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Stella di Valyria

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About Stella di Valyria

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  1. Stella di Valyria

    La canzone del giorno

    Rispetto alle vostre ultime scelte, scrivo ormai completamente da un universo parallelo; ma non potevo non tornare nel forum per postare qui, oggi. E scusate se farò più che mai una pappardella-lezioncina; ma penso che per motivi anagrafici molti di vpu non conoscano molto questo cantante (per motivi anagrafici, in realtà, non dovrei conoscerlo neanch'io; ma amo curiosare nel passato). Oggi è morto Charles Aznavour. L'avevo scoperto qualche anno fa, ed ero rimasta folgorata, oltre che dalla sua classe e dalla sua voce unica, dall'attualità delle sue canzoni. E' qualcosa di speciale e raro, che succede solo ai grandissimi: passano i decenni, ma la loro musica, al di là della registrazione vecchia in cui senti il fruscio del vinile e l'audio piatto, o di qualche arrangiamento datato, non perde una briciola di bellezza. Aveva 94 anni; ma quando una luce del genere si spegne, è sempre troppo presto. Addio, Charles, grande istrione e grandissimo artista. Vorrei ricordarlo non con un delle sue canzoni più famose (L'istrione, La Boheme), ma con una di quelle che amo di più, anche per la straordinaria attualità e modernità del testo. Una canzone che, con grande coraggio ed anticipo sui tempi, raccontava, con semplicità disarmante, l'assoluta "normalità" di quello che per la società (spesso, purtroppo, anche di oggi) era il "diverso" per eccellenza: un omosessuale. Descritto nella vita del giorno, tranquilla, tra la spesa, la cucina, il lavoro e il tempo con la madre, e quella della notte, in cui si esibisce travestito in un locale, in un numero privo di qualsiasi timidezza o falso pudore. Ma lo fa senza scissioni, cambi di personalità o finzioni: perchè semplicemente, questo è lui, la sua normalità; vissuta -anche quella "della notte"- senza ombra di morbosità o malizia. Perchè di notte diventa un artista, non un "uomo vestito da donna". E con, dietro tutto, nascosto in un angolo del cuore e destinato a non trovare mai voce o sfogo, il dolore di un amore impossibile; una tragedia che, in qualche modo, riveste quasi di dolcezza, raccontato con malinconia e la stessa sincera, disarmante semplicità: "Je me couche mais ne dors pas, / je pense à mes amours sans joie, / si dérisoires. A ce garçon beau comme un Dieu / qui sans rien faire a mis le feu à ma mémoire. (ma quanto è bella, potente e vera questa frase? Come si potrebbe descrivere l'amore, il periodo dell'innamoramento non corrisposto, meglio di così?) Ma bouche n'osera jamais lui avouer / mon doux secret, mon tendre drame. / Car l'objet de tous mes tourments / passe le plus clair de son temps / au lit des femmes." E infine, una rivendicazione e un atto di orgoglio: nessuno ha il diritto di giudicarmi, sono come la natura mi ha fatto. E basta. E allora, vi invito davvero ad ascoltarla, questa canzone. E a guardare la classe di quest'uomo, le sue espressioni, il suo essere, oltre che cantante, quasi attore, interprete a 360 gradi; il modo, pieno di delicatezza e rispetto e così toccante, per me quasi commovente, in cui entra nel personaggio e nel suo dolore. Sia il testo che la facilità di Aznavour nel cantarlo in prima persona, nel calarsi nel personaggio senza alcun pregiudizio, sono una grande lezione per tutti gli omofobi di oggi. Come si dice: prendete, e portate a casa. Qualsiasi cosa possiate dire oggi, contro quella categoria di persone che vi ostinate a considerare "diverse" e "sbagliate", questo grande artista, con la delicatezza e la forza della poesia e della sensibilitá, vi aveva già risposto alla grandissima. Trent'anni fa. (Se interessa, copincollo il testo. L'ho trovato così, ma ho un dubbio: la frase ricorrente io l'ho sempre intesa come "Je suis un homo... comme il disent", nel senso di "homosexuel", troncato) ● J'habite seul avec maman, dans un très vieil appartement Rue Sarasate. J'ai pour me tenir compagnie, une tortue deux canaris et une chatte. Pour laisser maman reposer, très souvent je fais le marché et la cuisine. Je range, je lave, j'essuie, à l'occasion je pique aussi à la machine. Le travail ne me fait pas peur, je suis un peu décorateur un peu styliste. Mais mon vrai métier c'est la nuit, que je l'exerce en travesti: Je suis artiste! Jai un numéro très spécial, qui finit en nu intégral, après strip-tease! Et dans la salle je vois que les mâles n'en croient pas leurs yeux. Je suis un homme, oh! Comme ils disent! Vers les trois heures du matin on va manger entre copains De tous les sexes. Dans un quelconque bar-tabac et là on s'en donne à cœur joie et sans complexe. On déballe des vérités, sur des gens qu'on a dans le nez on les lapide. Mais on fait ça avec humour, enrobé dans des calembours, mouillés d'acide. On rencontre des attardés, qui pour épater leurs tablées, marchent et ondulent. Singeant ce qu'ils croient être nous et se couvrent, les pauvres fous de ridicule. Ça gesticule et parle fort, ça joue les divas, les ténors de la bêtise. Moi les lazzis, les quolibets, me laissent froid puisque c'est vrai. Je suis un homme, oh! Comme ils disent! A l'heure où naît un jour nouveau, je rentre retrouver mon lot de solitude. J'ôte mes cils et mes cheveux, comme un pauvre clown malheureux de lassitude. Je me couche mais ne dors pas, je pense à mes amours sans joie, si dérisoires. A ce garçon beau comme un Dieu, qui sans rien faire a mis le feu à ma mémoire. Ma bouche n'osera jamais, lui avouer mon doux secret, mon tendre drame. Car l'objet de tous mes tourments, passe le plus clair de son temps, au lit des femmes. Nul n'a le droit en vérité de me blâmer, de me juger, et je précise. Que c'est bien la nature qui, est seule responsable si ie suis un homme, oh! Comme ils disent!
  2. Stella di Valyria

