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Stella di Valyria

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About Stella di Valyria

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  1. Eh, in Italia abbiamo dei problemi con chi dice cose serie (o fa musica vera, o scrive strepitosamente) con un linguaggio umoristico: vedi gli immensi Pratchett e Moers, che qui si continuano a considerare scrittori per bambini (quando, oltre ad essere talenti enormi, per leggerli ed apprezzarli davvero si deve non solo essere adulti, ma spesso anche avere una buona cultura letteraria per coglierne le citazioni). Nella musica, mi sa, succede lo stesso: scegli di essere ironico e, anche se hai scritto un pezzo di storia della musica leggera italiana quasi creando un genere, ti bollano come robetta buona per farsi due risate, senza vero valore. Ma ero passata di qua per postare una canzone in cui mi sono appena imbattuta per puro caso. Una canzone e una cantante che sono un gioiello pressochè sconosciuto. Forse perchè la sua musica è troppo raffinata per essere popolare, forse perchè lei non ha vent'anni (finti), il seno rifatto coppa Z e il lato B tatuato similghepardo in mostra in 395mila foto. O forse, semplicemente, perchè è una artista che non insegue la fama: le basta fare quello che ama, e farlo bene. Non per niente Enrico Ruggeri, musicista serio e intelligente, l'ha sposata. Tra parentesi, oltre he autrice di canzoni e polistrumentista, lei è anche direttrice d'orchestra. Andrea Mirò.
  2. Ok. Ma sono sarcastiche? Perché già l' originale, cantata da Ranuncolo, nella versione italiana era atroce! Sembrava una parodia già quella Praticamente un salto all' indietro nei cartoni animati di 50 anni fa. Quanto sono lontane le meravigliose Rains Of Castamere, sob!
  3. Caro Diario, mi perdoni il post più egocentrico e ozioso (e di nessun interesse per chichessia) di tutto il thread? Fatto abbonamento Netflix e iniziato a guardare The Whitcher. Ma il viso di Ciri... è uguale a come ero io a quell'età (soprattutto quando non è acconciata da principessa. Non sono mai stata bella come l'attrice che la interpreta, eh. Ma quando è nei panni di Ciri ragazzina, la somiglianza è tale che, se facessi vedere una foto a mia madre, capelli a parte potrei spacciarla per mia). Solo che mia madre mi ha sempre fatto portare i capelli corti o quasi, anche se li avevo (bei tempi: poi si sono scuriti) mossi e biondo chiarissimo, uffa. E non ero così fine come portamento e fisico. . Ma viso e collo lungo, lineamenti e colori... no, ma è impressionante. Immaginate di vedere, sullo schermo di una serie TV girata dall'altra parte del mondo, e di avere la straniante sensazione di vedere sullo schermo un clone di voi un po' di decenni fa. Oltre tutto, è doppiamente strano, perchè quel viso mi è talmente familiare (e lo credo: l'ho visto per anni nello specchio; non solo: lo "indossavo" io) che mi sembra di vedere una persona conosciuta, non riesco a percepirlo come un personaggio di un racconto. E la cosa più disturbante è che quella persona conosciuta... sarei io. Che faccio cose che non ho mai fatto, al centro di una avventura fantasy. Strano, ma non è gradevole come si potrebbe pensare: tutt'altro EDIT se li avessi ora, dieci o tredici anni, potrei fare dei cosplay impressionanti: a parte il fisico meno slanciato, ma per viso e collo potrei tranquillamente fare la sosia. Questo sì che sarebbe fantastico!! EDIT @NonnoOlenno, ti ho scritto in pm
  4. Sto veramente cadendo nel banale (e nello sciatto: racconti, ammesso che meritino questo nome, scritti di getto e ciao). Ne avrei in cantiere vari, di ben altro impegno e, spero, spessore... ma sono stanca e non riesco nemmeno a pensare di metterci mano. Tanto, sono così a corto di idee che li rovinerei. Speriamo in tempi migliori, va. E nel frattempo, vai con la sagra della banalità. Solo per chi ha tempo da perdere: LE SCRIVERO’ UN RACCONTO “Avanti il prossimo”. La donna che entrò era grossa, sciatta, il viso segnato dagli anni che probabilmente non aveva mai conosciuto la bellezza nemmeno da giovane. Probabilmente neanche molto pulita, pensò; anche se ormai era rassegnato, per lavoro, all’idea di trovarsi molto vicino a persone non esattamente fragranti di rose e lillà. Lei si sedette sulla sedia o piuttosto ci si lasciò cadere sopra, goffamente, quasi sbuffando. Poi gli espose il suo problema, parlando con voce roca ed evitando il suo sguardo. La visita fu breve e l’esito immediato e banale, un piccolo polipo alle corde vocali: l’ennesimo caso di routine in una giornata particolarmente noiosa. Le lunghe sequenze di casi facili, come quel giorno, non richiedevano