Jump to content

JonSnow;

Utente
  • Content Count

    3,291
  • Joined

About JonSnow;

  • Rank
    Confratello

Profile Information

  • Sesso
    Maschio

Recent Profile Visitors

9,342 profile views
  1. Giorno 8 - Jon Snow: Eroismo. Altruismo. Misericordia. Dovere. Moralità. Diplomazia. Onore. Progressismo. Comprensione. Empatia. Lealtà al branco. Sacrificio. Colui che ha realizzato a suo modo, con le proprie azioni, i desideri di tutti (Daenerys - Break The Wheel, dato che la ruota monarchica per eredità si spezza proprio con la sua uccisione, Sansa - Morte di Daenerys/Nord Indipendente, possibilità che viene creata grazie al pugnale di Jon che difatti libera il Nord, Bran/Melisandre/Beric - Sconfitta Estranei, che avviene perché Jon unisce ogni forza in campo alla causa, Arya - Dominio dei Lupi, Sam - Gran Maestro, è Jon a inviarlo alla Cittadella. E infine i Mance Rayder/Bruti - Integrazione e accettazione, futuro per il proprio popolo, garantito per l'appunto dalle azioni di Jon.) Colui che è condannato alla malinconia dell'esistenza. Colui che ha pagato e amato più di tutti. Colui che messianicamente ha bevuto il calice più amaro. Colui che è stato il più lupo tra i lupi. Colui che è stato il più fedele del branco. Scelta dunque duplice. La prima: I'm not ashamed of what I am Make it my own Make it my castle When The Wolves Cry Out The smallest they will grow great No more shall we wait To rejoin the pack They will heed my shout So much have I lost here Loves I held so dear Taken by the black La seconda (per il suo ruolo nella guerra contro gli Estranei e di distruttore del ''vecchio mondo'', inteso come monarchia non elettiva): A warning to the people, the good and the evil To the soldier, the civilian, the martyr, the victim This is war We will fight to the death To the edge of the earth I do believe in the light, raise your hands up to the sky The fight is done, the war is won, lift your hands towards the sun A brave new world The war is won
  2. Giorno 7 - Rickon Stark Per lui è impossibile esprimersi. E' semplicemente il lupo nella sua essenza più basilare: irrazionale, profondamente selvaggio, ferale e delirante, arrabbiato, aggressivo, rassicurante nella sua bestialità inalterata, che reclama il proprio nutrimento. Pertanto una melodia adrenalinica, parimenti distruttiva e ricolma d'ira. I can feel the animal within I chain the beast crawling inside myself I hear the call of violence I sleep no more and I can't I've lost it all It's no longer human, it's a beast, a merciful, ferocious, fearless I feed the wolf
  3. Sono rimasto indietro. Comincio dal recuperare. Giorno 5 - Arya Stark: L'anticonformismo. La ribellione naturale che trova il suo guscio carnale. L'indocile rivendicazione alla vita. Identità e verità muovono da sempre, a livello concettuale, un'individualità imbattuta nella sua sollevazione, nell'ammutinamento verso un costrutto di regole costituitesi solo come un baratro costrittivo e mai realmente ammaliante. Il lupo, il famelico simbolo di cui immancabilmente ottempererà rinuncia e riconquista, prodigio di uno spirito orgoglioso, incapace di scindersi dal promemoria di quel branco da cui è stata violentemente sradicata; uno strappo tanto forte da far sì che le parti più luminose del suo animo godessero del bacio della penombra. Svariati insegnamenti verranno proposti sul suo cammino, eppure la giovane lupa si limiterà ad assimilare senza mai distogliere la sua persona da un obiettivo che la corrompe e la purifica. Un desiderio di distruzione, un'irriverente e seduttiva pulsione di morte che la anima e che fa sì che i suoi polmoni respirino la salvifica aria dell'attesa. E quanto i suoi occhi hanno dovuto fare i conti con il sapiente discernimento: il dover piegare sé stessa e il suo sguardo alla realtà, esulando da tutto ciò che fosse fallace, risparmiandola ed allontanando dal miserando e arrendevole idealismo. La rivalsa dei propri sensi, l'equilibrio della coscienza. Fatalismo e prosecuzione che s'intersecano al di sotto di ogni ululato, disillusione mai disorientante ma spudoratamente tangibile, utile in un animo divorato dal risentimento che la anima e sospinge, non permettendole libertà alcuna. La sua stessa individualità ardentemente ulula, spiegata nella