    Barriera 4.0

    Aggiungo solo una cosa, che ieri ho scioccamente dimenticato di scrivere: per il nulla che conta, stra-approvo, invece, l'eliminazione del conteggio dei like di ciascun utente, e soprattutto la "classifica" dei Most Liked. Quelli sicuramente erano meccanismi ingenui, adatti ad un altro tipo di forum e/o ad altri tempi, in non si conoscevano ancora gli usi distorti dei like (non parlo di qui, dico proprio nei social in generale, tra clickbait e pagine facebook acchiappalike), ma in questo contesto inutili per gli utenti "puri" (quelli per i quali, come me, interessava sapere se qualcuno condivideva la loro opinione in un post, ma solo questo, lontanissimi dall'idea di collezionare like o, tantomeno, di usarli per mettersi in competizione con gli altri utenti). E che, anzi, potevano far nascere strane dinamiche. Per quella funzione (conteggio like e classifica), nessun rimpianto, anzi: il forum é um luogo di dialogo, non una gara. Ció che rimpiango sono solo i like in sé, perché erano una forma di feed-back che, in un dialogo, sento utilissima, se usata in modo corretto. Anche se capisco che il problema é tutto in quel "se".
  3. Stella di Valyria

    Barriera 4.0

    Ecco, appunto: io saró tra questi. Mi ero giá allontanata in quanto scottata dal forum, ma per una dinamica personale, di cui forum e staff non sono minimamente responsabili (anzi, una persona delo staff, al corrente della cosa, era stata veramente gentile, disponibile e comprensiva, fino a diventare un vero e caro amico). Ma questo passo e questo atteggiamento in generale non mi fanno certo venir voglia di tornare. Pur avendo consciuto, per esperienza, l'uso distorto che qualcuno faceva dei like: per molti mesi c'é stato qualcuno che me ne metteva a prescindere, anche se avessi scritto "oggi é martedi", per qualche obiettivo che non ho mai capito (farmi sorpassare qualcuno? Usarmi per dare fastidio a qualcun altro? magari perché quello stesso utente che, cosí, del tutto immeritatamente sorpassavo, mi prendesse in antipatia?). Questa vicenda mi aveva provocato fastidio ed amarezza, sia perché mi rendevo conto di essere una pedina in un gioco che, da novellina ultima arrivata, non conoscevo; sia perché avevo la sensazione che mi rendesse invisa a molti; sia perchè sinceramente riscuotere approvazione non mi dispiace, anzi; ma solo quando ritengo di meritarla e la ottengo con un gioco onesto e pulito. Piú volte avevo lanciato messaggi abbastanza chiari in proposito, sul disagio che questa situazione mi procurava, nel topic delle congratulazioni. Ma é anche vero che sono una persona adulta e con, purtroppo, ben altri problemi da affrontare; quindi, pur essendo delusa dall'essere usata e in un gioco tanto puerile, non ero stata a strapparmi i capelli dal dolore. Comunque, sono la prima ad essere consapevole che il problema esisteva, e che per alcuni -per chi faceva questo gioco, non certo per me, che avrei solo voluto esserne lasciata fuori- questa cosa infantile sembrava quasi una ragione di vita. Eccome, se esisteva. Ma risolverlo abolendo i like -che nel loro uso originario erano pratici ed utilissimi- mi sembra come risolvere il problema degli incidenti stradali, provocati da chi non rispetta le regole, abolendo le auto. O buttare via il bambino insieme all'acqua sporca, come si dice. Ah: @Menevyn (come sempre, la pacatezza ed il garbo in persona), @Manifredde , potendo, vi avrei messo un like. E, per inciso, se avessi potuto esprimere cosí il mio punto di vista (tra l'altro io i like li ho usati sempre e solo per questo, come era nelle intenzioni orignarie degli admin, e sono sicura che lo stesso vale per moltissimi altri utenti, anche se purtroppo non tutti), in modo rapidissimo, avrei risparmiato a tutti questa pappardella che, invece, vi é toccato sorbire.
  4. Stella di Valyria

    ADWD - Riferimenti storici/culturali in ASOIAF

    "Scuoiato vivo nonostante la promessa"... Vedi (lo metto sotto spoiler, perchè ormai non ricordo più se nei libri è successo) Come ho già scritto tempo fa, trovo amarissimo ed atroce il fatto che, tutte le volte che mi dico "Eh no, qui Martin / D&D ci sono andati giù troppo pesanti con la crudeltà, questo è quasi morboso per quanto è inverosimile ed assurdo)... poi viene fuori che qualcosa di molto simile, se non addirittura identico, è accaduto realmente. Asoiaf, Got e questo topic mi stanno aprendo gli occhi sull'orrore di cui è capace, nella real life, l'essere umano (chissà perchè, studiando storia mi aveva colpito molto di meno: forse per l'età, per la strana sensazione che si prova a 15, 16 annni, che "essendo in un libro non è del tutto reale" -ebbene sì- o perchè in quella fase della vita non si ha una grande esperienza del dolore, quindi non lo si comprende. Ma ritrovare questi episodi da adulta e con un'altra sensibilità, è un pugno nello stomaco)
  5. Stella di Valyria

