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TyrionSonOfTywin

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  1. Non ho ancora letto tutti i commenti sul mio scritto. Lo farò quanto prima ma volevo un attimo precisare una cosa. In realtà fin da quando ho iniziato a scrivere, trattare di temi già affrontati, anche se tristi, mi è sempre venuto facile, perché potevo partire da un'idea di base, anche se offuscata, che era uno spunto precuso. Ma grazie a questo round, ho capito che non è sempre la strada più apprezzata. Forse non la apprezzo neanche io. Grazie a tutti per i complimenti e le critiche. Non credo parteciperò al prossimo round, ho bisogno di trovare la mia strada vera e continuare su quella, la scrittura è una mia passione ma se forse non sfrutto il mio "talento" (che non ho mai creduto di possedere, per inciso) a dovere, forse è inutile scrivere.
  2. Concordo 😅 mi avete beccato nella settimana in cui ero malata e ho avuto tempo per scrivere, altrimenti non so come avrei fatto
  3. "Are you sure that we are awake? It seems to me that yet we sleep, we dream"

  4. L'isola di Tilda Caratteri: 4956 Matilda si rincorreva sulla spiaggia con il cugino più grande, inciampando ogni tanto ridendo. Il vecchio si sentiva male solo a chiamarla per nome: sembrava uno scherzo del destino. Era stato così contento quando sua figlia, cinque anni prima, era venuta a fare visita a lui e sua moglie, ormai ridotta al letto, annunciando il nome della nascitura. Per qualche secondo, Matilda, la sua Matilda, aveva sorriso. Tutti si aspettavano la sua morte, prima o poi. Il cancro lentamente le si era insidiato nel cervello, dopo averle portato via la gamba sinistra. “E tu chi saresti?” Aveva detto la prima volta che si erano visti. Per poco non gli faceva venire un infarto. Era scattato sull’attenti, e si era voltato a guardarla, ancora un po’ intontito. “Mi chiamo Pablo, piacere.” Sulle prime non gli era neanche sembrata bella, quella ragazzina tutta pelle e ossa, dai seni ancora acerbi e i capelli più corti dei suoi. “Cosa ci fai nella mia cabina?” Aveva detto con tono squillante e cantilenante. Non le avrebbe dato più di dodici anni, invece ne aveva diciassette. “La sto pulendo, signorina.” Fece un cenno alla scopa che stringeva in pugno. Per ora, era l’unico lavoro che aveva trovato che gli permettesse di stare a stretto contatto con il mare. “Bene così.” Rise, ma Pablo non capì bene perché. “Hai dimenticato di farmi il letto.” Poi se ne andò. Quella stessa sera, Pablo era a prua, a guardare le stelle. “Ciao” disse la ragazza. Per la seconda volta era arrivata di soppiatto, spaventandolo. “Signorina.” Cercò di mantenere un atteggiamento impassibile, ma fu difficile. Con quel vestito rosso, che aveva indossato per la cena col capitano sulla nave da crociera, non sembrava la stessa ragazzina di quella mattina. “Puoi anche smetterla di chiamarmi signorina. Non lo dico a nessuno.” Rise di nuovo. Se la prima volta la risata gli era sembrata fuori luogo e disturbante, questa ebbe l’effetto contrario. Era dolce, genuina. “Volevo scusarmi per questa mattina. A volte sono intrattabile.” Pablo si limitò ad annuire. “E poi, non capita tutti i giorni trovare un bel ragazzo nella propria cabina.” Quest’ultima affermazione gli fece alzare un sopracciglio. “Trovate che io sia bello?” Lei si avvicinò. “Cos’è, non te l’ha mai detto nessuno?” No, ma questo non lo disse. La ragazza gli poggiò le mani sulle spalle per alzarsi sulle punte e dargli un bacio sulle labbra. “Dove ti piacerebbe andare, Pablo? Siamo diretti in Europa, per una crociera mozzafiato, così dice il volantino, ma io vorrei andare su un’isola, sai? Una tutta mia.” Poi si girò, lasciando Pablo con le ginocchia tremanti e il cuore che batteva all’impazzata. Da allora, diventarono inseparabili. Sognavano un’isola solo per loro, lontani dalle preoccupazioni e lontani dalla famiglia di lei, che sognava per la ragazza un futuro ben diverso da quello che avrebbe potuto avere con lui. Così si sussurravano, mentre sul letto di lei stavano abbracciati tenendosi le mani. “Prenderei per te anche lo squalo più grosso.” Le diceva. “No che non lo faresti” rispondeva lei ridendo, quella risata a cui ormai era abituato. “Ma va bene così. Ora va’, prima che mia mamma ti veda.” Lui le diede un timido bacio. “Un giorno avremo la nostra isola, Tilda” Questo era il soprannome che le aveva dato. “Questa sì che è una promessa, Pablo.” Gli accarezzò i ricci biondi, prima che lui si chiudesse la porta alle spalle per l’ennesima volta. Un giorno, mentre le stava pazientemente