massima dello sprezzante divenire. Eppure a quell'individualità ella dovrà rinunciare. Il lupo che non è più lupo. Arya Stark che non è più Arya Stark. L'assenza di quell'individualità così passionale e castrante, l'impossibilità di un Ego e di istanze personali, la fitta costituita dall'addio a sé stessa. Per l'ennesima volta il distinguo: nulla è realmente tangibile nella sua apparenza, nemmeno il palesarsi del proprio odio. Perdita, la perdita che è in vero la tessitura strutturale della sua breve esistenza: ogni cosa è perduta; persone, speranze, innocenza, persino la vista, iconica regina tra i suoi acuiti sensi. Infine, l'Identità. Eppure alla fine del tragitto ogni cosa è potentemente recuperata con audacia, sino al palesarsi del suo vero Io, ora riattribuito e ridefinito nella piena consapevolezza di sé e nel retrogusto agrodolce di un'attitudine libertina ma pur sempre fedele a sé stessa, come fosse ella stessa spregiudicato ricordo di un tempo meraviglioso e incerto. Ma una sola cosa ha realmente guidato tutto ciò che Arya Stark ha rappresentato: Vendetta. Passionale, tormentosa, dilagante e mantrica vendetta. One day I'll return The chosen one under God If there's a judgement only then will I get... Revenge Revenge Revenge Revenge Giorno 5 - Brandon Stark: La curiosità; volitiva, pura, immensamente fragile. L'avventurosità di un Io dinamico, asservito al senso di scoperta, svelato nelle costruzioni ideologiche e fantasiose della sua stessa mente eccezionalmente produttiva, infine imprigionata in un corpo spezzato, altresì destinata a sbiadire negli aloni più oscuri e criptici della conoscenza. Una conoscenza dilaniante, alienante, spavaldamente possessiva di ogni minima forma di desiderio individuale, senza riguardo alcuno per l'umanità che si cela dietro l'intollerabile peso dell'infinita memoria. Quale dolore più atroce del costante ricordo, dell'impossibilità di dimenticare qualsivoglia circostanza, sino ad arrendersi all'ineluttabile flusso di eventi che animano la sua mente prodigiosa come una danza di pensieri che non ha pause, affannosa e logorante. Il lupo infortunato cessa d'esser tale, oramai confinato nell'oltre, nel limbo a cui nessun uomo dovrebbe mai avere accesso, totalmente dissipato nelle molteplici pelli indossate, nella vacuità di occhi il cui riflesso nulla hanno di umano. E' l'anamnesi ad essere l'epicentro di un tale miracolo mnemonico, ultimo brivido di una conoscenza ambivalente che lo traghetterà nei recessi più labili e dimenticabili dell'esistenza. Una conoscenza che lo renderà inamovibile, impenetrabile, indolentemente inesorabile. Perché Brandon Stark è metamorfismo, è memoria, è conoscenza. Until you find an open door I build you up to pull you down Tie you to your feet, and watch you drown A little bit of knowledge will destroy you I'll find another skin to wear
  4. JonSnow;

    The New Pope

    Recensione 1x03: Recensione 1x04:
  5. JonSnow;

    Vikings

    In ritardo... Risoluto è lo sguardo dell'uomo che cammina verso il proprio destino rimanendo fedele a sé stesso. Gli occhi di Olaf, un tempo così aperti alla fantasia e al ludibrio, sono ora distanti e avvolti dallo sconcerto verso un frenetico, vanesio oppositore. Harald configura sé stesso al di sopra di qualunque divinità; egli è vanità e carne, rancore e possessione. Ogni azione è l'erigersi di uno spettacolo ludico, efferata circostanza di umiliazione e sopraffazione. Il Re di Norvegia è al tempo stesso vittima e carnefice, intimo prodotto delle proprie ossessioni, ora invasivo lascito che depreda qualsivoglia forma di autocontrollo, incrementandone la predisposizione al delirio e alla tracotanza che non ammette ragione. Ed è ora che egli si ritrova sul pinnacolo che si riscopre più insicuro, dubitando di sé stesso proprio nell'atto di non porsi alcun dubbio. Nelle gelide lande del popolo di Oleg si vivono paradossi umani e morali. La propensione dell'essere umano a incarnarsi nella perdizione dell'idillio onirico, assuefacendo la mente mediante la distanza da quella stessa realtà da cui si cerca di depredare ogni cosa, espandendo le proprie mire finanche alla pura immaginazione. La dialettica di Oleg, quella di Ivar e compagni, è il linguaggio che permea coloro che sognano, ricercando un'inedita