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Manna

Vikings

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La sua fine è il poetico realizzarsi di quanto ella aspirava per gli ultimi frammenti della propria esistenza: divenire una persona comune, slegarsi dal mito che ella rappresentava nell'immaginario collettivo, seppellire scudo e armatura ed essere solamente una donna in là con gli anni, stanca e piena di cicatrici interiori. E per quanto Lagertha abbia fallito nel realizzare tale proposito in vita, vi riesce invece al suo culmine. Ella si spegne nel buio, con il tamburellare della pioggia sul suo corpo martoriato e su un terreno fangoso, fondale dei suoi ultimi respiri, sporchi e dilaniati come il suo giaciglio finale. Perfino il suo volto è solamente illuminato da qualche lampo sporadico, come se perfino gli Dei dovessero evitare di riconoscerla, come se Thor battesse il suo martello nell'alto dei cieli solo al fine di concederle l'anonimato; tuoni a coprire il suono dei lancinanti lamenti, tempesta e buio a renderne irriconoscibile il bellissimo quanto segnato volto. Finanche i cieli, la natura stessa, si ribella ad una così dilaniante morte, ad una separazione così netta e brutale, ad un addio a cui essa stessa non era pronta. Così il cielo si ritrova a piangere e a commemorare una natura che si ritrova parimenti a poter accarezzare quella creatura ormai morente e un tempo parte di essa solo mediante la pioggia battente che incessantemente si propaga su di lei, concedendole un ultimo bagno, una lavanda che porti via i suoi peccati e le sue sofferenze e la purifichi per sempre. In quell'istante tutte le esistenze, il mondo stesso, sono lì a magnificarla, a tributarle onore nelle forme più impensabili. Non c'è la paura, ma lo spegnersi di una candela che ha illuminato e avvampato chiunque con la propria calorosa fiamma, che ora si è però spenta del tutto nella tenebra. E' proprio in quel buio che tutto ciò avviene, e Hvisterk la tiene tra le braccia come il riconfigurarsi di una distorta immagine della Pietà. E anche in quegli ultimi istanti non c'è tristezza, ma un senso di sollevamento, quasi di gioia, il fremere dalla consapevolezza che di lì a poco si sarebbe ricongiunta con l'indimenticato Ragnar e tutto il dolore provato nella sua vita sarebbe stato cancellato, così come i suoi fallimenti e le sue ferite. La sua uscita di scena è magnifica nella sua forza di causare dolore, nel suo essere così irrimediabilmente struggente e significativa. Chiunque abbia amato visceralmente Vikings è in lutto, ora.

 

E comunque, al di là di tutta la lettura approfondita, c'è da considerare quanto accadrà ora nel post-mortem e il come Bjorn reagirà a quanto successo.

Non solo i Ragnarsson vs Ivar, ma Bjorn vs Hvisterk, Ubbe vs uno dei due, tutti contro tutti. Fratello contro fratello.

Proprio come nella profezia del Ragnarok, un Ragnarok sempre più vicino.

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Non ha paura Lagertha certamente .

Ha vissuto non una vita ma tante vite e non da persona normale .

Ha sofferto moltissimo più che fisicamente moralmente ma è sempre andata avanti fiera ,forte e coraggiosa .

Ma non si può essere fieri ,forti e coraggiosi all’infinito specie dopo la morte del vescovo che era stato il suo ultimo amore sfortunato tale morte la aveva segnato nel profondo .

Decide che avrà meno problemi se diverrà una donna anonima che cerca di vivere serenamente magari con i nipotini ,la parte finale della sua vita .

Bellissima è la scena in cui seppellisce la spada e giura di non usarla più convinta della sua decisione .

Ma deve tornare ad essere una grande guerriera perche’ ha un senso del dovere fortissimo e perché deve proteggere i nipotini  ,cosa che peraltro le riesce solo al 50%.

E diventa preda di grande amarezza ma accumula una grande forza dentro e sprigiona tutte le sue ultime energie in una esplosione di rabbia adrenalinica nel combattimento contro capelli bianchi che la prosciuga di ogni energia vitale e Gunnhilld che la omaggia con grande ammirazione lo capisce .

Nondimeno compie il suo dovere fino in fondo pur essendo ferita ma davvero e’ allo stremo ,stanca ma non sfiduciata ,non domata ,non oppressa o manipolata ,è , dopo il duello che ha vinto ,una donna libera da ogni legame terreno che al momento ha la mente solo rivolta ai suoi legami più importanti ,ella desidera unirsi a loro e accoglie la morte come una liberazione che forse cercava da tempo 

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Vikings 6 x7

Patto di ghiaccio

 

Puntata per me bellissima,struggente ricca di un pathos intensissimo che coinvolge in pieno lo spettatore grazie a scenografie dolentemente impressionanti ma perché no anche a dialoghi e situazioni mostrate di estrema efficacia nel trasmettere tutto il dolore provocato e vissuto per  la morte di una donna unica e insostituibile almeno nella memoria di chi ha avuto l’onore di conoscerla e la gioia di essere a lei affine ,non solo parente stretto/a.

