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AemonTargaryen

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  1. Oggi, tra le tante opere che potrebbero citarsi, trovo questi versi leopardiani particolarmente adatti. Nelle sensazioni provate da Alceta di fronte all'assenza della luna, c'è tutto un mondo: "Allor mirando in ciel, vidi rimaso / Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia, / Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa, / Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro". Frammento XXXVII - Odi, Melisso. ALCETA Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno Di questa notte, che mi torna a mente In riveder la luna. Io me ne stava Alla finestra che risponde al prato, Guardando in alto: ed ecco all’improvviso Distaccasi la luna; e mi parea Che quanto nel cader s’approssimava, Tanto crescesse al guardo; infin che venne A dar di colpo in mezzo al prato; ed era Grande quanto una secchia, e di scintille Vomitava una nebbia, che stridea Sì forte come quando un carbon vivo Nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo La luna, come ho detto, in mezzo al prato Si spegneva annerando a poco a poco, E ne fumavan l’erbe intorno intorno. Allor mirando in ciel, vidi rimaso Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia, Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa, Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro. MELISSO E ben hai che temer, che agevol cosa Fora cader la luna in sul tuo campo. ALCETA Chi sa? non veggiam noi spesso di state Cader le stelle? MELISSO Egli ci ha tante stelle, Che picciol danno è cader l’una o l’altra Di loro, e mille rimaner. Ma sola Ha questa luna in ciel, che da nessuno Cader fu vista mai se non in sogno.
  2. “Il "cante jondo" si accosta al ritmo degli uccelli, alla musica istintiva del nero pioppo e delle onde; è semplice nella sua forma e desuetudine. È anche un raro esempio di canzone primitiva, la più vecchia di tutta l'Europa, laddove i ruderi della storia, i suoi lirici frammenti sono divorati dalla sabbia, esso appare vivo come al primo mattino di sua vita.” Nel cuore dell'Andalusia, tra le sonorità intimistiche del flamenco. Federico García Lorca aveva molto a cuore il recupero e la valorizzazione del patrimonio della musica tradizionale andalusa, e tracce vivide di questa sensibilità si riscontrano nella sua poesia come nelle sue opere teatrali - nelle quali, peraltro, il confine tra teatro, musica e poesia tende sovente a sfumare. Il Cante Jondo - tradotto: canzone profonda - è una delle forme del flamenco, e dà il titolo all'omonimo Poema in cui Lorca raccolse una serie di poesie scritte nel '21. All'interno della raccolta, i Seis caprichos sono dedicati all'amico chitarrista Regino Sáinz de la Maz, conosciuto nel 1920 alla Residencia de Estudiantes. Di questi, Chumbera è la mia poesia del giorno. Chumbera Laoconte salvaje. ¡Qué bien estás bajo la media luna! Múltiple pelotari. ¡Qué bien estás amenazando al viento! Dafne y Atis, saben de tu dolor. Inexplicable. * Fico d'India Laocoonte selvaggio Come sei bello sotto la mezzaluna! Multiplo giocator di pelota. Come sei bello quando minacci il vento! Dafne e Attis conoscono il tuo dolore. Inesplicabile.
  3. Oggi vado con Vladimir Majakovskij. Un amore che non è fine, ma mezzo. Che finisce forse per perdere la sua dimensione totalizzante e che diviene invece lo strumento per far ricominciare a battere i cuori raffreddati. L'amore, dunque, come mezzo per ricominciare a vivere. Per noi L'amore non è paradiso terrestre, a noi l'amore annunzia ronzando che di nuovo è stato messo in marcia il motore raffreddato del cuore.
