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Stella di Valyria

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About Stella di Valyria

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  1. @Oathkeeper: non ho una giornata storta, anzi, sono molto serena, e non ho certo bisogno di riposo . Quello che mi manca, ripeto, è l' interazione. In un forum cerco quella, se no leggerei un blog (o riprenderei quello che avevo anni fa). @Timett figlio di Timett: grazie per il garbo e la pacatezza. Non é sarcasmo, lo dico sinceramente. Fine dell'OT (a cui avrei volentieri evitato di dare un seguito)
  2. Piccola comunicazione personale di nessuna importanza (la scrivo in un post a parte, così i mod la potranno cancellare facilmente, come è giusto che sia). Con il mio post precedente, lascio questa Challenge. Il tema era stimolante, nuovo, veramente bello; e anche gli interventi sono tutti, ma veramente tutti, di alto livello e ricchissimi di idee (solo per citare l'ultimo in ordine di tempo, @Iceandfire, trovo la tua scelta, assolutamente non scontata, di una delicatezza veramente toccante. Ed esprime quasi... affetto, per Jon. Forse senza "quasi". Lo stesso affetto che, penso, proviamo in tantissimi: come se fosse una persona reale, tangibile, vera. Che abbiamo visto soffire e per la quale vorremmo, davvero, un po' di pace. E questa specie di miracolo accade soltanto ai personaggi veramente grandi, agli scrittori veramente bravi: che hai la sensazione che la vicenda non sia finita con l'ultima puntata o l'ultima pagina. Che continui ancora, in qualche luogo o in qualche tempo; soltanto che non ti viene più raccontata. Che i personaggi esistano ancora, in una sorta di mondo parallelo a metà tra immaginario e realtà: perchè hanno assunto talmente credibilità e spessore, ci hanno coinvolti talmente, che ormai vivono di vita propria. E Jon è sucuramente uno di quei personaggi.). Vengono espresse, in questi interventi, persino moltissinme idee nuove, cosa che appariva quasi impossibile dopo tutto ciò che si è già scritto su GOT e ASOIAF. Ma... mi manca il confronto. L’interazione. Dove sono finiti gli scambi di opinioni che erano vita ed anima della Barriera? E’ giusto e lodevole che, come richiesto all’inizio, nessuno abbia mai criticato le scelte altrui. Ma... spessissimo non sono state nemmeno commentate. Leggo, e leggo interventi veramente belli ed alti, che mi fanno riflettere e mi danno tanto: ma se si tratta soltanto di leggere, tanto vale lurkare. Ciò che mi arricchiva veramente, in questo forum –e che è nella natura di ogni forum, credo- era il confronto. Persino sentirmi correggere: sul momento non mi entusiasmava, lo ammetto, ma poi mi rendevo conto che era in quelle situazioni che davvero imparavo, cambiavo il mio modo di pensare, allargavo le mie vedute. Adesso scrivo (magari delle sciocchezze, ma mi impegno un sacco, dovendo digitare con due dita) e, salvo tre utenti in passato, nemmeno so se qualcuno ha letto, se ho espresso qualcosa di sensato o delle emerite cantonate. Scrivo, e salvo le eccezioni di cui parlavo prima, il più delle volte mi pare di parlare da sola. Di scrivere solo per me. Cosa che non mi dispiace, ma a questo punto preferisco farla con i miei tempi e su altri generi che mi sono più congeniali. E’ vero che il tema stesso di questo 3D è in qualche modo atipico: richiede di non perdersi in dibattiti sui personaggi , per i quali esistono topic appositi, nè tantomeno commentare le canzoni, trasformandola in una discussione muscicale; quindi è giustissimo che non si commentino i post altrui a ruota libera, si perderebbe completamente il senso del topic. Ma... il feedback? Il dialogo? Ogni tanto c’è, ma tra due persone. Cosa è successo a questo forum? Ripeto, il livello degli interventi è alto e interessante come in poche altre discussioni, e ho la massima stima per gli utenti che stanno partecipando, con idee ed apporti che ho apprezzato tantissimo. Ma, come sensazione puramente personale, trovo sconfortante scrivere senza alcun feed-back. Peccato, perchè per vari personaggi avevo in serbo delle idee a cui mi ero già affezionata. Ma mi sento sola e un po’ stupida, a passare un’ora (spesso molto di più) davanti al monitor per scrivere un post che non saprò mai se ha toccato le corde di qualcuno o è stato una clamorosa nota stonata. A questo punto, quell’ora preferisco passarla a leggere, lavorare, uscire, parlare con qualcuno, pensare, fare. (E se mai dovessi rientrare, perchè ho la costanza di una rapa lessa e in particolare i miei propositi in negativo non durano mai a lungo, oltre al fatto che Asoiaf per me è una calamita, cacciatemi. Scherzo, ma davvero: spero di riuscire a mantenere questa decisione, perchè l'ho presa a ragion veduta. Buona prosecuzione.)