 

 Lagertha la più grande shield-maiden di tutti i tempi,ma anche vera donna in toto,madre ,amica, supporto fisico e morale di tutti coloro che amava ,certamente rispettata da tutti nemici in primis , giace morta coperta di ghiaccio.Grande è lo sconcerto di Ubbe e grandissimo è il dolore di Ubbe che la rispettava moltissimo.

Ergo lui cerca l'assassino ed ha una visione del solito indovino che gli dice “Camminerò  verso l’eternità rimanendo fedele a me stesso ( come Lagertha in fondo) e dico quello che vedo: Ivar è colpevole e innocente come tutti noi che ci dirigiamo verso il Valhalla.A tale proposito colpisce la fede di Torvi nelle gioie del Valhalla riservate ai valorosi, ma si capisce che molta forza,molto coraggio, molto senso di appartenenza di un popolo dipendono da questa fede che si avrà in tanti dei a seconda dei paesi ma che unisce e rende forti e costruttivi per  il proprio futuro e quello della proprio paese che deve progredire sempre.E allora Dio non è un male come pensano coloro che vivendo malissimo nelle tenebre della loro (in)coscienza sanno solo  crearsi alibi per la propria vuota infelicità.Ecco la fede di un popolo forte sia pure basata su riti arcaici anche di sacrifici umani, non accettabili oggi,ovvio,colpisce perché da forza e vitalità ad un popolo per giunta guerriero e fiero.Torvi : Lagertha non te ne andrai mai perché sarai sempre nei nostri cuori”.Verissimo

Dei miracoli e dei desideri

Abbiamo poi uno stacco sulla vicenda di Ivar che vorrebbe un miracolo per se stesso , quello di essere sano e poter camminare mentre la spudorata moglie di Oleg desidera un bagno caldo nuda nella neve ghiacciata con il suo fiato che crea vapore avvolgente.Ovvio tutto per far eccitare il marito ma soprattutto Ivar che sembra incantato da lei.Invece come desiderio Oleg dice di voler tornare nel grembo della madre senza inizio e senza fine perchè noi rinasciamo in continuazione.Poi Ivar incontrerà un emissario di Dir che gli dice che Dir gli sarà fedele.Ivar riporta questo al principino che sembra suo complice nella congiura per spodestare Oleg,mah.

 

Funerali di Lagertha

Si torna ai funerali di Lagertha che deve essere accompagnata nel suo viaggio verso il Valhalla non da una schiava,ella merita ben altro, e cioè che una donna libera,per libera scelta di amore e rispetto ,si offra in sacrificio.Grande botta di adrenalina quando Torvi si offre  mostrando tutto l’amore ed il rispetto nutrito per Lagertha,credo che sia importante in certe circostanze estremamente drammatiche mettersi in gioco per mostrare i propri pensieri,il proprio affetto,il proprio amore.Torvi lo fa ma ovviamente non è padrona di se stessa perché aspetta un figlio e Gunnhild la convince a desistere.Siccome in molte hanno deciso di morire per Lagertha allora decideranno gli dei.Altra scena drammaticamente impressionante è appunto quella in cui un corvo viene lanciato in aria perché gli dei decidano chi deve essere la prescelta.E ,guarda te il caso ,ella è una ragazza che si chiama come la figlia morta di Lagertha.La puntata è tutta giocata molto bene  sul filo dell’emozione , della partecipazione ad un lutto che è di tutti.

Inizia il rito per la sepoltura di Lagertha,molto coreografico,solenne , intrigante con tanti uomini mascherati in processione.E ci viene fatto vedere l’angelo della morte,una donna spiritata che chiede alla ragazza che vuole essere sacrificata se vuole morire pugnalata o strangolata.E le chiede :Hai paura?La risposta è no, so che la morte non è la fine”,e poi lei vuole  accompagnare Lagertha nel Valhalla e la vuole vedere entrare trionfalmente .

Ancora,  ci sono le scene  in cui ci fanno vedere la nave vichinga su cui è deposta,bellissima e glaciale Lagertha, adornata di erbe e fiori, teste di cavalli uccisi sulla neve,sangue buttato sulla nave che  accende la neve su cui cade,frecce incendiarie vengono scoccate per sciogliere il ghiaccio che frena la nave funeraria e che comincia a cedere mentre molte donne tirano le funi per far muovere la nave.Nel frattempo arriva Bjorn distrutto dal dolore e dice “mia madre è morta e nulla sarà più come prima, sei sempre stata la mia forza e mi hai insegnato ad andare sempre avanti ad ogni costo a  non aver paura, tu sarai sempre con me a darmi forza e coraggio” .Bjorn solo ora uccide il ragazzo che è in lui perché il mondo è cambiato, “credo di saperlo ma non voglio saperlo".Tu sei sempre una leggenda aggiunge, una eroina-..ma per me sarai sempre mia madre.Adesso combatterò, punirò il tuo assassino, ti ho amato più di ogni altra cosa.Addio Lagertha, buon viaggio,ti voglio bene, mi mancherai.Addio Lagertha”

 Infine  abbiano la scena bellissima in cui la nipotina che insegue la nave in fiamme mentre scivola tra il ghiaccio,si inginocchia,toglie con le mani la neve su di esso e vede Lagertha entrare nel Valhalla accompagnata da uno stuolo di cavalieri su cavalli bianchi .Delicata , eterea,bellissima

Nulla ci viene risparmiato per rendere emozionante l'addio ad una grande donna con grande cuore,infatti ci viene mostrata la scena più intensa , di grande impatto emotivo della puntata  :Lagertha giovane e bellissima arriva al fondo del fiume e vicino a lei si vede nel greto del fiume la statua di sabbia del corpo di Ragnar con lei che cade vicino a lui .Dopo un poco  la sabbia si muove ed i corpi di coloro che erano stati legati indissolubilmente in vita ed in morte svaniscono dolcemente ma crudelmente.