    ADWD - Riferimenti storici/culturali in ASOIAF

    Ciao. Faccio un salto da queste parti, dopo tanto tempo, perchè giorni fa parlavo di Asoiaf con un amico che non lo conosce nè conosce Martin, se non dai miei continui discorsi (ehm...), ma mentre gli raccontavo (o più propriamente lo travolgevo con) alcuni frammenti di trama, individuava riferimenti storici a iosa. Cito i soli tre che ricordo. N.B.: potrebbero anche non essere strettissimamente calzanti, perchè ripeto, lui non conosce ASOIAF. Però, li lascio come spunto: SPOILER GOT7 Altofuoco: fuoco greco (copio da Wikipedia: miscela usata dai bizantini per attaccare i nemici con il fuoco e in particolar modo per incendiare il naviglio avversario. ). L'idea gli è venuta immediatamente, appena gli ho parlato di una bellissima battaglia in gran parte navale (quella di Dark Water) e dell'atmosfera da incubo creata dal mare chiazzato da questo fuoco inestinguibile che brucia persino l'acqua: in effetti, oltre ad essere impiegato soprattutto nelle battaglie navali, il fuoco greco aveva proprio la caratteristica di non venire spento dall'acqua, anzi, esserne ravvivato. La formula per realizzarlo era nota solo all'Imperatore ed ai pochissimi artigiani che lo realizzavano, per i quali era prevista la morte se ne avessero svelato il segreto (i piromanti martiniani?). E veniva custodito in otri di terracotta. Ricorda qualcosa? E spesso impiegato lanciandolo con sorte di catapulte. Darkwater, here you are... (piccola fonte: https://www.informazioneambiente.it/fuoco-greco/ ) Scuoiature in generale: la storia è piena di precedenti (purtroppo), e se ne è già parlato, anche in risposta ad una mia domanda (io ricordavo solo Ignazio Dandolo, ma è venuto fuori che i casi erano molto meno isolati, Assiri in testa). Il mio amico ha ricordato anche gli Atzechi, in particolare la pratica con cui si svolgevano i sacrifici umani al Dio Scuoiato, Xipe Totec. Non ho controllato in rete, ma mi ha detto che era raffigurato come indossante una pelle umana, che gli penzolava addosso: l'analogia al mantello che Ramsay, nella lettera rosa, dice di aver fatto indossare a Mance, cucito con le pelli delle sue mogli di lancia, molto probabilmente è casuale, ma è fortissima. (E a questo punto, aggiungo io, se parliamo di indossare pelli umane, proprio solo come coincidenza casuale mettiamoci anche Il silenzio degli innocenti, dove l'obiettivo che osessiona il serial killer è quello di confezionarsi un vestito cucendo le pelli delle proprie vittime). Per non parlare di Bolton padre, che afferma che la pelle umana è pessima per realizzare stivali: evidentemente, un pensiero ed una prova in questo senso li ha fatti. (Curiosità su pelle, interpretazione del suo significato simbolico, pratiche di scuoiamento, "cambiamento di pelle" ecc: soprattutto intorno a pg 16, qui. )
  6. Stella di Valyria

    Caro diario

    Ma grazie, carissimi! P.s. Scusate se avevo scritto tutto due volte: scrivo dal cellulare, con molta fatica perché ero abituata al forum su pc. Ora ho corretto... almeno, spero
  7. Stella di Valyria