particolare concentrazione o sforzo mentale, ma rendevano le mattinate in ambulatorio quasi interminabili. La stava congedando –stretta di mano ma va be’, intanto indossava ancora il guanto di lattice- quando lei, per la prima volta in tutta la visita, lo guardò dritto negli occhi. “Posso offrirle qualcosa?”, gli chiese. Non si stupì: lo aveva pensato sin dall’inizio, che era un po’ strana, per non dire altro. Certo, a volte qualche paziente se ne arrivava con un regalo –e più che l’oggetto in se’, di cui non aveva bisogno, lo intrigava la storia che raccontava. Perché c’era veramente di tutto: dal vino pregiato al terrificante centrino all’uncinetto, che pure, immaginava, era costato decine di ore di lavoro; dalle confetture fatte in casa in barattoli riciclati dall’igiene altamente dubbia al salame accompagnato da un fiero “sa, lo facciamo noi!”, magari in dialetto, che gli riempiva lo studio di salumico -e assai poco professionale- olezzo per tutta la mattina- ma “offrirle qualcosa” era un’espressione insolita. Cosa intendeva? Un orrido aborto di caffè da trenta centesimi alla macchinetta, fuori in corridoio, con tanto di imbarazzatissimo obbligo di conversazione? “Grazie no, la visita è coperta dal ticket”, rispose subito, netto e chiaro. Ma la donna –grossa, trasandata, sottilmente sgradevole in un modo che in qualche modo imprecisabile ma netto, tangibile, andava oltre la sciatteria della persona e dei modi e la assoluta mancanza di avvenenza- rimase ferma davanti a lui. “Be’, allora le scriverò un racconto. Mi dica lei su che cosa” Ok, niente di strano: il paziente fuori di melone capitava, ogni tanto. Inconvenienti della professione. “Grazie, ma non si disturbi. La visita è coperta dal ticket, gliel’ho già detto. Buongiorno”. “Va bene”. La donna si decise ad uscire dal piccolo studio, finalmente, e raggiunse la porta. “Allora lo scriverò su di lei”, disse di spalle, senza nemmeno voltarsi a guardarlo, un attimo prima di sparire alla sua vista. Giorni dopo stava uscendo dallo studio dove riceveva privatamente, quando si sentì chiamare per cognome. Nemmeno un “dottore”: solo il cognome. Sgarbato, brutale. Si voltò e si trovò davanti lei, la donna sciatta di qualche giorno prima. “Tenga”, gli disse, quasi nello stesso momento in cui gli girava le spalle e se ne andava. Non gli aveva nemmeno dato il tempo di rifiutare, lui aveva chiuso la mano quasi per istinto, prima di trovare le parole o pensare qualcosa. Si era ritrovato lì come un idiota, in piedi in un parcheggio con in mano un quaderno logoro, vecchio, probabilmente risalente a qualche Upim o Standa chiuso vent’anni prima, con la copertina di plastica blu. Non sapeva nemmeno lui perché se lo era portato a casa. Aveva immediatamente pensato di buttarlo; ma poi, mentre con lo sguardo cercava invano un cestino, era arrivato un collega, anche lui appena uscito dallo studio. Avevano parlato, erano andati a bere un caffè e prima, inavvertitamente doveva avere buttato il quaderno in auto, insieme alla giacca che lo intralciava. E poi (altra azione eseguita meccanicamente e quasi inspiegabile) scendendo dall’auto doveva avere preso ciò che c’era sul sedile del passeggero, tutto insieme. Sicchè, entrato in casa si era accorto di averlo ancora in mano. E solo per una oziosa, a rigore incomprensibile curiosità autolesionista, prima di gettarlo nella pattumiera, quella sera, si era seduto sul divano davanti al camino acceso, senza nulla di preciso da fare o da voler fare –lei non c’era, non quella sera e forse nemmeno quella dopo: forse non ci sarebbe stata più, ad essere obiettivi- e lo aveva aperto. Alla prima pagina. Chi lo avrebbe detto, che sarebbe diventato un medico. Il suo sogno era fare altro. Non sapeva nemmeno lui che cosa: bastava che fosse “altro”. Non il lavoro di suo nonno, di suo padre; non quello che tutti si aspettavano da lui, la strada già tracciata da altri, già percorsa. Invece, era bastato un momento di debolezza, di distrazione –quante altre cose a cui pensare, quanto erano belle le ragazze, quanto c’era da vivere, a diciannove anni- e si era ritrovato a guardare il primo cadavere, nei seminterrati dalle piastrelle bianche illuminati da una luce tagliente come una lama che separava i due mondi, dei vivi e dei morti. Aveva sentito salire un conato di vomito, lo aveva rimandato giù a forza. Si sarebbe abituato, si era detto. E sì, si era abituato. Anche troppo. E l’abitudine è la tomba dei sogni. Non è possibile, si disse. E’ una coincidenza. Ma una sensazione sinistra gli corse lungo la schiena. Intanto, la vita scorreva. Ancora in quella fase magica, illusoria, in cui non toglie nulla e dà, dà solamente. E tu