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JonSnow;

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  1. Per Stannis il dovere ha infatti le connotazioni che la passione ha per gli edonisti. E' una forma di piacere da ricercare ed adempiere. A questo profondissimo sentimento di cui è irrimediabilmente schiavo, segue poi un'altra variante che lo soggioga: il senso di equità. Per quanto sia rigido egli profonde di continuo il rivalersi di un equilibrio totale, dove per equilibrio s'intende un totale bilanciamento. Ergo Jaime Lannister è ritenuto da lui Sterminatore di Re, ma è pur sempre Ser e ciò gli va riconosciuto. Questo è ciò che rende Stannis Baratheon a tratti iconico, come fa intuire la citazione da te scelta. Io trovo significativo soprattutto la parte dell''I do not forget'', che potrebbe simboleggiare lo sfogo di una figura rancorosa. Eppure come egli non dimentica il male, così non dimentica il bene, cercando di convertirli in un epicentro differente, come ben vediamo dal premiare e al tempo stesso punire Davos.
  2. Giusto ragionamento. Direi difatti che la storia di Theon è emblematica a livello duplice, perché trasmette due messaggi chiave. Il primo è che non importa quanto a fondo si sia sbagliato, se si ha volontà c'è sempre la possibilità di fare ammenda e redimersi, anche se quanto si è commesso è atroce. Il secondo è che è fin troppo facile irridere la fedeltà e la morale, come se essa non pagasse mai. Ma proprio come la storia di Theon fa capire, il tradimento non paga mai. Rende solo più miseri e vuoti, e prima o poi l'assenza di fedeltà la si paga.
  3. Giusto. Da sottolineare anche che al netto di tutte le attenuanti, egli permane un traditore che non ha mai saputo cosa fosse la reale fedeltà.
  4. Giorno 21 - Theon Greyjoy La piovra che disperatamente cercò di farsi lupo. Theon Greyjoy è la mortificazione che si fa carne; un essere dal sorriso narcisista, vessillo di innumerevoli frivolezze, cornice di un volto che non ha appartenenze. Egli è il rifiuto, la spudoratezza della compiacenza e dell'autocompiacimento, la belligerante ricerca d'amore, compulsiva e perversa. L'ultimo erede maschio vivente di Balon Greyjoy è la metamorfosi di labbra che si curvano nella derisione del prossimo, baldanzoso manifesto di vanagloria, effimero riparo ad una vulnerabilità latente e imperante. Theon Greyjoy è la spavalderia del gesto eclatante, è l'Io che consapevolmente celebra il suo vuoto, è la compulsione della mancata accettazione, come fosse un dispersivo derivato del nulla. Il rumore di promesse irraggiungibili ne accompagna la figura, emulando il rimbombare di una tempesta che mai lo condurrà sano e salvo alla destinazione, rendendolo comico nella sua artefatta temerarietà. Ogni azione è il perorarsi di atti sacrileghi, disperato tentativo di nobilitare ciò che è di fondo misero, estensione di ampiamente fragile autostima. L'assenza d'amore porta ai peccati peggiori, e quanto egli, inesorabilmente, pecca. Ma non è l'acqua salmastra a lavare via i suoi peccati, come in un battesimo dei dannati, come in un battesimo ambiguo e seducente che si compie in sale e ferro. E' la lama di Ramsay Bolton a sradicare via i peccati che egli ha compiuto, a strapparli dalla sua pelle nella furia di una lama che s'insidia e ripercorre ogni centimetro del suo corpo come fosse la violenta cronistoria di un gesto che distrugge ogni istante, finanche l'Identità e il Sé sociale di un soggetto che perderà completamente sé stesso e che, al di sotto di quella lama, farà sbocciare nella sua intimità i pensieri più inediti, afflitti dalla depravata mostruosità che si nutre del suo intollerabile dolore. Nulla è tollerabile, per colui che un