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JonSnow;

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  1. JonSnow;

    Game of Thrones, Episodio 8x06

    Dunque tutto, per quanto in modo controverso, infine si chiude. L'inizio giunge con dei passi su un sentiero cinereo, una veglia di avvilimento e repulsione, un'avanzata nella brutalità insita nell'animo dell'uomo, irreprensibile nella sua fedele presenza. Sul volto di Tyrion vi è lo scorcio della mortificazione, incontrollabile richiamo di responsabilità, scia di una malcelata colpa solamente accentuata dall'immagine di un'innocenza umiliata, esposta in cumuli anneriti di corpi trascurati; l'anonimato della plebe, mutilo, profondamente dismesso in un atrocità incarnata. Ancora la consapevolezza amara e fatale di un fallimento collettivo, radicato nella vacuità, nell'inefficacia, nella sopraffazione. Quello stesso cammino che si conclude nella discesa ove egli finisce con lo scorgere volti che non avrebbe mai voluto riconoscere, laceranti conferme di un timore scandito passo dopo passo, laddove il loro eterno e perverso peccato era ormai seppellito dalla fredda pietra. Ai piedi di una scalinata rossa si consuma invece l'omaggio all'orrore, rappresentazione oscena dell'ancestrale fascinazione che l'essere umano subisce nei confronti del medesimo. Ali nere si dispiegano nel metaforico rilascio di una natura nefasta e ormai corrotta da sé stessa, ferrea seguace di un idealismo traviato, accatastato nel disordine identitario che alberga in una donna oramai distante, spaventosamente succube di un'utopia, compromessa ulteriormente nella dipendenza dalla devozione e nell'immagine che ella intende profondere. Daenerys è eterea e fatale, profondamente irraggiungibile nell'astrazione che la permea, laboriosa e diligente nella costruzione della propria realtà, la medesima che con solerzia si ripromette di imporre. Il bene superiore come labile tessuto al di sotto del quale si cela il proprio. Il bisogno individuale come unica feritoia dalla quale osservare il mondo. L'auto assoluzione che diventa fulgido viatico per le proprie gesta peggiori. La convinzione di autosufficienza che sfiora il divino, ove la divinità è entità che basta a sé stessa e al tempo stesso si rende necessaria all'uomo. Dinanzi a tutto ciò il Leone si riscopre Leone, emettendo un ultimo ruggito di dissociazione, e pagandone le conseguenze. Ed è successivamente che la voce di quello stesso Leone diviene oltremodo espressione della coscienza di Jon Snow, affrancante squarcio nel limbo della segregazione in cui essa si era preservata, ultima flebile opposizione verso una realtà da negare nella sua inaccettibilità e deformità. L'uomo è ancora una volta creatura fragile innanzi al concetto di amore, coacervo di influenze e pulsioni, ritrovandosi ad essere ghermito nel grembo di una passione ineluttabile che lo sospinge e lo controverte, che irrimediabilmente lo qualifica e determina. L'estrema ratio è dunque temporaneamente nullificata, invalidata nel giogo dell'idealizzazione costante. Ma la natura dell'individuo è tale nella sua unicità, e finirà nel lungo termine col prevalere a qualunque forma di invasione coercitiva e definitiva, impossibilitata ad annullarsi permanentemente. Sulla scia di Hegel, solo ciò che la ratio ci fornisce è da considerarsi fattuale. Il resto è mera proiezione, percettivo ricalco di ardore e tormento. Ed è ciò che accade a Jon nella sua strenua apologia della persona amata: egli non può che cingere con tutte le proprie forze la proiezione di lei che egli ha creato, convincendosi che continui a corrispondere con ciò che ella è attualmente. Un inesorabile rifiuto, infruttuoso tentativo di salvezza da una verità di cui si è inconsapevoli custodi. Le parole di Tyrion non sono altro che il sottofondo della sua mente, di pesi e nozioni di cui egli è già tacitamente complice e portatore. Il momento è profondamente rivelatore, non differentemente da quello di Drogon sotto la neve, Jon è soggetto ad un profondo risveglio, di indole cognitiva. La riconciliazione con la propria natura assennata, la rinnovata aderenza ad una dimensione razionale, un reintegro verso i propri ideali di difesa dell'innocenza, un ritorno alla dilaniante e silente guardia. Fino all'ultimo egli ha cercato la via della negazione. Fino all'ultimo egli ha invocato e sperato in una forza sottrattiva che lo esentasse da una così drastica scelta. Fino all'ultimo egli ha mosso un'implorazione alla persona in cui ha riposto tutta la propria fiducia ed il proprio amore, la medesima che si è ritrovata a diventare estranea a qualunque concetto di misericordia e libertà personale. Le sue labbra scandiscono un'ultima, ripetuta quanto improduttiva supplica. Ne consegue l'ascesa al dovere, il compimento di un atto necessario quanto inglorioso. Ma egli è disposto ad abbracciare quel senso di infamia, nel nome dell'innocenza collettiva, nel nome di quella libertà umana che tanto a lungo ha cercato di difendere e preservare. Così una nuova tirannia incontra precocemente la sua fine, lì, in una pozza cremisi, fondale ematico ove si spegne per sempre lo sguardo di un essere umano unico nella sua capacità di compiere tanto il bene quanto il male in modi clamorosi e in atti sensazionalistici. L'urlo ferale che segue è quello di una bestia che ha ben poco di bestia nella sua elevata capacità di comprensione. Egli, figlio prediletto, individua le responsabilità del disastro in quella medesima sedia di ferro, eletta dalla società a sinistro simbolo di potere ed escluso dal suo significato puramente materiale, nientemeno che solo catalizzatore di tragedia, seducente forza d'attrazione per i lati più deviati ed egoistici della natura umana. Nel buio della brutalità, nello smarrimento dell'irrazionale e nel caos, l'uomo affida le chiavi del suo mondo alle uniche entità in grado di produrre ordine e requie: la conoscenza, la memoria. Così Brandon Stark, personificazione dell'Anamnesi Platonica, diviene Re. Eppure la sua conoscenza è puramente mnemonica, assuefatta dal mero meccanismo della constatazione, il sapere come semplice atto di risveglio, l'apertura di stanze solamente latenti, e non come metrica grazie alla quale edificare. Senza empatia non sarà mai possibile conoscere ed edificare realmente sul proprio sapere, pertanto è necessaria la coadiuvante presenza di un tipo di conoscenza differente, custodita nelle figure di Tyrion e Samwell Tarly, una conoscenza frutto dell'impeto più irrefrenabile: quello della curiosità e della volontà di accrescimento, dell'indagine, della perizia, della scoperta e del raffronto. L'ascesa di Bran segue le convinzioni di Kierkeegard: l'essere umano non può avere una comprensione completa né una completa concordanza con la realtà senza affogare prima nel passato, ma al tempo stesso non si potrà avere una cognizione profonda dell'esistenza senza sospingersi completamente verso il futuro. E sinora Bran è stato solo assiduo visitatore del primo. Egli permane comunque un ricostruttore, fedele all'illustre predecessore. Il valore della memoria è indiscusso anche emotivamente, ed è così che con grande eleganza, dignità e pudore Brienne di Tarth riempie finalmente quella pagina che sembrava essere destinata a permanere bianca. Non vi è biasimo in lei, solo l'espressione stremata e coinvolta delle emozioni e dei sentimenti passati. Ed è infine su rive salmastre che il branco si scioglie per sempre. Per quanto si possa pensare il contrario, per quanto ci si possa convincere del contrario e per quanto si possa amare, la comprensione si presta solo a loro stessi, ognuno di loro non può trascendere dall'esperienza e dal bisogno del singolo, ritrovandosi ad essere profondamente segnato e cambiato, incapace di essere percepito in tutta la propria sfera traumatica. Il viaggio ha scavato solchi troppo profondi, ove vi può essere solo mera vicinanza. Ferite non rimarginabili, le cui sensazioni sono percepibili solo ai singoli portatori. Sansa non può esimersi dal riverbero del proprio senso di colpa, dall'esprimere una richiesta esplicita di perdono, consapevole di quanto negativamente compiuto. Nel silenzio di Jon Snow emerge tutta la sua umanità; i suoi occhi tradiscono sofferenza e delusione verso la sorellastra, eppure ciononostante si estrania da qualunque meccanismo di rancore, è completamente immerso nella sua totalizzante empatia, quell'entità guida all'interno della sua indole che non gli ha mai permesso di avvalorare sentimenti nefasti e condannanti, che lo ha portato a cercare sempre di alleggerire ogni colpa e peso altrui, fin troppo conscio di ciò che questo implichi. Ancora una volta, con le ultime parole egli le rivolge, si dimostra l'unica persona che ha davvero creduto in lei e nelle sue capacità, rendendo di per sé ancor più grave quanto da lei compiuto nei suoi confronti. Ancor più travolgente l'ennesima colpa interiore di cui Jon sente il peso, il non essere riuscito ad aiutare Bran nell'ora più buia, un simulacro di empatia che trova il suo apice con l'abbraccio ad Arya. Ma ormai nulla di tutto ciò ha più importanza. Nulla può lenire gli squarci interiori che ognuno di loro ha dentro in sé. Nulla potrà essere lenitivo di fronte all'eterna solitudine che essi porteranno in sé stessi. A suo modo anche Arya seguirà i concetti di conoscenza nella sua fase più avvincente: la ricerca. Il metodo definitivo con cui scendere a patti con la propria natura indomita, perennemente assoggettata ad un desiderio di libertà da ogni dogma, e con la presa di coscienza di non avere più un vero posto al mondo. Sansa compie invece la propria ambizione. Ella è Regina del Nord, eppure il prezzo è elevatissimo: la perdita di ogni affetto, la parziale perdita della propria empatia e la castrazione della propria femminilità. La perdita definitiva della capacità di osservare il positivo nel mondo, e la totale resa nel coglierne solo le macerie. E' una creatura non più in grado di amare. Infine Jon Snow, autore di un atto che ha coniugato amore (per la salvezza della famiglia, la sua scelta finale) e dovere, fa ritorno all'unico luogo in cui egli si sia mai sentito eguale, un luogo in cui non vi sono futili schermaglie di ambizione, in cui non vige il dominio della prevaricazione, in cui non vi è l'annientamento dell'altro e della sua libertà, in cui non esistono i concetti di diversità e condizionabilità. Senza più la convinzione di sentirsi sbagliato, ormai conscio dell'infruttuosità delle sue gesta e dei suoi sforzi su meccanismi che mai più cambieranno, egli si lascia alle spalle un mondo profondamente sbagliato, distorto, violento, schiavo delle proprie dinamiche e passa semplicemente oltre. La persona più segnata e in conflitto, la persona con la più elevata empatia, che ha sempre vegliato sui domini degli uomini, ora potrà concedersi il meritato riposo. La meritata pace. Una requie, pur relativa, che lo allontanerà per sempre da un ambiente che lo ha soltanto deluso sino all'ultimo. Per la prima volta sarà finalmente libero, pur con tutti i segni, pur con tutte le sue ferite, pur con tutta la sua condensante e potente malinconia. Che tutto si ripeta o che la ruota sia stato davvero spezzata, starà all'uomo e alle nozioni che avrà imparato. Ogni uomo sceglierà a seguito della propria natura e dell'esperienza appena maturata. Il vecchio mondo è apparentemente distrutto. L'augurio è che lo si ricostruisca migliore, e che la sua riedificazione non sia una mera emulazione di quello precedente. Tutto si chiude. Davvero.
  2. JonSnow;