    Caro diario

    Caro diario, Oggi é stato il mio compleanno. Un po'strano, trascorso da sola. Per scelta: volevo stare con i miei pensieri. Volevo stare con me stessa, nella natura, in un luogo tra le montagne che amo tanto. Eppure, é stato un compleanno intenso come nessun altro prima. Perché più la vita scorre, più diventi consapevole di tante cose. Perché questo in particolare arriva dopo un periodo buio, aspro, difficile. Insonnia assoluta (sbocco finale di altri problemi, di preoccupazioni e difficoltà sopportate per anni, fin oltre il limite di rottura) resistente a qualsiasi farmaco, che mi aveva portata sull'orlo del crollo. Psicologico e anche fisico, per sfinimento totale da mancanza di sonno. Questo compleanno arriva dopo molti mesi in cui non ero per nulla sicura che ci sarei arrivata, a questo giorno, o almeno in quali condizioni ci sarei arrivata. E invece, sono qui. Oggi. Adesso. Con una vita quasi normale, seppure grazie a sonniferi e affini, un aspetto che -non credevo sarebbe piú successo- finalmente é tornato il mio, quello di una volta, e non quello di uno zombie pesto di stanchezza e -questa é la cosa più preziosa e stupefacente- dopo due mesi di una nuova, incredibile riassaporata serenità. Nata non dall'aver risolto i miei problemi (vanno meglio, ma non sono certo superati, anzi: con la ripresa del lavoro, dovendo alleggerire i sonniferi- l'unico che su di me fa qualcosa ha un effetto troppo lungo- e non avendo ancora avuto risultati risolutivi nelle cure"a monte", so benissimo che l'incubo potrebbe ricominciare daccapo), ma perché ho imparato a vivere alla giornata, a cogliere ciò che di buono la vita ti regala, momento per momento. Vivendo appieno l'oggi o anche solo l'attimo, se hanno qualcosa di positivo, senza lasciare che la preoccupazione per il futuro, per il "dopo", oscuri e avveleni ogni cosa. Perché ho ritrovato vecchi amici che mi hanno aiutata tanto, in questi mesi. Perché ho trascorso settimane nella natura che amo tanto, imparando a non tormentarmi per le cose che non mi piacciono- la folla a inizio agosto, i tantissimi pomeriggi di pioggia da sola in una stanzona gelida, con una stufetta elettrica e basta-ma cercando di trovare delle alternative, invece di darmi per sconfitta (la passeggiata intorno al lago di pomeriggio tardi, quando tutti sono a cena e la pace torna assoluta, e un prato splendido ma nascosto che nessuno conosce; o il semplice ma, ora lo so, per niente scontato piacere di una coperta morbida ed un bel libro). Perché, per effetto di una primavera piovossima, a inizio luglio mi sono riempita gli occhi di una fioritura spettacolare come ho visto di rado, stupefacente, a volte quasi commovente tanto era bella. Oggi, giorno del mio compleanno, so che questi due mesi speciali sono stati solo una tregua, una boccata d'ossigeno. Che i miei problemi non sono risolti o svaniti, e che la lotta continua. Riprenderà domani, quando lasceró definitivamente il mio angolo di paradiso. E più ancora tra pochi giorni, tornando al lavoro, ad orari sonno-veglia obbligati che faranno a pugni con il farmaco che mi ha, di fatto, salvato la pellaccia. Ma, intanto, ci sono arrivata, a quest'oggi. Ad essere qui, adesso. Ostinatamente viva. E viva in ogni cellula, in ogni pensiero. E ci sono arrivata dopo due mesi di serenità e pace interiore del tutto inattese, che ormai avevo dato per perse per sempre: un dono fino a poco prima semplicemente inimmaginabile. E non é poco, anzi, é tantissimo. Non ho" festeggiato" nel senso classico, esteriormente, anche perché non amo festeggiare i compleanni, ormai sono solo più il malinconico, spesso impressionante per quanto é veloce, conteggio del tempo che passa, che é già passato. Ma in realtà ho vissuto una festa speciale, dentro di me. Assaporando ancora per un giorno- domani, ahimè, chiudo casa, qui- i luoghi che amo, la natura, la montagna. Vivendo -non per caso, ma anche tramite un grosso lavoro psicologico sulla consapevolezza e sull'evitamento di certe trappole mentali quasi automatiche- ogni singolo momento, fino in fondo, come se fosse il più speciale dei doni. Perché adesso SO che lo é. Il ritorno alla quotidianitá sará duro, anche per il problema insonnia. Ma cercheró di non dimenticare le cose che ho imparato, su di me e sulla vita, in questi due mesi speciali, inaspettati -un'isola felice in mezzo ad un uragano, incontrata quando lottavi per restare a galla ma sentivi che le tue forze etano ormai al limite- e preziosissimi. E se posso scrivere ancora un pensiero, per la prima volta nella vita ho capito che il mio compleanno non dovrebbe essere la "mia" festa, ma quella di coloro grazie ai quali sono qui, a combattere e cadere e rialzarmi. E allora, ciao, mamma, lottatrice sfinita e quasi spezzata dalla vita, che ostinatamente, con le poche forze rimaste, ancora si aggrappa a quel "quasi". E ciao, papá. Non ci sei più da 18 anni, ma sei sempre presente. Non te l'ho mai saputo o voluto dire, ma ti voglio bene. Ora, che sono finalmente cresciuta, molto piú di allora.
  8. Stella di Valyria

    Fan Video

    Grande video. Trovo veramente geniale e di impatto intensissimo, quasi da pelle d'oca, l'accostamento e il contrasto fortissimo tra scene su scene in cui lui uccide, combatte, agisce -se giudicassimo basandoci sull'apparenza, sulle sole immagini, senza conoscere il personaggio- quasi come un automa, e la canzone che, invece, ripete con martellante ostinazione But I’m only human after all, I’m only human after all... Quella frase ripetuta quasi ossessivamente, in questo contesto, si arricchisce di un significato nuovo. Diventa uno sfogo ribadito e disperato, una supplica lacerante, un grido ed una domanda destinata a vibrare del proprio eco e poi perdersi nel silenzio, senza mai trovare risposta: "Perchè la vita mi ha condotto sin qui? Perchè mi sta chiedendo tutto questo? Io sono solo un essere umano". Con sentimenti, debolezze, sogni di pace e, una volta, desideri nascosti nel cuore. Come qualsiasi altro essere umano. Ma costretto a calpestarli calpestando se stesso con loro, ad immolarli in un sacrificio disumano che gli è stato imposto dalla Storia o dal peso di essere, proprio lui, una leggenda, La Leggenda che già l'umanità narrava secoli prima che lui venisse al mondo. Senza riguardo alcuno per il suo essere, come tutti, profondamente umano. Senza pietà. Geniale come, sfruttando l'accostamento con la canzone, siano riusciti a rendere tutto l'enorme peso che grava sulle povere spalle di Jon e anche l'enorme paradosso che questo porta con se': quello di essere un nuovo Messia, la testa d'ariete di un'epoca ed un mondo che, paradossalmente, dopo tutto l'orrore e la tenebra che ha conosciuto nel cuore umano, neanche ama. Un mondo in cui, probabilmente, nemmeno avrebbe voluto vivere. Eppure, anche se troppi singoli esseri umani lo hanno tradito, ferito, colpito a sangue nel corpo e nell'anima, disgustato, deluso, privato di ogni amore per la propria vita, Jon accetta questo compito. Perchè non generalizza: perchè vuole ancora credere nell'Uomo in generale. Jon accetta questa chiamata, che comporta il rinunciare a una grossa parte della sua umanità (intesa come individualità, perseguimento delle proprie mete personali e tentativo di realizzazione dei propri sentimenti, tutti diritti fondamentali, basici di ogni essere umano), paradossalmente proprio perchè è umano. Profondamente, inevitabilmente, completamente umano.
  9. Stella di Valyria