tempo era chiamato Theon, per l'uomo dal sorriso beffardo, ora divenuto creatura dal sorriso maltrattato e dall'espressione distorta. Atroce è la perdita, atroce è il senso di vergogna; i corridoi dell'agonia morale ed emotiva divengono la sinistra prigione mentale in cui egli è esposto e contrito. La sofferenza per gli atti compiuti, per la consapevolezza degli stessi, è così lancinante e inammissibile da doversi separare da quello stesso Io che tutto ciò aveva compiuto, lasciando spazio ad un'identità alternativa, distorta, ridicola e indecorosa, ma più accettabile, più gradevole e sospensiva dello strazio dell'Io precedente, un Io per cui ogni rispetto e possibilità era perduta, un Io che significava semplicemente perdita, vergogna, fallimento, responsabilità. Non lo può pagare il prezzo del ferro, Theon Greyjoy, non lo può pagare Reek. Egli ha depredato sé stesso, sino a lasciarsi più vuoto di quanto lo sia mai stato, corpo e anima mortificata dal tormento di Essere. Per lui, per il suo trauma e per il dualismo con Reek scelgo un pezzo molto immaginifico degli Evanescence, che mette in luce gli illustri meccanismi di difesa della mente umana di fronte al dolore. Hello I'm your mind giving you someone to Talk to if I smile and don't believe Don't try to fix me I'm not broken Soon I know I will wake from this dream Hello I'm the lie living for you so you can hide Don't cry
  5. @porcelain.ivory.steel Bellissimo il brano scelto per Stannis e le riflessioni che lo accompagnano. Mi ricorda molto le atmosfere e le soundtrack di Vikings, giusta osservazione, dunque, il richiamo quasi norreno. E decisione coraggiosa quella di accostare una voce femminile e rassicurante ad una figura rigida e inflessibile quanto l'Unico Vero Re. Ma in vero nella pluralità va a sottolineare un aspetto spesso trascurato e ignorato dello stesso Stannis: la profonda empatia, e la leggerezza che mai ha potuto possedere. Perché al di là del connaturarsi in una dimensione di irremovibilità, egli ha vissuto e patito a livello emozionale. Emblema degli elevati processi empatici di Stannis il come egli entri in contatto e in sintonia con la sofferenza dell'Astore dall'ala ferita. Quindi direi che questo pezzo sottolinei il lato più celato dell'ultimo dei Baratheon. Insomma laddove abbiamo posto in essere la sua inclinazione al ferro ed il suo configurarsi come soggetto intriso del senso del dovere, tu ne hai messo in luce l'aspetto più umano, quello che appunto, come dicevo, sbiadisce tra gli alberi come un cervo che sfugge e ha senso solo se lontano. @Iceandfire Difatti tendo a vedere nell'Euron di ASOIAF una forma di male, come se il corpo fosse nella fattispecie solo l'espressione dello stesso. Il bene lo tedia, la prospettiva di compiere il male non solo lo incoraggia e lo stimola, ma è l'unico atto che lo fa riconciliare a sé stesso. E' come se avesse ordine solo nel caos e solo se egli stesso fosse quel caos, atipico e isolante.
  6. @Iceandfire Complimenti per la bellissima sintesi, per quanto sia più cinica del mio pensiero. E molto lucido anche il paragone su Olenna, che in teoria dovrebbe essere stata una sorta di figura guida, ma da cui non ha appreso la vera arte dell'autocontrollo, che non è mascherare le proprie emozioni e i propri impulsi in pubblico, quanto invece avere padronanza di sé e non lasciarsi erodere né dominare dai desideri più reconditi del proprio Io. Olenna sapeva perseguire le proprie ambizioni con sobrietà, senza tracotanza. Margaery in GoT si auto-lede in un continuo sopravvalutarsi. E' un qualcuno che come dice la canzone che ho scelto, Protege Moi, avrebbe dovuto imparare a proteggersi da quelle che erano le stesse ambizioni che la consumavano.