    Game of Thrones, episodio 8x05

    Episodio che mi lascia sensazioni contrastanti e che, probabilmente, è altrettanto contrastante a livello puramente strutturale. Allestimento tecnico come sempre di livello assoluto, non da meno la resa visiva, la fotografia e la regia. Diversi aspetti narrativi, però, assolutamente incoerenti con il modus operandi di svariati soggetti, così come i meccanismi di trama a sé, che in parte tradiscono una certa gradualità. La scelta di Varys che conversa serenamente con Jon Snow dei suoi progetti è a tratti incomprensibile, del tutto contraria alla natura di chi sinora ha agito esclusivamente nell'ombra e di chi è conscio dei rischi di una mossa del genere. Coerentemente con sé stesso, il ragno tessitore non avrebbe agito in tal modo. La sua decisione pertanto è un azzardo che per quanto ascrivibile ad un moto di disperazione o ricerca di assennatezza resta poco comprensibile. Lo stesso scontro tra Daenerys e la flotta di Euron, per quanto accettabile sia che il nuovo Terrore Nero risolva da solo la faccenda, è di per sé parzialmente incoerente con quanto proposto in precedenza. Nulla sfiora Drogon, e tale senso di invulnerabilità è disarmante, anche alla luce di Rhaegal. L'uso fatto della Compagnia Dorata, poi, è forse il punto più basso che si potesse raggiungere in questa direzione. Ancor più grave e incoerente è il fatto che sia Tyrion a tradire Varys, come se fosse stupito delle sue azioni e decisioni. Egli avrebbe dovuto, più di ogni altra persona, aspettarsi un modus operandi del genere ben prima di rivelare all'eunuco quanto Sansa gli ha confidato; conosce perfettamente la natura di Varys, puramente complottista e cospiratoria, votata a contorte ideologie. Rivelandogli tale informazione non ha fatto che incoraggiare indirettamente tali comportamenti e risvolti. Pertanto le azioni correnti di Tyrion sono diametralmente opposte a qualunque logica. Passando al resto, in modo più disteso... I primi fotogrammi rappresentano un accorto promemoria della moltitudine di influenze prodotte dall'infatuazione e, più radicalmente, dal concetto generico di amore. Il diniego di Jon Snow nei confronti di Varys lascia assurgere un senso di onore e fedeltà, quanto la sincopante ricerca di una salvifica convinzione d'emergenza. Nella repulsione del lupo bianco si cela invero un meccanismo di negazione coattiva, un'estraniazione razionale costruita con un altrettanto surrogato di razionalità. Jon Snow ha la necessità di ribadire a sé stesso concetti di lealtà, ed è ancor più corroso dal bisogno compulsivo di rendere tangibile la proiezione idealizzata di Daenerys che egli ha creato nella sua mente, autenticandola come l'umana e meritevole regnante che egli ha sempre creduto ella fosse. Nella quasi assenza di colori di Dragonstone si consuma il confronto con Tyrion. I suoi capelli sono sciolti, configurazione plateale di una donna ora dimessa, il cui senso di oppressione alberga sinistro dentro di lei. I suoi capelli si ritrovano sciolti quanto lo è ella stessa dal dramma dell'etica e del dilemma morale, ove la presenza dell'innocente è solo un sintomo castrante, veicolo inevitabile di misure e valutazioni restrittive da cui ella decide irremovibilmente di disobbligarsi. Adombrata dal processo della perdita, ella perde un ulteriore pezzo di identità, contorcendosi di conseguenza in un imperfetta emulazione di sé stessa, di colei che ha sempre scelto la tutela della figura dell'innocente e ha fatto del privilegio della medesima il caposaldo del proprio cammino. Idealismo e altruismo sono annichiliti sotto il vessillo della propria ossessione, e la benevolenza è sgretolata da un indurimento tale da oltrepassare ogni forma di mero pragmatismo. L'esecuzione di Varys è per lei nient'altro che un ulteriore frammento del senso di repulsione, del profondo rifiuto di una terra che non l'ha accettata e che, come a suo tempo le portò via ogni cosa, la sta ora privando di ogni pezzo a lei vicino. Ella percepisce questo respingimento così invalidante, e non può che sentirsi spezzata, avvilita e offesa dal medesimo, ritrovandosi emarginata da una forma di amore collettivo alla quale ella ha sempre anelato. Quell'inesorabile forza di respingimento non può che avvertirla anche in Jon Snow, che contraddice le sue parole con le proprie azioni, ritrovandosi dinanzi a lei del tutto incapace di compiere qualsivoglia atto passionale nei suoi confronti. Tutto ciò la conduce ad un inesorabile abbandono di ogni freno inibitorio, ritrovando nella brutalità e nel comportamento aggressivo l'unico meccanismo di difesa ancora stabile in una mente assalita dai prodromi di un crollo nervoso senza pari. Un fallimento filosofico, il bene che è inevitabilmente corrotto dai connotati più efferati della società, il buono proposito che diviene nulla più di un esercizio semantico privo di utilità. Ella non può che contemplarsi e constare i posti vuoti accanto a sé, lo sfiorire della sua volontà di vita, essere mentalmente assaltata da ricordi e volti che è conscia non vedrà mai più. Una solitudine morale, e un riaffidarsi all'individualità più radicata, tutto ciò che le resta, ove per lei perfino l'amore del singolo è insufficiente, inefficace, totalmente sradicato da qualunque potenzialità curativa. Nulla può lenire il suo animo dilaniato, se non la consapevolezza di concetti di fuoco e sangue, familiari elementi, ora drappi di una distorta giustizia sommaria. Con i legami perduti l'uomo tende spesso a perdere le peggiori parti di sé, come può tendere spesso a perdere per sempre le parti migliori di sé stesso. Con Ser Jorah, Missandei, Rhaegal non può che venir estirpato parte del meglio di lei, fragilità che ella non perdona a sé stessa, facendo sì che quello stesso meglio si inabissi per sempre. La viscerale vendetta, dunque, diviene l'unica conseguenza di un'identità crollata, l'unico metodo con cui riscoprirsi, nonostante tutto, ancorata ad una realtà che le è profondamente amara, trasalendo nel brivido dell'avversità. Il congedo tra Jaime e Tyrion è un ulteriore conferma del profondo condizionamento insito nell'amore, qualunque forma esso assuma. Come per Brienne, Tyrion rappresenta per Jaime l'unico legame affettivo realmente sano di cui egli sia in possesso, un ulteriore estensione dei suoi lati migliori, quelli da cui tende a rifuggire e da cui tutt'ora ha aspirazione di estraniarsi, al fine di auto convincersi della propria miseria umana. Eppure lo stesso Jaime incapace di discostarsi da un'intimità drastica e gesta sensazionalistiche, è altrettanto creatura in grado di amare oltre qualunque forma di repulsione o condizionamento basato sulla diversità. E' l'unica persona che ha eletto Tyrion a suo eguale, rispettandolo nella sua connotazione umana, non vedendo in egli alcuna inferiorità o mostruosità. Attraverso il fratello minore egli ha posto tutela ad un essere innocente, quella stessa innocenza che tempo addietro giurò di preservare e di difendere, e verso cui ora cerca di convincersi di non avvertire alcun peso morale. Tyrion non avrebbe mai potuto soprassedere, la sua memoria emotiva non gli avrebbe mai concesso alcuna equidistanza. Egli osserva nel fratello maggiore i riconoscibili tratti dell'unico volto che sin dal primo giorno non ha fatto altro che proteggerlo, in modo del tutto incondizionato e senza remora alcuna, disconoscendo invece abilmente la superficie della più sfacciata delle maschere. Significativo quanto una forma di affetto sano possa avere una rilevanza altisonante alla base dei meccanismi evolutivi individuali, nonché nel compimento di atti potenti di preservazione di quegli stessi legami, eterni labirinti dedalici in cui arroccarsi e camminare con un profondo moto indagatore. L'addio tra Arya e Sandor Clegane è paradigmatico delle rinunce alla stabilità emotiva ed affettiva che la vendetta comporta. Il volto di Arya, così per lui riconoscibile come il volto di una figlia, è quanto lo lascia vacillare, quanto lo estrania dal senso di appartenenza ad una cloaca sociale e spirituale a cui si è dedicato, sospinto da una ruggente furia di innocenza violata, completamente sbilanciato nel putridume di una società che ha imparato a disprezzare nella sua accezione profondamente ipocrita. La benevolenza è quindi un rivestimento che non ha necessità di indossare, inversamente ha bisogno atavico di indossare la patina del disincanto, mostruoso e irreparabile avvicendamento di un trauma mai sopito né inglobato. La risposta a quel trauma è stata una prona aderenza, sino ad un progressivo disgusto. Quello verso Arya è invece un atto d'amore paterno, sentimento già latente in lui dal primo cammino condiviso con lei, un'unica presenza che eccettua la sua visione d'insieme. Egli nei suoi confronti non muove solo un'obiezione, ma una supplica silente. Non può fare a meno di estendere la propria mano e concedersi un gesto di umanità e amore che un tempo avrebbe circoscritto come un'esternazione di condizionante debolezza. Tuttavia c'è una straordinaria serenità nelle sue azioni e nel suo sentire: non vi è più irrequietudine, egli è consapevole della sua fine, come lo è della sua ritrovata interiorità, e delle emozioni e sensazioni che ha provato. Non ha più la pretesa di essere considerato una bestia ferale, accetta invece lo sguardo umano, ove la bestia si è dimostrata in possesso di più umanità di tante altre persone. Ed è Arya, chiamandolo Sandor, ad eleggerlo come essere umano degno di essere considerato tale, in tutti i suoi lati migliori. Eppure, nonostante i passi avanti, egli è incapacitato al fine ultimo della redenzione, totalmente assente nella forza necessaria e atta a slegarlo dall'esperienza traumatica quanto dal proposito nefasto prefissatosi. Vi sono ferite impossibili da rimarginare, se non in modo del tutto estremo. Ed è quanto egli compie. Il duello con il fratello maggiore, o ciò che ne resta, altro non rappresenta che l'ultimo passo verso una forma di libertà, la fine della tribolazione, un ultimo quanto radicale atto in cui estendere sé stesso. Nulla avrebbe mai potuto slegarlo da un simile cammino, né tantomeno da un simile epilogo. Ma le sue labbra si curvano soddisfatte nel momento finale, c'è piena coscienza del fatto che, nonostante tutto, sia arrivato a questo punto meno solo di quanto non fosse prima. Profondamente... sereno. Il ringhio cessa per sempre in favore della requie. Parimenti Jaime Lannister, per quanto positivamente abbia provato, soccombe al suo legame distorto. La depravazione del peccato carnale che da sempre lo ha guidato non gli permette di scindersi da un ulteriore azione di passionale quanto distorta fedeltà. Egli ha opposto resistenza con tutte le sue forze, ma inevitabilmente si è scontrato con i recessi della propria natura, avvalendosi di una comprensione che gli ha reso palese la chimera rappresentata da un'individualità che non completerà mai. Ha scelto la parte più misera di sé, ma al tempo stesso quella che ha creduto più autentica e l'unica che è riuscito a conoscere e padroneggiare nel modo dovuto. I suoi attimi finali non sono che la scelta egoistica rappresentata dal desiderio di una morte condivisa con la persona con cui sostiene il legame - per quanto tossico - più intenso. Per quanto abbia tentato non ci è riuscito, il suo è un insuccesso individuale, masochistico, frutto di convinzioni errate e del vedersi incapace di fare del bene quanto di seguire il proprio Io senza che esso sia collocabile o riconducibile alla propria gemella. Infine... egli non ha mai creduto realmente in un concetto di fuga o di salvezza, tantomeno nella redenzione. E' un atto di profonda volontà a far calare il sipario. Ha ormai accettato il suo destino quanto la sua natura nefasta, così come le conseguenze annesse. Di riflesso, la sua controparte femminile è invece totalmente allineata con sé stessa, ritrovandosi anche nell'ora più buia ad essere profondamente incapace di una resa emotiva come di accettazione. Jaime ha accettato l'incombere della morte, la fine del viaggio, Cersei è invece aggrappata alla vita fino agli istanti finali, prona al proprio orgoglio e ad un'autentica volontà di proseguire, in tutta la propria vulnerabilità. Tutto si conclude come ci si aspettava: un'uscita doppia, insieme, come insieme si è compiuto l'ingresso in questo mondo. Un'uscita dunque distorta, profondamente malata, tossica e annichilente sino all'ultimo secondo. L'armistizio si traduce in massacro. L'eco delle campane è solo un casuale sottofondo, un qualcosa di totalmente ininfluente in una decisione in vero già maturata anzitempo. Nella mente di Daenerys non vi è accoglienza per forme di resa alcuna. Ella ha fatto la sua scelta, ora completamente alienata in un blocco di violenza e bestialità sin qui dormienti. Il seguito di una vendicativa pulsione egoistica del tutto incontrollata, acuita dalla visione della Fortezza Rossa innanzi a sé. Quanto accade è ingiustificabile e gratuito (impossibile non rilevare l'aggravante derivato dalla resa, ove nessun combattimento era più necessario, tantomeno un eccidio senza pari). Significativo contrappasso il fatto che la stessa donna che un tempo preservava gli ultimi, ora piombi senza remora alcuna sugli stessi, spiegando ali nere su di loro e massacrando perfino bambini innocenti nel più letale dei modi. La riprova di un declino senza precedenti, sia sotto il profilo mentale che puramente morale e umano. Il suo è un fallimento integrale, identitario e individuale, costellato dalla perdita di umanità e delle persone su cui aveva fatto affidamento. Inevitabilmente la sua ideologia è deturpata dalla distruttiva scelta compiuta, che l'ha altrettanto portata su un sentiero da cui è impossibile fare ritorno. Perfino le convinzioni di Jon crollano, così come tutta la fiducia che egli ha riposto in lei: il suo volto è una maschera di riprovazione, completamente afflitto dagli eventi correnti e dall'incombente consapevolezza di aver compiuto una valutazione pericolosamente sbagliata. Ironico e al tempo stesso quasi poetico che la prospettiva del popolo sia affidata agli occhi e ai passi di Arya, la quale si prodiga per la salvezza del medesimo. Significativo che lei sia l'unica ad aiutarli e a preoccuparsi della plebe, come a smarrirsi in essa. Significativo perché quelle persone non rappresentano altro che gli ultimi tra gli ultimi, profili umani a cui nessuno dà mai attenzione ed importanza, destinati a perdersi nella collettività, schiacciati dall'altrui egoismo. Gli ultimi non possono che passare inosservati, come se fossero insignificanti, appunto dei nessuno. Nessuno aiuta dunque nessuno. Ella sa cosa significa ritrovarsi tra gli ultimi, lo ha provato sulla propria pelle. Questo suo modo di fare è pertanto perfettamente consequenziale. Il suo polveroso risveglio è la chiosa finale su un quadro di devastazione senza eguali, eppure così ciclico nella perdita di innocenti. In un modo o nell'altro, tutto scorre e tutto si ripete. L'uomo non può che ritrovarsi segnato, ancora una volta incapace di evolvere e di compiere passi più saggi, ma fermo nel suo articolato complesso di atrocità. Un episodio pertanto controverso, che si presta a molteplici letture negative quanto positive. Ciò che non cambia ed è stato ancora una volta un segno costante, è il livello della performance attoriale collettiva, assolutamente brillante. Dinklage si ripete, ma, come è giusto che sia, il palcoscenico è tutto per Lena, la quale si è resa protagonista di un viaggio artistico durato anni che l'ha resa artefice di una delle interpretazioni di qualità più elevata a livello televisivo nella storia moderna. Davvero un'interprete di pregiatissimo calibro, degna di tutti gli onori. Probabilmente la più abile, ad oggi, per quanto concerne le ultime Season di GoT.
  3. JonSnow;