    Scrivi tu che scrivo anche io

    @hacktuhana carissimo, sei grande. E non solo per la statura fisica. No no. p.s. ci sentiamo tutti (quellu come noi, voglio dire) dei nulla, buffoni che qualche volta -e solo qualche volta, quando la vita ce lo concede, nei nostri momenti mgliori- cantano e sperano. Sulle speranze ho poco da dire, purtroppo; o meglio, avrei moltissimo, ma non sarebbe molto confortante. Ma il canto... quello, a volte, arriva sorprendentemente in alto. Alla faccia di tutto. Nonostante tutto.
  10. Stella di Valyria

    Astronomia

    Giá: nuvoloso anche qui. Luna invisibile. Sgrunt.
  11. Stella di Valyria

    Astronomia

    @Manifredde: Su ISS Detector: sì, funziona magnificamente Cinque minuti per impostarlo (in particolare, consentire la tua localizzazione automatica oppure inserire a mano dove ti trovi, ed impostarla sul preavviso sonoro dei passaggi, mi pare cinque minuti prima... sempre che tu non tenga il cell acceso anche di notte, se no è una rottura senza pari ). Avrai, tra l'altro, un elenco dei prossimi passsaggi, con la magnitudo (quelli belli sono quelli con magnitudo tipo -2 o, addirittura, -3) e l'angolo massimo rispetto all'orizzonte (ovviamente se sono bassissimi, vedrai poco o niente; ma se sono dai 60 gradi in su sono uno spettacolo). Poi, quando sta per comparire all'orizzonte (tra l'altro un po' prima -o in qualsiasi momento, in realtà; ma ovviamente è più divertente farlo nell'attesa di un passaggio- puoi anche visualizzare su una mappa in quale parte del mondo si trova in quel momento, compreso un cerchio che indica, penso, la zona in cui è visibile, e stupirti della velocità a cui viaggia), una freccia ti indica la direzione da cui sorgerà e negli ultimi secondi un bip-bip, se l'hai impostato, ti farà da conto alla rovescia (ovviamente riferendosi ad un ipotetico orizzonte piatto. Il conto alla rovescia comparirà comunque sul display, anche senza avviso sonoro). Ti assicuro che vederla "sorgere" le prime volte, con una precisione temporale, se tieni conto di montagne o palazzi, che spacca il secondo o quasi, è davvero un'emozione Se hai figli bambini, potrebbe essere un bellissimo momento anche per loro Gran bella app, insomma @Timett figlio di Timett A chi lo dici! Io uso il cell come sveglia, ma di notte disinserisco il traffico dati e lo metto in modalità aereo, per stare in pace, ed ha semrpe funzionato. Ma -non so spiegarmelo diversamente- una volta si vede che aveva fatto in tempo a scaricarsi tutte le informazioni durante il giorno (tra l'altro in un periodo in cui la mia insonnia era così disperata da essere quasi da ricovero; dormivo -poco e male- con sonniferi fortissimi, e ogni ora di sonno era una ricchezza inestimabile di cui fare tesoro). Ma così, pur essendo disconnesso, all'una, alle tre ed alle cinque (l'Iss impiega circa due ore a fare il giro della Terra, come ho scoperto in quell'occasione) mi svegliava per dirmi tutto entusiasta "Hey! Sta per passare l'ISS!". Già vista, in tempi migliori, decine di volte, nota, e date le mie condizioni di salute, decisamente l'ultimo dei miei interessi. Quella notte, ad ogni risveglio forzato, avevo trafficato un po' col cell, ma, assonnata com'ero, non mi era venuto in mente di disattivare gli avvisi sonori. Ma se ci fosse stata l'opzione "abbatti immediatamente l'ISS e tutti 'sti malefici astro-cosi orbitanti", quella notte l'avrei attivata! Comqune, più seriamente: sul resto -satelliti artificiali etc- si può non attivare l'avviso sonoro, se no in effettti diventa una rottura continua senza pari. Tra l'altro, se non si è proprio appassionati, non merita acquistare l'estensione a pagamento. Io l'ho fatto, ma più che altro avvisa del passaggio di tutto l'astro-ciarpam... ehm, di un'infinità di cosi minori completamente sconosciuti, a meno che, appunto, non si sia appassionati e molto informati
  12. Stella di Valyria

    Astronomia

    Che bello! Qui altro articolo, più "for dummies", con orari dettagliati (il massimo sarà alle 22:22, ma il fenomeno durerà oltre un'ora). http://www.meteoweb.eu/2018/07/eclissi-luna-27-luglio-rosso-sangue-pianeti-iss/1126708/ Se a quell'ora è abbastanza alta (così a mente non ho presente) dovrei vederla, yuppiiii! Se non altro da casa di mia madre, dove l'orizzonte è libero e si vede porprio la luna sorgere dalla pianura. (Ricordo che chi volesse gustarsi anche il passaggio dell'ISS -ce ne sarà uno più o meno in quella fascia oraria- può scaricare la bellissima app per smartphone "ISS DETECTOR": grautita e veramente precisissima, con tanto di possibilità di avviso sonoro cinque minuti prima del passaggio)
  13. Stella di Valyria