  4. Una delle poesie più note di Robert Frost. Negli elementi del fuoco e del ghiaccio, il poeta ipostatizza i sentimenti a loro modo distruttivi del desiderio e dell'odio. Qualche anno fa, Martin ammise di aver tratto in parte ispirazione proprio da questi versi del poeta statunitense: “People say I was influenced by Robert Frost’s poem, and of course I was, I mean… Fire is love, fire is passion, fire is sexual ardor and all of these things. Ice is betrayal, ice is revenge, ice is… you know, that kind of cold inhumanity and all that stuff is being played out in the books.” Fire and Ice. Some say the world will end in fire, Some say in ice. From what I’ve tasted of desire I hold with those who favor fire. But if it had to perish twice, I think I know enough of hate To say that for destruction ice Is also great And would suffice. * Alcuni dicono che il mondo finirà nel fuoco, alcuni dicono nel ghiaccio. Da quello che ho provato di desiderio convengo con quelli che preferiscono il fuoco. Ma se dovessi perire due volte, credo di conoscere abbastanza dell'odio per ammettere che per la distruzione il ghiaccio è pure terribile e sarebbe sufficiente.
  5. Concordo con il tuo pensiero. Per “realistico” intendevo proprio questo: avrei piuttosto trovato forzato il non tornare dalla sorella. Parliamo di un personaggio che pur evolvendo rimane molto emotivo e che pur limandosi continua a essere caratterizzato da una certa dose di impulsività nelle proprie azioni. Un personaggio segnato nel profondo, sin dalla giovinezza, dall'amore per Cersei. Quanto a un'eventuale redenzione, a mio parere non è tanto una questione di banalità o meno, quanto di dissonanza con l'essenza e il percorso del personaggio. Percorso che pur con i suoi difetti è emblematico delle contraddizioni presenti in Jaime. E per quanto lontano da un percorso di redenzione, si tratta un personaggio che si dimostra comunque capace di qualcosa di diverso dalle nefandezze per le quali viene disprezzato. Di conseguenza, credo che inquadrare il suo percorso nell'ottica di un'alternativa secca redenzione/dannazione ne riduca eccessivamente la complessità. L'uomo che ha gettato Bran dalla torre è lo stesso uomo che salva Brienne ad Harrenhal; quello che combatte strenuamente per la propria famiglia è lo stesso Jaime che invia Brienne in una missione quasi chisciottesca per onorare un giuramento pronunciato sotto minaccia; e ancora, il Jaime che ha una relazione con la propria sorella e che pronuncia quel noto discorso a Edmure Tully è lo stesso Jaime che riesce a prendere Riverrun senza dare il via a un massacro e che sceglie di cavalcare verso Nord per onorare una promessa. Lo stesso che, peraltro, sceglie di tornare dalla donna che ama di fronte alla prospettiva di non rivederla mai più. Sulla questione della banalità di una narrazione che si basa solo su personaggi né bianchi né neri. In GOT ci sono una miriade di personaggi grigi, dalle più svariate sfumature e, allo stesso tempo, ci sono anche personaggi che tendono al bianco, e altri che sono decisamente neri (per esempio la Montagna o Walder Frey). Sul piano generale, e al di là delle differenze (in meglio o in peggio) del caso, è esattamente quello che troviamo nei romanzi. Altro è, invece, il discorso relativo alla presunta legittimità di qualsiasi scelta narrativa in forza delle contraddizioni delle varie personalità per il semplice gusto di stupire. Qui siamo, ipoteticamente, sul piano delle cadute di stile a livello di scrittura, che si intrecciano in qualche modo con la caratterizzazione dei personaggi ma che non andrebbero identificate in toto con essa. Idealmente, è un tipo di critica che condivido di fronte a scelte del tutto prive di senso. Ma non mi sembra questo il caso.