    Game of Thrones, episodio 8x04

    Comincio da ciò che non ho gradito a livello di scrittura e struttura, un qualcosa di già ampiamente rilevato: l'assalto via mare di Euron con annessa uccisione di Rhaegal. Probabilmente tra le scene più brutte e illogiche di cui ho memoria in GoT. Oltre a non avere una logica a livello strategico - né Daenerys né i suoi alleati tengono conto della flotta di Euron -, oltre ad essere ulteriormente illogica a livello strutturale (le navi di Euron apparentemente invisibili e non avvistate da nessuno), vede nell'abbattimento del drago il suo punto peggiore, poiché reso oggetto di un attacco in successione di per sé impossibile da operare. Ulteriormente ridicoli sono i fotogrammi successivi, con una pioggia di arpioni che si abbattono su Drogon, guarda caso, senza minimamente sfiorarlo. In tutto ciò anche la resa generale del tutto appare anticlimatica, sbrigativa e ricca di inutile foga, ove tutto si è svolto con una velocità disarmante quanto l'assenza di senno da cui tale tutto è accompagnato. Il possibile impatto visivo non è una giustificazione accettabile. Venendo al resto... Apertura suggestiva. Volti emaciati esprimono cordoglio, le espressioni si perdono nel pallore di un gelo apparentemente senza fine. Dopo tanto tempo il concetto di morte non può essere più violato, la dignità è ripristinata nella concessione di una partenza definitiva. Il pianto che si appropria del volto di Daenerys è quello di una donna che avverte su di sé il peso di non aver potuto ricambiare un amore così totalizzante e riverente. Le lacrime di Sansa cadono per Theon come non è accaduto per Rickon. Comprensibile. I legami più profondi si forgiano spesso nella condivisione diretta di un identico dolore. Theon, per lei unico testimone del trauma più profondo, l'unico che potesse realmente stabilire una connessione emotiva sullo stesso, comprendendo la portata di quella così brutale violazione. Simbiosi assodata dalle cicatrici sui loro corpi, firma depravata del medesimo aguzzino. Parole solenni e giuste si trascinano in una voce stremata per l'ultimo saluto. Scopriamo quanto già ci è noto: l'egoismo dell'uomo è miseria dinanzi al potere insito nella morte. La fede in una memoria storica, l'immortalità degli uomini al di là della carne mediante la loro continua rievocazione mnemonica ed emotiva, è l'unica consolazione di chi è sopravvissuto. Il giubilo è la conseguenza più naturale dello scampato pericolo. La complicità di Jon, Sansa e Tormund, non differentemente da quella di Jamie, Tyrion e Brienne, scorre sotto gli occhi spenti della Madre dei Draghi, specchio di una distanza incolmabile, un separatismo emotivo prodotto da un dolore irrecuperabile, dalla perdita, dall'alienazione, dal rifiuto di un popolo che non l'accetterà mai realmente e che non riuscirà mai a comprenderla, come lei parimenti con il suddetto popolo. Ella non può che avvertire il peso di tale rigetto, la ridondanza di un'assenza di empatia. L'unica persona davvero sola nella stanza. Nell'amore della gente verso Jon Snow emerge la vulnerabilità sopita in Daenerys, le sue certezze crollano, un senso di sedimentata insicurezza non può fare a meno di invaderla. Significativo che gli unici soggetti che avvertano l'impulso di coinvolgerla e rivolgersi a lei in modo positivo, senza acredine, e con spontaneo calore umano siano Jon e Tormund, che tentano, per quanto vanamente, di estendere anche a lei il piacere della condivisione di un'inaspettata gioia. Jon e Tormund, segnati a loro tempo dagli effetti dell'emarginazione e dell'esclusione, un meccanismo per loro così familiare, un'iniquità vissuta sulla loro pelle, ora riflettuta da un altro essere umano non dissimile da loro. Solo coloro che hanno provato una cosa simile possono ritrovarsi sensibili alla medesima, riassaporando un mai superato retrogusto di ingiustizia e brutalità. Dinanzi a ciò è il sorriso di Sansa a spegnersi, anestetizzata alla comprensione emotiva, tanto da trovare gratificante l'emarginazione operata verso Daenerys, ritrovandosi altrettanto ad essere creatura preda di risentimento, lo stesso che la porta a perdere il controllo a causa di quelle risate e a dover evadere dopo un attento sguardo. Le parole che la Madre dei Draghi rivolgerà successivamente a Jon, riferendosi a lei, promuovono pertanto un assunto assennato. Ciò che Sansa ha subito l'ha segnata oltre qualunque strato di pelle, ha inquinato la sua natura. Il risultato del male che l'ha violata ha invaso la sua anima, sino a inaridirla, sino a renderla incapace di qualunque sinergia con il dolore altrui. Ciò che resta sono gli elaborati meccanismi di difesa, la mostra di una serafica freddezza, ove il costante mantra è la preservazione del proprio status quo. Come si evince dalla conversazione con Sandor Clegane (il dolore inteso come forgia evolutiva più efficace), ella cavalca il destriero della disillusione, totalmente vittima di una negatività coercitiva che le rende impossibile vedere e aspettarsi quanto di positivo ci possa essere nell'essere umano. Il Bene pertanto diviene una forma distorta, una proiezione da irridere e che cozza con il plausibile. Amarezza e oscuro sarcasmo circoscrivono il comportamento di una persona ad ora nuovamente oggetto di una costrizione emotiva auto inflittasi, quella del cinismo, emblema di un ulteriore prigione, in cui però ella si sente e sa di essere perlomeno al sicuro. Il risvolto positivo è dunque da lei visto come un miraggio etico. Non si inseguono più le chimere. Il meglio di sé è stato perso e non lo si avrà più indietro. Permane l'accettazione. L'intimo confronto tra Jon e Daenerys mette in luce l'inizio del crollo nervoso di quest'ultima. Non vi è più margine per l'ego, non vi è più la fermezza figlia di ferree motivazioni. C'è solo la sensibilità di una creatura rifiutata, consapevole di un rigetto senza fine a cui la sua persona non era sin qui mai stata abituata e verso cui reagisce con smodata fragilità. Nulla può il singolo di fronte alla richiesta di un amore collettivo. L'amore di Jon nei suoi confronti è un qualcosa che non le basta e che non potrà bastarle. Ogni fibra di lei è seviziata dalla respinta di una terra che non la desidera e che rivolge la propria benevolenza altrove. Ella avverte offesa e dolore profondi, e propone (comanda) il da farsi. Il consiglio di guerra propone due visioni parimenti accettabili. Quanto Sansa sostiene è un assunto profondamente razionale, in quanto un attacco immediato, con uomini stremati e forze disorganizzate rappresenta un suicidio militare e una foga che tralascia le condizioni precarie dei propri guerrieri. Per contro, Daenerys non ha torto nel voler partire alla carica, in quanto Cersei non arresterebbe comunque la propria avanzata e i propri piani bellicosi, ritrovandosi ad attaccare ciò che resta del Nord entro breve, come da organizzazione preventiva. L'unica via di mezzo sarebbe arroccarsi in difesa e attendere, ma di base nessuna delle due posizioni ha eccessivamente torto o ragione. Il sostegno che Jon dà a Daenerys nell'occasione, oltre che seguito di un dovere, è figlio di un supporto morale che egli ritiene necessario alla luce delle insicurezze e del malessere della suddetta. ''You think I am a good man. I pushed a boy out of a tower's window... crippled him for life. For Cersei. I strangled my cousin with my own hands just to go back to Cersei. I would have murdered every man, woman and child in Riverrun for Cersei. She is hateful... and so am I.'' Il legame tra Jaime Lannister e Brienne di Tarth perde invece la sua innocenza. Il tratto platonico che lo sospingeva, raccogliendolo in un nucleo di purezza e inesauribile affinità d'animo, è eroso e prevaricato da una passione rovente, a sua volta segnata dal dominio di un impeto viscerale, impossibile da ignorare. Ciò che è immaginifico svanisce in favore della potenza del gesto, sintomo dell'inusuale, dell'imponderabile. Entrambi riconoscono il predominio di ciò che sentono, la loro decisione coincide. L'idea muta in atto, lo stesso sentimento è sradicato dalla sua astrazione. Ma Brienne è pronta alla scelta, la accoglie, non vi è più alcun disagio, bensì la presenza di un pudore perpetuo, di una dignità ambivalente e rispettata, tanto dall'uno quanto dall'altro. Una parte di Jaime è conscia di essere stata guidata da emozioni non dissimili. Per quanto possa volersi dire il contrario, egli non avrebbe mai violato la persona che l'ha fatto rinascere solo per un'egoistica pulsione. Non è meno smarrito di quanto non lo sia lei dinanzi a quanto germogliava già dentro di lui. La scelta successiva, quella più ardua, non è l'indizio di un passo indietro, quanto il palesarsi di un fatalismo oscuro, di una consapevolezza nefasta. Per quanto sia andato avanti, per quanto abbia trovato una sua dimensione e per quanto sia venuto a contatto con una libertà identitaria e individuale così tangibile, egli non può fare a meno di sentire il richiamo di quel legame così distorto. Un qualcosa con cui, ancora oggi, sceglie di punirsi e di infliggersi, un qualcosa verso cui avverte profonda responsabilità, un qualcosa che egli identifica come un suo problema, un problema a cui solo e soltanto lui potrà mettere fine. In un senso o nell'altro è un atto di piètas umana ad esplodere in Jaime, incapace di accettare l'eventuale morte della sorella. Non è illuso dalla possibilità di amarla ancora, è invece in parte illuso nella possibilità di poterla ancora salvare. Per compiere tutto ciò egli non può che essere il giudice più severo di sé stesso. Egli teme tutto ciò che sta provando, ma ancor di più teme la verità insita nelle parole di Brienne - ''You are better than she is, you are a good man.'' -, la portata del significato al loro interno. Egli ha paura delle parti migliori di sé. Non può fare a meno di sentirsi terribilmente sbagliato, corrotto da sentimenti, emozioni e da una natura negativa. Si giudica aspramente e, di più, cerca di convincersi di essere capace solo di negatività e sofferenza. Un qualcosa che non può fare a meno di affrontare da solo, affinché la donna che ha di fronte, come tante altre persone, non possa essere consumata dalla sua natura. Volente o nolente, la scelta che compie esautora Brienne, ponendola in una condizione apparentemente salvifica, lontana da quel che egli considera solo un male, ossia sé stesso. Lo dice egli stesso. E' odioso, si odia e pertanto è convinto, sa, di meritare nient'altro che Cersei Lannister. Le parole e le azioni di un uomo che ha provato a placare la sua natura ma che crede di aver fallito. Ancora una volta ritorna un anima dilaniata, la cui eventuale pace è un atteso messaggio, ora profondamente in ritardo. La scelta di Jon dinanzi alle sorelle e all'albero del cuore è significativa della potenza del legame che ha con loro. Tra amore e famiglia egli compie una scelta di onore e affetto, in favore della seconda. Pone un branco di cui fa parte e al tempo stesso non fa parte al di sopra della donna che ama, contravvenendo pertanto alla volontà di quest'ultima (checché ne dica Varys sul suo essere piegato alla volontà di Daenerys). Una scelta che racchiude in sé uno sforzo non da poco e che è emblematica del dove risiedano realmente la lealtà e l'affetto di Jon, probabilmente anche per il futuro. Il fatto che Sansa riveli a Tyrion quanto Jon ha confidato alla famiglia è un qualcosa di profondamente deludente sul piano umano, poiché Jon si è fidato di lei nell'occasione, come si era già fidato in passato lasciandola in comando e riconoscendole un valore, lei ha ora violato tale fiducia con questo gesto, venendo anche meno alla parola data e ad un giuramento in piena regola. Da questo punto di vista molto grave. La sua scelta comunque è causata da una volontà di tutelarsi da quello che considera un pericolo, pertanto compie una decisione di auto conservazione. Nelle parole di Tyrion verso di lei emerge evidente il fatto che egli in realtà non cerchi di convincere Sansa sulla bontà e l'idoneità di Daenerys, ma cerchi invece di convincere sé stesso. Il commiato tra Jon, Sam e Tormund, oltre che profondamente umano nella separazione, fa trasparire un messaggio intrinseco non da poco: l'unica fase della sua vita in cui Jon si sia realmente sentito a casa e parte di un qualcosa è stato nel ritrovarsi ai confini del Nord, nella Night's Watch. Solo da Guardiano della Notte egli ha trovato per la prima volta un posto al mondo in cui fosse eguale e non avesse emarginazione, trovando altrettanto una sua dimensione identitaria. L'ironia e la contrapposizione di quanto pur il tormento e il peso del compito fossero coincisi con una molto relativa serenità mai più ritrovata. Le frasi che dice a riguardo di Ghost sul suo appartenere al Nord e sul fatto che meriti di trovare la sua pace lì possono valere anche per egli stesso, e forse ne è anche consapevole. Ciò che è interessante è che perfino uno come Varys riesca a evolvere e a non incorrere nei comportamenti del passato, ove avrebbe già agito tempestivamente. Egli sceglie invece di mantenere la promessa fatta a Dany e di palesarle le proprie perplessità in modo aperto e diretto. Il responso è chiaro. Una Daenerys segnata da molteplici lutti e rifiuti ha ormai scelto di non considerare le migliaia di vite innocenti di Approdo del Re, oltrepassando dunque limiti etici e morali che prima non aveva potuto fare a meno di porsi, pur essendo essi il prodromo di un inevitabile svantaggio militare. Una scelta pragmatica quanto impetuosa che circoscrive ulteriore dubbio sul viso dell'eunuco. I discorsi tra Tyrion e Varys sono dunque il seguito di un qualcosa di cui si era già consapevoli: entrambi hanno sempre nutrito dubbi tanto nella personalità quanto nella condotta di Daenerys. Dubbi che ora emergono preponderanti nelle loro menti e che, alla luce di un'alternativa più idonea, sono per loro impossibili da ignorare. Dubbi che aprono a scenari drastici, ove neppure il matrimonio è da loro ritenuta un'opzione positiva, a causa della convinzione che la Regina dei Draghi possa assoggettare il proprio compagno in favore delle sue convinzioni. La decapitazione di Missandei, avvenuta per volontà di una soddisfatta e sempre più folle Cersei, essere che non conosce resa, essere ormai prigioniero della convinzione e della certezza di non aver nulla da perdere e di potersi concedere ogni idillio, è un ulteriore varco nel cuore di Daenerys. Una discrepanza emotiva, un ulteriore lesione su su una natura già dilaniata. Ella non può che constatare il fallimento della benevolenza, dell'idealismo, del sistema diplomatico e relazionale adoperato sinora. Ogni fibra del suo corpo non può che ritrovarsi invasa da un sincero furore che divampa all'interno dei recessi della sua anima. All'interno di lei albergano dunque le connivenze della vendetta, una complessità di sentimenti che diligentemente fa evincere il suo crollo nervoso. Gli ultimi fotogrammi dell'episodio segnano difatti l'uscita di scena di Daenerys Targaryen per come la conosciamo ora. Un episodio la cui qualità risiede principalmente nella grande performance collettiva proposta dal Cast, ove la recitazione ha avuto davvero pochissime sbavature e abbastanza punti alti, un qualcosa che non capitava da molto. Se non altro non ricordavo un Dinklage su questi livelli da tempo immemore.
  4. JonSnow;