  3. Giorno 8 - Jon Snow Bellissime, tutte le vostre scelte. Io non sarei mai riuscita a trovare brani cosí calzanti. E sí, Guerriero lascia addirittura stupefatti: c' é persino un richiamo al giuramento dei GdN, nel vegliare durante la notte! Scendendo un bel po' di livello, posso avvalermi della seconda scelta? Perché "devo" (scherzo, ma nemmeno tanto) postare almeno una volta il mio amatissimo Roberto Vecchioni. Avevo pensato a "Le rose blu". In cui, in realtà riferendosi alla malattia del figlio, R. V. elenca ciò che egli sarebbe disposto a dare, per una forse impossibile guarigione (improbabile come una rosa blu). Fin qui, a parte la curiosa ma casualissima coincidenza che Jon, in una visione di Daenerys, é un fiore blu, attinenza zero. Ma Roberto esordisce dove altri finirebbero: dare la mia vita sarebbe ancora poco. E poi, dice, la vita é qualcosa di effimero; già di per sé può andarsene in un attimo (e questo, quanto maggiormente vale per un guerriero, come Jon). E allora, prosegue, io posso riununciare a molto di più: a tutto ciò che la mia vita ha contenuto, a tutto ciò che le ha dato significato, l' ha resa bella e me l' ha fatta amare. Perché esistono rinunce ancora piú grandi di quella che appare, per definizione, la privazione suprema. E, a un essere umano, possono venire sottratte cose ancora più grandi della vita stessa. E quindi inizia un lungo, poetico elenco di mille cose, grandi o piccolissime, senza cui la vita sarebbe soltanto un contenitore vuoto, soltanto peso e fatica: Posso darti chi sono, Sono stato o chi sarò, Per quello che sai, E quello che io so. Io ti darò Tutto quello che ho sognato, Tutto quello che ho cantato, Tutto quello che ho perduto, Tutto quello che ho vissuto, Tutto quello che vivrò, E ti darò Ogni alba, ogni tramonto Il suo viso in quel momento (Ygritte nella grotta?) Il silenzio della sera E mio padre che tornava Io ti darò. L' aquilone che volava Il suo bacio che iniziava Il suo bacio che moriva Io ti darò. E ancora, sai, Le risate degli amici (gli amici alla Barriera, da cui la carica di Lord Comandante lo allontanerá:paradossalmente proprio in quel luogo cupo e all' inizio odiato la vita gli ha concesso, solo per potere poi strappargliela via, l' ultima occasione in cui ha potuto vivere come un ragazzo, prima che necessitá gli chiedesse, parlando tramite Maestro Aemon, di ucciderlo per sempre, il ragazzo in lui. L'ultimo momento di relativissima spensieratezza. L' aquilone della canzone) Io ti darò Tutti i giorni che ho alzato I pugni al cielo E ti ho pregato, Signore, Bestemmiandoti perché non ti vedevo, Vedi, Darti solo la vita Sarebbe troppo facile Perché la vita è niente Senza quello che hai da vivere. Ecco: Jon, non a Dio ma all' umanità, non ha offerto "soltanto" una morte eroica in battaglia. Questo é, credo, il principale cliché classico dell' Eroe per antonomasia, da sempre. Ma Martin rifugge i cliché: e con Jon lo ha fatto nel modo più complesso, difficile ed alto. Lasciandogliela, la vita; o forse da un certo punto in poi persino, paradossalmente, esigendola da lui o imponendogliela. Ostinatamente, come se fosse una condanna: richiamandolo addirittura dall' oltretomba, probabilmente contro la sua stessa volontà. Ma, intanto, chiedendogli di donare o strappandogli via tutto ciò che di confortante, dolce e bello a quella vita poteva portare luce o calore. Compreso il Jon individuo, nelle innumerevoli volte in cui gli viene chiesto di agire contro i suoi stessi desideri e sentimenti, di essere funzione anziché persona. E la vita, cosí, diventa solo un peso. Enorme, schiacciante, sfiancante, disumano. Qualcosa che Jon stesso anelerebbe solo che gli fosse tolto di dosso, perché gli fosse concesso, almeno, il dono del riposo. Del Nulla. ___________________________________________________________ Questa, dicevo, era stata la mia prima scelta. Ma poi... poi ho pensato a qualcos' altro. Nemmeno a causa di tutta la canzone: per una sola frase. Ma che, per me, vale tanto da giustificare tutto il brano. Quindi, non linko il pezzo precedente (considerate la citazione come una parte del mio commento: é possibile?), ma mi riservo il link per quello che sto per scrivere. Questa canzone, anzi, questa frase, é per Jon. Per Jon che ha smesso da tempo di credere ad alberi-diga e dei. Per Jon che percorre il proprio cammino quasi sovrumano, che sostiene questo immane peso, completamente, assolutamente solo. Che senza vacillare affronta la vertigine di confrontarsi, minuscolo, con un cielo tanto infinito quanto gelido e vuoto. La vertigine schiacciante di essere soltanto un essere umano in un mondo senza dei. Senza il conforto, il sostegno, la promessa di un bene futuro che la religione offre e comporta. Jon che, più di chiunque altro, ha conosciuto enormità di ingiustizia ed orrore, ha guardato nella voragine nera del cuore umano. Jon che, come un Dante, ha dovuto scendere fino nell' Inferno ed attraversarlo per poterne uscire dall' altra parte, ma a differenza di Dante quell' inferno lo ha dovuto provare, sentire, subire, nella carne sanguinante e nello strazio del cuore. Jon che ha l' anima colma di domande. E Jon che, più di chiunque altro, potrebbe trovare una risposta - e, forse, una relativa, piccolissima pace- cercando in un essere soprannaturale un senso per mille orrori che un senso, su questo "atomo opaco del Male", non ne hanno. Eppure, Jon non non cerca consolazioni. Non cerca aiuto o conforto, nel cielo o sotto la superficie della terra; dei antichi o nuovi, fede o illusione che sia. Egli si sente, egli é profondamente, immensamente solo: ma si fa carico anche di questa solitudine. La solitudine dell' uomo in un mondo senza dei. Jon assume tutto il peso che deve portare sulle proprie spalle, che sa essere soltanto umane. Fragilmente, miseramente umane. E proprio per questo la sua impresa é tanto più grande, potente, titanica: perché travalica la debolezza umana. Come un assordante grido di un guerriero inginocchiato e sanguinante ma ancora deciso, malgrado tutto, a rialzarsi per l' ennesima volta, verso un immenso cielo indifferente. E allora, vai con la canzone più titanica di Roberto, nel senso letterale (e letterario) dell' aggettivo. Ma vedi, il problema non è Che tu sia o non ci sia: Il problema è la mia vita Quando non sarà più la mia, Confusa in un abbraccio Senza fine, Persa nella luce tua Sublime, Per ringraziarti Non so di cosa e perché. Lasciami Questo sogno disperato Di esser uomo, Lasciami Quest' orgoglio smisurato Di esser solo un uomo: Perdonami, Signore, Ma io scendo qua, Alla stazione di Zima.
