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Blindevil

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  1. Riccardo III, di Laurence Olivier. Con Claire Bloom, Laurence Olivier, Stanley Baker, Ralph Richardson, John Gielgud, Alec Clunes, Pamela Brown. Riccardo III, deforme e crudele, mette i suoi due fratelli (uno il legittimo Re) l'uno contro l'altro per poter sedere sul trono. Nel suo piano usurpatore seminerà una scia di sangue infinita che lo porterà a trovarsi da solo nella decisiva battaglia di Bosworth. Sir Laurence Olivier mette in scena l'epica opera shakesperiana con una grandiosa messa in scena di stampo dichiaratamente teatrale, non disdegnando però una forte ispirazione al cinema espressionista. Riprendendo di pari passo i dialoghi del Bardo si affida alla sua straordinaria bravura d'interprete, accompagnato da un cast quasi alla sua pari, emozionando con potenza vibrante per oltre due ore e mezza, culminando infine nella spettacolare e iconica battaglia mortale di "un cavallo per il mio regno". Regale.
  2. Il cavaliere elettrico, di Sydney Pollack. Con Robert Redford, Jane Fonda, Valerie Perrine, John Saxon, Willie Nelson. Un cowboy, vera e propria ex-star del rodeo, decide di rubare un preziosissimo cavallo da corsa (sfruttato e drogato per fini pubblicitari) per ridargli la libertà. Sulle sue tracce si mette una tenace giornalista, pronta a tutto pur di ottenere lo scoop della vita. Avventura edificante che tra commedia e love story guarda alla New Hollywood mantenendo al contempo un sapore piacevolmente classico. Tra situazioni improbabili e non sempre logiche, atmosfere country (incarnate dalla presenza, in veste d'attore e in colonna sonora, del grande Willie Nelson) e una componente d'azione che ruggisce prepotente in una manciata di scene madri, le due ore di visione divertono il giusto grazie anche alla perfetta alchimia tra Redford e la Fonda e alla bellezza del paesaggio americano, catturato magnificamente dalla calibrata regia di Pollack nei suoi scatti più selvaggi. Confortevole.
  3. David e Lisa, di Frank Perry. Con Keir Dullea, Janet Margolin, Howard Da Silva, Clifton Jones. David, a causa di una patologia mentale che gli impedisce il contatto fisico con altre persone, viene ricoverato in una struttura per ragazzi con problemi psichiatrici. Qui il giovane conosce la bella coetanea Lisa che soffre di una grave forma di schizofrenia. L'incontro tra i due aiuterà entrambi a guarire. Una tenera, platonica e toccante love-story all'interno di un luogo difficile che spicca per una forza istintiva e coraggiosa che non scade mai nel patetismo o nella retorica ma si concentra profondamente sui suoi protagonisti, interpretati magnificamente dai giovani interpreti. La regia curata e una messa in scena di gran classe rendono onore ad una storia intensa e ricca di sfumature. Sincero.
  4. Il maestro della notte, di Bai Xianyong. Nel Parco di Taibei esiste un vero e proprio mondo a parte, ritrovo di giovani emarginati che per povertà o attitudine scelgono la strada da "ragazzi di vita", concedendosi a uomini ricchi e facoltosi. Tra di loro vi sono Aqing, cacciato di casa dal padre e ancora scosso dalla recente morte del fratello minore; Xiaou, svelto e ribelle che sogna di andare a Tokyo per conoscere il genitore mai conosciuto; Wu Min, appena reduce da un tentativo di suicidio; il Sorcio, un impertinente ladruncolo vittima delle violenze del fratello maggiore. Sotto la guida del rispettato Yang (di mezz'età), conosciuto come il Maestro, questo gruppo di giovani potrà contare solo sulla propria amicizia in un mondo duro e ricco di insidie. Censurato a lungo dal regime comunista, Il maestro della notte (scritto negli anni '80 e ambientato nel decennio precedente) è un romanzo che pur scandagliando un tema difficile e controverso non scade mai nello scabroso ma anzi si intinge di un'avvolgente tenerezza in questo percorso di formazione di un gruppo di ragazzi perduti in quel di Taiwan. Personaggi memorabili a cui si finisce per affezionarsi e un lirismo narrativo che emerge sontuoso in più passaggi fanno dimenticare il non completo sviluppo di alcune sottotrame interessanti (il primis il rapporto figli - genitori) e mettono in risalto le contraddizioni e i lati nascosti di una società.
  5. L'uomo dal braccio d'oro, di Otto Preminger. Con Frank Sinatra, Eleanor Parker, Kim Novak, Darren McGavin, Arnold Stang. Tossicomane appena uscito di galera torna a casa dalla moglie paralitica e prova a sfondare come batterista. Ma la relazione coniugale è in forte crisi e le ambizioni di successo naufragano inesorabilmente, mentre lo specchio della droga si riaffaccia sempre più pericolosamente. Dal romanzo di Nelson Graner il maestro Preminger realizza un melodramma magnifico che, pur trattando abbastanza ingenuamente una tematica ardua come quella della dipendenza dalle droghe, è pregno di un'emotività sofferta e non banale e sfrutta al meglio le straordinarie prove del cast, a cominciare da un Sinatra in una delle prove migliori della sua carriera. Ottima e stuzzicante la colonna sonora con partiture jazz e/o orchestrali che coglie al meglio le sensazioni della narrazione. Determinato.