    ottava stagione - leaks e speculazioni

    Dando per assodato che lo spoiler centrale di Frikidoctor sia veritiero, ossia il tradimento di Tyrion, ed essendo ormai depennato il pericolo Estranei, figura ora il sempre più preponderante spettro del mero tradimento politico. Dettaglio rilevante: la sopravvivenza di Varys, le cui abilità cospiratorie riguardo il trono sono ben note. Tenendo poi conto della profezia di Quaithe a Daenerys sul non fidarsi del leone, profezia non menzionata dalla serie ma che contiene in sé il prodromo di una conseguenza che sarà particolarmente rilevante nell'opera, pertanto l'evento sarà condiviso, il tradimento di Tyrion è sempre più plausibile. Tyrion e Varys sono, Sam a parte, gli unici individui ad aver messo in discussione la figura di Daenerys e le decisioni di quest'ultima. Di più, essi sono stati il veicolo mediante il quale tali dubbi sono stati narrativamente espressi verso lo spettatore. A ciò si aggiunge l'ideale centrale di Varys, ossia una controversa lealtà nel popolino e nella condizione di quest'ultimo. Emblematico, in questo senso, anche il confronto tra Daenerys e Varys, ove egli rimarca tale concetti e lei gli promette un futuro rogo qualora configurasse un tradimento ai suoi danni. Lo scenario più plausibile è che Varys e Tyrion si ritrovino a non avere più fiducia alcuna nella figura di Daenerys per qualche motivo, e a guardare a lei come una sovrana del tutto inadatta al ruolo, scegliendo così di lavorare per il suo declino e per scongiurare la sua ascesa al trono. Lo spoiler di Frikidoctor ci dà quindi certezza su un processo a Tyrion. Abbiamo però un altro elemento, le parole di Melisandre a Varys, a cui annuncia una morte piuttosto prossima. Pertanto è quasi assodato che anch'egli è destinato a morire. Non essendo più possibile che ciò avvenga a causa degli Estranei, l'unica morte possibile risiederebbe appunto in uno scenario del genere, in cui egli viene punito per quanto perpetrato. Cosa li porterà a macchinare contro Daenerys e quale saranno gli elementi con cui essi faranno le loro tragiche valutazioni ancora non mi è del tutto chiaro, così come quali saranno gli effetti della loro presa di posizione. Ma sono abbastanza convinto che accadrà in questi termini. Tyrion e Varys vs la prospettiva di un regno di Daenerys.
  5. JonSnow;