Poco da dire sul fatto che si comincia a capire che Hvitserk  sia l’omicida e sul fatto che Olaf il grosso rifiuta obbedienza ad un re dei norreni che sapeva essere indegno ,accettandone le conseguenze , ma di questo in un momento tanto struggente da dedicare tutto a Lagertha, una grande donna in tutto,non vale la pena,per ora , parlare

 

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Mie impressioni sul settimo episodio, struggente e bellissimo pur nella sua semplicità.

Spoiler

Come nella vita, quando viene a mancare qualcuno di importante e caro, quando ciò avviene in particolare in maniera improvvisa ed inattesa, il vero colpo si ha dopo. Nel mentre si è anestetizzati a tutto, l'adrenalina causata dallo shock impedisce alla sofferenza di analizzare con lucidità quanto accaduto, addirittura impedisce di realizzarlo, tutto è ovattato, tutto sembra un incubo dal quale ci si illude, ingenuamente, di potersi ridestare da un momento all'altro.

Il lutto e la sua elaborazione sono ancora lontane chimere, poiché non si ha realmente contezza della perdita e del valore della stessa. Il dopo, è il dopo che conta: il dopo è sempre qualcosa di diverso, è la doccia ghiacciata, è lo schiaffo in pieno viso, è il pugno allo stomaco che arriva senza che ce ne accorgiamo, che ci mette in ginocchio e che ci prostra, fisicamente ed intimamente.

 

Ed è così che ci si sente, in questo episodio; sul finire del precedente abbiamo assistito alla lirica uccisione della grande Lagertha, abbiamo sofferto con lei ad ogni colpo infertole, abbiamo pianto le sue stesse lacrime. L'abbiamo vista adagiarsi infine stanca e doma, ma finalmente in pace. Le abbiamo reso omaggio.

In questo, siamo chiamati  a tornare alla realtà, a prendere coscienza del fatto che Lagertha, la shieldmaiden che ci ha accompagnati a fasi alterne in tutti questi anni, non è più; ella giace fredda e marmorea in attesa che tutti coloro che la hanno amata, conosciuta o anche solo rispettata ed emulata in vita giungano a porgerle l'estremo saluto.

Sembra davvero attendere tutti, la splendida Lagertha col volto segnato da mille affanni e da altrettante battaglie.

Giunge Torvi, la dolce ma determinata Torvi che tanto ha imparato ad amarla ed a fare affidamento su di lei fin da quando è arrivata a Kattegat; giunge Ubbe, sconvolto ed affranto, le dichiara ancora una volta tutto il proprio rispetto a la propria ammirazione, giungono una ad una le donne di Kattegat: Lagertha non è sola, non lo sarà mai, non potrà esserlo.

 

Una fotografia gelida, sferzate, desaturata e meravigliosamente comunicativa contribuisce a togliere colore, calore e vita a tutto ciò che circonda l'ultima dimora della regina Lagertha, prima che il suo ultimo viaggio abbia inizio.

Densi di pathos, suggestivi come non mai i riti funerari, la preparazione della vergine sacrificale, il contrasto del sangue fresco delle teste di cavalli mozzate con la neve candida; l'afflizione ma al contempo la consapevolezza, propria della religione norrena, che la morte non è la fine ma soltanto un nuovo inizio, ancor più importante se il guerriero si è reso degno di sedere con tutti gli altri grandi guerrieri ed Odino stesso nelle sale del Valhalla, che per Lagertha sta infine per giungere l'agognato ricongiungimento con coloro che in vita tanto ha amato, Ragnar, Gyda, Astrid, il piccolo Hali. 

 

Struggente è vedere Bjorn sentire prima ancora di saperlo, come già avvenne col padre, che sua madre era morta, che l'ultimo legame con la sua dimensione di figlio è venuto a mancare, che la madre tanto amata non cammina più con lui su questa terra. Un Alexander Ludwig veramente molto intenso, che è stato capace di trasporre perfettamente tutto il dolore di un figlio al cospetto di una simile perdita, quel suo affermare "lo so, ma non voglio saperlo" e "nulla sarà più come prima", che è il sentimento di ogni figlio in quel momento lì. Si vorrebbe fermare il tempo, cristallizzarlo per sempre in un unico eterno istante in cui nulla ancora è cambiato, ma sta per farlo. Unico, intenso, bellissimo e struggente. 