  6. Il capro espiatorio, di Robert Hamer. Con Bette Davis, Nicole Maurey, Alec Guinness, Jerome Worth. Il professore inglese John Barratt ed il nobile francese Jacques De Gue, fisicamente identici, si incontrano per pura casualità. Il secondo costringe il primo, con l'inganno, a sostituirlo per qualche tempo nella sua dimora, ma ben presto Barratt si affeziona al luogo e alle persone. Finché un giorno non scopre una clausola assicurativa sulla possibile morte della moglie... Mystery thriller con sobri toni da commedia di discreta fattura tratto dal romanzo di Daphne Du Maurier, il film risente a tratti di una narrazione statica che viene però ravvivata dall'ottima performance di un doppio Guinness e da una scatenata Bette Davis nel ruolo dell'anziana madre. Finale prevedibile, ma con una buona dose di tensione. Acre.
  7. La spia che venne dal freddo, di Martin Ritt. Con Richard Burton, Claire Bloom, Peter Van Eyck, Oskar Werner, Robert Hardy. Una spia britannica si finge un alcolizzato dismesso dai suoi superiori per potersi infiltrare tra le fila del partito comunista e mettere l'uno contro l'altro i due più potendi leader dell'organizzazione. Ma la sua relazione con una ragazza rischia di mettere a rischio l'intera missione... Tratto dal bel romanzo di Le Carré, un film secco e sporco, giocato quasi interamente sulla dialettica (sfruttando al meglio le performance degli interpreti, a cominciare proprio da Burton) che mette a nudo la sporcizia morale che abita nelle organizzazioni spionistiche. Ritt dirige con una costante attenzione per i personaggi, sempre sobriamente al centro della scena, e riesce a tratteggiare nel migliore dei modi, con un'oculata gestione degli efficaci colpi di scena, la disillusione di questa sporca guerra "sotterranea". Amaro.
  8. Gli occhi della notte, di Terence Young. Con Richard Crenna, Alan Arkin, Audrey Hepburn, Efrem Zimbalist jr., Jack Weston, Samantha Jones. La moglie cieca di un fotografo, entrato per caso in possesso di una bambola con al suo interno un ingente quantitativo di droga, è costretta a difendersi da sola in casa da tre furfanti ai quali fa gola il "carico". Titolo seminale del sottofilone thriller in cui la protagonista è una donna non vedente, il film di Young è un puro concentrato di tensione (che sale enormemente nella parte finale) che paga qualche forzatura narrativa ma che può contare su un cast d'eccellenza, e se la Hepburn, meritatamente qui candidata all'Oscar, è sublime, il diabolico villain di un giovane Arkin non è certo da meno. Florido.
  9. Sette giorni a maggio, di John Frankenheimer. Con Fredric March, Martin Balsam, Edmond O'Brien, Burt Lancaster, Kirk Douglas, Ava Gardner. Un colonnello (Douglas) scopre un tentativo di colpo di stato da parte del generale Scott (Lancaster), idolatrato da buona parte dell'opinione pubblica, per podestare il presidente degli Stati Uniti Lyman (March), prossimo ad uno storico accordo di pace con la Russia. Sulla scia del precedente, bellissimo, Va' e uccidi, Frankenheimer continua col suo percorso di cinema fantapolitico con questo teso film di spionaggio fatto di grandi nomi (in ruoli secondari la Gardner, Balsam e O'Brien) e di grandi contenuti, che sfrutta magnificamente l'implacabile sceneggiatura e la sottigliezza dei dialoghi. Un film pacifista con stile che evita la retorica e scandaglia con perizia nelle psicologie dei protagonisti, mettendo a confronto due modi di pensare antitetici ma entrambi mirati, seppur da un verso in maniera ben più che controversa, al benessere della patria. Brillante.
  10. Barfly, di Barbet Schroeder. Con Mickey Rourke, Faye Dunaway, Alice Krige, Stacey Pickren, Frank Stallone. Henry Chinaski è un aspirante scrittore alcolizzato, che trascorre le sue giornate nei bar tra sbronze e risse. Quando conosce Wanda, bella donna che beve per dimenticare una vita infelice, le cose sembrano destinate a cambiare... Charles Bukowski (che appare anche in un breve ma gustoso cameo) sceneggia uno dei suoi libri autobiografici regalando a Schroeder un materiale narrativo di prim'ordine. Il registra francese dirige di par suo con una giusta attenzione per l'eccesso e il paradosso, affidandosi ad un cast preparato nel quale brilla sontuosa la performance di Rourke, calatosi con perfezione mimetica nei panni del decadente protagonista. Vorace.