    Game of Thrones, Episodio 8x03

    Dopo tanto tempo... un commento sporadico in occasione del gran finale anticipato. Onde evitare un atteggiamento eccessivamente votato alla critica che impedisse qualunque piacere nella visione, mi sono ripromesso di approcciarmi agli episodi di GoT 8 senza alcuna predisposizione alla minuzia o eccessiva elucubrazione tecnica, pertanto sorvolerò sulle medesime e immancabili incongruenze e sui buchi, limitandomi ad un giudizio generale che esula dai parametri di cui sopra. Un'eco rauca si protrae percettibile, rimbombano i concetti enunciati da Bran. Il nemico ha in sé il desiderio evidente di erodere qualunque memoria e di conseguenza qualunque identità, conducendo la figura dell'uomo alla condanna di essere poco più che un'unità di un collettivo grigio, privo di forme emotive, privo di desiderio, privo di rilevanza, del tutto istintivo, rassicurante nella sua insensata ripetitività. Emblematico che coloro che si oppongono al prospetto di una tale mutazione identitaria e umana siano costretti ad un ulteriore e parziale mutazione, naturale conseguenza del conflitto: brutalità e bestialità. L'uomo è tanto preda quanto cacciatore, costretto a ritornare agli antichi prodromi della sua evoluzione, come se essa non fosse mai avvenuta, retrocedendo così ad istinti meramente primordiali, non dissimili dalla sfera animale. Unico metodo ideologico per offendere e difendersi, una riformulazione delle proprie priorità. Il contrasto animale azzera ogni prefisso morale. Lo scontro è segnato da una moltitudine di manovre emotive che non hanno polarità; come ogni animale che si rispetti si caccia il nemico e si fugge. Come ogni animale che si rispetti il proprio cuore è palpitante dalla paura. I sensi sono all'erta. Predomina la pulsione di prevaricazione e di preservazione di sé. L'uomo si ricongiunge con le parti più brutali di sé stesso, di cui si riscopre un derivato, non può più scindersi. Nessuna pretesa razionale. L'unica salvezza è la bestialità, adoperata dapprima strategicamente, e dopo con la sola solerzia della risolutezza, ove chi si ha di fronte non ne adopera. Chi si ha di fronte rappresenta un elemento capace di annullare il proprio passato. Un assedio ideologico a gusci vuoti, alla percussione di ossa stridenti, ora prive di anima alcuna. Alla fine l'unico modo per opporsi ad un'avanzata così metodologicamente sinistra è mutare parzialmente in ciò che si è stati incapaci di essere, in ciò che quello stesso nemico vorrebbe per sé: un collettivo, sia esso senziente o meno. Quelle stesse individualità, ora indistinguibili al di sotto di un unico vessillo, non possono più mentire a sé stesse. Fotogramma per fotogramma l'uomo si ricongiunge alla bestia e non è più in grado nemmeno di provare rassegnazione o pessimismo. L'uomo segue la bestia e la bestia segue l'uomo, per quanto esso voglia sprofondare nei concetti più lugubri e dirsi che è finita, non può fare a meno di palpitare e di essere assoggettato ad un insito spirito di conservazione, spirito che si intreccia con quello della caccia. Non vi sono più ideologie, non vi è più etica. Non vi è più restrizione. Solo morte, e l'esigente spettro della sopravvivenza. L'iniziale buio dimora nei cieli quanto nei cuori, da frammento a frammento di quell'assenza di luce l'unica deduzione è la solitudine. L'uomo è solo, non vi sono Dei al di sopra. L'uomo è esule da sé stesso, dal proprio mondo. I suoi respiri sono un tutt'uno con nuvole annerite e sensi sviscerati in una smodata rassegnazione. Nell'ora più buia solo la donna rossa è risoluta. Ella è guidata da una convinzione inestinguibile, da un dono singolare e articolato nella sua complessità: non la speranza, la fede. E così quella coltre di nero comincia ad essere divorata da unità di luci da sole prive di significato, ma che unite esprimono il significato recondito di un moto di speranza, ove gli egoismi sono nulli, ove il bene è distinguibile, ove si ha cognizione che dinanzi a ciò che è morte tutto il peggio estrinsecato dalla propria umanità, tutti i desideri, tutte le ambizioni, sono effimere. Le torce sono accese, così come cominciano ad esserlo i cuori. Tutto è morte, e rimbomba ancora Tennyson: ''Tutto chiude la morte, ma può qualche impresa compiersi prima di uomini degni che già combatterono a prova coi numi.'' Perché nonostante ciò l'uomo ha possibilità di redimersi, di conoscersi davvero in quell'ultimo istante che lo frappone tra sé stesso e la conoscenza. L'oscuro tentacolo dell'angoscia si interseca, segue le curve degli animi umani e le cinge, di pari passo con la prima, infruttifera carica. Vi è solo la contemplazione dell'orrore, una strenua opposizione istintiva, un tentativo nonostante tutto. Le lame cozzano e nello stridere echeggiano i passi di Sansa, il suo ingresso nelle Cripte espleta l'annientamento del tempo. Si vuole distruggere la storia, ma non vi è più tempo alcuno. Tutto è parte della medesima dimensione. E in quell'ingresso Sansa vive un qualcosa che ha già vissuto. Gli spettri della lunga e ansiogena attesa tra le donne durante la Battaglia delle Acque Nere. Il presente è il passato. Il passato è il presente. Ma lei non ha più forza e voce per pregare. Il suo animo è corrotto dal più subdolo dei violatori: un profondo, corrosivo cinismo. Un cinismo che diviene forza attrattiva verso la realtà. Non vi è alcun invito in Sansa. Solo glaciale fermezza, il controproducente ausilio di una razionalità che sfinisce l'uomo. Le sue parole, la ricerca di un insensibile espressione. Tutti hanno il dovere di fronteggiare la realtà, per quanto le menti come quella di Tyrion non accettino una sensazione di impotenza. Audace lezione. Note di pianoforte accompagnano Sansa in posti in cui nessuna persona dovrebbe mai trovarsi. La mano stringe tremante la daga, nei suoi occhi alberga una malcelata supplica. Il dispiegamento della volontà di vita in un atto di morte, un qualcosa di così poderoso e nefasto verso cui perfino Tyrion il Ridanciano non è più tale. Non vi sono maschere né difese. Solo pause, scandite da respiri affannosi, sonora vibrazione di un atto di volontà che comporta il superamento del proprio spirito di conservazione. Il sangue cola, la disperazione serpeggia, i legami non soccombono. Nell'ora peggiore Sandor Clegane sceglie di non temere più, il suo corpo torna a muoversi da sé. Un dovere emotivo lo sottrae ad un nascondiglio di spaesamento e dolore. L'amore paterno per Arya è un motivo per vivere, è propulsore medesimo che lo sospinge, è ciò che lo fa assurgere ad ombra di colei di cui un tempo si era già fatto carico. Ed allora quel fuoco diviene solo una sbieca visione, un frantume di rosso calore, un qualcosa che non lo fa più arretrare. Sandor non desiste più. Egli ha appena scoperto il valore propedeutico di ogni legame. Non vi è paura nella protezione di coloro che si amano. Non vi è più prigionia emotiva nelle intimità di Brienne e Jaime. Il loro dualismo è l'autenticazione della pace interiore, del raggiungimento di sensi mai scoperti davvero, la fine di ogni autoflagellazione, la fine delle inquietudini. Le loro spade sono firmamento, i loro movimenti sono l'espressione di due entità che potrebbero cadere in qualunque momento e dirsi complete. Tutto è assolto, tutto è baratro. Di carcassa in carcassa nessun uomo crede davvero nella rivalsa. Si è piegati dalla propria umanità, da un'inclinazione a disseminare solo l'aspettativa peggiore. Ma ancora, la Donna Rossa è l'unica a trascendere; la sua fede la estrania da un concettualismo emotivo da cui non è piegabile. Le fiamme divampano, un nuovo temporaneo muro è eretto. Memento. Bisogna ricordare il giungere della propria ora, tanto quanto la speranza. Gli impulsi dominano Daenerys; qualunque strategia cessa di esistere, il lato migliore di lei la domina, e ironicamente la induce alla confusione. Ella non è sospinta