  4. Giorno 8 - Jon Snow Impossibile, per me che ne conosco poche, associare una canzone ad un personaggio cosí complesso, profondo, immenso. Quindi il mio contributo sarà alquanto misero e di gran lunga inadeguato. E non posso nemmeno scrivere molto, per motivi contingenti cui ho già accennato. Scelgo allora, di lui, un solo aspetto: il prezzo altissimo che ha dovuto pagare, che la Storia gli ha chiesto, per diventare quello che é: Jon Aegon Snow Azor Targarien, o qualsiasi sia il suo nome. Le mille volte in cui ha dovuto rinunciare a se stesso, al Jon individuo, persona, essere umano; ai desideri del proprio cuore. Le mille volte in cui quel cuore é stato ferito, lacerato tra amore e dovere, trafitto dalla perdita e dal dolore. La neve, ora, sta iniziando a sciogliersi: al di lá di ogni speranza l' impossibile é accaduto. Winter Has Gone. Un germoglio verde spunta, al di là della Barriera, fragilie ma clamorosamente potente, minuscolo e fragoroso emblema di un' epoca nuova che sta iniziando. Ma di quello che era suo mondo, a Sud della Barriera, Jon ha perso tutto, tutto, tutto. Anche il suo grande amore, l'ultimo possibile, é un corpo ormai freddo; e la vita, spietata, gli ha chiesto persino questo, di farsi lui stesso artefice di quella morte. Come si può, a questo punto, amarla ancora, quella vita? Crederle ancora? E come si può chiamare ancora "casa" un qualsiasi luogo del mondo contraddittorio e dilaniante che gli ha chiesto scelte ed azioni cosí strazianti? Avrei tanto voluto che l' esilio finale - imprevisto, poetico, struggente; dolcemente amaro proprio come ci era stato promesso- non fosse giunto per una poco comprensibile condanna, ma per scelta personale di Jon. Che sa di non poter più condividere se stesso con un mondo che gli ha tolto cosí tanto, un mondo in cui ha scoperto tanta oscurità e tanto male. Egli l' ha salvato, quel mondo, donandogli tutto se stesso. Ma non se ne sente più parte, da molto tempo. Ha immolato se stesso per qualcosa che lo ha ferito mille volte più una; qualcosa che non avvertiva più suo, a cui sapeva di non appartenere più: quale altruismo può essere più alto? E cosí, disorientati dal vuoto che lascerà nei nostri cuori, lo abbiamo visto allontanarsi, uscire dalla parte di storia che ci é narrata. Un uomo che ha sofferto troppo e che ha visto troppo male intorno a sé. Un uomo che si é spinto dove nessuno era mai giunto prima: oltre la Barriera fino a guardare negli occhi il gelo degli Estranei; oltre quel confine che la natura esige che nessuno varchi due volte: quello tra la vita e la morte. E vi ha trovato solo il buio, il nulla; il gelido, enorme, indifferente non esistere. Un uomo che ha visto l' Abisso, i mostri altri e quelli rannicchiati nel cuore nero dell' Uomo, l' assenza di dei e di risposte. E guerre, guerre, guerre; la crudele oscenità di carne e corpi pace dati, straziati, ridotti a brandelli; e molte volte quei corpi ridotti a mera materia sanguinante e devastata erano stati amici, persone care, agfetti, amori. Un uomo che é andato avanti, nonostante tutto. Nonostante gli fosse stato strappato via tutto. Un uomo che, anche dopo la malinconica dolcezza di un esilio che forse sarà finalmente un nuovo inizio, in un mondo più semplice e sano ma anche irrimediabilmente più vuoto, vuoto di affetti ed amori ormai tornati alla terra, anche dopo il silenzioso, potente, corale abbraccio di un popolo che diventerà la sua nuova gente, non potrà mai più sorridere alla vita, guardarla con sguardo fiducioso, crederle. Perché il suo cuore é stato pugnalato troppe volte, ha dovuto sopportare troppo. E non tornerà mai più quello di prima. Addio, Jon Snow. Che la vita ti sia lieve, se può, se conosce almeno un minimo di misericordia, almeno adesso. Ma certe ferite, nel tuo cuore, non guariranno mai. Nightwish - The heart I once had Heaven today is but a way To a place I once called home Heart of a child, one final sigh As another love goes cold Once my heart beats to the rhythm of the falling snow blackened below The river now flows - a stream on molten virgin snow For the heart I'll never have For the child forever gone The music flows because it longs For the heart I once had Living today without a way To understand the weight of the world Faded and torn, old and forlorn My weak and hoping heart For the child, for the night For the heart I once had I believe and foresee Everything I could ever be Time will not heal a dead boy's scars Time will kill For the heart I'll never have For the child forever gone The music flows, because it longs For the heart I once had
  5. Interessante come, su Rickon, stiano emergendo due filoni di lettura diametralmente opposti. Ma, per la mia modestissima opinione, l' origine di questo (fermo restando che ognuno può dare la lettura che vede e sente, sono tutte ugualmente valide e stimolanti) l' ha focalizzata @Iceandfire, distinguendo nettamente book R. e show R.. Perché le potenzialità del primo e l' epilogo del secondo li rendono quasi due personaggi diversi. O perlomeno, indicano direzioni (in avanti, di sviluppo, in ASOIAF, e,all' indietro, di storia pregressa cosí come la possiamo immaginare, non disgiunta da una certa "pucciositá" della sua figura infantile), completamente diverse. In ASOIAF, forse (è sarebbe bellissimo), Lupo per eccellenza, selvaggio e primordiale. In GOT, agnello. Sacrificale. L' ennesimo.