purezza nel risalto del cuore e di una preghiera estemporanea, feroce promemoria dell'intimo fallire. Eppure tutto quel nembo di desideri eterei e disparati è annientato e corrotto dalla bramosia terrena, da una propensione così articolata e fedele alla prevaricazione tanto da demolire qualsivoglia concettualismo spirituale. Le mani di Oleg non possono abbrancare Dio, dunque abbrancano tutto ciò che è possibile abbrancare al di sotto di lui, cristallizzandolo nel febbricitante momento della contemplazione. Ma il Senza Ossa prosegue indomito in quelli che sono i suoi, di struggimenti terreni e ambizioni materiali. Laddove il Profeta è figura costrittiva e di laida dominanza, ogni uomo che non sia impaurito diventa nei suoi confronti eretico e ribelle. E Ivarr è esattamente questo: un moto eretico che muove gli ingranaggi al fine di causare la caduta di quello stesso figuro che è Profeta e Divinità in contemporanea. Infine, il silenzio. L'inesorabile assenza di suoni che solo la morte reca con sé, subdola e manchevole di possibilità, perfino per figure iconiche ed imprescindibili, perfino per gli esseri apparentemente più forti e per lei impossibili da raggiungere. Per la prima volta Odino cessa di essere padre; l'Aesir padrone di ogni forma di conoscenza diviene più umano che mai, mutando nel più geloso e possessivo degli amanti, bramando il tocco della più grande e bella Shieldmaiden di ogni epoca, reclamando quell'anima mai arrendevole, rigoglio di femminilità e potere. Un essere che perfino in morte preserva la propria dignità, il cui pallore esalta il decoro di un volto squisitamente terribile e austero. Nell'adunata di molteplici visi le lacrime si riscoprono oceano, intrepide e dominanti, firmamento di un mondo ora più mediocre, vacuo, lascito del tonante strappo. Nemmeno il cielo può rompere il mortificante silenzio che scandisce ogni attimo, la possente forza dell'assenza che assorbe ogni colore, che lo irride e mistifica, lasciando dietro di sé l'offerta della miserevole contemplazione. Non importa quanto resistente sia lo scudo, egli risuona altisonante nella propria caduta, nel disarmo della mortalità, lo squallore della transitorietà dell'esistenza. Nulla può Ubbe, nulla può Torvi, nulla può Gunnhild e nulla può nemmeno Bjorn. Ciò che resta è il retrogusto amaro del tributo, funerea forma di passione, corrotto ed egoistico desiderio, pegno del controverso e profondo amore che regna in ogni uomo più di ogni gloria e determinismo. La dilaniante veglia è completa. I cancelli del Vahlalla si aprono per il trionfale benvenuto, eppure non vi è successo, non vi è consolazione nell'eternità che appare e si manifesta come puramente sottrattiva, deprivante per quello stesso amore incontrovertibile e ruggente. La guerriera che smette d'esser tale, tornando ad esser donna, solo per scoprire di non essere stata mai altro. Lagertha è eterea nel pressappochismo del suo eterno riposo, marmorea e distante, arcigna e onirica, dipinto di chi ha osato vivere nella fedeltà a sé stessa, nell'intensità della passionalità, nella bellezza e nella miseria delle proprie gesta ridondanti, sino a confondersi nelle memorie collettive, sino a stabilirsi in esse come l'incorruttibile filo tra sogno e realtà. Le impronunciabili parole d'addio mutano nell'augurio più splendido e brutale, la sospensione di ogni incertezza, l'incedere delle volontà affettive, fragilità e impenetrabilità che si mescolano nell'esordio in una dimensione meno deludente e castrante. Nulla può mortificare l'intimità di Lagerha, ora, nemmeno la magnificenza dell'abisso in cui sprofonda, nemmeno l'amorevole culla liquida e rassicurante del baratro. E' il glaciale attimo in cui i tormenti cessano e in cui Donna e Guerriera ritrovano appartenenza, entità sperdute ma cariche d'amore nell'acquietarsi sul sabbioso fondale del non ritorno. Così la Shieldmaiden più grande di tutti i tempi esce di scena, distinguendosi ritrovata quiete di un epilogo ricolmo di onore, sradicata dal tumulto e dalla voluttuosità di un mondo che ha fin troppo preso da lei, concedendole poco. Ella, come ogni altro individuo carnale, cessa, transitoria ma pur sempre meraviglioso dipinto d'intensa esistenza, sino a inafferrabile granello, indomita in vita, indomita in morte.
