I was afraid; Ambition called to me, but I dreaded the chances. Yet all the while I hungered for meaning un my life. And now I know that we must lift the sail And catch the winds of destiny Wherever they drive the boat. To put meaning in one's life end in madness, But life without meaning is the torture Of rest lessness and vague desire - It is a boat longing for the sea and yet afraid. Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito: una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, ed io ebbi paura; l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Malgrado tutto avevo fame di significato nella mia vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre a follia ma una vita senza senso è la tortura dell'inquietudine e del vano desiderio - è una barca che anela al mare eppure lo teme.
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