  7. @Figlia dell' estate Non dubito sia come dici, ossia che lei abbia una forma di legame quantomai autentico con Loras. Semplicemente ritengo che, posta dinanzi allo scegliere tra sé stessa, le proprie ambizioni e quello stesso legame, ella sceglierebbe sé stessa e le proprie ambizioni. Sostengo dunque che ella non sia Ned Stark, Jon Snow o Jaime Lannister che, nei momenti decisivi, per i propri legami familiari si annullano e li pongono al di sopra di ogni cosa e lo farebbero sempre. Margaery è poi soggetto che oltre che ambizioso tende molto all'autoconservazione. Questo almeno per quanto concerne Show!Margaery, che rende il meccanismo ancor più evidente.
  8. Credo difatti che nemmeno una famiglia un po' più sana e meno materialista avrebbe potuto comportare effetti migliori in senso contrario. Figure come quella di Margaery sarebbero disposte a vendere persino i membri della propria famiglia pur di consolidare sé stesse e ottenere quanto le ossessiona. Il problema della figlia di Mace Tyrell è stato il costante sopravvalutarsi e sospingersi in meccanismi manipolatori che risultano infine striduli. Dunque è l'ambizione stessa, l'egoico obiettivo che si era posta, ad averne segnato il cammino. Ciò che ella più auspicava e poneva sopra tutto il resto, pertanto protect me from what I want. Giorno 20 - Euron Greyjoy Premessa. Per me la versione di GoT non esiste. Occhio di Corvo. Euron Greyjoy è il chàos greco, etimologicamente l'aprirsi al mondo, lo spalancare le porte di sé stessi. Egli è forza esoterica che tutto consuma e tutto permea, la reincarnazione del mito norreno, conoscenza e pericolosità, la figura umana che danza con ombre mortifere, come non aspettasse altro che il pandemonio di un plenilunio dannato. Euron è dottrina oscura, è l'ossequio e la compulsione che precedono la materia e indelicatamente l'annunciano, è la marea che assorbe i sogni dell'uomo, sino a diluirli in una morsa fatale, nell'assenza di speranza, nell'ipnotico rigurgito del tetro; non c'è speranza per l'uomo, di fronte a lui, non c'è futuro, c'è solo repressione totalitaria, c'è solo il derivato di George Orwell e Aldous Huxley. Perfino l'obbedienza diviene motivo di tedio, il togliere le vite altrui assume invece la forma di un'abitudine irreprensibile, come fosse il gesto che permette il respiro, come fosse il balsamo di un diaframma dell'anima. C'è solo perdizione, nel fratello di Balon Greyjoy, la perdizione del mistero, dell'enigma che non è tale, della perversione del Male. La sofferenza degli altri muta nella preghiera distorta per l'altare che venera e celebra la sua figura contaminata e disumana. E quanto è compiaciuto, egli, nel riscuotere un così sentito tributo, come fosse la macchia che testimonia il suo passaggio, come fosse il calco che fa ravvisare al mondo la sua presenza nefasta, la sua dannazione. Non c'è empatia nelle sue espressioni e nei suoi tratti somatici, non c'è calore nella sua mano costantemente ricoperta di sangue, non c'è nulla di rassicurante nel suo ambiguo e depravato sorriso. Euron Greyjoy è l'indovinello e il presagio, è l'enimma che non ha repliche, è il presagio di morte che degenerato si autoalimenta, conferendo prestigio ad un Io corrotto e aberrato. Scelgo dunque una melodia che fa capo ad uno dei tratti della storia e dell'essere di tale personaggio:
  9. Giorno 19 - Margaery Tyrell La rosa più seducente. Margaery Tyrell è l'arrivismo che trova conformità nella lussuria, è il senso di padronanza che deforma e ricerca il divino della propria espressione vanesia, è l'attrattiva di un canto pericoloso, il segnale ignoto di un gioco di potere, l'onda che è ossessionata dalla placida riva e mira a travolgerla con risolutezza. L'unica erede femmina di Mace Tyrell è il riscontro di un opportunismo quasi beato, il dispiegarsi dell'autocompiacimento, la valenza mortale di irrisolto capriccio. Margaery è continuo sopravvalutarsi, è la magnificazione di sé che non ammette requie, è il cammino che mendace assapora gusti proibiti. Le sue azioni sono poesia dispersiva, eclettica, paradossale nelle ambizioni di fondo, nel perpetuo prevaricare e assoggettare, nel divenire di una forma dialettica adibita alla manipolazione, alle fatue e metaforiche braccia dell'adulazione che ghermisce e violenta piega le menti più fragili alle stimolazioni dell'ego. Un corpo ed un Io che erodono nelle mire che essi stessi si prefissano, giungendo ad una dimensione completamente amorale e avulsa da qualsivoglia senso dell'etica. Margaery è una continua autoassoluzione, anch'ella rivestita del peccato umano e peccato umano stesso, come fosse l'estrinsecarsi di un narcisismo ondivago, incapace di riscoprirsi inibito, perennemente dilagante. L'avvenenza e la grazia purgano un animo avvezzo ad essere arrampicatore sociale, un animo che obbedienza esige senza che ciò sia manifesto, un animo che venderebbe sé stesso pur di coronare, sé stesso. Una figura che non conosce accidia, che alacremente lavora e si adopera per il raggiungimento dei propri egoistici scopi, come una megalomania che si trincera dietro comportamenti apparentemente perfetti, chiosa leziosa di una personalità dipendente da sé stessa. Ed è sé stessa il suo peggior limite, il suo costante sopravvalutarsi e il suo erodere d'ambizione. Quella stessa ambizione da cui avrebbe dovuto proteggere sé stessa, la stessa ambizione che l'ha portata ad una fine ingloriosa. Pertanto continuo la scia dei Placebo e scelgo un brano seducente e ammaliante, come la stessa Margaery, che mette in luce quanto emblematicamente ella avrebbe dovuto porre un freno al suo volere. Protect me from what I want Protect me from what I want Protect me from what I want
  10. JonSnow;

    Vikings

    Personalmente i due che ritenevo i migliori, cioè Bjorn e Ubbe, sono quelli che al momento appaiono più soporiferi, laddove i figli minori hanno avuto l'evoluzione più interessante. In Hvitserk assaporiamo il gusto dell'apparente autocommiserazione, dell'ossessione, della paranoia che sapiente schizza verso l'autodistruzione e che, tastati i fondali del non ritorno, si ritrae in meccaniche di isolamento interiore e incapacità di vedere qualsivoglia forma di bene in sé stesso, come se quello stesso bene fosse un frutto proibito. Anche qui si osserva come più che una ricerca di male vi sia un fallimento del bene; lasciato a sé stesso dai fratelli, ma ancor di più lasciato a sé stesso proprio dalla sua intimità. In Ivarr si rivelano invece le meccaniche dell'effetto specchio: avendo avuto modo di osservare un soggetto con comportamenti così simili a quelli che egli assumeva di solito, ha avuto modo di riflettere su sé stesso e sulla propria attitudine dannosa, riscoprendola totalmente arida, terreno impossibile su cui edificare. Nell'assistere all'abuso, anche nei confronti dell'innocenza (vedasi Oleg che aggredisce Igor), egli è quasi disarmato, nonostante abbia visto e compiuto egli stesso le violenze peggiori. Pertanto è un qualcuno che al momento è profondamente attratto dalla prospettiva del bene in sé stesso. Devo dare atto che su di loro sia stato fatto un gran lavoro. Ma di fondo anche su Bjorn, perché abbiamo una continuità narrativa con i comportamenti del padre che egli giudicava errati e che ora, inesorabilmente, replica.