allora credi che lei sarà così per sempre, benevola, un dono dopo l’altro… povero illuso. L’indipendenza dai genitori. Le uscite con gli amici, le serate in discoteca, a bere, a fare l’alba in spiaggia o semplicemente – e non erano le più brutte, anzi- a parlare. Perché quante cose c’erano da dirsi, a vent’anni, quanto si era infinitamente lontani dalle conversazioni raffinate sul miglior Pinot Chardonnet o sul ristorantino di nicchia appena scoperto o, al massimo della trasgressione, sulla carriera sospetta di un collega. Dall’ironia pacata ed elegante, facendo ben caso a mostrare sempre il giusto, divertito distacco; dalle conversazioni tra coppie di amici in cui ognuno dava sfoggio di sé riuscendo a parlare una sera intera senza che venisse detto assolutamente nulla. Com'era tutto diverso, allora. Allora c’erano l‘entusiasmo, i sogni; c’era un mondo tutto nuovo, che sembrava appartenere solo a loro. Allora erano vivi. Era vivo. E viveva. Qualche canna occasionale, senza esagerare però sì perché bisognava provare tutto, perché tutto era vita. Le avventurette da poco e poi, un pomeriggio di ottobre, nella corsia di un ospedale che in un attimo si era fatta sfocato sfondo indistinto, quel trasalimento irrazionale, inspiegabile, sconosciuto, davanti allo sguardo improvviso di due occhi chiari. Occhi tra il grigio e il celeste, sorpresi quanto, in quello stesso momento, dovevano essere i suoi; occhi che forse erano amore. Erano seguite settimane di scaramucce, attrazione mascherata da antipatia, per vezzo, per gioco, più probabilmente per paura. Alcune uscite insieme, che non avevano portato a nulla. E poi, finalmente, parlarsi davvero, trovarsi. E il corpo di lei. Timido, dolce, impaurito; poi accogliente; infine avido, assetato, ebbro. Quel corpo prima assaltato con furia, poi esplorato adagio, alla fine conosciuto: finche era diventato noto, consueto, familiare, scontato. Talmente scontato da non interessargli più. Mentre la stessa cosa accadeva a quegli occhi chiari. E alla persona che li possedeva. Un brutto addio, affrettato, maldestro, aspro, le parole tutte sbagliate, davanti alla fermata di un tram. Il suo viso in lacrime dietro il vetro sporco e bagnato del 13 barrato che partiva e si allontanava nella pioggia grigia. E in lui, per un attimo, una fitta dentro. La sensazione di amarla ancora, terribilmente. Di avere fatto un enorme errore; di avere buttato via una parte di se stesso, la più preziosa. L’aveva ricacciata giù subito, a forza, quella sensazione; come quel giorno in sala dissezione. Non era possibile. Non. Era. Possibile. Non poteva, in nessun modo non poteva essere tutto così esatto. Eppure… eppure, lo era. Avrà parlato con qualcuno che mi conosce, provò a dirsi. Ma si rivelò un escamotage miserrimo, fragile come carta velina: sapeva benissimo che non poteva essere una spiegazione. Perché quelli non erano solo fatti, cose successe nella sua vita: erano emozioni. Sensazioni. Cose che aveva provato, sentito, nella carne e in un cuore che si era dimenticato di avere. Appena abbozzate, in quelle righe sintetiche ma precise, nette e spietate come il taglio di un bisturi. Cose di cui non aveva parlato con nessuno, non lo avrebbe mai fatto, non ne avrebbe nemmeno trovato le parole. Era una persona razionale; non credeva alle sciocchezze esoteriche o soprannaturali; non ci avrebbe mai creduto. Ma il quaderno era lì, reale, tra le sue mani. Il quaderno era copertina di plastica e vecchia carta stropicciata ed ogni cosa era solida, tangibile, vera. Non capiva come potesse essere possibile, eppure... eppure lo era. E intanto, eccolo. L’altro protagonista, l’invitato di pietra. Il tempo. Che giocava il suo eterno trucco da fiera, quello che ripete con tutti: sembra fermo e invece scorre veloce, implacabile. I giorni erano sabbia che scorre tra le dita, finchè ti ritrovi, incredulo, a contemplarti le mani ormai quasi vuote. Anni scivolati via. Lo avrebbe capito per la prima volta a trentadue anni, dopo una brutta giornata in cui tutto era andato storto, aveva ricevuto un richiamo sul lavoro per un errore non suo e per finire, nel parcheggio dietro l’ospedale, già con la chiave in mano, aveva scoperto che gli avevano rubato l’auto. Era di pessimo umore, insonne nel cuore della notte pensava, per la prima volta, in un registro diverso da quello suo consueto, lieve ed orientato al fare: e per la prima volta aveva percepito, forte e tagliente come una rivelazione, l’inganno del tempo. Oh Dio. Questo è troppo. Non è... non può... E’ follia. E’... E’… non lo so. Non lo so, e non voglio saperlo. Basta con questo incubo, qualunque cosa sia. Basta! Buttò il quaderno sul pavimento. Come se