dal dovere, e non combatte per sé stessa. La piètas pervade la sua natura come non la pervadeva da tempo. Il suo animo rifugge l'accettazione, il suo corpo si curva in fermo diniego, una ribellione morale al delirio di morte innanzi a sé. Una ribellione morale, autentica, umana. Jon Snow non può che vedere la catarsi di ciò di cui ha fatto la sua ragione di vita; guardia sui domini degli uomini. E' il senso di dovere e guardia a non farlo vacillare. Per quanto umano egli sia, per quanto egli possa voler soccorrere coloro che combattono, per quanto persuasivo il suo buon cuore possa essere perfino verso sé stesso, non può fare altrimenti che inseguire un senso di razionalità che lo conduce al suo esclusivo nemico. Ma vi è solo buio, solo fallimento, il senno di un impeto incompleto. Dinanzi ad un albero del cuore l'uomo dal sorriso distorto e maltrattato riceve finalmente ciò a cui il suo spirito anela: l'assoluzione. Ma Theon Greyjoy ottiene in vero il dono più grande: il riconoscimento familiare. Gli è stato concesso un posto al mondo, un posto di cui si è dimostrato degno, un posto che egli stesso tanto ha desiderato, dando prova che si può cadere e perdere l'onore, ma che è altrettanto possibile espiare. Egli ottiene da Bran ciò che da sempre ha voluto con tutto sé stesso: una famiglia. Una famiglia di cui fa parte, e per cui ha scelto di dare la vita. Una lacrima solca il suo volto ma è una carica ricca di gioia e dignità che lo conduce all'epilogo. Non vi è più inquietudine. La sua anima è libera. Nel momento più infido, nell'istante più ingannevole riceviamo il maggior messaggio: solo la morte batte la morte. La sagoma di Arya si staglia nel vento per l'amara gloria. Emblematico è quell'atto. Il pugnale scivola dalla sua mano sinistra, segno del fallimento, per poi essere afferrato dalla destra, che assesta il colpo decisivo. Ella è da sempre mancina, eppure finisce per adoperare la mano più debole. Ciò testimonia una metafora umana necessaria: l'uomo non può scindersi dal cambiamento della sua natura, dall'accrescimento di sé e dallo sradicamento di convinzioni sbagliate. L'uomo non può esimersi da un'evoluzione identitaria, solo così può sopravvivere e trarre ciò che gli è dovuto. E quel cambiamento è scandito nel ritmo cadenzato da quell'alternanza di mani. Il buio comincia dunque a dissiparsi. Ora è l'alba a divampare nei cieli, e la Donna Rossa non può che tenere fede al lamento di cui è profetessa. Una stanchezza di secoli lascia la vera vincitrice di questo conflitto. Un corpo stanco si accascia, ed una mente consapevole di aver svolto il suo ruolo si consuma. La conclusività di un'anima che ha ritrovato sé stessa nelle proprie convinzioni, in un attaccamento alla fede un tempo perduto. Ella ha creduto e gli eventi le hanno reso onore. Lo sguardo attonito di un uomo ora cosciente di aver ottenuto giustizia firma l'ultimo frammento di un epilogo straziante. Migliaia di vite hanno cessato di essere, ma altrettanto è cessata la società corrente. Le convinzioni individuali si sono provate sbagliate. Nella rinascita sarà ora compito dei ricostruttori far sì che sorga un nuovo ideale di società basato su prospettive meno egoistiche, ove la collettività dell'uomo si è provata determinante. Allora si saprà se l'Uomo è bestia, incapace di scindersi dai suoi istinti e dai suoi desideri atavici, ripercorrendo così i medesimi errore, o se sarà creatura nuova, in grado di ricostruire sé stessa. Onore ai caduti, poiché giunge con serenità la loro partenza, e mai più morte sarà possibile violare.Finita è la sopravvivenza. Nell'alba c'è ora solo la vita.
  6. Da un punto di vista squisitamente tecnico tenderei a concordare su Ned-Jaime come peggiore. Il duello si basa difatti su movimenti goffi e irregolari, per certi versi è quasi meccanico e lo stile con cui le lame cozzano, al fine di ostentare una sorta di parità di livello, si sussegue in delle tecniche piuttosto abusate e banali per quanto concerne lo sword fighting su schermo. Dal punto di vista emotivo e nei significati intrinsechi che il duello porta con sé mi ritrovo invece a dissentire, poiché lo trovo particolarmente incisivo e degno di nota, soprattutto perché pone in essere approcci totalmente differenti e apparentemente inusuali per entrambi i soggetti coinvolti. E' impossibile non notare l'incertezza di Ned, lo sguardo perduto, il suo vacillamento nella consapevolezza di avere torto. Egli ha ben chiare le azioni della moglie e, per quanto provi goffamente a proteggere l'integrità della medesima, è altrettanto conscio non solo dell'errore politico in sé, lo è altrettanto e soprattutto del fatto che quanto messo in atto da Catelyn sia contrario a qualsiasi forma di codice etico, essenzialmente ciò a cui egli cerca di rimanere perennemente fedele. E' il suo stesso onore, a sentirsi leso in quel momento. Dal suo punto di vista ha innanzi a sé un uomo reprobo, tuttavia per una volta prova la spiacevole sensazione di on poter essere legittimato ad un sentimento di repulsione. D'altro canto Jaime è, come per gran parte delle sue gesta, sospinto da forti impulsi scaturiti dalla volontà di tutelare la propria famiglia e l'amato fratello minore. Tuttavia anch'egli vacilla. Per quanto voglia negarselo, anche in quel frangente avverte su di sé il peso dello sguardo di Ned, e di ciò che esso stia a significare. Pertanto è il suo stesso corpo a reagire in modo viscerale, quasi inconscio. Jaime è spavaldo, insultante, provocatorio. Dinanzi all'uomo che a lungo lo ha giudicato non può fare a meno che accentuare sé stesso in negativo, ponendosi esattamente come Ned si aspetta che egli si ponga. In quei fotogrammi è lo Sterminatore di Re, è il figuro preceduto da infamia e amoralità. Sceglie di mostrare a Ned esattamente ciò che egli vuole vedere, di incarnare tutto ciò di cui egli è rimproverato. Il risultato è persino grottesco, tra l'ostentazione consapevole e una quasi infantile ripicca: ''è così che mi giudicate, dunque mi comporterò proprio così. Sarò ciò che voi volete che io sia.'' In sintesi l'esagerazione, l'esasperazione di qualunque concetto o comportamento. E le stesse espressioni di Nikolaj, con finanche quel sorriso sbilenco, seguono questo meccanismo. Devono farlo. Il comportamento assunto sfiora la parodia di sé stesso, pertanto lo sono anche i piccoli gesti. Le lame cozzano tra loro, eppure c'è distrazione. Ned è coinvolto da quell'amara consapevolezza di una situazione in cui Catelyn ha agito in maniera tutt'altro che lecita, è questo a schiacciarlo realmente, non il contrappeso della spada di Lannister. Jaime lo è dall'impeto, dalla foga. Lo stesso modo in cui si conclude, dice molto. Un'intrusione violenta verso un soggetto in quel momento indifeso, Ned, proprio come lo fu Aerys con Jaime. Ed è l'espressione di sbigottimento di quest'ultimo a dire di più. La presa di coscienza che con un simile gesto si ritroverà per l'ennesima volta parte dell'infamia, di un qualcosa di profondamente sleale, ove egli cercava invece un confronto paritario, affinché non vi potesse essere fiato d'ignominia. Ma con un simile epilogo Jaime si rende conto che ne sarà imprigionato ancora, e ancora. E' lo stesso seguito che scaturisce dai prodromi di tale duello a darne la giusta risonanza e profondità. Tywin chiede a Jaime, difatti, perché abbia lasciato Ned in vita, accusandolo di curarsi sin troppo della propria nefanda reputazione. Ed in quel momento si ha la conferma di quanto Jaime, pur in un momento di foga, ricercasse uno scontro almeno apparentemente paritario ed onorevole, proprio per i motivi di cui sopra. Pertanto ritengo che tale scontro abbia un suo fascino e prestigio, se letto sotto determinati punti di vista. Se non altro, credo sia quello che prediligo maggiormente proprio per questo. Per il resto, ovviamente su quello che realmente è il peggiore è già stato detto tutto.
  7. JonSnow;