 

Come struggente è la scena della piccola Asa, che corre sul ghiaccio ed vede fluttuare nelle gelide acque dei fiordi il corpo finalmente di nuovo leggero e privo di gravità di una giovane e bellissima Lagertha, accolta da una schiera di immacolate valchirie a cavallo, pronte a renderle omaggio. 

L'adagiarsi sul fondale e ritrovare finalmente il volto tanto amato accanto al suo, quello di Ragnar, distesi vicini l'uno all'altro come tante volte avevano fatto in vita, il viso di Lagertha tornare ad emanare la sua proverbiale serenità. Ma è solo un attimo, poi tutto si dissolve e le diciamo, ora sì, davvero addio.

 

Nelle lande russe assistiamo ancora una volta alle sfrontate richieste di Katia, reincarnazione fisica di Freyds, che tanto inquieta e spiazza il povero Ivarr; allo stesso tempo, il Profeta Oleg dichiara che egli come al suo solito desidera l'impossibile, ossia tornare nel ventre materno e rimanervi per sempre. A questo segue un'osservazione sulla reincarnazione a cui Ivarr dichiara di credere a sua volta, e vorrei ben vedere, visto il fantasma della sua giovane moglie da lui assassinata che si trova di fronte.

 

Poco altro da dire sull'episodio; come era scontato che fosse, il commiato a Lagertha si è preso, a giusto merito, tutta la scena.

 

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In ritardo...

 

Risoluto è lo sguardo dell'uomo che cammina verso il proprio destino rimanendo fedele a sé stesso.

Gli occhi di Olaf, un tempo così aperti alla fantasia e al ludibrio, sono ora distanti e avvolti dallo sconcerto verso un frenetico, vanesio oppositore. Harald configura sé stesso al di sopra di qualunque divinità; egli è vanità e carne, rancore e possessione. Ogni azione è l'erigersi di uno spettacolo ludico, efferata circostanza di umiliazione e sopraffazione. Il Re di Norvegia è al tempo stesso vittima e carnefice, intimo prodotto delle proprie ossessioni, ora invasivo lascito che depreda qualsivoglia forma di autocontrollo, incrementandone la predisposizione al delirio e alla tracotanza che non ammette ragione. Ed è ora che egli si ritrova sul pinnacolo che si riscopre più insicuro, dubitando di sé stesso proprio nell'atto di non porsi alcun dubbio.

 

Nelle gelide lande del popolo di Oleg si vivono paradossi umani e morali. La propensione dell'essere umano a incarnarsi nella perdizione dell'idillio onirico, assuefacendo la mente mediante la distanza da quella stessa realtà da cui si cerca di depredare ogni cosa, espandendo le proprie mire finanche alla pura immaginazione. La dialettica di Oleg, quella di Ivar e compagni, è il linguaggio che permea coloro che sognano, ricercando un'inedita purezza nel risalto del cuore e di una preghiera estemporanea, feroce promemoria dell'intimo fallire. Eppure tutto quel nembo di desideri eterei e disparati è annientato e corrotto dalla bramosia terrena, da una propensione così articolata e fedele alla prevaricazione tanto da demolire qualsivoglia concettualismo spirituale. Le mani di Oleg non possono abbrancare Dio, dunque abbrancano tutto ciò che è possibile abbrancare al di sotto di lui, cristallizzandolo nel febbricitante momento della contemplazione. Ma il Senza Ossa prosegue indomito in quelli che sono i suoi, di struggimenti terreni e ambizioni materiali. Laddove il Profeta è figura costrittiva e di laida dominanza, ogni uomo che non sia impaurito diventa nei suoi confronti eretico e ribelle. E Ivarr è esattamente questo: un moto eretico che muove gli ingranaggi al fine di causare la caduta di quello stesso figuro che è Profeta e Divinità in contemporanea.

 

Infine, il silenzio.

L'inesorabile assenza di suoni che solo la morte reca con sé, subdola e manchevole di possibilità, perfino per figure iconiche ed imprescindibili, perfino per gli esseri apparentemente più forti e per lei impossibili da raggiungere. Per la prima volta Odino cessa di essere padre; l'Aesir padrone di ogni forma di conoscenza diviene più umano che mai, mutando nel più geloso e possessivo degli amanti, bramando il tocco della più grande e bella Shieldmaiden di ogni epoca, reclamando quell'anima mai arrendevole, rigoglio di femminilità e potere. Un essere che perfino in morte preserva la propria dignità, il cui pallore esalta il decoro di un volto squisitamente terribile e austero. Nell'adunata di molteplici visi le lacrime si riscoprono oceano, intrepide e dominanti, firmamento di un mondo ora più mediocre, vacuo, lascito del tonante strappo.

 

Nemmeno il cielo può rompere il mortificante silenzio che scandisce ogni attimo, la possente forza dell'assenza che assorbe ogni colore, che lo irride e mistifica, lasciando dietro di sé l'offerta della miserevole contemplazione. Non importa quanto resistente sia lo scudo, egli risuona altisonante nella propria caduta, nel disarmo della mortalità, lo squallore della transitorietà dell'esistenza. Nulla può Ubbe, nulla può Torvi, nulla può Gunnhild e nulla può nemmeno Bjorn. Ciò che resta è il retrogusto amaro del tributo, funerea forma di passione, corrotto ed egoistico desiderio, pegno del controverso e profondo amore che regna in ogni uomo più di ogni gloria e determinismo. La dilaniante veglia è completa. I cancelli del Vahlalla si aprono per il trionfale benvenuto, eppure non vi è successo, non vi è consolazione nell'eternità che appare e si manifesta come puramente sottrattiva, deprivante per quello stesso amore incontrovertibile e ruggente.