scottasse. Come sé, allontanandolo da sè, l’incomprensibile che conteneva potesse divenire meno pericoloso. Il quaderno dalla logora copertina blu cadde aperto, il dorso in alto, un foglio piegato a metà. Si passò una mano sulla fronte (e no, non aveva la febbre). Non sapeva cosa fare. Aspettò che il battichore si quietasse; interminabili, disorientati attimi vuoti di pensieri. Poi, non sapeva nemmeno lui perché, si alzò dal divano e lo raccolse. Cos’altro poteva fare? E, contro la sua stessa volontà, la fronte imperlata di sudore… proseguì. Egli scagliò via il quaderno. Si passò una mano sulla fronte (per inciso, non aveva la febbre. Cosa che lo agitò ulteriormente, perché avrebbe fornito un’ottima spiegazione a quanto gli stava accadendo. Razionale, comoda, perfettamente accettabile: davvero un’ottima spiegazione. Ma no, non aveva la febbre. Le spiegazioni importanti non sono quasi mai così a buon mercato). Poi, non sapeva nemmeno lui per quale motivo, forse per quella istintiva attrazione che, su alcuni di noi, esercitano proprio le cose che vorremmo sfuggire perché sappiamo che potrebbero farci del male, lo raccolse dal pavimento. Su cui era caduto aperto, il dorso in alto, un foglio piegato a metà. Era sconvolto. Lo era già prima, ma leggere di quest’ultima coincidenza –il quaderno gettato a terra e caduto esattamente come scritto nel quaderno stesso- per un attimo gli fece quasi mancare il respiro. Ma bisogna capirlo: certe rivelazioni non sono facili, tutt’altro. E non aveva mai immaginato che tutto di lui era già stato scritto. E forse non solo in quel quaderno, appena il giorno prima. Nel quaderno era scritto anche di un matrimonio in un sabato di marzo, pioveva, l’abito della sposa era troppo leggero, non adatto a quel tardivo ritorno di inverno. Di lei che, sorridente, cercava di conferire una qualche grazia anche ai brividi, al freddo che provava, come se fosse divertente, mentre fremeva di rabbia e delusione ed era sull’orlo delle lacrime, per quello che doveva essere il suo giorno perfetto. Sarebbe finito male, come tutte le sue storie fino ad allora (non avrebbe esattamente aiutato il fatto di averla tradita, in successione, con due infermiere e una collega, ma anche lei gli aveva reso il favore); ma in quel momento, in quel giorno, voltandosi ogni tanto a guardare il profilo di lei che sorrideva mentre rabbrividiva nell’inverosimile, fuori luogo abito senza maniche, lui ci credeva davvero. E si sentiva così sicuro del futuro. Così felice. Un’ondata di nausea lo travolse. Come quel giorno all’università, ma cento volte peggiore; perché adesso non bastava stringere i denti e rimandarla giù: adesso, non aveva la minima idea di cosa fare. Non avevas la minima idea di niente. Né idee, né pensieri: solo incredulità, stupore. Sudore che scorreva sotto la camicia, colava lungo la schiena. E un presagio che gli dava il panico. Sì, era così. Tutto, di lui, era già stato scritto, prima ancora che lo vivesse. E molto è in questo quaderno. Anche la data della sua morte; il giorno e l’ora. Sarebbe avvenuta Era arrivato al fondo della pagina di destra, dove la frase si interrompeva per proseguire nella pagina successiva, implacabile. E ormai lo sapeva: sarebbe stata esatta. Inesorabile. Perché tutto ciò che aveva letto fino a quel momento era a sua vita, era... era lui. Perché per qualche motivo assurdo, in quel quaderno da niente, dalla dozzinale, brutta copertina di plastica blu, in quelle parole scarabocchiate con una grafia disuguale, sgraziata, quasi da persona che fa fatica a scrivere, c’era la sua vita. C’era LUI. Aveva il respiro affannoso, sentiva i capelli incollati al collo dal sudore. Cosa faccio adesso? si chiese. Volterò la pagina? No, si disse; no. Guardò il quaderno, di taglio: dopo quella c’erano ancora vari fogli. Non tantissimi: la metà era passata da un pezzo -quello lo colse subito, con una sensazione sgradevole e improvvisa all’altezza dello stomaco che proprio lui, medico, non avrebbe saputo descrivere o identificare- ma ce n’erano. Ed erano sgualciti come il resto del quaderno, impossibile capire se fossero scritti o no. Voltare quella pagina e sapere che vivrai ancora quarant’anni, che morirai anziano. Forse, chissà, che le pagine sono molte perché la tua vita sarà rada di eventi; forse, per il poco che si può, con l’amara, incompleta serenità di una vita vissuta appieno, ancora disperatamente, ferocemente bramoso di vita. O compiere quello stesso infinitesimo gesto per scoprire che ti restano dieci anni. Cinque. Uno. No, si ripetè; no. Non avrebbe mai compiuto quel gesto. Non avrebbe mai saputo. Eppure, che follia quell’urgenza che pure sentiva dentro, di andare