  6. La morte di Teresa, figlia del cocchiere di famiglia, diede a Giacomo Leopardi lo spunto per il celeberrimo canto A Silvia, riflessione strutturata dialogicamente attorno al tema della giovinezza, delle sue speranze, dei sogni di felicità che la caratterizzano, che col tempo vanno a infrangersi contro la dura realtà, rivelandosi in ultimo, né più né meno, che dolorose illusioni. C'è una compartecipazione, da parte del poeta, alla condizione esistenziale della ragazza. Una compartecipazione che passa da una condizione idillica, da un'ebbrezza figlia dell'immersione nei sogni e nelle speranze della giovinezza, alla struggente amarezza di fronte all'annichilirsi di quelle stesse speranze. Il parallelismo è quello tra la prematura morte della ragazza e il disgregarsi dei sogni di felicità del poeta, avvenuto prematuramente anch'esso, durante appunto la giovinezza. La percezione della figura di Giacomo Leopardi risente spesso di una miriade di luoghi comuni che non rendono giustizia a un poeta e a un uomo dalla profondità straordinaria, il cui animo è stato molto appesantito dalle vicissitudini della vita. Vorrei limitarmi a sottolineare come, nonostante tutto, egli abbia non soltanto scavato in profondità nell'animo umano - convengo lo si possa definire “esistenzialista” - ma anche ricercato e creato bellezza, di cui la sua opera è pregna. Ebbene, credo che questo sia un grande modo di reagire alle ammaccature della vita. A Silvia. Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie dintorno, al tuo perpetuo canto, allor che all’opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno. Io, gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d’in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dí festivi ragionavan d’amore. Anche peria fra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negaro i fati la giovanezza. Ahi, come, come passata sei, cara compagna dell’età mia nova, mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? questi i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi, onde cotanto ragionammo insieme? questa la sorte dell’umane genti? All’apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.
  7. All'ottava stagione potranno muoversi svariate critiche, ma l'epilogo di Jaime (oltre che il suo percorso complessivo) mi sembra possa considerarsi una delle cose più riuscite di Game of Thrones. Un percorso più lineare o, se vogliamo, di “redenzione” (termine che viene spesso utilizzato quando si parla dello Sterminatore di Re e che personalmente trovo assai dissonante rispetto all'essenza del personaggio) sarebbe stato assai poco realistico oltre che, a mio parere, narrativamente assai deludente. Quanto a GoT nel suo complesso. Sono stato spesso critico verso la serie. Dopo la quinta stagione ho recuperato la sesta solo a distanza di molto tempo dalla messa in onda, e con un approccio meno carico di aspettative sotto il profilo qualitativo; inoltre, ho sempre sostenuto che GoT si portasse dietro varie criticità, anche molto fastidiose, da tempo. Tuttavia, credo anche che abbiamo assistito a qualcosa che va oltre qualsiasi altra opera che, di questo genere, sia stata proposta in passato. Quantomeno sul piano delle serie televisive. Tant'è che il paragone che viene più immediato è quello con una meraviglia cinematografica qual è The Lord of the Rings di Jackson. E a prescindere che da questo confronto ne esca bene o male, sta di fatto che il metro di paragone, negli anni, è stato spesso questo. Invero, al di là di un (ulteriore) calo qualitativo nelle ultime due stagioni, il fatto che molte critiche siano arrivate solo giunti alla chiusura della storia non mi ha sorpreso. Ribadisco che molte sono assolutamente centrate e le faccio pienamente mie. Ma ne ho riscontrate altre, come ho scritto altrove, che mi sembrano dettate più che altro da aspettative mancate e rientranti, dunque, nella questione dei gusti personali tout court, mentre altre ancora danno l'idea di essere persino preconcette (posizione speculare a un'adorazione acritica dell'opera). Inevitabilmente, le conseguenze del calo si sono palesate in maniera evidente giunti in prossimità dell'epilogo ma, come detto altrove, non credo affatto che la season 8 sia stata esiziale rispetto alla tenuta della serie nel suo complesso. Poi va anche tenuto presente che l'epilogo di una storia del genere porta con sé forti cariche emotive, in un senso o in un altro. Forse, come condivisibilmente scrive @FrAx8, servirà del tempo per inquadrare meglio l'opera. Per rispondere alla domanda del titolo, per quanto mi riguarda non credo che GoT sia stato, dal punto di vista della scrittura tout court, un capolavoro nel senso più pieno del termine, anzi, i punti in cui questa è stata imbarazzante ci sono stati eccome. Ma nel complesso non credo affatto che non sia stata una serie valida. È stata una storia dalla straordinaria complessità, di non facile realizzazione sia dal punto di vista narrativo (e a maggior ragione visto che a metà del guado è venuto a mancare il riferimento rappresentato dai romanzi) che dal punto di vista tecnico, figlia di una grande seppur incompleta opera letteraria, che pur con tutti i suoi difetti ha emozionato e appassionato, e che farà parlare di sé ancora a lungo. Prendendola dunque nel suo complesso, se per “serie valida” si intende una storia che vale la pena di farsi raccontare, credo che Game of Thrones lo sia.