  6. Io non ravviso doppiezza e ignavia nel suo comportamento. Paradossalmente, la dissimulazione che dovrebbe essere uno dei suoi punti di forza, viene travolto e lasciato da parte in favore di un atteggiamento diretto e perentorio. Basti pensare a come parli francamente a Jon Snow nel momento in cui non condivide le sue scelte di governo, o su Daenerys. Verso la stessa Daenerys è ancor più a viso aperto, non finge compiacenza, non è doppia. Le palesa in ogni forma il proprio risentimento e fa sì che la Madre dei Draghi lo avverta, così come che sappia bene quale sia il suo pensiero su di lei. L'egoismo è poi una conseguenza di un Io divenuto paranoico e che percepisce in ogni individuo, anche il più vicino, una possibile fonte di pericolo, pertanto si innesca un meccanismo di difesa in cui ella preserva sé stessa. Da un certo punto di vista fa bene. Per il resto è sempre molto facile giudicare lei. Ma nessuno dovrebbe subire ciò che ha subito lei. Parliamo di un soggetto malmenato e abusato in ogni modo nell'età prepuberale, sia fisicamente (Meryn Trant) che psicologicamente (Guarda la testa di tuo padre!), sola e abbandonata in uno dei momenti chiave dell'adolescenza (il diventare donna), continuamente minacciata e offesa (Cersei), illusa e strumentalizzata (Margaery), manipolata senza ritegno da quello che nei fatti è un soggetto sessualmente disturbato (Ditocorto) che come ogni predatore viscido e maniacale la isola da tutto e fa sì che che ella veda nella sua stessa morale e nella sua stessa famiglia un pericolo e un fallimento, violandone quindi l'animo e l'intimità. Infine altri abusi, quello materialmente e spiritualmente più crudele e definitivo (Ramsay), lo stupro del corpo e dell'anima, il peggio che una donna possa subire. Quando poi ella ritrova, nonostante tutto, una forma di stabilità e serenità relativa (la riconquista di Grande Inverno, Jon Snow Re del Nord, il Nord Indipendente), riappropriandosi del concetto degli Stark e del poco che le resta di quella stessa famiglia, arriva un elemento esterno a destabilizzarla e a minare tutto ciò che ella faticosamente aveva ritrovato (Daenerys). Ella non è più disposta ad essere alla mercé di chicchessia, troppo ha subito, dunque normalissimo che la sua sia una feroce opposizione nei confronti dell'autoproclamatasi Regina dei 7 Regni, di cui tra l'altro la lupa rossa è l'unica a trattarla diversamente e a vedere per prima la sua vera natura, laddove tutti la ossequiano. Una Daenerys che non solo le intende portare via il Nord, una sicurezza a livello di status quo e di non dover essere in balìa di nessuno, ma che vuole sradicare anche un pezzo della sua famiglia. Se dopo tutto ciò ella diventa un essere freddo, incapace di fidarsi, ma in vero profondamente terrorizzato del buono e del bene dentro di sé, perché conscio possa essere violato e martorizzato, ne ha tutte le ragioni. Di fondo non è più in grado di amare perché non si sente amata e sa di non esserlo. Il suo è il finale e il destino peggiore, un qualcosa di cui è certamente responsabile, ma di cui sono responsabili anche altri, come lei. In definitiva serve coraggio per sopravvivere a tutto ciò e per essere come lei è diventata. Ma serve ancor più coraggio ad essere come ella è sempre stata. Perché serve una forza immane per essere capace di silenzi, di cortesia, di delicatezza e ragione, in un mondo che desidererebbe che tutti si uniformassero e sbraitassero.
  7. E' il momento dei miei amatissimi Radiohead e del grandissimo Thom Yorke. Data la differenza evidente tra le due figure, applicherò la doppia scelta, ma sempre con lo sfondo della potenza intimista dei Radiohead. Giorno 4 - Sansa Stark (ASOIAF) Il metamorfico divenire che ha successo. Una laconica sentenza che costituisce il nucleo della natura di Sansa Stark. Ella è un essere idealista, rapito dal potere della metaforica estetica di un mondo visivamente dispersivo e dilagante, un mondo la cui fascinazione chimerica è fin troppo compulsiva, speculare alla candidezza di un animo che riflette sé stesso in quella stessa costruzione articolata, incantevole esecuzione di ogni complessità interiore, di quel candore che avvolge la sfera di coloro che hanno una sensibilità così attiva e vivida, così irreprensibile, dal riuscire a individuare sempre ciò che di positivo possa esserci nell'esistenza. La lupa rossa è un contenitore di dramma e sogno, è l'involucro di ogni male subito e di ogni bene percepito. E' evoluzione e metamorfosi; lo strazio della trasformazione per il raggiungimento di una consapevolezza senza fine, coscienziosa, caparbia nel suo palesarsi negli ultimi istanti. Ma la persona che custodisce sé