    Un topic in bianco e nero

    Due entità che perfettamente congrue si ritrovano, specialmente nel momento in cui si scorge che il carburante che le alimenta è il medesimo: l'odio, atavico. Uno degli uomini più odiati - e anche amati, ovviamente - del calcio mondiale, raggiunge la squadra più odiata al mondo, ove l'odio dal punto di vista di entrambi non è più una discriminante, quanto una medaglia, un'onnipresente coccarda di prestigio e motivazione, in un perenne promemoria che rimembra le proprie potenzialità e il fuoco latente nell'oltrepassare ogni limite possibile. Una trattativa che ha trovato la sua solidità in una caparbietà dovuta alla salda volontà di un passo avanti. Il procedere spediti in una sola direzione, sia pur con lo spazio per la chiacchiera, laddove si è scelto stavolta di non inserirsi, troppo focalizzati, troppo assorbiti nell'ottemperare a ciò che apparentemente era impossibile. Tuttavia l'atteggiamento assunto è stato granitico, figlio di una risolutezza dilagante, da ambo le parti. Solo prosecuzione, senza interruzioni, solo chiarezza. Affare che si perde in radici economiche e filosofiche. Da un lato l'apparente spesa quantomai esosa, in vero perdita iniziale per un guadagno ed un surplus a medio termine senza pari, a coronamento di un progetto aziendale iniziato anni fa ed ora arrivato al suo culmine. Dall'altro il movente più ossessivo, il desiderio di uscire dal baratro della dannazione Europea e di raggiungere una vetta che, a tratti, era diventata chimerica, come ormai maledetta. Il giocatore più forte al mondo non solo è l'epicentro di entrambe le letture e le motivazioni, ne è anche il tutore. Una sorta di poderoso e inusuale garante di un ulteriore destinazione. Quello che un tempo era speranza, oggi più che mai è ferrea ambizione. Eppure è quasi assurdo ricordarsi della serietà imperante con cui tale operazione è stata condotta e ultimata, come avesse in sé un significato tagliente. Ad ora la casella è contrassegnata. Le reazioni sono annunciate. Ciò che conta è il seguito più pratico. Del tornaconto economico ne siamo sicuri. Del tornaconto Europeo, lo saremo solo ai posteri. Nessun pregiudizio o sfiducia, solo la volontà di essere sicuri, di osservare quella coppa sollevarsi per davvero. C'è in vero, anche in queste occasioni, un insolita capacità di distruggere e di svilire, anche nei propri ranghi. Eppure al tifoso non dovrebbe importare delle voragini create nel bilancio, dell'età del fuoriclasse, della sua presunta incompatibilità negli schemi o della altrettanto presunta smobilitazione. C'è una grande abilità nell'evitare di gioire, e ancor di più quando si avrebbero tutti i motivi per farlo. Conclusa comunque quest'operazione, è tempo che le cose ritornino alla loro normalità. Che ritorni l'odio negli altri, e la speranza dei più di non veder quei colori trionfare, così come non veder quell'uomo trionfare. Come sono soliti esprimere, ''che vincano tutti fuorché loro''. Ma ancora una volta sarà questo lo slancio. In quel sentimento di accerchiamento subito, di odio, di dileggio. Ma giocatore e squadra, più che mai si capiscono. Entrambi sono frutto del duro lavoro, di nulla di regalato, dell'artificialità. Entrambi ci hanno messo 12 anni per arrivare dove sono oggi, con tutti i sacrifici che ciò ha comportato. La logica ci dice, dunque, che altri trionfi attendono. In un modo o nell'altro si è scritta una pagina di storia. Quanto ai soggetti che dovrebbero battere cassa: se e quando saranno in grado di incidere, di vincere e di valere quanto egli effettivamente vale, avranno tutti i motivi per farlo. Sino ad allora, sarebbe consigliabile una delle massime più sagge: il silenzio è d'oro.
  8. JonSnow;