  6. Giorno 7 - Rickon Stark Sempre più impossibilitata a scrivere, mi porto avanti approfittando della mezzanotte appena passata, che mi pone nel giorno di Rickon. Scusate se potrò a stento motivare la mia scelta. Allora, per necessita di cose, niente analisi e approfondimenti: mi limiterò ad uno stato d' animo. Tralascio book- Rickon, personaggio che in Asoiaf é forse destinato ad un suo interessante sviluppo - i nomi dei Metalupi sono sempre attinenti alla personalità del loro riferimento umano, e "Cagnaccio" significherà sicuramente molto- ma ne é in attesa da anni, sospeso in un limbo da cui chissà se lo vedremo mai riemergere. Quindi, mi baso sul personaggio in GOT. Dove lo abbiamo visto transitare direttamente dal candore dell' infanzia all' orrore di una morte crudele, compiaciuta e gratuita, mentre era appena adolescente. Oltre a questo, nulla sappiamo di lui. Che immagini mi sono rimaste, di questo character, allora? La reazione viscerale, passionale, forse autodistruttiva di Jon, nell' impossibile ma necessario tentativo di salvarlo: su questo ci sarebbero mille suggestioni; ma riguardano Jon, non lui. Dall' altra parte, la corsa inutile di un ragazzo senza via di scampo che cerca di sfuggire ad una morte già scritta. Un ragazzo di cui non conosciamo altro che quella corsa, quella manciata di secondi, quel totalizzante desiderio di sopravvivere e altrettanto totalizzante terrore. Ed é straniante, trovarsi a riannodare questa scena e questo ragazzo al ricordo di un bambino. Un bambino a cui l' infanzia é stata concessa per troppo poco tempo. Prima ancora della disperata fuga con Osha, quasi dimenticato da una madre totalmente concentrata su un altro figlio forse morente, un attentato dalle dinamiche oscure e uno sposo sempre più in pericolo. Che cosa avresti potuto fare, Rickon, se fossi vissuto? quali scelte, quali azioni? Chi saresti potuto essere? Domande la cui risposta é stata cancellata per sempre dalla freccia scagliata da un sadico psicopatico. E poi la guerra é la guerra, cosa vuoi che conti una vita in più o in meno, tantopiù se é quella di un ragazzo. E allora, la sensazione che associo a Rickon é il grido silenzioso di una totalizzante, ingiusta, affranta tristezza. Senza parole. Perche ogni volta che la morte strappa un fiore prima ancora che sia sbocciato potresti parlare per ore, oppure arrenderti al fatto che le parole, in certi casi, non sono nulla. Che non c' é nulla da dire, solo un assordante silenzio. E allora, Rickon per me é un brano strumentale. Nessuna parola: soltanto dolore. Un dolore lento, ampio; un dolore che si allarga riempiendo tutto lo spazio. E una musica che nello stesso tempo ti sovrasta e ti avvolge, ti preme addosso, ti si serra intorno alla gola, ti schiaccia. Con un tema che ricorre continuamente, sempre uguale e sempre nuovo, come un grumo di sofferenza a cui non puoi smettere di pensare nemmeno per un momento. E cala dall' alto, sorge dalla terra; é sopra di te, intorno a te, in te, ovunque. Un brano che spesso, con il ritornare continuo di quel tema portante, assume l' inesorabilità maestosa, ampia, lenta quanto imponente ed inevitabile, di un requiem. Ma nello stesso tempo, é un brano abbastanza dolce per abbracciare e cullare un bambino privato dell' infanzia, della sicurezza, degli affetti, di un focolare, della possibilità di crescere con la propria famiglia, di tutto. O un ragazzo appena uscito dall' infanzia di cui apparentemente sappiamo poco o nulla, ma collegando con una linea i due punti, quello in cui l' avevamo lasciato e quello in cui lo ritroviamo, possiamo immaginare una storia di fuga, gelo, solitudine, perdita vagabondaggio come selvaggina braccata, nascondigli; e poi la prigionia nelle mani di un pazzo sadico torturatore, in una solitudine ancora più totale e spaventosa; l' uccisione di quel metalupo- e conoscendo Ramsey, non si sarà privato del di divertimento di compierla davanti ai suoi occhi, o almeno mostrargliene la testa staccata dal corpo- che era non solo un affetto, ma anche un emblema, un segno di continuità ed un legame - l' ultimo- con il "branco" Stark; probabilmente un alter ego. Un bambino che, probabilmente, prima di quella corsa e quella freccia, era già stato ucciso mille volte. Albinoni, Adagio. Hauser.
  7. Giorno 6 - Brandon Stark Oggi sarò breve davvero, per forza maggiore (scrivo dal cellulare e col tutore alla mano destra). Non sono per niente soddisfatta della mia scelta: ne avevo un' altra che preferivo di molto, ma richiederebbe una lunga spiegazione che non riesco a scrivere. E allora, canzone che non amo per niente come musica, ma molto come testo: Dimmi, Tiresia, di Vinicio Capossela (TV Bran) Dove Tiresia puó essere un' immagine generica per rappresentare la conoscenza, oppure Brynden Tully, il precedente Corvo A Tre Occhi. E il tema centrale é una domanda: quanto pesa la conoscenza? Quanto mi cambierà? Quanto mi costerà; quanto mi sottrarrá di me stesso, della mia vita? E quanto mi allontanerà da quello che una volta era il mio mondo; da coloro che amo? Perché "la conoscenza é distanza che separa". Dagli altri. Dal loro amore per me. Dal mio per loro. Da me stesso, dall' essere umano che si chiamava Bran e che mi verrà tolto di dosso, come un abito che poi sarà gettato nella spazzatura e bruciato. Diverró un contenitore e una funzione, ma non sarò più me stesso, un individuo, un essere umano.. E allora, sarò tutto... ma non sarò più nulla. Dimmi Tiresia Dal regno dove mai nessuno si è recato Versami il sangue Scavami un buco per sbirciare tra il mio destino e il Fato Bevi il mio sangue Che porti alla memoria la coscienza di chi ero e sono stato Ma è meglio sapere o non sapere Aver la conoscenza Sapere o non sapere Quello che poi mi sporcherà? Dimmi Tiresia Affido a te il mio viaggio Alla tua sentenza Sapere o non sapere Dimmi Tiresia Quali stratagemmi dovrò ordire In quale forma mi dovrò nascondere Dimmi Tiresia Ma è meglio sapere o non sapere E non poter più credere? Sapere e poi dovere Portare fino in fondo il compito? Dimmi Tiresia E' duro profetare La conoscenza è distanza che separa La fatica di conoscere E' più grande fatica di essere creduti? Dimmi Tiresia Tu che dimentichi e ricordi e poi dimentichi E così purifichi A che mi servirà sapere Saper il mio destino come già deve compiersi E poi non esser più creduto dai compagni Soltanto dai segni nei sogni
  8. @Figlia dell' estate: ma dai, avevamo pensato alla stessa canzone? Bellissimo Complimenti per la tua proposta riguardo a Bran: straordinario come il testo che hai scelto é aderente alla sua storia!