avanti, di finire la frase. Di squarciare il velo che copriva il futuro, e guardare oltre. No, disse ancora a se stesso. No. No. No. Gettò ancora una volta il quaderno sul pavimento, ma con più rabbia, più paura, più disperazione. Desiderando che potesse disintegrarcisi contro, andare in mille pezzi come un soprammobile delicato, affondarvi e sparire alla vista come in acque fangose e scure. Dopo un tempo lungo o forse brevissimo, lo riprese; muovendosi in fretta, per negarsi il tempo di cambiare idea, il cuore all’impazzata come un animale nel puro terrore, lo afferrò e lo lanciò nel camino, nella fiamma che bruciava vivace. Mentre le pagine si accartocciavano crepitando e venivano distrutte per sempre, si abbandonò sul divano come un peso morto, ansimando, e si passò una mano sulla fronte sudata, ora gelida, mentre il batticuore aumentava ancora. Anche la pagina dopo, quella che aveva scelto di non leggere, stava per bruciare. Il quaderno cadendo nelle fiamme si era riaperto, al punto in cui lo aveva lasciato. Mentre il fuoco, che aveva già accartocciato e fuso la brutta copertina di plastica, faceva il suo lavoro, per un brevissimo attimo il foglio di destra, accartocciandosi, si sollevò, e ciò che era scritto nella pagina dietro divenne leggibile, anche se lui, occhi chiusi per non vedere mai più quell’impossibile, maledetto quaderno, non lo vide. Su di essa, in alto a sinistra, un’unica riga. per un infarto, subito dopo aver gettato il quaderno nella fiamma del camino. **** La luce nuda e bassa della lampadina sospesa al solo filo elettrico, senza lampadario né paralume, ebbe come un calo di tensione, un’interruzione brevissima. Era durato un attimo, quasi impercettibile, infinitesimo. La donna grassa, sciatta, sprofondata sul divano scassato nella stanza piena di oggetti ammassati alla rinfusa lo notò comunque: era abituata a cogliere certe piccole anomalie, i segnali minimi, appena al di qua della soglia dei sensi. “L’ultima riga è arrivata”, pensò. Rimase lì a fissare il vuoto, o un punto imprecisato nel caos di scatoloni e sacchetti di plastica davanti a lei, come prima. Non si sentiva in colpa, non più. “Non sono io che creo le storie. Io le scrivo soltanto.”, disse alla stanza, al silenzio, al nulla. La luce della lampadina -ma era davvero una lampadina?- era tornata normale. Una luce fioca ma dura si rovesciava sulla donna e sulla stanza -ma era davvero una stanza?- avvolta in un silenzio assoluto, al centro della notte e del buio.
  5. Considerato il tempo enorme dedicato non tanto alla lettura e rilettura di ASOIAF e alla visione di GOT, ma a quanto ho riflettuto su personaggi e significati, nonché a un migliaio di post di analisi scritti qui sul forum (che ora, finito, per esasperazione, l' innamoramento per il mondo di Martin, vedo come un' enorme mole di tempo perso) e varie migliaia di post letti, direi che di libri ne avrei letti tra 50 e 80. Per non dire che al posto di ASOIAF avrei potuto affrontare finalmente Infinite Jest, di cui dicono sia più un' esperienza di vita che una lettura, che da anni ho in casa ma la cui mole (é impegno) mi spaventa. E rimpiango di non aver fatto questa scelta, invece di abboccare all'anno di un' opera -ASOIAF- tanto splendida quanto inconcludente. Questo é il mio pensiero personale: liberi di non condividerlo, ma rimane ciò che penso, ora, di Asoiaf.
  6. Mi hai tolto le parole di bocca. Un' estate a leggere i libri, tutte le serie di GOT, circa due anni a scrivere un migliaio di analisi dei personaggi qui nel forum é pensare a loro per un terzo delle mie giornate... Per poi ritrovarmi con un pugno di mosche e la sensazione di uma colossale presa in giro da parte di un riccone che non ha più alcun rispetto per i lettori a cui deve proprio la fama e il denaro in cui ora si crogiola. Quanti bellissimi altri libri avrei potuto leggere, in tutto quel tempo, se non avessi mai deciso di entrare nel mondo delle Cronache? Nessuno come ASOIAF, ok, quello é un unicum. Ma avrei comunque letto decine o centinaia di libri, alcuni splendidi. (Avrei persino potuto affrontare Infinite Jest, che da anni ho in casa ma non oso iniziare a causa della mole)
  7. Se ampliasse ancora la trama, George non sarebbe più uno che ha fatto male i suoi conti e si é gestito male, pensando di poter legare uno o due decenni della propria vita futura alla stessa opera, come dicevo nel post precedente: sarebbe un pazzo che crede di vivere in eterno! Mi aspetterei la chiusura di (poche) sottotrame minori (come ha chiuso l' evitabilissimo Quentyn), è quelle maggiori lasciate, ancora una volta, in pieno cliffhanger. Ma parliamo di un libro che, intanto, non uscirà mai...