stessa in tale involucro è la stessa che vive la forte antinomia di essere profondamente fragile e immacolata (porcelain), preziosa e resistente (ivory), irrimediabilmente inscalfibile (steel). E' nel paradosso della mutazione che i sogni vengono preservati, ed è in quegli stessi sogni, dapprima distrutti e poi rinati solamente come più consapevoli, che Sansa Stark conserva il suo Io incontaminato, un io così spiazzato dinanzi a qualsivoglia forma di male e che continuerà ad essere dilaniato e frammentato più e più volte da coloro che quello stesso male lo profondono, da coloro che lo rappresentano e incoraggiano, da coloro che sono così colpiti da un tale candore da percepirlo come osceno, poiché lontano dalla loro miseria. Vorrebbero avere il diritto e la forza di insinuarsi in lei, di renderla un loro simile, e diventano ancora più violenti quando scoprono di fallire. Perché se è vero che quell'Io continuerà a percepirsi dilaniato e a soffrire, sino a essere più volte frammentato, continuerà parimenti a rinascere e ad evolvere in modo perpetuo, senza mai lasciarsi intaccare davvero. Il Male è di fondo una piacevole e intrigante sembianza di un'umanità fallibile. Ciononostante, nelle dozzine di fallimenti propri e altrui, Sansa custodisce il Bene ed i suoi stessi sogni, come se fossero carezze sulla superficie della sua pelle dilaniata e offesa. C'è ancora speranza, nel mondo. E finché persone come lei continueranno a vedere il bene, il mondo non sarà mai realmente avvolto dalla distopia. Dreamers They never learn And It's too late The damage is done This goes Beyond me Beyond you The white room By a window Where the sun comes Through Giorno 4 - Sansa Stark (GoT) Il fallimento del metaforico divenire. Il Bene che fallisce non perché diventa Male, ma perché sceglie di non credere più in sé stesso, di castrarsi, di divenire dimentico di tutto ciò che esso è stato in precedenza, sino a rendersi manchevole e imprescindibilmente vulnerabile alle sue stesse azioni, al suo stesso percepire, all'addio ad una capacità di resistenza, di tollerare una sfera così universalmente corrotta, assuefatta dall'autocompiacimento costituito dal non aver più luce. Non c'è più spazio per bagliore alcuno, non c'è più spazio per sussurri di enfatico benessere, non c'è più spazio per l'ermetismo del Bene dinanzi al male. Il tempio è stato aperto, aperto del tutto e le porte sono state brutalmente abbattute. Il mondo, gli individui al loro interno, hanno invaso quei corridoi immacolati e hanno scelto di far scempio di qualunque cosa trovassero in quell'area, lasciando scie di devastazione, macerie impossibili da rimuovere, la polvere della presunzione e dell'adrenalina di chi è misero dinanzi al bene e sente di doverlo mortificare, sino a svuotarlo di senso, sino a renderlo un essenza incapace di difendersi e far fronte a quello stesso dinamismo di violenza e costrizione. Lo hanno violato, il tempio di Sansa. Lo hanno violato e anche inesorabilmente; tutto ciò che di buono ella aveva in esso, manifestazione della sua natura, è stato trafugato, strappato via da lei come delle radici mistificate, allontanate dall'unico terreno in cui potesse riconoscersi. Ora ella vive il vuoto, ancor più mortificante, che echeggia in lei e che si cela al di là dei suoi occhi blu. Un vuoto disturbante, logorante, in cui il suo stesso spirito è anatema e manifesto delle prigioni in cui vive. Occhi che non sanno più esprimere dolore, occhi che non sanno più piangere, perché ogni lacrime è stata a propria volta trafugata. Le sue labbra sono la gelida serratura che non si riaprirà mai più, non vi saranno più preghiere, non vi sarà più lo spettro di sorriso alcuno. Ogni parola di conforto muore nella sua gola, sperduta nel buio come un viandante privo di destinazione. Il corpo di Sansa non è che un vuoto sepolcro, un sepolcro che un tempo conteneva i ricordi e le aspettative migliori, le migliori capacità, le migliori intenzioni. Ora tutto è rotto. C'è solo negatività e ghiaccio, disillusione e disincanto, come un delicatissimo carillon che ha smesso di trasmettere la sua melodia, inesorabilmente lento, il cui suono morente si disperde sprigionato nell'aere. Ella si illude d'essere divenuta inscalfibile acciaio, lontana dalle chimere. In verità è solo porcellana, e quella porcellana è andata in mille pezzi, ora, mille pezzi che non è possibile ricomporre. Mille pezzi che odiano sé stessi, mille pezzi il cui male subito e riflesso non le permettono di sentirsi amata né di amare. Non le concedono più lussi, non le concedono più quello che un tempo era il suo torbido e valido sentire. La sua intimità è ormai mortificata, apatica, incline solo