  9. Giorno 6 - Arya Stark Oggi, brevissima (seee, come no: se riesco!). Arya... Premetto che non ho amato molto (eufemismo) la tv-Arya, da quando ha preso una piega da SPOILER GOT Comunque, sorvioliamo e andiamo avanti. Prima ho pensato al tema dell'identità, diventare No One per poi ridiventare te stessa, ma rinnovata e più forte, più pienamente che mai. Ma quello me lo lascerò per il mio amato Theon (e ho pure un bell'asso nella manica come canzone) Allora. In Asoiaf sono moltissimi i personaggi che compiono gran parte del loro percorso in solitudine, perlomeno interiore. Che poi è la solitudine più importante, la più feconda o la più dura o, spesso e non a caso, entrambe le cose insieme, alimentate l'una dall'altra e viceversa; in ogni caso la più profonda, difficile e vera. A volte -di rado- accade loro per scelta; più spesso, in misura maggiore o minore, avviene per imposizione o necessità. Jon stesso, pur con molti mentori e moltissime interazioni con altri personaggi, è il primo e il più grande a conoscere bene questa situazione, questa solitudine del cuore e nel cuore. Ma, tra tutti, quella che a dispetto della giovanissima età più mi sembra sapere e volere "camminare da sola" è proprio Arya. Da poco tempo dopo la necessaria fuga da una Approdo del Re pericolosa e impazzita fino a uno stravagante epilogo televisivo (via alla scoperta di nuovi mondi, evvai), ammesso e non concesso che sia il caso tenerne conto, in cui D&D stessi appaiono rendersi conto che per lei non è più possibile rientrare in un "normale" tessuto sociale e relazionale, tanto si è spinta lontano e al di fuori da esso. Arya che, ancora bambina o poco più, decide in piena autonomia quello che sarà il proprio percorso di vita, indicato come una freccia incandescente da un elenco di nomi marchiati a fuoco nella carne e nel cuore, la Lista Dell'Odio. Arya che, giovanissima, stabilisce da sola che quella lista sarà la sua meta: e che il percorso per arrivarci sarà, necessariamente, imparare ad uccidere. In modo raffinato, inarrestabile, fatale. Divenire uno strumento di morte, ma non uno qualsiasi: uno che rasenti la perfezione. Ad ogni costo: anche quello di provare a diventare Nessuno, prima di poter tornare Arya Stark. La nuova Arya Stark; quella che é il suo progetto. Quella che potrà, finalmente, porre in essere la Lista. Arya può avere amici (Frittella, Lenny, Gendry), ma senza avere bisogno di loro. Può avere mentori, ma apprendendo solo ciò che è disposta ad apprendere (con Sandor, soprattutto nel caso di book-Arya, in cui linterazione si limita alla prima fase) o scegliendoseli lei, andandoli a cercare fosse anche al di là del mare e poi lasciandoli quando decide che è il momento di farlo (Jaquen / l'Uomo Gentile). Oltre tutto, con quest'ultimo, per non farsi mancare nulla, disobbediendo senza esitazioni ad una delle condizioni fondamentali: gettare via, insieme a vestiti ed oggetti, tutto il proprio passato. Ancora una volta l'anarchica Arya, che agli ordini obbedisce solo se, dopo averli valutati con la propria testa, li ritiene sensati ed utili al proprio percorso personale, agisce a modo suo, decide da sola e conserva Ago, il sottile filo rosso che lo lega a Jon, al suo ricordo, all'amore che ha provato e prova per lui). Arya decide da sola; Arya cammina da sola. Sempre guidata da quella lista di nomi, che custodisce come un mantra. Che diviene la sua personale Stella Polare nella diaspora della sua famiglia. Il punto fisso, il riferimento nel turbinoso caos impazzito che ha inghiottito la sua vita, l'esistenza come la conosceva e il mondo intero. Il ciuffo d'erba, soprattutto nelle prime fasi, quando è ancora vacillante a causa degli orrori visti e dell'assurda, sconvolgente morte di Ned, a cui rimanere aggrappata quando i piedi hanno già perso la presa, tutte le forze concentrate in quell'unica mano che stringe e non vuole mollare la presa, per non cadere giù nell'abisso. La custode della sua identità. Perchè si deve avere qualcosa a cui aggrapparsi, quando tutto è crollato. Una fede, o un progetto. Il passato, come per Sansa, o il futuro. Singolare come entrambe le due sorelle -nel caso di Sansa, semplificando un po' le cose- traggano la propria ragione di sopravvivenza da altre persone, ma in maniera del tutto opposta. Sansa, dal ricordo di persone amate che non ci sono più, ingiustamente e atrocemente strappate alla vita: sicchè resistere significa rendere omaggio a loro, far sì che la vittoria di chi ha voluto questo non sia ancora del tutto completa, che qualcosa del loro sangue e del loro amore, tramite lei, gridi ancora "Io vivo!". Arya, esattamente al contrario, seppure anche lei mossa, alla base di tutto, da quello stesso identico amore straziato v(come non ricordarla sconvolta, di fronte all'esecuzione di suo padre?), è tenuta in vita dal pensiero di persone odiate che ingiustamente vivono, ma che vuole consegnare alla morte. Situazioni simili, punto di partenza uguale; personalità diverse, risposte antitetiche. Entrambe estreme, perchè assolutamente estrema è la causa iniziale, un dolore talmente devastantwe, ingiusto ed inaccettabile da apparire contro natura. Ma funzionali alla stessa urgenza, alla stessa ferita, alla stessa amputazione. Sansa è tenuta in vita dall'eco di un canto funebre, che non riesce a smettere di sentire. Arya è tenuta in vita dalla rabbia e dalla tempesta imminente che si porta nel cuore. Arya è la tempesta che si prepara, prendendosi tutto il tempo necessario, perchè il "presto" è nemico del "ben fatto", e che sarà terribile. E, dato che ogni suo passo, ogni sua singola azione è finalizzata alla Lista, anche quando la sua strada la porterà fisicamente lontana da coloro che in quella lista compaiono, sarà come se fosse loro accanto, con il pensiero ed in prospettiva futura. Si è allontanata, sino a Braavos; ma solo per raccogliere le abilità che le servono. E' andata via, ma soltanto per poter ritornare: e in questo senso, proprio mentre è lontana, è più che mai vicina, come un'ombra in attesa, a coloro che sono nella Lista. Consapevole di ogni loro respiro, in ogni singolo momento. In agguato nel buio, in un angolo che dimentichi di controllare. Con il fiato sul loro collo. E quindi, la canzone che ho scelto può essere solo -era già in quello che vi ho scitto, ne ho citato quasi frammenti di testo- I walk alone, di Tarja Turunen. (Precisazione doverosa: penso che la canzone, in realtà, avesse tutto un altro significato. Secondo alcuni è, in realtà, un messaggio neanche tanto velato di Tarja, che stava iniziando una carriera da solista, ai Nightwish da cui si era staccata. Ma rimanendo sul piano del significato "ufficiale", forse parla, in realtà, di speranza. Lei dice di volteggiare in alto, in qualcosa di simile al Paradiso: forse sta dicendo a una persona amata che è rimasta sola, ma ancora viva, in qualche modo, e ancora presente. Ancora accanto a lui. Ma ci sono anche varie allusioni sinistre, perlomeno allusive ad un amore ossessivo, forse malato - chiudi la porta, ti senti al sicuro, ma aspetta a portarmi delle