    Caro diario

    Caro diario, Appena sentito terremoto (magnitudo 3.3) con epicentro quasi qui sotto. Notare che sono, in questi giorni, tra i monti, al secondo piano di una casa in pietra (altro che cemento armato) costruita due secoli fa. Senza fondamenta, tra l'altro. Si prospetta una notte serena, gradevole e rilassata. Non é una bella sensazione, ecco.
  14. Stella di Valyria

    Commenti su film appena visti

    Mi associo alla grandissima. Tra i dieci film che amo di piú, sicuramente. Visto, rivisto e visto ancora. Visivamente strepitoso -quelle giacche rosse, che meraviglia, soprattutto nelle scene di massa: una gioia per gli occhi ed il cuore. Semplicemente perfetto sotto ogni punto di vista. Solo fintamente algido, anaemozionale; in realtá -almeno per come lo percepisco io- colmo di dolore. Nell'amarezza, terribile, del finale, ma non solo: in fondo, quasi in ogni istante. La "grande" scalata sociale di un essere umano che, in quanto tale, é condannato a rimanere piccolo. Perché l'essere umano é piccolo. Immensamemte. E altrettanto fragile, da spazzarlo via con un niente. Ribellarsi alla propria nascita, alla vita stessa, é una battaglia persa in partenza. E adoro Ryan O'Neal, non solo, per me, uomo bellissimo, ma soprattutto strepitoso nella sua espressione indecifrabile, di cinico distacco da tutto ció che non é il proprio ossessivo obiettivo. Un viso immutabile, una maschera su cui le storie e i dolori altrui scivolano come acqua sulla pietra, senza lasciare traccia. E la solitudine disperata di Marisa Berenson, come svuotata di se stessa, illusa e poi gettata via una volta usata.
  15. Stella di Valyria