 

La guerriera che smette d'esser tale, tornando ad esser donna, solo per scoprire di non essere stata mai altro. Lagertha è eterea nel pressappochismo del suo eterno riposo, marmorea e distante, arcigna e onirica, dipinto di chi ha osato vivere nella fedeltà a sé stessa, nell'intensità della passionalità, nella bellezza e nella miseria delle proprie gesta ridondanti, sino a confondersi nelle memorie collettive, sino a stabilirsi in esse come l'incorruttibile filo tra sogno e realtà. Le impronunciabili parole d'addio mutano nell'augurio più splendido e brutale, la sospensione di ogni incertezza, l'incedere delle volontà affettive, fragilità e impenetrabilità che si mescolano nell'esordio in una dimensione meno deludente e castrante. Nulla può mortificare l'intimità di Lagerha, ora, nemmeno la magnificenza dell'abisso in cui sprofonda, nemmeno l'amorevole culla liquida e rassicurante del baratro. E' il glaciale attimo in cui i tormenti cessano e in cui Donna e Guerriera ritrovano appartenenza, entità sperdute ma cariche d'amore nell'acquietarsi sul sabbioso fondale del non ritorno. Così la Shieldmaiden più grande di tutti i tempi esce di scena, distinguendosi ritrovata quiete di un epilogo ricolmo di onore, sradicata dal tumulto e dalla voluttuosità di un mondo che ha fin troppo preso da lei, concedendole poco.

 

Ella, come ogni altro individuo carnale, cessa, transitoria ma pur sempre meraviglioso dipinto d'intensa esistenza, sino a inafferrabile granello, indomita in vita, indomita in morte.

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Anche l'episodio 8 è ormai andato.

Nei recessi di un Io oramai spezzato e inaccessibile, solo la rabbia è maestra tale da individuare una fessura in cui insidiarsi. Il volto di Bjorn è l'esperimento di mille fenomeni collerici, contrita mappa di carne in cui risentimento e dolore trovano collocazione, unendosi come amanti indimenticati. Spezzato è colui che il dolore riceve, ancor di più è colui che il dolore causa; Hvitserk quasi non lo ha più, un volto, ogni sua espressione è un lento sbiadire nella passività della non esistenza. Egli ha compiuto parte del suo destino, eppure è inesorabilmente vuoto, un corpo che ha esaurito perfino il non senso dell'autodistruzione ma che, nonostante ciò, è condannato a vivere, in modo inaudito, dal proprio fratello maggiore, sradicato da qualunque appartenenza, se non il giogo possente del peccato e del trauma. L'impulso di morte che diviene pertanto ancor più inconsistente, non concedendosi più.

 

Ma il crollo è ambivalente e anche colui che emette sentenza è profondamente piagato, circondato da fantasmi e giudizi passati, invaso dallo stridore di una figura paterna irraggiungibile e fattivamente intrisa di grandezza, una grandezza resa tale ancor di più dalla sua inclinazione al fallimento, dalla fragilità dell'essere completamente umani e pertanto reduci dall'assonanza di centinaia di peccati che inseguono e determinano. Peccati che un tempo Bjorn giudicava con veemenza, ma che si è ora ritrovato a commettere allo stesso modo, subendo le conseguenze del contrappasso ideologico, ritrovandosi emulo dei tratti peggiori di un padre visceralmente odiato e amato. Nel flusso di una corona perduta, nel flusso di un fallimento collettivo e personale, l'anima del primogenito di Lagertha è scandita nella sospensione dell'autocommiserazione, irrimediabilmente compromessa nella propria autostima, irrimediabilmente contorta dall'incapacità di sottrarsi alla scelta sbagliata. Il passionale vortice della lussuria diviene l'unica forma d'aria che è possibile respirare, facendo sì che egli si avvicendi pericolosamente verso un senso di perdizione individuale. L'orgoglio di Gunnhild non le concede lamento, e la sua dignità viene seppellita insieme alla sua stessa voce, portandola ad un desiderio di passiva quanto apparente accettazione. Tutto ha perso, Bjorn. Corona, legami, rispetto per sé stesso. La separazione da Ubbe è solo la chiosa finale su un soggetto ormai represso nel mal di vivere, nell'incapacità di far fronte ad un'esistenza che lo sta dilaniando, sino a farlo separare finanche da sé stesso, fino a ingabbiarlo in una malinconia perpetua in cui l'unica consolazione è la chimera del Vahlalla, un Vahlalla di cui egli in fondo non si sente nemmeno degno. Ed è con grande autocritica e onestà che perfino Ubbe si dilegua, attanagliato in ambizioni e desideri personali, lecito esecutore della propria libertà e di un desiderio di scoperta e navigazione mai veramente sopito. Tutto è tremendamente vuoto.