rose, anche se sto camminando da sola io ci sono ancora - che complicano abbastanza questa lettura. E in ogni caso, il divertissement è anche, per me, notare come, escludendo quella frase sul paradiso, il testo si possa interpretare in modo totalmente diverso. E, interpretato in quel modo, diventi il pensiero ed il sentire esatto di Arya.) Put all your angels on the edge Keep all the roses, I’m not dead I left a thorn under your bed I’m never gone Go tell the world I’m still around I didn’t fly, I’m coming down You are the wind, the only sound Whisper to my heart When hope is torn apart And no one can save you I walk alone Every step I take I walk alone My winter storm Holding me awake It’s never gone When I walk alone Go back to sleep forever more Far from your fools and lock the door They’re all around and they’ll make sure You don’t have to see What I turned out to be No one can help you I was never far from you Spinning down I felt your every move I walk alone Every step I take I walk alone My winter storm Holding me awake It’s never gone When I walk alone Ultima osservazione: é brevissima ma assolutamente perfetta per il gioco di "interpretazioni alterate" che mi sono ritrovata a fare, non solo oggi (non per scelta ma per pura necessità: ve l'avevo detto, non conosco abbastanza brani; quindi mi devo arrangiare con quelli che ho, lavorando un po' di fantasia e cercando interpretazioni diverse da quelle letterali ), anche l'introduzione strumentale. In apertura è quasi un suono di carillon, ma non so perchè mi appare un po' inquietante: dolce, ma con qualcosa di sottilmente sinistro. (Solo a me, dietro la dolcezza, evoca un'atmosfera vagamente alla Shining?); poi viene ripresa la stessa frase musicale, ma con in sottofondo l'ingresso degli altri strumenti. In entrambi i casi, è qualcosa di apparentemente lieve, in punta di piedi. Come la Danza Dell'Acqua... o come una bambina, dall'apparenza indifesa ed innocua, che si sta avvicinando furtiva e leggera ma decisa, inesorabile. Un meccanismo inarrestabile, implacabilmente assassino; determinato e spietato come un piccolo automa: la versione tra Hoffmann e dark di un carillon, perchè no? Segnalo infine l'ulteriore coincidenza della la ragazzina nel bosco, che si ritrova improvvisamente da sola e fa incontri inquietanti e "anomali", fino a ritrovare la persona e la mano che stringeva la sua e le dava affetto, conforto e sicurezza? La mano di un amico... o di un fratello tanto amato e che si credeva perso per sempre? Devo dire che mi piace moltissimo, questo gioco di letture in senso lato ed interpretazioni poco ortodosse che mi sono trovata a fare -all'inizio per necessità, non per scelta- in questo 3D: è un esercizio di creatività stimolante e una fonte di continue sorprese. E quanto sono affascinanti le casualità e le corrispondenze quando provi a leggere un testo in modo diverso dalle strade già tracciate, o le cose che vedi quando inizi a guardare con occhi nuovi? Ma basta parole. Dopo avervi fatti addormentare anche questa volta, passa finalmente al brano. E vai con Tarja:
  10. (Spezzo il post perchè temo stia diventando davvero troppo pesante. E meno male che dolevo scrivere poco!) Posso togliermi uno sfizio, con un'associazione di idee del tutto irrazionale? Ciò che ho scritto prima si riferiva a Sansa in genere (sia book che TV). Ma avrei ancora un piccolo pensiero riguardo soltanto a GoT - Sansa come è resa da Sophie. Al di là di certe scelte di sceneggiatura, ho amato moltissimo la scelta dell'attrice, e ciò che ha riversato nel suo personaggio. Non credo sarebbe stata possibile renderla in modo migliore: una bellezza che, man mano che attrice e personaggio crescono, pur diventando sempre più perfetta perde ogni leziosità, diviene dolente e insieme di un'eleganza che non è materiale o mondana, ma è distanza e distacco, quasi non terrena; prima delicata come un fiore, poi capace, da un certo punto in poi, di trasmettere una grande sensazione di solidità e forza pur essendo, al contempo, quasi eterea. In passato l'avevo definita, nelle ultime stagioni, "una statua di ghiaccio e dolore". Sophie, nel suo sguardo desolato che in alcuni momenti è capace di trasmettere contemporaneamente l'assenza di pietà e un disperato senso di rimpianto quella stessa pietà che le è stata strappata, esprime mirabilmente il processo di distruzione interiore di Sansa, mentre paradossalmente l'esterno diventa forte e temibile. Per tutto questo, se Sansa fosse un suono, per me sarebbe... una melodia su un violino. E va da se' che, data l'immensa solitudine interiore in cui Sansa attraversa buona parte di Got, un violino in un "a solo". In particolare, mi fa pensare a Thais. Una melodia così sottile e delicata, in apparenza, che al primo ascolto sembra destinata a non durare. Ti aspetti che farà il suo bravo assolo, ma poi verrà presto assorbita, o forse travolta, dall'impeto di un'orchestra; e tanti saluti al primo violino. E invece, no: prosegue così, sottile, lievissima ma salda, fino alla fine del brano. Brano che riesce a sostenere completamente su di sè, con il suo proprio tema e la propria solitudine. Come Sansa, che penseresti destinata a finire in mille brandelli, ennesimo agnello sacrificale di Casa Stark, tanto esile e delicata appare la sua melodia; tantopiù se la raffronti col fragore delle armi, dei complotti, delle guerre e degli accadimenti epocali che sono ovunque intorno a lei. E invece, come la melodia di Thais, anche quella di Sansa resiste e continua il suo canto, solo apparentemente delicato e quasi impalpabile, malgrado tutti e tutto. Passando attraverso tutti e tutto. Come quella melodia, la prima Sansa appare come un filo bellissimo quanto sottile, destinato a venire strappato appena qualcuno, per errore o volontà, lo afferrerà un po' troppo malamente: eppure quel filo è incredibilmente concreto, saldo, resistente. Da Cersei e Jeoffrey a Littlefinger, dallo stesso Sandor -che pure, a differenza di tutti gli altri, quella fragilità la vorrebbe preservare, risparmiare dalla crudeltà del mondo- a Ramsay, tutti scopriranno che bella ed eterea non significa giocattolo; armoniosa non significa evanescente; fanciulla o donna non significa fragile; sola e lontana non significa smarrita; senza speranze non significa arresa. Che un violino può continuare a suonare la sua melodia anche in mezzo al frangore osceno delle armi, della carne squarciata e del Caos. Anche se, in molti momenti, urla e rumori lo copriranno, facendo credere che non ci sia più. Che quel filo lucente e sottilissimo sembra seta, ma è acciaio. Anche se, a un certo punto, forse nemmeno il violinista saprà più perchè continua a suonare una melodia che era sua, ma ora, dopo tanto dolore e svuotamento, non gli appartiene più. Ma devi respirare, per vivere, e suonare la tua melodia è come respirare: e Sansa, per i motivi che ho scritto prima, deve continuare a vivere. Che lo voglia o no. Per Ned, Cat, Robb; perchè il loro sangue non sia stato versato del tutto invano. Per Winterfell ma, soprattutto, per ciò che rappresenta. Per gli Stark.