dando da mangiare, lei gli aveva chiesto dell’isola. “Avevi promesso, Pablo.” Si era limitata a dire. Fu come se un proiettile lo avesse colpito al centro del cuore mentre guardava sua moglie. Un brivido gli percorse la schiena e si sentì freddo. Una settimana dopo erano sulla nave che aveva comprato dieci anni prima, lei sottocoperta, lui al timone notte e giorno. Sentiva il cuore schiacciato da un peso troppo grande, non riusciva a non piangere, mentre l’odore del mare gli riportava alla mente dolci ricordi. Se sua moglie doveva andarsene, Pablo voleva che almeno avesse la sua isola. E poi, la trovò. Faceva parte di un minuscolo arcipelago, ma appena l’aveva vista aveva capito che era perfetta. La sedia a rotelle di sua moglie era stata pesante, per la prima volta da sette anni. Non parlarono per un po’. Lui la spingeva, lei teneva lo sguardo basso, sulla sabbia, pensierosa. Sussurrò qualcosa, alla fine, dolcemente. “Seppelliscimi qui, Pablo.” Quel momento sarebbe dovuto arrivare, lui lo sapeva. Sapeva che da quel viaggio sua moglie non sarebbe più tornata. “Voglio che tu sappia che sei sempre stato tu la mia isola, che dalle preoccupazioni, dalla mia famiglia, mi proteggevo stando con te. Hai sempre mantenuto fede a quella promessa, Pablo.” “Vorrei tanto venire da te, anche oggi stesso” pensò, e guardò il mare. “Ma i bambini ora hanno bisogno di me. Non te l’ho mai detto, amore mio, perché il tempo non ce l’ha permesso, ma sì, anche tu sei sempre stata la mia isola.”
  5. Non vorrei fare la parte della figlia dell'estate, ma spero davvero in una pubblicazione di TWOW entro dicembre 2017.
  6. Aegon il Mediocre: La tua poesia mi ha colpito praticamente subito, mi piace moltissimo e trovo davvero naturale il modo in cui hai inserito il verde. Richiama alla mente tanti ricordi e pensieri. Inoltre ti ringrazio per il commento, mi ha fatto tantissimo piacere! Misterpirelli: Amo il titolo *^* Mi ha incuriosita e non ne sono rimasta delusa. Spero di leggere altro di questa ambientazione che hai “allestito” perché mi piace tanto! Lochlann: L’identificazione con il protagonista è inevitabile. Il tuo racconto è senza dubbio il più coinvolgente e travolge molto il lettore, forse perché è anche l’unico che racconta un’azione che si sta svolgendo in quel momento. Ho sentito io stessa la fretta e l’ansia di Zanardi, e la frustrazione finale. Complimentoni. LadyDragonSnow: Divertentissimo e molto leggero. Nella sua semplicità, però, mi è rimasto impresso DaenerysArya2510: Uno dei racconti più belli. Mi è piaciuto tantissimo per la leggerezza con cui hai inserito il tema, e i sentimenti dei personaggi che sono espressi anche senza “raccontarli”. Sono caratterizzati davvero bene. Hacktuhana: Si avvicina molto a quello che avevo pensato io appena ho letto il tema, quindi mi ha colpito particolarmente e mi ha ricordato le domeniche in montagna a fare i pic nic con la mia famiglia, per quella immagine di un prato verdissimo senza fine. Maya: Concordo con chi dice che ricorda Inside Out. All’inizio mi aveva lasciato molto perplessa poi rileggendolo ho apprezzato di più l’analogia di verde-speranza ultima a morire, anche se il finale era un po’ scontato ho apprezzato comunque. Il tuo stile mi piace tanto! AemonTargaryen: Cosa si può dire? La canzone è davvero perfetta, musicale e scorrevole! Adoro il ritornello più di tutto :3 AeronPlain: Questo monologo molto sentito e malinconico mi è arrivato dritto al cuore. Sono felice che ti abbiano ammesso comunque nel contest perché secondo me è uno dei migliori! Per il voto, deciderò in seguito! Complimenti comunque a tutti
  7. A breve anche i miei commenti. Per il voto dovrete aspettare qualche giorno
  8. Sono una ragazza Comunque grazie mille per l'appunto sugli aggettivi, ci farò più caso da oggi in poi! Quando ho letto il tema, ho subito immaginato una distesa di prato che non finiva mai, ed è da quell'immagine che sono partita per il mio racconto. Forse mi sono fatta trascinare troppo dalla trama, ma spero che sia comunque apprezzato e di fare meglio in futuro! Ho solo 17 anni quindi sono leggermente "acerba" rispetto agli altri! (mi riferisco all'esperienza nello scrivere)
  9. @misterpirelli sono una ragazza  comunque grazie mille, ci lavorerò su. non avevo mai fatto caso a questo, quindi trovo la tua critica davvero utilissima!   @Lord Beric appena ho letto "verde" mi è subito saltata alla mente l'immagine di un vasto prato verde, ma credo che io mi sia fatta trascinare un po' troppo dalla trama e me ne dispiaccio! Grazie comunque e spero che la storia sia comunque apprezzata!