  8. Preciso che per me non è questione di "odiarlo". Capisco che possa aver fatto un calcolo sbagliato, diluendo così gli ultimi due volumi e mettendo, quindi, un'enorme ipoteca sulla sua vita futura, come scrittore e come persona. Può non essersi reso conto che, coi decenni, interessi e gusti cambiano, si possono aprire nuove prospettive professionali (il suo recente successo come sceneggiatore). E, anche, che col passare degli anni la creatività diminuisca. Ci sono eccezioni anche notevoli, nella letteratura, e molte; ma se pensiamo alle persone comuni, moltissime a 70 anni non hanno più la creatività che avevano a 20, 30 0 40. E quasi tutte si stancano molto più facilmente, anche nei lavori mentali. Non so voi, ma io la sto proprio sentendo, questa perdita di creatività, e non ho certo l'età di George. Le cose che mi permetto di rimproverargli, quindi, sono due. La prima -ma non è un vero rimprovero, è un errore che sarebbe potuto accadere a molti- è di avere fatto una scelta sbagliata dilazionando così l'opera, immaginando che lui stesso ed il suo mondo sarebbero rimasti immutati per decenni: a priori, un'enorme ingenuità. Scelta strana e rischiosa, quindi, ma rimane nella sua libertà di artista e di essere umano. La seconda, è di continuare a dare pseudo-informazioni che puntualmente si rivelano sbagliate, date che non rispetta eccetera. Di illudere i lettori che hanno adorato ASOIAF. Lo dica chiaramente: che è in crisi, che ha cambiato interessi, che è stanco, che non ce la fa, che ha perso la passione che lo animava o la mano felice nella scrittura; o che non gli importa più . O che, più semplicemente, che ogni tanto scrive un POV, ma con la massima calma e solo quando non ha altro da fare, e quindi TWOW uscirà quando capiterà e se capiterà. E' per questo susseguirsi di promesse non mantenute e scadenze fasulle, che mi sento in diritto di criticarlo: questo è prendere in giro i lettori, oppure non riuscire a riconoscere, davanti agli altri e/o a se stesso, che qualcosa è cambiato e ASOIAF si è incagliato alla grandissima. P.s. Pensare che alla promessa "se non lo avrò finito entro il Comicon (mi pare), vi autorizzo a venire ad arrestarmi e mettermi a pane e acqua" eccetera... ci avevo creduto. Ormai George è come i bambini, quando fanno finta di essere pentiti per qualcosa e ti assicurano che non lo faranno mai più, mentre nella loro testa pensano "appena non mi guarda lo rifaccio": tii ha già bidonato cento volte, eppure certe volte sembra così sincero...
  9. Ma se aveva persino detto che avrebbe approfittato del lock down per dedicare tutto il suo tempo a TWOW... Quest'uomo poteva essere il più grande scrittore di "fantasy realistico psicologico" del mondo, ma tanti saluti, dato che il suo capolavoro è un'opera incompiuta. Ma se voleva essere il più grande in qualcosa, ci sta riuscendo: il più grande bugiardo patologico del mondo. Con tutto il rispetto, George: ma vaffaunbagno, oh. Parlando tra il serio e il faceto, a questo punto, sarebbe molto più onesto, da parte sua, fare una delle seguenti dichiarazioni: - vi ho mentito. TWOW è a buon punto, anzi, ottimo: sono già a pagina tre! - non mi importa più un picchio di ASOIAF (motivo a scelta: agli esordi volevo scrivere soggetti per la tv, dopo il successo di GOT ci sono arrivato e col picchio che torno ai libri; a scrivere serie tv lavoro di meno e mi pagano di più; mio zio ha l'otite ecc.) - ho complicato troppo le cose e adesso, con 4584 personaggi in sospeso, non ho la più pallida stramaledetta idea di come venirne fuori. - ho tardato troppo, presumendo troppo su me stesso ed i miei tempi avevo rivelato il finale a grandissime linee a D&D, così la serie mi ha bruciato i colponi di scena su Jon e parte del finale, e ora non ha più senso faticare per scrivere qualcosa che a grandi linee tutti sanno già / è grottesco ed impossibile, per uno scrittore, impegnarsi in qualcosa che dovrebbe generare sorpresa e stupore sapendo che non si stupirà e sorprenderà nessuno - invecchiando si cambia, la creatività diminuisce: avevo un fantastico piano in mente ma non riesco più a renderlo plausibile perchè non scrivo più come una volta - Scusate ma ne ho piene anche quelle di riserva, di Jon, Cersei, Sansa e banda. Me ne sono rotto, ciaone - Sapete cosa? ho aspettato un po' -giusto una decina di anni, insomma, un attimo- e ho dimenticato come doveva finire! Da morire dal ridere, eh? (Tranne che per Penny: quella la ricordo benissimo. A qualcuno interessa il finale di Penny, con suo POV? Ecco: potrei fare un seguel su Penny! Un prequel! Una serie! )
  10. Link ad articoletto sul dietrofront nella percezione della nostra immagine all' estero (dopo che hanno provato sulla loro pelle cosa significava avere il Covid in casa, e quanto erano bravi, loro, a contenerlo): stampa USA: (Anche se, imho, equilibrio mai, ora cadono nell' errore opposto: non é vero che negli ospedali non ci sono quasi più pazienti Covid (ho un Covid center a 200 metri da casa, magari fosse vuoto). Non é vero che la situazione é sotto controllo (i nuovi casi aumentano, lentamente ma costantemente, i negazionisti impazzano, i 20 indicatori, secondo un articolo che purtroppo non vi so linkare perché l' ho letto giorni fa, secondo voci non ufficiali ma autorevoli (associazione Gimbe?? O qualcosa di simile) sono rimasti sulla carta, e visto che le precauzioni, almeno dove vivo io, sono prossime allo zero, temo che i 1300 casi odierni della Francia divtebbero farci riflettere molto più di quanto non facciamo.) https://www.repubblica.it/esteri/2020/08/01/news/nyt_da_paria_globale_a_modello_di_contenimento_virale_l_italia_da_lezioni_ai_suoi_vicini_e_agli_stati_uniti_-263418979/amp/