  11. GIORNO 4 - SANSA STARK (mini comunicazione di servizio: da oggi interverrò in modo molto più sintetico e/o saltuariamente, causa problemi mano destra. In attesa di un piccolo intervento, dovrei -cioè, devo- portare un tutore. In realtà questo 3D mi piace talmente che in questi giorni ogni tanto lo sto togliendo, per poter scrivere al pc, ma non dovrei. E mi sa che farlo non è una buona idea; quindi dovrò mi dovrò contenere... anche se sarà un’impresa ) Dunque, Sansa è un personaggio dalle mille sfaccettature. Solo in apparenza semplice, in realtà cela una enorme complessità, che è stata colta molto bene in alcuni dei post precedenti. Soprattutto GoT Sansa, che per ovvii motivi è arrivata molto più lontano nella propria evoluzione. Anche se vorrei pensare che quella stesssa evoluzione non termini con la conclusione di Got: perchè in fondo, a meno che i personaggi muoiano, nessuna storia finisce davvero con l'ultima pagina. E i comportamenti contraddittori che spesso ha mostrato in Got, se da un lato possono essere dovuti a difficoltà da parte di D&D di gestire il suo personaggio per un tempo così lungo e non sono scevri di ombre e contraddizioni, dall'altro potrebbero, almeno alcuni, essere lo specchio di una complessità ancora maggiore di quella che appare. Sinceramente, quindi, non mi viene in mente un brano che rispecchi tutto il suo cammino e l'interezza del suo character. Quindi lascio questo compito a chi ha più conoscenze di me, musicali e non, e mi limito ad un unico suo aspetto. Ella ha, non solo fisicamente, soprattutto in GoT (la scelta di Sophie, così eterea, quasi evanescente, è veramente perfetta) ma anche, all’inizio del suo percorso, caratterialmente, un’apparenza assolutamente fragile, vulnerabile, quasi inconsistente. I più –Cersei, Littlefinger; lo stesso Sandor, che pure vorrebbe proteggerla dagli orrori della vita- pensano che la si possa spezzare in un attimo, senza sforzo, quasi senza accorgersene, come si spezza un ramoscello secco. E invece, sotto questa superficie, ella nasconde una enorme, quasi indistruttibile resilienza. E una altrettanto inaspettata, risoluta, incrollabile volontà di sopravvivere. Ai pericoli, al dolore. Alla mancanza di giustizia e significato della vita stessa. Volontà di andare avanti, anche quando questo significa soltanto fare resistenza passiva, perché anche guardando a lungo l’orizzonte non si riesce più a vedere alcuno spiraglio, alcuna via di fuga, alcuna speranza. Resistere, rimanere viva: come un seme sotto la neve, in attesa che un giorno, domani o tra anni ed anni, giunga un nemmeno sperato disgelo. Eppure, stranamente, non appare esservi, dietro questa tenace, inscalfibile determinazione a sopravvivere, alcuna speranza o gioia, nè attuale, nè vista in prospettiva futura. La possibilità di provarla, ancora, la gioia o qualcosa che le somigli - mi riferisco alla gioia pura, luminosa, positiva; non a quella aspra e dura che deriva dal vedere uno dei suoi aguzzini morire sbranato dai cani- le è stata sottratta insieme ai sogni da ragazzina ingenua. La realtà non ha soltanto infranto quei sogni infantili ed immaturi, come sarebbe normale e "sano" in qualsiasi percorso di crescita: nello strapparglieli di dosso, la vita è stata talmente brutale che, insieme, le ha raschiato via brandelli pelle e carne, materia viva e sanguinante, parti essenziali di se stessa. Quindi, è come se ella resistesse ad ogni dolore, ad ogni violazione, ad ogni scempio che le viene gettato addosso, per semplice istinto di sopravvivenza... o perchè, in qualche modo, sente di doverlo fare. Forse coesistono in lei entrambe le motivazioni; ma qui mi fermo un attimo perché c'è una canzone che, pur con pochissime parole, mi pare prestarsi molto bene per questo discorso: Après moi, di Regina Spektor. In realtà il brano contiene riferimenti, che conosco solo superficialmente, a Pasternak, alla storia (ed alla musicalità) russa ed alla sensibilità ebraica (Regina canta in inglese e vive, mi pare, negli USA, ma è una ebrea di origine russa, ed in questa canzone, molto insolita rispetto al suo genere consueto, sembra volersi riappropriare della storia e del background da cui è sbocciata). Ma io la vorrei associare a Sansa per una frase che ritorna martellante, scandita da una decisione e una forza quasi ossessive: I must go on standing. Frase pronunciata separando le parole, quasi spezzandole, e sottolineando con secca forza quel "must". Come un ordine, quasi militare, che il soggetto si sta auto-imponendo. Devo restare in piedi. Devo resistere. Non so per quanto; probabilmente non so nemmeno perché, o con quale speranza: ma ho deciso, so che ci devo riuscire. Devo continuare a stare in piedi Non puoi rompere ciò che non è tuo Devo continuare a stare in piedi Non sono mia, non è una mia scelta Abbi paura dello zoppo, erediteranno le tue gambe Abbi paura del vecchio, erediteranno la tua anima Abbi paura del freddo, erediteranno il tuo sangue (significa che, al tuo minimo segno di debolezza -vedendoti zoppo, vecchio o infreddolito- il tuo avversario ne approfitterà per fare breccia in te e distruggerti? O che chi è zoppo, vicino alla morte o infreddolito cercherà di rubare le tue gambe, la tua vita, il tuo calore?) Non puoi, non puoi spezzarlo, quello Che non è, non è tuo, tuo Che non è, non è tuo, tuo Non sono mia, mia Non è, non è una mia scelta, una scelta Su quello splendodo "non sono mia / non è una mia scelta", una cosa curiosa: dato che conosco da tempo questa canzone (e la amo moltissimo, anche per quello che credo essere un richiamo alla musicalità ed al folklore russo, cosa veramente insolita in questa compositrice raffinatissima ed eclettica) ma non ne ho mai cercato il significato più profondo, per evitare gaffes ho controllato qualcosa in rete. E ho trovato questo commento postato da un/una utente, che si firma QuinnaDarling (per correttezza, qui il link: https://songmeanings.com/songs/view/3530822107858563283/ ). Lo trascrivo in quanto, pur riferendosi alla canzone (il forum da cui è tratto non ha nulla a che vedere con Martin), mi ha veramente sorpresa. Perché, con alcuni minimi adattamenti, aderisce con una perfezione quasi stupefacente anche al personaggio di Sansa, e –coincidenza che mi ha lasciata quasi incredula- proietta una luce intensa e suggestiva