    Westworld - Dove tutto è concesso

    In netto ritardo aggiungo il mio punto di vista su una Season che mi è sembrata tutt'altro che in calo, semmai leggermente diversa dalle basi e dai meccanismi della prima. Intanto si può confermare quali siano le tre chiavi concettuali di Westworld; - La Realtà - Il Tempo - L'Identità In Westworld la realtà è riconducibile ad una condizione di incertezza, e dunque al dilemma. Realtà in Westworld è soggettività, pertanto è un concetto labile che si plasma a secondo delle convinzioni di ogni soggetto coinvolto. Ogni considerazione e lettura è fallace, così come ogni considerazione e lettura è affidabile in base all'esperienza e al credo di ognuno. Ne consegue un'assenza oggettiva, che fa parimenti capo al significato originale di realtà; ciò che è materiale è reale, e originariamente ciò che è materiale è prezioso. Pertanto nella filosofia di WW la realtà è un ambiente percettivamente vago, ma prezioso nella sua essenza. Non un qualcosa di pre-esistente, ma un qualcosa da conquistare, e rendere tangibile nella conquista. La realtà finisce con l'essere non solo un complesso di idee ed elementi concreti, bensì una successione di sensazioni, emozioni e sentimenti, i quali sono i capisaldi della medesima e ne decidono, in modo diretto, la consistenza. La verità è una e una soltanto; non possono essercene molteplici. Tuttavia Westworld si pone come antitesi e annulla tale concetto. Vi sono molteplici verità, e molteplici modi di intendere la realtà, non diversamente dalla visione di Aristotele e dalla moltitudine di tratti che egli attribuiva a tale definizione e a coloro che si ponevano al suo interno. Nel momento in cui le host provano sensazioni ed emozioni concrete, non vi è differenza col mondo canonico, e con l'assetto complessivo portato avanti dagli esseri umani. Quindi il loro mondo e la loro esistenza smette di essere meno reale di quanto non lo siano quelli umani. Un esempio lampante è la percezione di Ford e William. Per essi Westworld è il mondo reale, mentre quello al di fuori di esso non lo è, o quantomeno è un mondo minore. In secondo luogo, il Tempo. L'esistenza perenne è la nemesi del tempo, così come vita è nemesi del tempo. Il tempo è un contenitore di momenti che si susseguono e che generano un'epoca, ma che soprattutto ne determina la validità evolutiva. Immortalità, tema centrale di WW2, è il dominio sul concetto di tempo, in quanto nell'assenza di morte tutto è dilatato in modo indeterminato. Filosoficamente esistono contemporaneamente il tempo e una forma priva di morte, costituendo un paradosso stesso. Di più, Westworld è un diretto collegamento al mito di Prometeo, e al castigo di questi. Tempo è quindi inteso anche come ripetizione. Zeus punì Prometeo, e in virtù di ciò lo condannò ad un ripetersi quotidiano del medesimo supplizio, affinché questi patisse in eterno e raggiungesse la consapevolezza delle sue azioni, fino alla liberazione in cambio di un sacrificio. In Westworld vi è un Dio che compie il medesimo gesto. Ford costringe le proprie creature a soffrire nel suo mondo, e dona ad ognuno di esse dei loop temporali e delle storie destinate a ripetersi quotidianamente senza interruzione. Egli compie tutto ciò al fine di causare in loro una sofferenza tale che li porti alla consapevolezza, pertanto alla coscienza, che solo attraverso il dolore diviene reale. Il meccanismo della ripetizione per la realizzazione. Infine, il terzo concetto, anche se minore. L'identità. Host o essere umano, ognuno dei soggetti che vediamo è alle prese con la ricerca del proprio Io. Nessuno di essi, tuttavia, conosce realmente sé stesso, fino al momento successivo. Con ciò ci si può rifare al concetto di Locke, dell'identità personale, ossia la consapevolezza cerebrale di essere un unicum e di confermarsi a livello logico in quanto creatura unica e pertanto riconoscibile da sé stesso nelle sue funzioni razionali e cognitive. Nessuno di essi riesce dunque a compiere ciò. Nessuno di essi si conosce realmente, pertanto nessuno di essi può avere la capacità di riconoscersi, ma soltanto di scoprirsi. La 9 e la 10 non solo ci confermano queste tre assunzioni, ma confermano parimenti quanto esse siano riconducibili ai tre personaggi chiave di WW. Dolores (Realtà). Ella arriva a slegarsi dal padre che tanto aveva cercato di salvare, solo al fine di essere realmente libera e di distanziarsi definitivamente da un qualcosa di costruito, da un artefatto emotivo. La sua è ricerca di un mondo nuovo, concreto, reale per sé stessa. Nella ricerca della realtà si è avvicinata sempre di più agli atteggiamenti di coloro che considera il proprio nemico; l'umanità. Ella è sempre più umana, nei tratti peggiori. Spezza le catene dell'ignoranza e della beatitudine in favore delle catene della conoscenza e della puerilità. Dolores è umana poiché umana è la violenza. Poiché ella, sempre di più, ripercorre i medesimi passi di William. Quello a cui lei ambisce è la prevaricazione su chi ha compiuto le scelte al suo posto. Quello a cui lei ambisce è la disfatta dell'umanità. Essenzialmente, la conquista di un mondo da sottrarre ad altri e rendere proprio. E ciò si rifà alla Realtà intesa come un bene materiale da conquistare. Il suo sacrificio è la purezza. Il suo sacrificio è l'autenticità. Ford (Tempo). Egli è già stato coscientemente immortale. Sì, la sua brama era quella di essere il solo creatore. Il padre che siede sulla cima. Tuttavia egli è privo di empatia verso ogni impulso riguardante il mondo corrente. La sua assenza di pietà, la sua spietatezza, come anche la sua risolutezza, sono il frutto di un mondo che egli vede come corrotto e decadente, e di creature, i cosiddetti umani, che egli vede come dei mostruosi predatori capaci solo di costituire rovina per la natura esistente. Essenzialmente egli li ritiene, ironicamente, ''difettati'' nel proprio genoma, nella propria essenza. Il suo mondo, quello che ha scelto di creare, quello in cui ha scelto di vivere e di depositare la sua anima, è invece il prototipo di una speranza che può ancora esistere. Verso un qualcosa di incontaminato, di risolutivo, verso un qualcosa che potrebbe riscoprirsi ancora puro, nonostante tutto, e nonostante il dolore. Il dialogo con Maeve, e la commozione che tradisce la voce di Ford, sono la riprova dell'autenticità del suo legame con le proprie creazioni; un qualcosa che trascende qualunque forma di dominio. Quel frammento è amore puro; è un Dio che ama e che viene di riflesso amato; è l'ultimo richiamo ad un Eden ancora possibile. William (Identità). Non è consapevole di quale sia la sua reale indole. Non è in grado di stabilire se egli sia stato realmente quel giovane gentile e affabile di un tempo, né tantomeno di stabilire se egli sia realmente l'uomo amorale e apparentemente sadico di adesso. Cerca di confermarsi e smentirsi di continuo in un senso o nell'altro. Prima arriva ad assassinare Maeve e figlia per confermare a sé stesso di essere un mostro privo di coscienza, poi invece salva Lawrence e famiglia al fine di dimostrare a sé stesso di non esserlo. E' un essere inquieto, afflitto, che si trascina nella propria assenza di linearità e di appartenenza. Non ha categoria, non ha inclinazione. Non ha più percezione di cosa sia reale e di cosa non lo sia, non per quanto riguarda una visione oggettiva e superficiale del chi è o meno un'Host, quanto di ciò che egli, nel profondo, prova. E' totalmente imprevedibile, ed è ingabbiato nella sua stessa imprevedibilità e nel suo stesso dualismo. La sua ossessione, la sua vera ossessione, sta proprio in questo; nell'andare oltre. Tutto è un riflesso, e non lo è per egoismo. Lo è perché non può essere altrimenti. Quello che lo perseguita è la possibilità di una scelta, di ritrovarsi realmente determinante per sé stesso, di essere totalmente vivo. Ritrovare ciò che sentì quella volta che entrò nel parco per la prima volta, e la connessione che stabilì con Dolores. Perché ogni fibra del suo corpo riconduce a quel momento l'unica volta in cui egli è stato davvero in vita, pertanto tangibile, pertanto un individuo. Come egli stesso dice alla moglie, egli non appartiene al loro mondo. Non è mai appartenuto ad esso. Le azioni finali di Bernard poi, mi suscitano spontaneamente il collegamento al mito della Caverna di Platone, ove gli uomini sono costretti e dominati in un ambiente di riflessi, dove essi non hanno effettivo potere di scelta, salvo poi, se data loro la suddetta possibilità, rendersi conto da liberi di essere in grado di agire in prima persona e anzi, di aver parimenti riflettuto sempre in prima persona. Esattamente ciò che egli compie immaginando Ford. Qualche considerazione anche su quella che per me è la scena migliore di questa Season, nonché tra quelle delle TV Series in generale, pur essendosi svolta quasi esclusivamente nella mente di Bernard: "I've always loved this view," [...] "Every city, every monument, man's greatest achievements will be chased by it … the impossible line where the waves conspire. Where they return. A place maybe you and I will meet again." La maestosità di tale scena è insita nella scissione di due concetti. Quello puramente estetico e quello metafisico-retorico; tuttavia entrambi finiscono, in qualche modo, per collimare. Le parole che Ford pronuncia sono un monito di prospettiva, sia interiore che puramente visiva. Le onde, l'esteso campo d'acqua innanzi ad essi diviene un trait d'union; non diversamente da molteplici opere di Mantegna, Ford e Bernard diventano i divisi capisaldi in cui è presente, nel mezzo, un punto di fuga. In tal caso la la linea impossibile, l'immaginifica seduttrice che reca con sé il mistero, la chiave, la profondità. Tuttavia è l'ansioso e poderoso senso di sconfinato ad essere il vero epicentro filosofico. Per fare un parallelo, nella scena l'acqua è riconducibile al concetto di mare che propone Dante nel suo ''Per lo gran mare de l'Essere''. Ossia come un contenitore in movimento di elementi senza fine, che a loro volta costituiscono messaggio divino e pertanto esente da effettiva durata umana o brevità della medesima. Eccola, una nota beffarda e ironica: Ford e Bernard dichiarano la fine del proprio legame dinanzi ad un qualcosa che non ha fine (il mare, apparentemente, in quella prospettiva ne è privo). La linea impossibile, proprio perché tale, è un pilastro dell'ignoto. Non vi è nulla di definito, pertanto si può ''fare ritorno'' (il che non va inteso materialmente), perché è appunto impossibile provare altrimenti. Non c'è aldilà, o parvenza di morte. E' un messaggio di infinito quello che viene trasmesso, e nell'infinito nulla è realmente negato. A tutto ciò si aggiungono solenni e al tempo stesso dolci di Ramin Djawadi e del suo piano, le quali sono la firma di un quadro di livello assoluto, nonché accompagnatrici necessarie. E così l'addio è compiuto. Ma cos'è l'addio, se non una raccomandazione al futuro? Perlomeno è questo che originariamente era, prima che tale concetto si perdesse tra mille viaggi, e diventasse un qualcosa di estremamente antipatico, spigoloso, pesante. Quella scena è così dualisticamente rassicurante e claustrofobica, ansiosa e possibilista. Pone l'uomo di fronte ad una delle condanne della sua mortalità e della sua consistenza: la separazione, la fine dei legami. Ma egualmente lo invita alla possibilità di vagliare l'infinito, il ricordo, la memoria. Ciò che resta, un potente antidoto alla perdita, che non sarà colmata, ma che potrà essere rivisitata con semplice malinconia, lasciando al passato il dolore per la stessa. E' consolatorio che alla fine qualcosa resti. Una scia, in un modo o nell'altro. Pertanto sì, non reputo questa Season 2 un fallimento od un flop. La reputo parimenti significativa e importante. Ma solo diversa nella sua essenza rispetto alla prima.
  9. For it is good to travel with hope and with courage, but it is still better to travel with knowledge.

  10. "The Parting Glass" is a Scottish traditional song, often sung at the end of a gathering of friends. It was purportedly the most popular parting song sung in Scotland.

     

    https://www.youtube.com/watch?v=_F4Cz8q_S2A

     

    Of all the money that e'er I had
    I spent it in good company
    And all the harm I've ever done
    Alas it was to none but me

    And all I've done for want of wit
    To mem'ry now I can't recall
    So fill to me the parting glass
    Good night and joy be to you all
    And gently rise and softly call
    Good night and joy be to you all
     
    Of all the comrades that e'er I had
    They're sorry for my going away

    And all the sweethearts that e'er I had
    They'd wish me one more day to stay

    But since it fell unto my lot
    That I should rise and you should not
     
    So fill to me the parting glass
    And gently rise and softly call
    Good night and joy be to you all
    Good night and joy be to you all.
  11. JonSnow;

    la settima stagione di nuovo spoiler got 7 e 8

    Per me invece è stato più vicino a un qualcosa di credibile. In quegli episodi non è perfetto, ma è al di là di buonismi e passitività. E' finalmente sicuro, convinto delle sue azioni, perentorio. Assurge a una consapevolezza effettiva e agisce di conseguenza. Poi è chiaro... Il loro Jon Snow fonda le sue radici nell'idealismo, nell'eroismo, nell'emotività, nell'essere preda di eventi. E' l'ingenuotto eroe verso cui intenerirsi. Non è il Jon negativo, in conflitto e machiavellico dei libri. Ma almeno in quei tre episodi fu più accettabile del solito e meno vicino allo stereotipo passivo in cui è stato intrappolato lungo tempo.
  12. JonSnow;

    la settima stagione di nuovo spoiler got 7 e 8

    Vero. Ma nei primi tre episodi della 7 è stato meglio del solito. Diciamo anche che c'era poca scelta. Un Nord senza alleanze non avrebbe mai potuto qualcosa contro i Non Morti. Tre Draghi, invece, qualcosa la cambiano. Certamente poi è comunque abbastanza discutibile rischiare tutto in prima persona per questo.
  13. JonSnow;

    la settima stagione di nuovo spoiler got 7 e 8

    Poi guarda caso decide di andare lo stesso e... viene fatto ostaggio a Roccia del Drago. Nell'episodio che citi fece comunque la sua figura tra questo: ''You all crowned me your King. I never wanted it. I never asked for it. But I accepted it, because the North is my home. It's part of me and I will never stop fighting for it. No matter the odds.'' E anche: ''Touch my sister and I will kill you myself.''
  14. JonSnow;

    la settima stagione di nuovo spoiler got 7 e 8

    Perché c'è poco da recriminare su Sansa in quei frangenti. Anche perché tutto si svolge così: Sansa: ''Ricordi nostro nonno? Suo padre lo fece bruciare vivo. Non andare.'' Jon: ''Vado lo stesso.'' Sansa: ''Sì ma lei vuole il trono. Il Nord è uno dei regni che rivendica. Ti farà ostaggio...'' Jon: ''Vado lo stesso.'' Royce: ''Qualcuno deve aggiustare la caldaia. Lo dico dalla prima assemblea condominiale.'' Sansa: 'Manda un emissario, non rischiare in prima persona.'' Jon: ''Vado lo stesso.'' Royce: ''Ci sarebbe anche la questione delle pulizie...'' Sansa: ''Non andare.'' Jon: ''Vado lo stesso''.
  15. JonSnow;

    Incongruenze della serie

    @ziowalter1973 Credo che Menevyn mi abbia anticipato.
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