  11. JonSnow;

    Vikings

    Io sono convinto che Hvitserk stia semplicemente recitando, avendo preso coscienza delle abilità manipolatorie del fratello minore e al contempo riparando alle ingenuità del passato limitandosi a giocare al suo stesso gioco, alternando dunque una paralisi di vulnerabilità e un senso di profondo delirio, come quando dà della cagna a Lagertha, al fine di scandalizzare per l'appunto Ivarr con questo nuovo atteggiamento poco decifrabile. Ciò che ne consegue è che egli stia aspettando il momento opportuno per compiere quanto in precedenza si era prefissato, e cioè l'assassinio di Ivar. Diversamente, se tutto ciò fosse vero, se questo approccio fosse l'autentica riconferma di errori passati, lo scenario sarebbe narrativamente drammatico. C'è un baratro oscuro ad attendere la redenzione di Hvitserk, è un dannato, ed abbiamo avuto finalmente concezione di quale fosse il tratto che egli ha ereditato dal padre. In Bjorn abbiamo l'amore per la conoscenza, in Ubbe il progressismo e la diplomazia, in Ivarr l'intelligenza e le capacità strategiche. In Hvitserk c'è invece la tendenza all'autodistruzione che aveva Ragnar, che non a caso attraversò una fase in cui era dipendente dall'oppio. Personalmente sono molto soddisfatto che sia stata data finalmente una dimensione a questo personaggio prima così inevitabilmente insipido rispetto agli altri membri della progenie. Su Ivarr la questione è molto differente. E' ancora fedele a sé stesso ma è evidente in lui un senso di vuoto, di mancanza, di ritrovata calma. Nonostante le sue intemperanze, è come se a livello inconscio fosse gioioso di venire nuovamente a contatto con la famiglia così tanto odiata. Per lui il percorso è inverso, se Hvisterk tende al baratro, Ivar tende a procedere ora verso la luce.
  12. JonSnow;

    Vikings

    Episodio 9. Sono note suggestive ed oscure raffigurazioni ad annientare la dignità di ognuno. Nella poligamia la morale di Bjorn Ironside è annientata, il suo onore ignotamente vilipeso, come vilipesa è la figura di colei che egli diceva di amare, esposta ad un'umiliazione così potente da risultare immaginifica, pubblico simbolo del vacuo lasciapassare; ogni gesto è mistificato dall'ingordigia di una lussuria che non ammette inibizione, una lussuria che predomina, una lussuria che è l'incauto rifugio in cui il primogenito di Ragnar Lothbrok ha scelto di celarsi, come fosse fin troppo incapace di far ormai fronte a sé stesso, a quel senso di fallimento che si è innestato in lui e lo ha invaso al punto da non permettergli di riconoscersi, al punto da scorgere solo una deformazione nel suo stesso riflesso. Ha smesso di ambire ad essere migliore, Bjorn. Il gigante dei Ragnarsson comprende ora i peccati di quello stesso padre un tempo condannato, e la furia di una madre che ha scelto di ribellarsi allo spoetizzare di una dignità di cui ella era fin troppo gelosa. Non vede più nulla, Bjorn. Non vede più il sogno norreno, non vede più l'amore, non vede più nemmeno le lacrime di quella Gunnhild che è sempre stata al suo fianco, perfino nelle ore più buie. Sono l'apatia e l'edonismo a guidarlo, come le briglie pericolose che lo dirottano verso destinazioni indesiderabili, verso quella che è difatti la perdizione della propria Identità, un'Identità compromessa dai singulti dell'ego, dalla spasmodica ricerca di piacere che nel suo essere effimera permette di non porre in essere riflessione alcuna, armandosi solo di un vivere che avvampa nella vanagloria e nel non senso. E' ormai un essere frammentato, il Re di Kattegat, preda di sé stesso come lo fu il padre prima di lui, eppure mai splendidamente autocritico quanto l'indimenticabile e virtuosissimo genitore. Nell'infausta Kiev i presupposti di belligeranza