  8. La mia canzone del giorno è un brano dell'Eddie Vedder solista. Society, con il suo fermo rifiuto della società contemporanea, è una delle tracce dell'album Music for the Motion Picture: Into the Wild, colonna sonora del film Into the Wild. Una canzone che racchiude, nella sua radicalità, l'inquietudine di fronte a una società a suo modo soffocante, la voglia di evadere da essa, di alzare lo sguardo, scegliere la propria strada e intraprendere un viaggio attraverso il mondo e attraverso se stessi alla ricerca, come Christopher McCandless, della felicità. Eddie Vedder, Society.
  9. Col senno di poi, verrebbe da dire (f)Aegon Targaryen, in quanto la sua presenza sarebbe stata, come ha sottolineato @Figlia dell' estate, decisamente utile ai fini della trama. La sua presenza avrebbe configurato uno scenario molto interessante per vari aspetti: dall'impatto su Daenerys (che avrebbe saputo di un nuovo pretendente Targaryen prima di venire - più o meno forzatamente - logorata) alla questione dell'identità di Jon Snow; da una diversa configurazione delle forze in campo che avrebbe probabilmente risparmiato varie forzature alla messa in scena di una trama politica elaborata ma potenzialmente assai coinvolgente. Fra le altre cose, avrebbe fatto assumere una maggiore "consistenza" alla figura di Rhaegar ed evitato che Varys divenisse un personaggio in grado di dare la sensazione, visti gli ideali di cui è portatore, di essere quasi fuori contesto rispetto alla storia in cui è immerso. Dire Lady Stoneheart, invece, sarebbe un atto di fede in Martin. Fermo restando che, come sottolineava @Metamorfo , una sua apparizione alla fine della 3x10 sarebbe stata un colpo di scena di grande impatto, sono sempre stato convinto che uno scrittore come George difficilmente azzarda scelte del genere senza avere in serbo dei piani importanti per il personaggio. Dovendo sceglierne uno, direi Aegon.
  10. In realtà, molti della lista non vanno molto lontano da questa definizione di “spaccaossa del Re” e non si comportano molto diversamente dal Mastino durante il periodo nella King's Guard, non fosse per il vuoto titolo di “ser”. Inoltre, Sandor non mostra indifferenza verso Sansa, ad esempio, e coglie l'ipocrisia di fondo del mondo in cui si muove. Disprezzandola. La consapevolezza e la specie di disprezzo di cui sopra, la non-indifferenza e il cuore in conflitto con se stesso, mi rendono Sandor Clegane e Jaime Lannister, pur autori di azioni deprecabili (al pari di altri), più interessanti di buona parte dei personaggi rimasti. Per quanto in questo turno il Mastino sia praticamente già in volo. Il mio voto va al Cavaliere di Fiori Loras Tyrell. Ha un gran potenziale, ma non ha il fascino letterario dei due di cui sopra, né mi sembra paragonabile alle altre più o meno tutte "leggendarie" Cappe Bianche.
  11. Sì, al di là di vari, conclamati difetti di cui si è parlato e riparlato, varie critiche mi sembrano figlie di aspettative mancate. Fra queste, quelle che riguardano la vittoria sugli estranei a metà della season 8. Fermo restando che un'eventuale fuga di massa da Winterfell l'avrei trovata tirata per i capelli, anche l'affermare che sarebbe stato meglio che i White Walkers arrivassero fino alla 8x05 o alla 8x06, o comunque sino alle porte di King's Landing, rientra nel gusto personale e, sinceramente, non sono affatto convinto che una soluzione del genere avrebbe significato un salto di qualità della stagione o, visto che siamo in tema, della stessa serie. Peraltro, la guerra contro i White Walkers, dall'inizio alla 8x03, conserva un suo significato anche senza l'arrivo dell'esercito di non-morti alle porte della capitale.