al peggio e a convincersi di quello stesso peggio, vulnerabile, apparentemente anaffettiiva, metaforicamente sola, così distrutta dal vissuto da annientare e tradire perfino le uniche cose belle e positive che le fossero capitate, e coloro che avevano scelto di credere in lei. Ma ora tutto rimbomba e fa male, fa ancor più male, nella totale e indolenzita apatia dell'Essere, anestetico del non morire, nel sottofondo delle catene i cui anelli cospirano per abbrancarne l'anima. Ed eccola, lì, fiera, orgogliosa, distante, racchiusa in un mondo di ghiaccio e solitudine che è solo l'ennesima, pur bellissima, prigione della sua esistenza. Ma è l'ultima. La solitudine di un trasparente e glaciale sepolcro che ha memoria. Le cui uniche volontà sono di non soffrire più e di vivere un'esistenza lineare, senza più traumi, senza più sussulti, per quanto possibile. La quiete del non sentire. Non può sorridere Sansa. Non può più. Non ha più nessuno a cui rivolgerlo, un sorriso. Non la vede più la grazia dell'arcobaleno, Sansa, vede solo il temporale che lo ha preceduto. I suoi occhi indugeranno su ogni angolo, ogni anfratto di qualsiasi stanza della sua prigione di ghiaccio, ed ella non avrà altro che fantasmi, per sempre. La sua anima è celata per sempre dietro una roccaforte di acciaio e neve. Non osa più mostrarsi, non sa più guardarsi, non osa, davvero non osa farlo. Lì, straziata ed elegante, quella stessa anima per sempre si nasconde, non concedendosi mai più, segnata e irraggiungibile. Niente più sorprese, il silenzio. A heart that's full up like a landfill A job that slowly kills you Bruises that won't heal You look so tired, unhappy No alarms and no surprises Silent, silent
  8. Avevo moltissima aspettativa per tre pellicole: Joker, Irishman, Once Upon A Time In Hollywood. Il primo mi ha soddisfatto a pieno, un vero gioiello di introspezione. Gli altri due, dei registi che più prediligo tra l'altro, una delusione immensa. Once Upon A Time è un corollario di sequenze visive artistiche e ludiche al tempo stesso, eppure è tremendamente autoreferenziale. Un continuo assetto di una narrativa che è invece monologo, come se il regista comunicasse solo a sé stesso e mediante la continua auto citazione, sino ad esserne condizionato. Ciò che lo rende accettabile è invece la prova attoriale di livello. Ma di base Tarantino ha fatto molto di meglio in passato. Questo è un sublimare sé stesso, una sorta di misura quasi infantile nel riscrivere non solo gli eventi, ma le meccaniche. Irishman è soporifero. Così soporifero che per me non ammette analisi. Anche se volessi non riuscirei; uno strazio dalla prima ora all'ultima. Lento, confusionario, a tratti asettico, come fosse il riassunto di dozzine di opere passate. Non ho gradito nemmeno la performance del Cast. De Niro senza guizzo, Pacino molto meglio di lui nella circostanza, ma sempre lontani dai vecchi standard. Una pellicola atroce, impossibile da seguire. Joker è invece, come già ho avuto modo di esprimermi nel topic dedicato, un piccolo gioiello, non tanto per la struttura del film in sé, che appare comunque un po' vuota, quanto per l'iconica, umana e straziante figura del protagonista, con un Phoenix assolutamente stellare. Un film in grado di dividere tra chi ne ha una percezione empatica e chi invece una concezione più razionale e morale, vedendo nel protagonista un qualcuno di ampiamente responsabile. In definitiva, spero moltissimo in Joker ma soprattutto in Phoenix.
  9. Per me la miglior performance di Cavill, dove capiamo che egli è Geralt, è il duello con Renfri. Non solo per l'ottima coreografia e l'elegante dinamismo, ma per lo sguardo e il come quegli stessi occhi comunicassero risolutezza e afflizione. Affondare dunque la lama con la morte e l'angoscia nel cuore. Tra tutte le scene di The Witcher, quella sequenza è secondo me la più riuscita.
  10. Al volo. « No man is free. Only children and fools think elsewise. » - Tywin Lannister L'esistenza come dimensione coattiva e quindi pura prigionia, concetto alla Schopenhauer. La libertà che diviene mera ipnosi, idillio tra l'autoconvinzione e la volontà di determinare sé stessi e gli altri. Irrimediabilmente l'individuo non è mai libero. Qualcuno proverà sempre a plasmarlo o reprimerlo, così come ad assoggettarlo alle proprie volontà, costruendo delle gabbie intorno a lui, siano pure gabbie dorate. Ma è l'individuo stesso ad essere circondato dalla prigionia di Sé, prigioniero delle sue convinzioni, di emozioni cieche, di traumi o di qualsivoglia ideologia abbia invaso il suo animo. Perfino delle sue stesse afflizioni. L'esistenza non è mai libera del tutto, e non lo è nemmeno in ASOIAF.