    Scrivi tu che scrivo anche io

    Ancora io. Non so neanche se questo si può definire racconto. So che è nato da una riflessione mia ma, soprattutto, dalla splendida frase di un amico. Non so se quello che ho scritto valga qualcosa: probabilmente no, è solo un goffo abbozzo buttato giù di getto, troppo in fretta, e su una idea esilissima. La sola bellezza è nell'ultima frase... quella che appartiene, appunto, ad un'altra persona. POLVERE Erano partiti dal rifugio alle 4 del mattino, come al solito, cercando di non fare rumore per non svegliare quelli che, con in programma scalate meno impegnative, si sarebbero alzati un po’ dopo. Loro, i cinque di sempre: Luigi, Andrea, Gemma, Luca e lui, Mauro. Fuori, li accolse una notte tersa di inizio settembre. Il silenzio, rotto solo dai passi ovattati, che in quel primo tratto erano ancora smorzati dal fondo dell'esile sentiero polveroso, era così assoluto da dare al cervello, assuefatto ai rumori, una sensazione quasi straniante, come di sordità. La temperatura era già pungente a quell’altitudine ed a quell’ora, l’aria limpida, netta e tagliente come cristallo. Sopra di loro si spalancava vertiginosa la volta stellata percorsa dalla scia della Via Lattea che tante volte avevano guardato con commosso supore, sentendosi un nulla, una briciola pensante persa nell’immensità. Finchè, scalata dopo scalata, notte dopo notte, era diventata qualcosa di quasi familiare, per quanto si possa mai avere familiarità con l’infinito. All’aurora, già da molto entrati nella zona rocciosa, si erano fermati per mangiare qualcosa prima della parte più impegnativa, la scalata vera e propria, in cordata. Anche quello era quasi un rituale, un pretesto per assaporare il momento che, insieme a quello in cui sarebbero arrivati sulla vetta, era il più prezioso e magico di tutta la giornata. Si erano seduti uno accanto all’altro, volti verso la direzione in cui il cielo iniziava a bordarsi di un celeste più chiaro, rosato, come un promessa o una speranza. Luca era nel posto centrale. Quante volte avevano vissuto quel momento, nelle loro vite, loro cinque, tutti insieme? Si erano conosciuti a poco più di vent’anni, incontrandosi per caso in un rifugio. Erano con gruppi diversi, ma per qualche motivo avevano legato subito. Quel giorno era nato il loro gruppo, che esisteva ormai da... quanto? Quarant’anni? Erano silenziosi, quella notte che sfumava lentamente nel giorno. Ma non era una novità: da molto il tempo delle risate e delle chiacchiere infinite era sfumato adagio in un’età più quieta, composta; insieme alla consapevolezza di conoscersi talmente bene, ormai, da non aver più bisogno di tante parole, per stare insieme. Per sentirsi insieme. A un certo punto Andrea –il logorroico ed il profondo, quello che chiamavano “il filosofo” ma in realtà con ironia, riferendosi, più che alle sue strampalate citazioni di Pascal, alla serie di sciocchezze surreali ed esilaranti che diceva quando, al ritorno, alzava appena un po’ il gomito, e di cui poi lui stesso rimaneva tra il divertito e l’imbarazzato- aveva provato ad avviare una conversazione, ma nessuno aveva accolto il suo tentativo; le sue parole erano cadute nel vuoto, portate via dall’aria pungente e purissima. Quando il sole aveva illuminato i loro visi, Mauro aveva pensato a quanto fosse magico, commovente e insieme totalmente illusorio, falso, finto, quel momento. Quel momento in cui il sole sembrava sorgere per la prima volta al mondo, come se ogni cosa –le montagne intorno, l’aria ancora incontaminata dall’uomo, la vita stessa- fosse stata appena creata, proprio quella notte. Apposta per loro. Per te. Quel momento in cui il giorno che si ti si apriva di fronte come se fosse il primo al mondo, inventato apposta per offrirtelo, il miracolo solo tuo di un dono straordinario e di un valore immenso. Quante volte, a vent’anni, aveva rabbrividito di pura felicità, in istanti come quello? Quante volte, a vent’anni, ci aveva creduto, a quella promessa? Sì, appunto: a vent’anni. Poi, la vita ti cambia. Succede qualcosa che ti strappa il velo dagli occhi; e da quel giorno, da quell’attimo, niente è più come prima. Niente. Da tempo, in quel momento che una volta lo colmava di goia e gratitudine, davanti alla potenza imponente delle montagne, più che altro pensava che il pianeta abbia i suoi meccanismi di difesa ed autoregolazione. E che, quando sarà arrivato il giorno in cui l’umanità avrà esagerato, con sconvolgimenti ed inquinamento, il pianeta semplicemente se la scrollerà dalle spalle, come un elemento estraneo, un parassita divenuto troppo fastidioso. E, passato un tempo imprecisato -breve o lungo, non avrà alcuna importanza, se non ci sarà più l’uomo a misurarlo; perché il tempo è una necessità dell’uomo, che deve misurare la propria durata così effimera- tornerà la stessa di sempre. Pura. Immensa. Sana. Le loro bandane colorate contrastavano, ormai, con i capelli bianchi ed il pizzetto, ma le rughe fitte agli angoli degli occhi e la pelle scura, quasi bruciata, raccontavano una vita di consuetudine con quelle altitudini e quell’ambiente. L’aria rarefatta cominciava a farsi sentire, e il fatto di non avere più vent’anni, un pochino, anche. Ma erano vecchi animali da soma, stambecchi con due sole zampe finalmente nel loro vero mondo; fisici temprati da decenni di roccia e scalate: un po’ più lenti di una volta, ma più esperti, più forti e temprati e molto, molto più testardi. La presa era salda, la sincronia dei gesti assoluta. Ogni movimento era perfetto, eseguito mille volte da muscoli diventati macchine per arrampicarsi, privo della minima sbavatura o esitazione. Quando arrivarono sulla vetta, rimasero fermi e silenziosi a lungo, nel vento sferzante e tesissimo dei 3800 metri, che faceva gonfiare e sbattere le giacche a vento –rosso, giallo, blu, fucsia, celeste: la sola macchia di colore nell’immensità di pietra grigia già interrotta, qua e là, da chiazze candide di neve- per riprendere fiato. Sotto di loro, maestoso, possente, si dispiegava lo spettacolo da togliere il fiato del mare di cime minori, ripide, aguzze come lame. La bellezza eterna ed immobile. Enorme, soverchiante. Indifferente. Ancora una volta, amici da una vita, non avevano avuto bisogno di parole, per capirsi. E sapere che per tutti la stanchezza era in realtà solo un pretesto, una scusa per rinviare il momento. Fu Luigi, il taciturno, l’uomo deciso, quello che da sempre rompeva gli indugi quando diventavano dei vicoli ciechi, che raccolse la scatola di latta che avevano posato al centro del loro gruppo. Una scatola di biscotti, quei vecchi biscotti al burro dalla confezione tonda che una volta si trovavano in tutti i