 

Nelle lande russe è emblematica la contrapposizione tra autocontrollo e maniacalità. Ancora una volta Ivar The Boneless ha modo di osservarsi dall'esterno e di cogliere comportamenti un tempo propri, assuefatti dalla violenza e dall'amoralità, un qualcosa di cui egli ha ora contezza e che quasi lo scandalizza e lo perplime, lasciandogli la riflessività dello sconcerto. Inesorabile è la vulnerabilità che Oleg percepisce dinanzi alle consapevolezze di potere del piccolo principe Igor, da cui si sente messo in ridicolo, poiché egli, nell'osservarsi in terza persona mediante l'uso di marionette, scorge solo il senso di impotenza di fondo da cui da sempre si sente perseguitato. L'escandescenza di Oleg è solo il propulsore che innesca dunque la comparsa di un'umanità e di un bene già latenti dell'ultimogenito di Ragnar.

 

Ma è Re Harald a commettere la leggerezza più grande, concedendo al proprio prigioniero il lusso di essere apparentemente libero. Le insicurezze relative al potere vengono controvertite non da un atto di misericordia, ma da un gesto di vanità in cui auto conservarsi. Eppure il potere che egli ha nelle proprie mani è profondamente labile, inconsistente, destinato a sgretolarsi dinanzi all'invasione. Ma la vanità è seguace del delirio ed il delirio è fedele alla stessa, lasciando l'uomo in eterna trappola di cui non ha cognizione.

 

Solo due episodi, ora.

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 Episodio 6 x 8

Il paradiso...pardon il Valhalla può attendere

 

Questa è una puntata che chiude una parabola, quella terrena di Lagertha e pone le basi per scontri futuri.


Essa infatti inizialmente si impernia sulla vendetta di Bjorn su chi ha ucciso la madre , Hvitserk ,vendetta tanto più sentita perchè Bjorn vive l'omicidio assurdo della madre come un atto iconoclastico  dell'immagine eroica e sempre resiliente di Lagertha da un lato ma anche come  una sorta di regicidio,il suo ,dall'altro ,visto che la madre era parte importante di lui che è stata brutalmente uccisa nel fango e sotto una gelida pioggia battente che non puliva la scena ma la sporcava ancora di più.

E allora Bjorn si sfoga con violento disprezzo contro il fratello che prende pure a ceffoni sentendosi per giunta anche colpevole di non aver difeso la madre compito che un Ragnar in lacrime gli aveva affidato nel momento in cui,ancora un ragazzino ,decide di lasciare la sua calda e accogliente casa per seguire e proteggere una madre che peraltro mai è stata debole ,condiscendente , sconfitta, arresa alle avversità che si sono abbattute su di lei.E che soprattutto ha lasciato Ragnar non tollerando di dividerlo con un'altra donna , per giunta meschina e opportunista come Aslaug.

Egli  lancia contro Hvitserk l'insulto peggiore che potrebbe sbattergli in faccia NON SEI DEGNO DI ESSERE FIGLIO DI RAGNAR!Tutto nella vita di Bjorn è stato fatto per onorare un padre leggendario e lo capiamo man mano che egli viene investito di responsabilità sempre più importanti.Egli pensa sempre. Cosa farebbe mio padre,come fare per essere degno di lui ?

Hvitserk è condannato a morire sul rogo ma quando Bjorn vede una sorta di grande gioia pervadere i lineamenti del fratello come se egli stesse per entrare nel Valhalla al cospetto di Odino e dei suoi genitori semidei per banchettare con loro, fa un cenno al fedele Ubbe che lancia un'ascia che taglia le corde e permette al fratello, i cui vestiti sono già in fiamme , di cadere in mare.Bjorn ha deciso che il fratello omicida non merita una morte che gli schiuda le porte del Valhalla, egli deve soffrire ogni singolo minuto della sua vita e morire in esilio,da solo,abbondanato come un rifiuto dello società quale egli era diventato.

Ma Bjorn non soffre solo per la morte di parte di se stesso,ma pure per non essere diventato re di tutti i norreni dimostrandosi ingenuo e sprovveduto.Riferisce al suo popolo che Harald è re, e che  non accetterà di non essere riconosciuto come tale. Egli braccherà e combatterà chi come lui ,non gli riconoscerà il titolo di re.E  questo punto in suo supporto arriva una grande Grunnhild  che convince tutti gli astanti a dichiarare fedeltà al marito,una grande donna deve essere sempre al fianco di un grande uomo  e battersi per lui, mai un passo dietro ipocritamente a raccoglierne solo i frutti .

Intanto alla corte di Oleg il lavorio psicologico di Ivar sul piccolo principino che si dichiara,  presente il suo tutore,il proprietario di tutto si fa sentire  e per risposta il profeta distrugge la marionetta del piccolo anche se si capisce che ha intenzione di massacrare il piccolo.Ivar decide di andarlo a consolare tessendo ancora la sua tela ma forse avendo anche tenerezza per lui.