  11. Quando ho accostato Show Must Go On a Robb, oltre per correlazione tragica e votata alla pur intensa transitorietà del suo personaggio, l'ho fatto anche seguendo la narrativa di Martin e l'approccio di noi lettori/spettatori all'epilogo di Robb. In particolare ci sono due frasi chiave, nel testo: « Another heartache, another failed romance, on and on » Chi ha avuto modo di seguire Martin nelle sue interviste saprà che egli ha dichiarato che l'epilogo di Robb nasce dalla sua volontà di abbattere il cliché narrativo dell'eroe che riesce a fare giustizia per la sua famiglia e a emergere vittorioso sui meschini. Pertanto la storia di Robb si costituisce, per l'appunto, come un failed romance, per volontà dell'autore. « I have to find the will to carry on » Questa frase racchiude poi lo stato d'animo in cui tutti si sono ritrovati dinanzi alla fine di Robb. O perlomeno, coloro che avevano a cuore le sorti degli Stark e speravano in loro. Una volta assistito al Red Wedding intenso è lo sconforto, e c'è bisogno di una pausa, quasi di una forza di volontà per reggere il colpo e trovare la forza di volontà per proseguire nonostante tutto nella visione/narrazione. Infine la chiave è nel titolo stesso: lo show, inteso come GoT o ASOIAF, deve continuare nonostante tutto. Come nonostante tutto gli altri lupi devono andare avanti, così come Casa Stark, che deve sopravvivere. E' una canzone davvero tragica, nata dalla penna di Brian May e molto in linea con la tragedia che è insita in tutto ciò che Robb Stark è, sia narrativamente come funzione che a livello umano. Era nato per morire. La sua è stata davvero una tragedia umana. Ci si può consolare col fatto che sia stato ampiamente vendicato. Jon Snow e Sansa Stark si sono occupati dei subdoli Bolton, e Arya Stark dei meschini Frey. Dunque è indubbio constatare come sia sempre pericoloso lasciare lupi in giro, e come essi tornino a mordere chi lo merita quando necessario, sia insieme che separatamente. Quindi il pericoloso lupo a tre teste ha posto fine alla tirannide.
  12. Giorno 3 - Robb Stark « Robb is gone. But House Stark is not. » - Jon Snow Nella triste esternazione di Jon Snow, accompagnato nelle sale di Lyanna Mormont dalla sorella Sansa Stark, c'è tutta l'essenza del personaggio di Robb Stark. Il Giovane Lupo è da sempre una figura tragica, tragica non solo per il suo triste destino, ma per quanto esso fosse narrativamente inevitabile. Il capobranco muore affinché gli altri lupi possano crescere ed evolvere, trovare una propria identità ed un proprio cammino, in una strada che fosse unicamente la loro. Perché se Robb fosse sopravvissuto, Bran, Rickon, Sansa e Arya avrebbero avuto come unico obiettivo il tornare sotto la sua ala protettrice, il ricongiungersi a lui, e non avrebbero avuto modo di compiere il cammino che hanno compiuto. Il Giovane Lupo non c'è più, vittima di una società brutale, distopica, che quasi non ammette valori e che gode a profondere cinismo e opportunismo quali unici viatici. Egli ha lottato con tutte le sue forze, è stato succube del suo stesso onore, di quella figura paterna che su di lui aleggiava intramontabile. Egli ci ha provato con tutte le sue forze, perché sì, Robb ha sempre provato ad accontentare tutti, per quanti passi falsi abbia compiuto. Ciononostante il mondo, quello stesso mondo così distopico e galvanizzato dalla brutalità profusa in ogni cosa, non si ferma per nessuno, nemmeno per il King In The North. Tutto è destinato, crudelmente, a proseguire. Casa Stark stessa, deve andare avanti, deve sopravvivere. Robb Stark, come ricorda Freddy Mercury, è davvero another hero, e il suo brutale assassinio, per mano di soggetti subdoli, meschini, cospiratori, amorali, abbietti, è un another mindless crime. Eppure, The Show Must Go On. (But The North Remembers). Empty spaces, what are we living for? Abandoned places, I guess we know the score, on and on Does anybody know what we are looking for? Another hero, another mindless crime The Show Must Go On