supermercati e che portavano sempre con loro, nelle scalate, quando erano giovani, ancora lievi e ignari della vita. Era stata una scelta precisa di Luca, in quel suo modo di essere che non sapevi mai se era dissacrazione ironica o sentimento dei più commossi e profondi. Se l’avesse detta a parole, quella cosa, l’avrebbe detta con il suo eterno mezzo sorriso divertito, e tu saresti rimasto a chiederti se stava parlando sul serio o scherzando. E, probabilmente, non l'avresti mai saputo. Luigi tacque a lungo, assorto, il viso come una maschera indecifrabile, come sempre. Nessuno sapeva quali sentieri solitari stessero percorrendo i suoi pensieri ed il suo cuore, in quel momento. Non lo sapevano quasi mai, del resto. Poi “Addio, Luca”, disse soltanto. La scatola passò ad Andrea. Aveva gli occhi lucidi, la voce gli tremava quando disse “Luca, compagno di cammino ed amico amato. Ti riconsegniamo alle montagne che ami. Al tutto da cui provieni, e a cui ritorni”. Ma le ultime parole non si udirono quasi perché la voce si spezzò a metà, si persero nel vento. Con un gesto goffo passò la scatola a Gemma. Goffo proprio perché era lei, Gemma. Nessuno avrebbe indovinato, nella donna di mezza età mascolina, il fisico tozzo ed i capelli bianchi, dritti, tagliati corti, senza nessuna concessione all’estetica, la bellezza quasi insostenibile che era stata. Tutti, nel gruppo, erano stati innamorati di lei, tra i venti e i trent’anni; tutti avevano fatto un tentativo. Inutile; tranne che per Luca. Era stata la sua ragazza per due anni. Nessuno aveva saputo esattamente perché si avessero rotto, a un certo punto; ma erano rimasti grandi amici, non avevano saltato una sola escursione insieme. Neanche quando erano in crisi, neanche quando si erano appena lasciati. E anche dopo, ogni loro gesto, ogni loro sguardo era sempre stato qualcosa di personale, privato, speciale tra loro due, colmo di complicità e affetto; di una dolcezza che né il tempo, nè altri compagni di vita ed altri amori avevano mai potuto anche solo offuscare. Gemma non disse nulla. Una lacrima le scendeva su una guancia; lei lasciò che scendesse. Per un attimo strinse la scatola così forte che gli altri pensarono che non sarebbe mai riuscita a lasciarla andare; invece si riscosse e la passò a Mauro. In realtà avevano chiesto a Gemma se voleva farlo lei, l’ultimo gesto: sembrava la cosa più giusta, a tutti. Ma lei aveva risposto “non me la sento”. Questo aveva dato loro, pienamente e nel modo più netto e duro, la misura esatta di cosa stava accadendo. Gemma che “non se la sentiva”. Gemma che, da giovane, se non ne avessero frenato continuamente le iniziative allegramente suicide, li avrebbe mandati cento volte a sfracellarsi in cordata in qualche burrone, proponendo i passaggi più difficili per puro divertimento e sfida, gli occhi che le brillavano come quelli di una bambina mentre insisteva “dai... sarà bellissimo! Solo per questa volta. Daaaai!”, o insistendo per fare la via Sud in condizioni meteo proibitive, che per il suo ottimismo incosciente ed ostinato erano sempre e solo “due gocce di passaggio”, anche se dopo dieci minuti si scatenava un diluvio di grandine e pietre che scaricavano dall’alto della parete. Così, era toccato a Mauro. Prese da Gemma la scatola e pensò a quanto appariva irreale ed assurdo, tutto quanto: era la cosa più ovvia del mondo, l’unica prevedibile, di tutta la vita; eppure mai lo avrebbero immaginato, quel momento. Trovarsi un giorno lì, trovarsi lui, in quel luogo tanto amato, con tra le mani una scatola ammaccata di biscotti danesi contenenti le ceneri di suo fratello. Chissà dove li avevano mangiati, i biscotti in quella scatola. Con quali discorsi scherzosi. Con quali risate. Eppure, si rese conto in quel momento esatto, che si sarebbe dovuto sentire colmo, straripante di dolore –e lo era stato, fino ad un minuto prima- ma, adesso, non lo era. Commosso, sì, profondamente, in ogni remoto angolo del cuore. Ma il dolore, quello, taceva, per la prima volta in tanti giorni. In tanti anni, forse. Lassù, al di sopra di tutto, lontano da tutto, a due passi da un Dio che tanto aveva cercato e sperato esistesse ma forse era solo una vana chimera, ma al cospetto di tanta pura, sterminata bellezza. Non sporcata dalla meschinità umana, trionfante e libera. Dio o non Dio, quello era un tempio, il suo tempio. La schiacciante, vasta, assoluta, indifferente bellezza del mondo, un'armonia che neanche la bruttura dell'essere umano è mai riuscita ad offuscare. Qualcosa che ci sovrasta, tanto grande rispetto a noi, formichine striscianti ed effimere; miracolo silenzioso ed immobile. Che esiste da sempre, prima di noi, e continuerà ad esistere quando ce ne saremo andati: un pensiero che gli faceva paura ma, insieme, lo confortò. Offrendogli un senso di distacco dalle loro piccole, insignificanti vicende, che sembrano tutto ma passeranno in un nulla, e di continuità. Di appartenenza a qualcosa di tanto più grande, colossale, eterno. Un "tutto" da cui lui stesso, Luca, tutti gli altri si erano distaccati solo per un momento, come curioso aggregato vivente di atomi e cellule, per poi ritornarci: e anche questo, in qualche modo, poteva essere il Dio che cercava, che aveva cercato per tutta la vita. Attese un momento in cui il vento fu ancora più forte, e poi aprì a scatola e ne versò, semplicemente, il contenuto. Affidandolo all’aria e al cielo; al tutto ed al nulla. E il vento sollevò la polvere grigia e se ne impadronì. Una parte si disperse subito, altra rimase ancora visibile per qualche momento, in mulinelli vorticanti e sempre più indefiniti, rarefatti e difficili da distinguere con lo sguardo, mentre suo fratello diveniva tutt’uno con l’aria. Luca, diventato nulla. Provò una fitta di dolore intenso, lacerante, feroce. Ma anche, accanto ad esso, ancora quell’improvvisa, sorprendente, sconosciuta, nuova serenità. E lì, in quel momento, con una vecchia scatola da biscotti vuota tra le mani e ben altro vuoto dentro il cuore, improvvisamente sentì che la vita era meravigliosa proprio perché era così breve, effimera, immensamente fragile; spesso difficile ed a volte colma di dolore. Che era sacra, e lo era in sé, semplicemente; indipendentemente dall’esistenza del Diotanto cercato ma in cui solo una parte di lui riusciva a credere. E che è la notte, che ti fa comprendere il giorno. “Ciao, Luca”, disse, semplicemente. Ma, dentro di lui, un’altra frase prendeva forma, senza che sapesse come, né da dove provenisse: “Le nostre vite sono finite, sono un aggregato di molecole con una durata limitata e una scadenza: ma, proprio per questo, siamo parte dell'infinito."
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