vengono soffocati in virtù di antiche malinconie, come fossero la scia di un controverso affetto. Fratello contro fratello muta in fratello con fratello, e il paradosso di atavici deja vù s'insinua nel presente come un'ospite inatteso che, irrimediabilmente, tartassa e mistifica ogni predisposizione precedente. Così l'odio e il rancore cessano di esser tali, dando spazio ad una nuova dimensione controversa, fallace, per l'appunto mistificatrice dei drammi precedenti. L'uomo che si era perduto, Hvitserk, si ritrova nel gelo del nuovo proposito, laddove l'uomo che mai si era finora ritrovato è disarmato da un tale cambiamento e dalla necessità latente che egli avverte. Poiché per quanto le sue labbra si schiudano nella forza di un verbo di assalto e risentimento, Ivar The Boneless mai prima d'ora si era sentito così bisognoso di riavere a che fare con quella stessa famiglia che egli si illude di odiare. Nulla è cambiato, il tempo è sospeso, tutto è controvertito in ciò che è già stato. L'assassino di Lagertha vira su corridoi tormentati già attraversati, riuscendo a commettere gli stessi errori di un tempo, riuscendo così a compiere un qualcosa di cui egli si era già inesorabilmente pentito: porsi al servizio di Ivar. Ma mai le carte sono così coperte quanto ora, e tutto potrebbe essere una semplice apparenza, una patina da rimuovere, lasciando spazio a inaspettati risvolti. L'ultimogenito di Ragnar ne è consapevole: il fratello che ha di fronte non è più la pedina manipolabile di un tempo. E' qualcos'altro, qualcosa che racchiude in sé stessa una cifra terribile, come il rivalersi di un'espressione mendace. Tutto si disperde, ancora, nel legame fraterno, in quell'indissolubile trattato di cognizioni emotive inspiegabili e incontrollabili. Perfino la furia e la follia di Oleg divengono secondarie dinanzi a tutto ciò, dinanzi alla gloria che sembra permeare il destino della progenie di Ragnar, condannata alla grandezza e alla perdizione. E' nelle gelide terre islandesi che Ubbe rinnega sé stesso ed il proprio passato, ormai attanagliato da nuove ossessioni, preda di un virtuosismo senza pari, preda del febbricitante senso di scoperta, preda di un mondo interiore che egli stesso fatica a decifrare e che lo ottenebra, rendendolo geloso di sé stesso, rendendolo irraggiungibile alla comprensione, facendo sì che sia solo l'ambizione ad aver precedenza. Il passato, finanche quello più glorioso, smette di contare. Per il primogenito di Aslaug c'è una sola cosa che conta ed è l'ignoto trasmesso da quel futuro percepito così ansiogeno e invitante. La storia di Othere diviene l'ennesima occasione per mettere ogni cosa da parte, perfino la nascita del suo primo figlio, come ad onorare le profondità del proprio Sé così compromesso dall'emozionalità e dalla prospettiva fervente. Nulla può arrestare Ubbe, profondo emblema di incontrollata forza di volontà, mai così abile nell'essere fedele a sé stesso e nell'egoistico rivalersi del sentirsi vivo. Infine la vanità e il delirio di Re Harald soccombono al pragmatismo e alla lungimiranza di Olaf. Non vi è più spazio per l'ascesa delle individualità, ma solo per quella del collettivo, profondamente minacciato dall'ombra di un nuovo quanto violentissimo e irrispettoso invasore. Il Re di tutti i norreni non può che placare sé stesso, ammettendo la necessità di un fronte comune, ammettendo la pochezza del suo ego dinanzi ad una possibilità così nefasta e incontrovertibile. Non vi sono più muri, non vi sono più barriere, non vi sono più sospensioni a concedere la grazia della magnificazione di sé stessi. C'è una sola cosa che conta, ora. Odino, Thor, Freya contro i Cristiani. n.d.r: E' sempre emblematico sentir nominare nuovamente Ragnar e al tempo stesso Athelstan.