  11. @Neshira: concordo. Noi ci siamo mossi con un ritardo che mi faceva fremere e indignare (in un mese di stato di allerta, prima del cosiddetto caso 1, gli ospedali non avevano non dico potenziato le terapie intensive, ma nemmeno fatto scorta di mascherine. A un mio amico, medico ospedaliero, quando queste erano amcira introvabili nei negozi, l' ospedale ne passava...una a settimana. Ed era una misera mascherina chirurgica, di quelle usa e fetta, da buttare via dopo tre ore. Mandavano i medici a morire, e poi scaricavano su di loro la responsabilità chiamandoli "eroi". No, caro Stato: eroe é chi sceglie deliberatamente di sacrificare la vita. Loro -soprattutto quelli rientrati dalla pensione e poi morti come cani dopo 3 mesi- erano persone splendide, generose, altruiste, disposte a correre un grosso rischio, ma che lo Stato aveva il DOVERE di difendere e mettere nelle condizioni di lavorare con la massima, seppure relativa, sicurezza, non mandarli allo sbaraglio, come -é uma tradizione italiana, a quanto pare- soldati nell' inverno russo con gli stivali con suole di cartone- e poi versare due lacrimucce ipocrite sulla loro tomba). Eppure rispetto ad altre nazioni siamo ancora stati campioni di rapidità, lucidità ed efficienza (il che é tutto dire). Se penso al politico UK, forse Johnson in persona, che quando ci siamo decisi al lock down (in realtà blando, incompleto e pieno di eccezioni, tipo quella incomprensibile dello jogging, ma che ci ha tirato fuori dalla fase più tragica), ci sfotteva perché "per gli italiani qualsiasi scusa é buona per fare la siesta"... (Tra l' altro siesta é terminologia da messicani: ma messicani, italiani... Manco li distingueva. Due popoli disprezzati allo stesso modo dagli stati vip). Non ci chiederanno mai scusa, per quella affermazione, per le mappe con le frecce che partivano dall' Italia e andavano ad infettare il mondo (quasi tutte nazioni che avevano già il Covid in casa da almeno un mese, e alcune lo sapevano benissimo). Però, se la nostra nazione non fosse ridotta ad elemosinare aiuti economici e quindi non nelle condizioni di poter dire pane al pane e vino al vino, ci sarebbe da esigerle, quelle scuse che, soprattutto da parte di Germania, UK e USA, non ci sono mai state.
  12. @Rahegar87Beato te! Noi non siamo una località turistica, però siamo una cittadina con una tradizione (chissà perché, poi) di movida, piena di bar e ristoranti. E pur non avendo mare né niente, l' atmosfera generale é diventata un po' quella: assembramenti senza,nessun risoeto della distanza minima e sbracamento totale. E così siamo al secondo focolaio in un mese abbondante: prima una cena (suppongo al chiuso) in cui si sono infettati quasi tutti, e ora un focolaio in una casa di accoglienza. Più un vicino di casa di un mio amico (non sto riferendo voci alla "un amico di mio cuGGino": un amico reale, che sento al telefono ogni giorno) che sta lottando tra la vita e la morte in ospedale, e probabilmente, purtroppo vincerà la seconda. E la moglie era appena uscita da un cancro... E costui non ha nulla a che fare con nessuno dei due focolai, non é giovanissimo ma nemmeno anziano: dimostrazione che qui il maledetto virus circola e sta benissimo. Del resto, nelle cittadine poco più grandi della mia, in questa provincia, é un periodo felice, una specie di tregua: ci sono 1 o 2 casi, spesso nessuno. Noi siamo a 25 (a cui aggiungere buona parte di un gruppo che, convocato per il tampone in quanto contatti di caso, invece si sono resi irreperibili e continuano a circolare liberamente).
  13. @Manifredde Sì, caldo micidiale. Scusa, ma forse non ti hanno dato un gran consiglio. Mettere il condizionatore a casa già arredata è una seccatura, sporca abbastanza (almeno, da una mia amica che lo ha messo hanno detto che non avrebbero sporcato e poi invece hanno riempito di quella malefica polverina finissima, di mattoni trapanati, che non si toglie manco con l'aspirapolvere). Molto meglio, secondo me, installarlo ad alloggio vuoto, e mentre si è lì, prima di tinteggiare (o quando si hanno ancora gli avanzi della tinta che non hanno ancora cambiato colore, per eventuali ritocchi). Non sai quanto ho rimpianto (e rimpiango) di non averlo fatto! Quest'anno, sapendo che per motivi familiari non mi sarei mossa un giorno da casa (altro che vacanze), ho comprato una specie di Pinguino. Provato oggi, con grandi aspettative: ma casa mia non è adatta a una sistemazione "standard", quindi ho ripiegato mettendolo in veranda, che è caldissima. E lui funzionerebbe benissimo, ma se lo metti con un tubo lungo, come ho dovuto fare io, il principio non ha molto senso: davanti raffredda, e raffredderebbe tanto, ma il tubo di fuoriuscita dell'aria è caldissimo... e quindi davanti raffredda la stanza e dietro scalda la veranda. Ma avendo la porta finestra aperta, perchè il condizionatore è in veranda (il tubo è lungo , ma non abbastanza per avere condizionatore dentro la stanza e tubo fuori), l'aria riscaldata dal tubo entra in casa. E l'effetto è quasi nullo. L'avessi messo fisso quando era il momento, accidenti! E per i prossimi giorni prevedono temperature ancora più alte Vojo mio alloggetto in montagna, a 1700 metri, su un laghetto bellissimo!!! (il massimo e che ce l'ho, ma non posso andarci, manco mezza giornata) Ah: e la ventola del mio condizionatore -che mi sarebbe utilissima per "sparare" l'aria fredda nella stanza, cambierebbe tutto- si regola solo da telecomando. Che... non funziona. E il qui presente genio ha buttato la garanzia, pensando "Se il condizionatore non funzionasse, pace: tanto non riuscirei mai ad imballare questo coso che pesa 25 chili!" . Chi lo pensava, che a non funzionare sarebbe stato un piccolo, spedibilissimo telecomando ! P.s. @Maya, dei qualsiasi cosa si tratti, mi dispiace!