  10. Caro diario, giuro che la prossima volta che la professoressa di filosofia fa un'altra ca***ta delle sue, la prendo per quei quattro capelli che ha e la faccio testa e scrivania.
  11. Titolo: Marlene Totale caratteri: 2755 (letter count) La ragazzina alzò lo sguardo dalla piccola ghirlanda che stava intrecciando. L’uomo le andò vicino, aprì la bocca come per dire qualcosa, ma poi la richiuse. “Cosa c’è?” si sfregò gli occhi, accecata improvvisamente dal sole. Lo zio aveva un vecchio cappotto scuro sopra la camicia a quadroni rossa e blu. Si tolse il cappello e si sedette sul prato con lei. I suoi occhi erano di un verde chiaro, che più volte la madre aveva definito “sbiadito”, come lo zio stesso, una persona segnata dal dolore, fisico e mentale, di un incidente di molti anni prima, quando Marlene non era ancora nata. Le mise una mano sulla spalla. “Dolce bambina” sussurrò. Avrebbe voluto interromperlo. Ormai aveva quattordici anni, un’età idonea per non essere più chiamata in quel modo. Ma non lo fece. “Hanno preso la mamma”. Marlene all’inizio non aveva capito. Sperava di aver sentito male, di essere diventata sorda d’improvviso. Rimase a fissare a lungo suo zio, nei suoi occhi verde sbiadito, decolorato. Poi lui la prese tra le braccia, lei affondò la testa nella sua spalla, sentendo la sua mano accarezzarle i capelli. Il prato non era più verde, il suo colore preferito, il colore dei quadrifogli, della vestaglia di sua madre e del cerchietto che aveva tra i capelli. Ormai era tutto grigio, non riusciva a vedere altri colori. Sapeva che non li avrebbe mai più rivisti. Come non avrebbe rivisto sua madre. Erano passati 547 giorni da allora. Marlene aveva sedici anni, era un fiore ormai sbocciato. I suoi capelli erano legati in una crocchia, aveva indosso un vestito nero che le arrivava ai piedi, scalzi e freddi. Stava cucinando quando entrarono in casa. Lo zio aveva detto che quello era un luogo sicuro, che non sarebbero venuti, se si stava attenti e non si accendeva il fuoco. Quando iniziarono a bussare, sapeva che erano loro. Lei e lo zio non lottarono neanche quando sfasciarono la porta, uno di loro la prese per i capelli e li portarono via. Era questo il loro destino, disse quello che teneva suo zio per il colletto della camicia. Da sporchi ebrei quali erano, avrebbero dovuto aspettarselo. Marlene se lo aspettava, infatti. Era da 547 giorni che aspettava. Guardò la casa, quella dove si erano trasferiti il giorno dopo che la madre era stata presa. Pensò al vasto giardino della casa dove stavano prima, scenario dei più creativi giochi con sua madre, la persona a cui doveva la vita, e che, precocemente, le era stata strappata dal petto. Cercò nelle tasche del vestito e trovò il piccolo quadrifoglio verde che le aveva dato prima di partire, per quel viaggio dal quale mai più sarebbe ritornata. Guardò suo zio negli occhi, le lacrime che le offuscavano le pupille. “Spero di andare da mamma” disse. “Lo spero anch’io, dolce Marlene” rispose.
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