  11. L'estasi degli angeli, di Koji Wakamatsu con Ken Yoshizawa, Rie Yokoyama, Yuki Arasa, Masao Adachi, Michio Akiyama. In Giappone due fazioni di lotta armata, una comandata dal carismatico Ottobre e l'altro dalla fascinosa Autunno, entrano in conflitto per una partita di esplosivi rubati ad un deposito americano. La lotta a distanza tra i due leader, un tempo amanti, darà il via ad una scia di violenza che causerà decine di attentati dinamitardi con conseguenti vittime civili. La lotta armata indagata dal grande regista nipponico in molte delle sue opere è qui raccontata in una chiave intimista pregna di pagine di cruda violenza (il pestaggio di due membri della banda di Ottobre) e di un erotismo sempre in sottofondo alla trama principale. Con un bianco nero imperante, scavalcato da brevi istanti di colore in alcune delle scene chiave, il film vive forse di un'eccessiva verbosità ma si riscatta grazie ad una regia sempre impellente che si scatena deflagrante nei minuti finali. Impegnato.
  12. Breakfast Club, di John Hughes. Con Emilio Estevez, Anthony Michael Hall, Judd Nelson, Molly Ringwald, Ally Sheedy, Paul Gleason, John Kapelos. Cinque ragazzi di diversa estrazione sociale e dai caratteri contrapposti sono costretti per puniziore a trascorre un sabato pomeriggio all'interno della scuola. Dopo le iniziali incomprensioni, tra il gruppo comincerà a formarsi una sincera amicizia. Cult generazionale che ben rispecchia il periodo raccontando una storia semplice ma genuina che mette a nudo problemi familiari e un'imperante solitudine che, in modo diverso, attanagliava i personaggi, specchio realistico di una buona parte della gioventù ottantiana. Con una colonna sonora doc piena di classici del tempo e scene cult che rimangono piacevolmente impresse, Hughes gestisce al meglio il cast di giovani interpreti (tra i quali future meteore star come Estevez, la Ringwald e Hall) in questa pagina di formazione sulla difficoltà di crescere. (Oggi) malinconico.
  13. L'unico gioco in città, di George Stevens. Con Elizabeth Taylor, Warren Beatty, Charles Braswell, Hank Henry. Lei è una ballerina che vive una turbolenta relazione a distanza con un uomo sposato, lui un suonatore di pianoforte dedito al vizio del gioco. Si incontrano, si amano, si odiano e... Grande saluto di un grande regista come Stevens alla Settima Arte con un ultimo film che tra melodramma dal sapore classico e istinti New Hollywood si rivela passionale e appassionante. Dialoghi strepitosi (la sceneggiatura è curata da Frank Gilroy, già autore del romanzo al quale la pellicola è ispirata), un ritmo torbido e a tratti incandescente che non risente dell'eccessiva verbosità e un duo di star protagoniste in splendida forma: i duetti tra la Taylor e Beatty strappano applausi a scena aperta. Da riscoprire.
  14. Tom à la ferme, di Xavier Dolan. Con Caleb Landry Jones, Xavier Dolan, Mélodie Simard, Evelyne Brochu. Il giovane Tom si reca al funerale del suo fidanzato, scomparso di recente. Giunto nella fattoria dove era cresciuto il deceduto, Tom si accorge che la madre di questi ignorava totalmente l'omosessualità del figlio, cosa ben nota invece al burbero fratello Francis. Proprio quest'ultimo comincia a minacciare Tom affinché non riveli la verità alla donna, mentre il ragazzo finisce per sentirsi attratto, forse corrisposto, proprio dal suo nuovo aguzzino. Torbido racconto di non detti, di bugie, di relazioni complicate e negazioni del proprio essere. Il quarto film dell'enfant prodige Xavier Dolan (anche qui dietro e davanti la macchina da presa) è un melo cupo, a tratti spietato e in grado di gettare un velo di crescente inquietudine nello svilluppo dei rapporti tra i protagonisti. Un erotismo sommesso in questa tragedia queer di solitudini amplificate dall'ambientazione del titolo, una fattoria di una piccola cittadina di provincia dove essere diversi è ancora impossibile. Pungente. https://www.youtube.com/watch?v=nO6PPKYpwPA
  15. Il tempo si è fermato, di John Farrow. Con Charles Laughton, Ray Milland, Maureen O'Sullivan, Rita Johnson, Elsa Lanchester. Un giornalista deve indagare sull'omicidio di una donna, amante del suo editore. Sfortuna vuole che l'uomo incaricato di investigare avesse trascorso la notte precedente proprio con la deceduta, uccisa in realtà proprio dallo stesso editore che cerca di coprire il suo delitto. Thriller ingegnoso che, sfruttando abilmente una buona dose d'ironia e qualche forzatura improbabile (ma che ben si plasma al contesto), mantiene un efficace livello di tensione che raggiunge vette di un certo pathos nella mezzora finale. Laughton e Milland eccellono in un cast con personaggi e rispettivi interpreti di contorno gustosamente ispirati. Agile.
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