  14. "Molti italiani indossano la mascherina anche all' aperto", dice l' articolo. Ci saranno zone in cui la gente ha più senso civico che qui da me... La mia cittadina purtroppo é un focolaio, salita alla ribalta,in questi giorni, dei notiziari nazionali. Eppure a portare la mascherina all' aperto (perché non si sa mai in che situazione ci si può trovare, e perché potrei tossire o sternutire e, anche se penso di essere sana, nel dubbio non vorrei farlo in faccia a qualcuno, né che qualcuno lo facesse a me) sono quasi solo io. Giorni fa, su centinaia di persone viste in giro, con la mascherina eravamo in 5 (di cui due africani, su cui spesso si hanno pregiudizi). Se la sera faccio due passi con un amico, a portarla -sempre per la questione sternuti, che ogni tanto capitano, causa allergeni da zona agricola, e anche per i trasferimenti in auto, perché nessuno dei due può avere la certezza di essere negativo- siamo soltanto noi. Non so: molto articoli - compresa intervista a Fauci- esaltano le grandi precauzioni che l' Italia sta prendendo tuttora. Ma io vedo solo movida, commessi e clienti dei supermercati con la mascherina sotto il mento e anziani seduti gomito a gomito sulle panchine, senza mascherina nonostante la distanza ravvicinata, il lungo tempo di contatto e la vulnerabilità. Credo che nell' informazione estera si sia passati da un' esagerazione all' altra (forse per senso di colpa?): prima, Italiani sporchi untori del mondo (quando ora é ampiamente dimostrato che quasi tutte le grandi nazioni avevano il virus in casa prima di noi, talvolta inconsapevoli, talvolta consapevolissime. E noi in particolare lo abbiamo ricevuto dalla Germania. Che sapeva di aver già avuto 3 casi, rilevati con tamponi, ma aveva tenuto la notizia per sé. Noi, semmai, siamo stati i primi ingenui e/o onesti che, appena individiato un positivo, lo hanno comunicato al mondo). Ora che siamo allegramente tornati allo sbracamento totale, siamo gli Italiani virtuosi. Boh.
  15. É una scemata, ma é nata dopo tutte le cretinate complottare che ho sentito (secondo uma mia vicina di casa il virus -artificiale, ovvio-l' ha creato il Governo per risanare l' Inps ed uccidere i pensionati. Che per diffonderlo l' abbiano "presa un po' larga" partendo dalla Cina e infettando tutto il mondo, e che il virus stesso ci abbia portato sull' orlo della bancarotta e forse oltre, per lei sono dettagli senza importanza. E cercava pure di convincermi. Mentre parlava mi prudevano le mani, accidenti!) Non ho certo voglia di scherzare su una tragedia simile e non sto scherzando: é solo un modo più blando dei miei soliti per esprimere la rabbia, l' esasperazione e l' amarezza. Scusate il fanalino moralista, ma é quello che penso. INNO DEL COMPLOTTARO NEGAZIONISTA Dammi la scienza: per me é una scemenza Dammi un complotto: ci godo col botto. Con me la logica é merce sprecata: Lo so senza ascoltarti che la tua tesi é sbagliata. A chi é scienziato, virologo, esperto metto davanti l' idraulico Berto A chi ha studiato una vita un vaccino faccio pernacchie: sa più mio cuggino Più la spiegazione é assurda e contorta Più me la bevo, ne faccio anche scorta. Non é naturale, lo han costruito: se il virus esiste, a qualcuno é servito Al Governo, alla lobby dei disinfettanti ai Rettiliani, a Bill Gates, tutti quanti!!!!1!!!111!!!!11! Il vaccino ti uccide, il virus fa bene se dici il contrario é perché ti conviene Il Corona é una bufala, ci hanno mentito se io non l' ho preso non é mai esistito Perché io so' furbo, so' figo, so' scaltro: i libri son ba**e, la vita é tutt'altro L' ho letto su Féisbuc, l' ha detto mio zio Ma soprattutto fa al comodo mio: Perché dividere e polemizzare é molto più facile che unirsi per fare.
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