Si torna a Kattegat, Ubbe parte per la terra di Floki anche alla ricerca del vecchio instababile santone e vediamo Bjorn che tradisce ancora Grunnhild che  scopre lui a letto con la schiava ,ma stranamente accetta un menage a trois che Lagertha aveva fieramente e giustamente rifiutato.Bjorn è pur sempre il figlio di Ragnar e non controlla le sue pulsioni finendo per fare la stessa cosa desiderata dal padre .Che paradosso che è la vita...ma staremo a vedere, certe cose non quadrano come appare evidente dalla frecciata che Grunnhild scaglia contro Bjorn dicendogli che il figlio è stato ammazzato dai seguaci di Ivar che aveva esiliato.Zac : che colpo ...

Intanto i rus per ordine di Oleg mandano pattuglie per fare prigionieri e queste incursioni vengono riportate a Harald  che ha elevato Olaf il grosso a suo filosofo , lo scontro tra norreni e rus è vicino  e non è il momento di essere divisi

 

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Hai fatto delle ottime riflessioni, specie su Gunnhild.

Ad occhio potrebbe sembrare un tentativo di politically correct, ma non è così. C'è una sorta di tolleranza da parte sua, e non per mancata dignità, ma perché ha davvero pena, pietà della spirale in cui Bjorn è piombato e della sua incapacità di tirarsi fuori, risultando così penitente. E' una donna che apparentemente non riesce ad avere risentimento per l'uomo che l'ha tradita e umiliata, perché troppo coinvolta in un senso di piètas

 

In verità per una volta vorrei soffermarmi su Hvitserk, lo stesso Hvisterk che io ritenevo poco caratterizzato, sfuggente, e che ora sta avendo un percorso di interiorizzazione e delineazione a dir poco mirato e approfondito. Proprio su di lui, è significativo quanto gli accade. Per i norreni la morte è/era intesa come il più grande onore possibile, qualora configurata in una condotta altrettanto onorevole. Privandolo di questa possibilità Bjorn gli infligge pertanto la punizione più grande di tutte. 

 

Ma è davvero emblematico come gli altri vedano Hvitserk e come altri vedano lui, ossia come il nemico di sé stesso, autodistruttivo, continuamente dilaniato. E sono potenti proprio le sue parole su questo, quelle che rivolge al fratello, dicendogli che ormai avrebbe accettato ogni cosa, perché conscio di meritare il male. Qui non si tratta di una forma passiva di autocommiserazione, ma di una vera e propria consapevolezza di dannosità. Pertanto è lui stesso a vedere la morte come una liberazione che non merita, anche se spesso la sfiora quella morte. Impossibile dunque per lui non credere di dover patire costantemente. E' ormai convinto di non poter compiere alcun bene, di fare solo danni agli altri, ed è difatti lasciato a sé stesso da chi gli è caro, come Bjorn e Ubbe. Solo lui potrà trovare nuovamente la forza di capirsi e, ancor di più, quella di amarsi, perché è chiaro non si ami, come è chiaro non sia amato.

 

E' completamente al buio, e da solo, Hvitserk ora. Impossibile non trovarlo profondissimo.

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5 minutes fa, JonSnow; dice:

Pertanto è lui stesso a vedere la morte come una liberazione che non merita, anche se spesso la sfiora quella morte. Impossibile dunque per lui non credere di dover patire costantemente. E' ormai convinto di non poter compiere alcun bene, di fare solo danni agli altri, ed è difatti lasciato a sé stesso da chi gli è caro, come Bjorn e Ubbe. Solo lui potrà trovare nuovamente la forza di capirsi e, ancor di più, quella di amarsi, perché è chiaro non si ami, come è chiaro non sia amato.

Certo anche perchè la sua,  fino al momento in cui ha ucciso Lagertha per errore, era non una vita ma un incubo continuo che non lo ammazzava ma lo teneva in vita come uno zombie senza volontà,desideri,voglia di onorare anche lui il padre.E poi staremo a vedere  se combatterà anche lui per la sua terra , la terra di suo padre  e dei suoi antenati.Ne sono convinta .Si riscatterà e si perdonerà magari morendo per salvare qualcuno che ha danneggiato,magari lo stesso Bjorn.

Oltretutto mi chiedo se Bjorn davvero volesse uccidere il sangue del sangue di Ragnar

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Non sto guardando l'ultima stagione, ma "sbircio" i vostri riassunti (mi son spoilerata delle cose, ma pazienza), in attesa che ricompaia Floki perchè voglio vedere come finirà la sua vicenda.

 

Magari poi mi recupererò le parte sulla morte di Lagherta, mi sembra di capire che meriti.

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8 hours fa, ryer dice:

Non sto guardando l'ultima stagione, ma "sbircio" i vostri riassunti (mi son spoilerata delle cose, ma pazienza), in attesa che ricompaia Floki perchè voglio vedere come finirà la sua vicenda.

 

Magari poi mi recupererò le parte sulla morte di Lagherta, mi sembra di capire che meriti.

 

E' senza dubbio superiore a quella Season ignobile e noiosa che è stata la 5B. Mondi completamente diversi. Molte emozioni, molti conflitti interiori. Poche battaglie e poca azione, questo va detto, ma scrittura molto più coerente e coinvolgente.