  12. @Oathkeeper Bel topic e gran lavoro. Complimenti. Ramin Djawadi è semplicemente un grande artista, dotato di un raro senso dell'estetica. La sua colonna sonora ha aggiunto molto a GoT dal punto di vista qualitativo: molte scene non avrebbero avuto lo stesso impatto senza musiche del livello di quelle composte da lui. Si è immerso in questo lavoro con grandissimo entusiasmo, e lo studio che vi ha dedicato anno dopo anno per ottenere il miglior risultato possibile è sempre stato profondo, meticoloso, tanto che ne è venuta fuori un'opera grandiosa, indimenticabile. Forse una delle caratteristiche più tipizzanti e allo stesso tempo qualitativamente più elevate di Game of Thrones. Mi è piaciuta molto la sua capacità di caratterizzare i personaggi e le varie fazioni attraverso musiche a loro volta fortemente caratterizzate, oltre al modo di espandere il lavoro fatto di stagione in stagione - come si è già fatto notare - anche attraverso variazioni ai diversi temi declinate in base alle interazioni fra personaggi o a eventi particolari. Peraltro, come sottolineava @NonnoOlenno, Ramin Djawadi ha fatto un gran lavoro anche in Westworld. In ogni caso, farne una lista sarebbe per me pressoché impossibile. Mi limito dunque a postare la sua versione di Jenny of Oldstones. ...All hail King Ramin!
  13. Le strade della famiglia Bertolucci si incontrarono, all'inizio degli anni Cinquanta, con quella di Pier Paolo Pasolini. L'amicizia con Attilio, nata a dire di quest'ultimo da una recensione “molto generosa”, segnò in profondità entrambi. Di lì a qualche anno, Attilio diverrà addirittura uno dei protagonisti della produzione in versi di Pier Paolo. Ho scelto per oggi un poemetto del 1962 dell'indimenticabile Pasolini che conserva un suo senso profondo drammaticamente attuale. L'opera si apre e si chiude con lo sguardo rivolto a Casarola, borgo natio di Attilio Bertolucci. Pasolini infonde in questi versi la profonda amarezza che gli suscita l'osservare i drammi che si consumano nel passaggio da un mondo essenzialmente rurale, agricolo, a un mondo industrializzato. Casarola, come mille altri posti, è destinata a morire. Così come è destinata a morire la cultura rurale propria della provincia di fronte al mondo che cambia. Ma nell'opera è infuso anche un altro tipo di amarezza. Quella provata dinanzi all'incapacità di riuscire a instillare, a far penetrare nei cuori delle persone idee di giustizia sociale, di solidarietà, di umanità: “Mostrare la mia faccia, la mia magrezza - / alzare la mia sola, puerile voce - / non ha più senso: la viltà avvezza / a vedere morire nel modo più atroce / gli altri, con la più strana indifferenza.” Versi attualissimi, insomma. Eppure, a fare da contraltare all'ormai maturata disillusione rispetto alla realtà italiana - che potrebbe comunque rappresentare benissimo realtà analoghe del mondo occidentale - emerge, nella parte centrale del poemetto, una speranza che è forse propria dei sognatori (“Un'ansia romantica che pareva esanime / sopravvivenza, mostruosamente s'ingrandisce, / occupa continenti, isole immani...”), se vogliamo, quasi chisciottesca: è la speranza che pervade l'animo del Pasolini che volge lo sguardo all'Africa. Se c'è, dunque, un luogo in cui la speranza di un mondo più giusto non si è ancora spenta, dove è possibile credere possa germogliare una resistenza contro l'indifferenza, l'egoismo, la disumanità, per Pasolini quel luogo è l'Africa (“Non si sfugge, lo so. La Negritudine / è in questi prati bianchi, tra i covoni / dei mezzadri, nella solitudine / delle piazzette, nel patrimonio / dei grandi stili - della nostra storia. / La Negritudine, dico, che sarà ragione...”). E volgendo un'ultima volta lo sguardo su Casarola – la quale da piccolo borgo acquisisce invece, nell'opera, una sua dimensione globale – non resta che prendere atto che il sole, su di essa, morendo ritira la sua luce. La Guinea. Alle volte è dentro di noi qualcosa (che tu sai bene, perché è la poesia) qualcosa di buio in cui si fa luminosa la vita: un pianto interno, una