  13. Giorno 2 - Catelyn Stark Con la figura di Catelyn Stark discendiamo indubbiamente nell'immagine della madre. Eppure ella è stata anche donna. Ed ha amato non solo i suoi figli, ma anche un uomo che è stato epicentro e costante della sua vita e degli aspetti chiave della propria esistenza. La mia scelta vuole mettere in risalto per l'appunto questo; la potenza del legame e lo struggimento dello strappo dallo stesso, dal calore dell'amato Ned e dalla contemplazione di una sofferenza che in lei non ha mai avuto e non avrà mai fine. Il fantasma del Lord di Grande Inverno continua ad echeggiare e ad incedere dentro di lei qualunque cosa ella faccia; i passi di Ned Stark sono dentro di lei il rassicurante sottofondo di ogni elucubrazione, di ogni atto, di ogni piega e contorsione della sua intimità. Il dolore che diviene l'unico viatico attraverso cui affrontare l'esistenza, la rimembranza degli anni migliori, di condivisione e passione, il riverbero degli stessi, l'essersi tenuti per mano in ogni circostanza, anche le più nefaste, ed ora riscoprire invece le proprie dita che provano ad afferrare il nulla, la trasparenza di una morte deprivante. Ed è di fronte a tale dolore che l'istinto di sopravvivenza porta a dimenticare, a indurirsi, a far finta che nulla ci sia mai stato. Il tempo è crudele, logorante, derisorio, fa sì che si dimentichino i legami più belli una volta che essi non possano più sussistere. Di fronte alla morte di un qualcuno che tanto si ama, l'unica nefasta speranza è il ricongiungersi ad esso in qualche altra vita. In qualunque altro luogo, purché si stia di nuovo insieme. E quindi... Anywhere. Forget this life Come with me Don't look back, you're safe now Unlock your heart Drop your guard No one's left to stop you
  14. Quante bellissime melodie. Una sola nota a fini puramente organizzativi: quando postate il pezzo scelto cercate di indicare, per favore, la categoria del giorno nell'introduzione dello stesso post. E' un qualcosa che ci sarà utile quando dovremo correlare i vari link delle pagine delle categorie all'indice iniziale, di modo da rendere fruibile la discussione. Giorno 1 - Eddard Stark Emblematico e affascinante come ogni scelta compiuta sin qui metta in risalto aspetti diversi di Eddard Stark, sino a rendersi complementari. La malinconia di @porcelain.ivory.steel, l'amore di @Iceandfire, la solennità di @Lyra Stark, il dovere e le sue conseguenze di @Timett figlio di Timett, l'ermetismo di @Oathkeeper, il compromesso e l'eredità di @Euron Gioiagrigia. La mia scelta virerà dunque su un altro aspetto chiave della compianta figura del malinconico e austero Lord di Grande Inverno. Siamo portati ad associare alla sua individualità una dimensione di morale, l'etica che si mescola al suo sangue e che sostiene il suo sguardo fiero, comprensivo, glaciale per coloro che non lo conoscono a pieno. Uno sguardo contraddittorio, in grado di causare forte soggezione in coloro che sono consapevoli di aver commesso il male, ma al contempo in grado di suscitare empatia e compassione in coloro che commettono il bene. Eppure egli è tanto in grado da essere solo rigida morale, quanto di farla poi a pezzi in virtù della propria fragilità, sino a tradire quella medesima morale per uno scopo superiore di cui egli è solo una porzione frammentata. Ciò su cui decido di soffermarmi sono dunque i molteplici pesi interiori, e l'approccio agli stessi, un qualcosa che lo rende profondamente e ineluttabilmente umano. Ed è con la scelta che faccio che voglio proprio sottolineare l'umanità che permea la sua natura, qui esposta con una melodia intimista che rappresenta proprio la sua riflessività dinanzi al peso del mondo, le sue mani che ridanno splendore alla lama di famiglia, i suoi occhi fissi nel vuoto mentre quelle stesse mani compiono il meccanico gesto, come egli fosse una figura artistica, lì, inamovibile sotto quell'albero del cuore che scatena in lui tutti i suoi patemi e la relativa serenità. Non si può fuggire a ciò che ci rende umani. It's only love, it's only pain It's only fear that runs through my veins It's all the things you can't explain That make us human
  15. Li è valsi tutti. L'intero cast è stato più o meno all'altezza come performance, ma di fondo questa prima Season è stata Cavill e la sua potente simbiosi al personaggio interpretato. Un qualcosa di meritato anche e soprattutto per l'insolita maniacalità e inclinazione al perfezionismo con cui si è approcciato all'opera e al compito, tanto da studiare a fondo sia la filosofia interna a quella stessa opera che i conflitti del suo character. Mi è rimasto impresso il come egli abbia dichiarato di aver rischiato la cecità a causa delle lenti a contatto, eppure non abbia rinunciato a proseguire né abbia chiesto facilitazione alcuna.
×
×
  • Create New...