  13. JonSnow;

    The New Pope

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  14. Mi rifaccio vivo anche io... Giorno 17 - Olenna Tyrell La rosa più spinosa. Olenna è la grazia di un fiore mai appassito, di un elemento che ha dismesso la propria bellezza ritrovando lo splendore di un'ironia che respinge ogni sorta di ossequio. La matriarca dei Tyrell è l'irridere di ogni etichetta, è il prorompere del mistificare e vanificare ogni intento poetico, è la nave che esperta fa rotta verso le rive del buonsenso e della tangibile capacità di vivere. La catarsi del tempo che rabbuia ogni idealismo, una lingua che tagliente concupisce ogni battuta più ardita, rapendo il verbo in una sapiente schermaglia che rende la sua visione solamente più nitida. Olenna è quel fiore troppo saggio e impossibile da cogliere, è il rifiuto all'estemporaneità, è la saggezza che non ammette di essere tale, è colei che banalizza il banale e che ne rifugge, sino a riscoprirsi più sapiente, più ancorata che mai ad un cinismo che diviene quasi materia d'accatto. Il potere d'essere donna senza alcun desiderio fallico, l'insicurezza che non è mai realmente insicurezza, la solitudine silenziosa che tutto scorre e tutto permea, dando vita a rimpianti malcelati, eppure tristemente intrisi del peccato di chi fin troppo ha vissuto. Ella è un'esistenza anchilosata, ciononostante irrorata di una forza di volontà che arrembante fa sì che ogni giorno possa scorgere il mondo dalla sua vetta sapiente. Il suo vissuto, il suo essere, le sue istanze non ammettono serietà. Olenna Tyrell è puro sarcasmo, pura autoironia che diviene pungente ironia, proprio come pungente sono le spine ben esposte sulla superficie della sua natura. Per onorarla dunque The Queen is Dead, degli Smiths. We can go for a walk where it's quiet and dry And talk about precious things Like love and law and poverty Oh, these are the things that kill me The Queen is dead, boys And it's so lonely on a limb Life is very long, when you're lonely Giorno 18 - Ser Loras Tyrell La rosa più vanesia. Loras Tyrell è la vanità che conosce la carne, è la bellezza che si traduce nell'assenza di spiegazioni, è l'adrenalina della passione estemporanea. Ogni suo tratto lo fa rivalere come il più spudorato dei Dorian Gray, rendendolo vivo tra dozzine di atti che non temono vergogna, rivendicativi di quello stesso potere estetico profondo e dannato, avvolgente e indissolubile. Pelle e corpo divengono superfici in cui testare la propria perdizione, in cui simulare la forza di un'esistenza che non ha repressioni; Loras Tyrell è la vanagloria disinibita, è l'enigmatica espressione che muore in quella del suo amante, è l'irreprensibile senso dell'onore che diviene docile dinanzi all'edonistico senso di vuoto che trasmette. La luce pur breve ma intensa che domina il calore della passionalità. Il suo sorriso si smarrisce nelle more dell'impeto, virtuosa manifestazione di egoistica ricerca di piacere, furore esaltante delle piccole gioie, ansioso derivato di insospettabili quanto predominanti pulsioni che si celano all'interno del suo animo leggero e irraggiungibile. Il Cavaliere dei Fiori è la superficialità che ha diritto di essere superficiale, è la magniloquenza di chi, arditamente, sceglie di vivere e di cogliere l'attimo, finanche il più controverso. Loras Tyrell è la grazia con cui l'essere umano sceglie consapevolmente la dannazione e di peccare, perché non può fare altrimenti che seguire sé stesso. Ciononostante quanto ha amato il Cavaliere dei Fiori e quanto si è reso oggetto e protagonista di un amore considerato profondamente sbagliato? E quanto è stato spezzato dall'assenza di quello stesso amore a lui sottratto? Scelgo dunque di non celebrare la sua vanità, ma la fragilità del suo sentimento, e lo faccio mediante una delle canzoni più malinconiche dei Placebo. I lie awake, I never sleep I remember dreaming You and I, like satellites Drifting, never speaking We were the wrong thing, baby And it drove me crazy You left me, you left me
  15. Ma no figurati, voleva essere un'esternazione appunto scherzosa e poi hai ragionissima, difatti Monster parla di un essere che vuole distanziarsi dal peggio di sé. Joffrey non ne ha cognizione. E poi l'avrei pensata come te se qualcuno mi avesse usato Hurricane dei Mars a casaccio su, che so, Brynden Tully. Non ero comunque ispirato come i precedenti turni, difatti è una scelta che ho compiuto pochi minuti prima di postare.
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