nostalgia gonfia di asciutte, pure lacrime. Camminando per questa poverissima via di Casarola, destinata al buio, agli acri crepuscoli dei cristiani inverni, ecco farsi, in quel pianto, sacri i più comuni, i più inutili, i più inermi aspetti della vita: quattro case di pietra di montagna, con gli interni neri di sterile miseria - una frase sola sospesa nella triste aria, secco odore di stalla, sulla base del gelo mai estinto - e, onoraria, timida, l’estate: l’estate, con i corpi sublimi dei castagni, qui fitti, là rari, disposti sulle chine - come storpi o giganti - dalla sola Bellezza. Ah bosco, deterso dentro, sotto i forti profili del fogliame, che si spezzano, riprendono il motivo d'una pittura rustica ma raffinata - il Garutti? il Collezza? Non Correggio, forse: ma di certo il gusto del dolce e grande manierismo che tocca col suo capriccio dolcemente robusto le radici della vita vivente: ed è realismo... Sotto i caldi castagni, poi, nel vuoto che vi si scava in mezzo, come un crisma, odora una pioggia cotta al sole, poco: un ricordo della disorientata infanzia. E, lì in fondo, il muricciolo remoto del cimitero. So che per te speranza è non volerne, speranza: avere solo questa cuccia per le mille sere che avanzano allontanando quella sera, che a loro, per fortuna, così dolcemente somiglia. Una cuccia nel tuo Appennino d'oro. La Guinea... polvere pugliese o poltiglia padana, riconoscibile a una fantasia così attaccata alla terra, alla famiglia, com'è la tua, e com'è anche la mia: li ho visti, nel Kenia, quei colori senza mezza tinta, senza ironia, viola, verdi, verdazzurri, azzurri, ori, ma non profusi, anzi, scarsi, avari, accesi qua e là, tra vuoti e odori inesplicabili, sopra polveri d'alveari roventi... Il viola è una piccola sottana, il verde è una striscia sui dorsali neri d'una vecchia, il verdazzurro una strana forma di frutto, sopra una cassetta, l'azzurro, qualche foglia di savana intrecciata, l’oro una maglietta di un ragazzo nero dal grembo potente. Altro colpo di pollice ha la Bellezza; modella altri zigomi, si risente in altre fronti, disegna altre nuche. Ma la Bellezza è Bellezza, e non mente: qui è rinata tra anime ricciute e camuse, tra pelli dolci come seta, e membra stupendamente cresciute. Il mare è fermo e colorato come creta; con case bianche, e palme: «tinte forti da tavolozza cubista», come dice un poeta africano. E la notte! Sensi distorti da ogni nostro dolce costume, occorrono, per cogliere i folli decorsi che accadono, come pestilenze, a queste lune. Perduti dietro metropoli di capanne in uno spiazzo tra palme nere come piume, alberi di garofano, di cannella - e canne uguali alle nostrane, quelle sparse intorno a ogni umano abitato - come tre zanne, tre strumenti suonati quasi dal fuoco di un forno inestinguibile, da gote nere sotto le falde dei cappelli flosci presenti a ogni sbornia - urlavano sempre le stesse note di leopardi feriti, una melodia che non so dire: araba? o americana? o arcaici e bastardi resti di una musica, il cui lento morire è il veloce morire dell'Africa? Questo terzetto era al centro, scurrile e religioso: neri-fetenti come capri i tre suonatori, schiena contro schiena, stretti, perché, intorno, in due sacri cerchi di pochi metri, rigirava una piena di migliaia di corpi. Nel cerchio interno erano donne, a girare, addossate, appena sussultanti nella loro danza. All'esterno i maschi, tutti giovani, coi calzoni di tela leggera, che, intorno a quel perno di trombe, stranamente calmi, buoni, giravano scuotendo appena spalle e anche: ma ogni tanto, con fame di leoni, le gambe larghe, il grembo in avanti, si agitavano come in un atto di coito con gli occhi al cielo. Al fianco le donne, vesti celesti sopra i neri cuoi delle pelli sudate, gli occhi bassi, giravano covando millenaria gioia... Ah, non potrò più resistere ai ricatti dell'operazione che non ha uguale, credo, a fare dei miei pensieri, dei miei atti, altro da ciò che sono: a trasformare alle radici la mia povera persona: è, caro Attilio, il patto industriale. Nulla gli può