sulle possibili motivazioni della sua ostinata, indomita resilisienza. Scusate la traduzione/riassunto alla buona: "Devo continuare a stare in piedi / Non puoi rompere ciò che non è tuo / Devo continuare a stare in piedi / Non sono il mio, non è la mia scelta", a me, ebrea come Regina, sembra una sensazione comune. (...) Siamo liberi di fare le nostre scelte, ma il nostro passato sono nostri antenati (nel caso di Sansa, gli amati Ned, Cat e Robb). Ci viene insegnato (penso, da questa canzone) che le nostre vite non sono le nostre. Che viviamo per onorare chi ci ha preceduto. Viviamo per raccontare le storie di quelli che sono morti e di quelli che sono sopravvissuti. Per me questa canzone è una canzone molto ebraica. Rispecchia i miei sentimenti delle mie radici, responsabilità, senso di colpa, individualità e storia. La mia vita non è la mia, poiché è stata tramandata da mia madre, che mi è stata donata da mia nonna, che è stata donata da mia bisnonna, che la misericordia di Dio ha fatto sopravvivere ai campi (di concentramento?), e che è riuscita a tornare a casa e formare una famiglia. Devo vivere la mia vita per onorare le loro. Non devo mai dare per scontate le loro lotte. Non appartiene a me la scelta di vivere bene o vivere male, come mi pare. Lascare che la mia esistenza vada in rovina sarebbe una forma di ingratitudine verso di loro. Sento questa lotta nelle parole di Regina. Questa profonda, toccante, quasi commovente riflessione, dicevo, non solo si adatta a pennello anche a Sansa, ma fornisce una spiegazione alla sua ostinata volontà di resistere, di non farsi piegare, di rimanere in piedi. Di restare attaccata alla vita pur non amando la vita. Di continuare pur essendo stanca e delusa, anzi, tanto più è immensamente stanca e delusa. Una ferrea volontà che le appartiene, forse ancora inconsapevolmente, sin da quando è poco più che una bambina dai sogni infranti completamente sola ad Approdo Del Re, agnello in mezzo ai leoni; in una situazione che avrebbe ridotto alla disperazione cuori ben più adulti e corazzati del suo; talmente indifesa e con appeso addosso il cartello “Agnello sacrificale” da intenerire persino il Mastino: forse il suo non è semplice istinto di sopravvivenza, ma forse è anche un tenere duro per suo padre, per sua madre, per l’amato fratelo Robb. Per tutti coloro che non ci sono più, e di cui lei incarna l’ideale prosecuzione e tutto ciò che, di loro, ancora rimane in vita. E se non lo è ancora all'inizio, quasi certamente lo diventa successivamente, quando, crescendo, si affranca dai sogni romantici e un po' capricciosi e acquisisce profondita e consapevolezza, di sè e delle proprie origini. (Notina sulla canzone: nonostante l'apparente monotonia, se vi piace merita un ascolto fino alla fine. Per il crescendo, per l'inserimento di frasi in russo e un richiamo alla musica popolare: perchè quando si ha una storia "forte" alle spalle -per Regina, avere profonde radici russe ed appartenere al grande, tragico popolo ebraico ; per Sansa, essere parte del "branco" e appartenere al grande, indomito Nord- proprio da questo passato, che in parte proviene dalla tua vita, in parte ha radici molto più antiche e profonde, puoi trarre forza e coscienza di te stesso, e volontá di resistere per preservato, perché non tutto vada perduto. Soprattutto quando ti hanno strappato via tutto il resto. Il tuo presente. Il tuo futuro.)
  12. Ma allora SPOILER LIBRI - IL GUARDIANO DEGLI INNOCENTI
  13. Tutti i brani postati in questo 3D sono belli, evocativi e colmi di significato, tutti. E riescono nella quasi impossibile impresa di dire, su personaggi che abbiamo sviscerato per anni e per centinaia di post, ancora qualcosa di nuovo. Ma ti ringrazio, @Lady Monica, per la scelta di Forever Young: solo apparentemente semplice, in realtà di una sottigliezza, dolcezza e sensibilità che, senza bisogno di parole, vanno dritte al cuore. Perché esprime tutto il dolore e l' amore con cui ricordiamo Robb, con la sua giovinezza spezzata, e lo stato d' animo che ha lasciato in noi. Se la Morte é ciò che tutto e tutti cancella, Robb non é morto, almeno nei nostri cuori, non se ne é mai andato via del tutto: é rimasto in un limbo sospeso, come congelato nel suo divenire. Eternamente giovane. Eternamente presente. Una scelta, la tua, semplice e insieme centrata e intensissima, colma di affetto.
  14. E la cosa fondamentale, necessaria ma non sufficiente, è rendersene conto, di quella ignoranza. Accettarla, e partire da lì. Perchè chi crede di sapere già tutto (e il mondo ultimamente sembra esserne pieno), in realtà non sa nulla e non imparerà mai nulla. Perchè non c'è spazio per nulla di nuovo, in un vaso che credi già pieno: devi prendere atto che il vaso è vuoto -e, se è il caso, toglierne tu ciò che di inutile, sbagliato, o secco e sterile, eventualmente, contiene (*)- per poter iniziare a colmarlo. A costruire te stesso. (*) e qui penso al topic sui mentori, in particolare al ruolo di Noyle
  15. Scusate se scrivo un altro post, ma quello di prima era già lunghissimo, e non mi pare opportuno appesantito ancora. Noto solo ora come "O Fortuna!" sia, in un certo senso, complementare a "Sogna, ragazzo sogna", e come entrambe insieme raccontino il percorso di Robb. La canzone del grande Roberto è il "prima": la fase degli ideali, del dolore (la prigionia e la sorte incerta di Ned) che tuttavia si accompagna ancora ad una furente speranza, alla giovanile fiducia di poter ancora cambiare le cose. Magari con una probabilità su mille, ma a modo suo anche uno su mille è già qualcosa, è già tanto. Questa canzone proclama la convinzione, di nuovo, giovanile e per molti versi ingenua -seppure allo stesso tempo necessaria, come prima fase per formarsi come essere umano di valore e spessore- che la vita, in fondo, sia "come dovrebbe essere". "O, Fortuna", constatazione dell'inutilità dell'agire umano, di come tutto sia in balia di una casualità cieca, volubile e senza giustizia nè significato alcuno, è il "dopo". Forse è un eccesso, in quanto a pessimismo: ma rende esattamente ciò che ti ritrovi a pensare a caldo, incredulo, attonito e sconvolto in ogni certezza, davanti alla conclusione di quella nona puntata, o subito dopo aver letto le Nozze Rosse.
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