resistere: non vedi come suona debole la difesa degli amici laici o comunisti contro la più vile cronaca? L'intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da una dei milioni d'anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l'ha mai liberato. Mostrare la mia faccia, la mia magrezza - alzare la mia sola, puerile voce - non ha più senso: la viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, con la più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce. Nulla è insignificante alla potenza industriale! La debolezza dell'agnello viene calcolata ormai più senza fatica nei suoi pretesti da un cervello che distrugge ciò che deve distruggere: nulla da fare, mio incerto fratello... Mi si richiede un coraggio che sfugge del tutto al reale, appartiene ad altra storia; mi si vuole spelacchiato leone che rugge contro i servi o contro le astrazioni della potenza sfruttatrice: ah, ma non sono sport le mie passioni, la mia ingenua rabbia non è competitrice. Non c'è proporzione tra una nuova massa predestinata e un vecchio io che dice le sue ragioni a rischio della sua carcassa. Non è il dovere che mi trattiene a cercare un mondo che fu nostro nella classica forza dell'elegia! nell'allusione a un fatale essere uomini in proporzioni umane! La Grecia, Roma, i piccoli centri immortali... Un'ansia romantica che pareva esanime sopravvivenza, mostruosamente s'ingrandisce, occupa continenti, isole immani... annette Dei di milioni di guadi, percepisce l'odore dell'umidità dei quaranta gradi sopra zero immobili nelle coste, Mogadiscio e le buganvillee di Nairobi, gli odori bradi delle bestiacce scomposte in un selvatico galoppo, per gli sventrati, i radi orizzonti pervasi d'un funebre stallatico; la quantità, l'immensità che pesa inutilmente nel mondo, i cui prati bruciati o marci d'acqua, sono una distesa priva di possibile poesia, rozza cosa restata lì, ai primordi, senza attesa, sotto un sole meccanico che, annosa e appena nata, essa subisce come infinità. Ne nasce un bestiale colore rosa dove il sesso paesano che ognuno ha disegnato in calzoni di allegro cotone, in gonne comprate negli stores indiani, con soli occhiuti e cerchi di pavone, come un'isola galleggia in un oceano ronzante ancora per un'esplosione recente e sprofondata dentro le maree... Fiori tutti d'un colore, di cotone, occhiuti e cerchiati popolano le Guinee galleggiando nel tanfo d'uccisione, nella carne delle estati sempre feroce a divorare cibi cui la notte impone le tinte equatoriali della morte precoce, il blu e il viola e la polvere orrenda, la libertà, che partorisce il popolo con voce famigliare, e, in realtà, tremenda, il nero dei villaggi, il nero dei porti coloniali, il nero degli hotels, il nero delle tende... E... alba pratalia, alba pratalia, alba pratalia... I prati bianchi! Così mi risveglio, il mattino, in Italia, con questa idea dei millenni stanchi bollata nel cervello: i bianchi prati del Comune... della Diocesi... dei Banchi toscani o cisalpini... quelli rievocati nel latino del duro, dolce Salimbene... Il mondo che sta in un testo, gli Stati racchiusi in un muro di cinta - le vene dei fiumi che sono poco più che rogge, specchianti tra gaggìe supreme - i ruderi, consumati da rustiche piogge e liturgici soli, alla cui luce l'Europa è così piccola, non poggia che sulla ragione dell'uomo, e conduce una vita fatta per sé, per l'abitudine, per le sue classicità sparute. Non si sfugge, lo so. La Negritudine è in questi prati bianchi, tra i covoni dei mezzadri, nella solitudine delle piazzette, nel patrimonio dei grandi stili - della nostra storia. La Negritudine, dico, che sarà ragione. Ma qui a Casarola splende un sole che morendo ritira la sua luce, certa allusione ad un finito amore.
  14. Loras: "The heroes will always be remembered. The best." Jaime: "The best and the worst. And a few who were a bit of both. Like him." Criston Cole è stato senz'altro uno dei peggiori. Rimane però più interessante degli abbastanza anonimi gemelli Cargyll.
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