 

Poi dico solo che hanno reso colui che era il fratello più anonimo e dimenticabile, Hvisterk, come il soggetto più interessante di questa parte di stagione a livello di meccaniche interiori.

 

L'introspezione è stato un aspetto curatissimo, ergo sì, merita.

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Puntate 8 e 9 che non mi hanno fatto troppo emozionare, se non in alcuni frangenti in cui effettivamente emerge una scrittura superiore alla stagione precedente ed una introspezione quasi certosina di dinamiche psicologiche che fino a questo momento era stata riservata solo ai characters maggiori.

Concordo con le vostre impressioni, Bjorn è un uomo spezzato, che sembra incapace di volgere al meglio la propria esistenza, e come uomo, e come marito e padre, e come re. Ogni cosa gli sfugge di mano, finanche la morte della madre amatissima egli avverte su di se come un peso, ed in parte è così, è innegabile: come prontamente gli fa presente una stoica Gunnhild, Lagertha ed Hali sono stati attaccati dai guerrieri che egli aveva graziato con l'esilio, nel tentativo di dimostrarsi re caritatevole diametralmente opposto alla ferocia di Ivarr, sperando così di mostrarsi degno figlio di Ragnar ed ambire così a conquistare il cuore del suo popolo.

Ma Bjorn ha commesso un grosso errore, il primo di tanti, che ad onor del vero a Ragnar poche volte abbiamo visto commettere: non ha usato tutta la sua forza per far valere la propria autorevolezza sia verso suoi pari che verso nemici sconfitti. 

Ragnar sapeva quando usare benevolenza e quando era invece necessario dare dimostrazione di adamantina risolutezza, e raramente ha dovuto pagare a così caro prezzo un errore.

Ad ogni modo, Bjorn non è Ragnar, nel bene e nel male, come sembra suggerirci tutta questa stagione, ed è giusto sia così perché, perché Bjorn è Bjorn e come tale deve trovare, e sono sicura troverà, la propria strada.

La sua rabbia nel condannare a morte il suo stesso sangue - quel fratello che non gli è stato mai veramente fedele, che ha scelto Ivarr quando poteva rimanere con lui, ma che poi gli ha spalancato le porte di Kattegat permettendo al suo esercito di prendere la città e di porre fine al delirio di onnipotenza del Senz'ossa - tutto questo è stato Hvitserk per Bjorn. La sua rabbia, dicevo, è la rabbia che Bjorn da troppo tempo avverte per se stesso, e la sua frustrazione per tutto ciò che colpevolmente egli sente di aver perso non gli concede tregua.

Non è più il re deciso che è partito alla volta della corte di Olaf per liberare l'ambizioso Harald, ma è un fedifrago che ha perso in un sol colpo un figlio, una madre, la corona di re dei Norreni, forse sta per perdere il suo regno, di certo ha perso il rispetto per se stesso anche e soprattutto rivedendo la sua immagine riflessa negli occhi maestosamente dignitosi ma anche delusi della fiera Gunnhild; egli tradisce se stesso e tradisce la donna che realmente ama, una donna che sceglie di stare dalla sua parte nonostante abbia tutti i motivi per non farlo, e nonostante non le manchi la personalità per metterlo di fronte ai propri fallimenti. Ma quando ella può sferrare il colpo di grazia verso quel marito che pare non essere più in grado di prendere una sola decisione in vita sua, quando può lasciarlo annegare nei propri sensi di colpa, ecco che ella gli lancia la fune a cui lui prontamente si aggrappa. Io non condivido la scelta di Gunnhild, e non credo proprio che la sua proposta di un ménage à trois sia stata dettata da buon cuore, anzi; come dicevamo agli esordi di questa season 6, a mio avviso il suo è un personaggio fin troppo fiero per non meditare una sorta di vendetta. Che lei ami il marito credo sia fuor di dubbio, ma penso che questa sua apparente accettazione di condividere il suo uomo con un'altra donna sia troppo anche per una donna come lei. Sicuramente in questa storia si inserirà in qualche modo re Harald.

 

Hvitserk è quanto mai un'anima in pena, da sempre e per sempre.

Il ‎27‎/‎01‎/‎2020 at 19:35, JonSnow; dice:

Ma è davvero emblematico come gli altri vedano Hvitserk e come altri vedano lui, ossia come il nemico di sé stesso, autodistruttivo, continuamente dilaniato. E sono potenti proprio le sue parole su questo, quelle che rivolge al fratello, dicendogli che ormai avrebbe accettato ogni cosa, perché conscio di meritare il male. Qui non si tratta di una forma passiva di autocommiserazione, ma di una vera e propria consapevolezza di dannosità. Pertanto è lui stesso a vedere la morte come una liberazione che non merita, anche se spesso la sfiora quella morte. Impossibile dunque per lui non credere di dover patire costantemente. E' ormai convinto di non poter compiere alcun bene, di fare solo danni agli altri, ed è difatti lasciato a sé stesso da chi gli è caro, come Bjorn e Ubbe. Solo lui potrà trovare nuovamente la forza di capirsi e, ancor di più, quella di amarsi, perché è chiaro non si ami, come è chiaro non sia amato.

Esatto, Hvitserk è tutto fuorché un essere senza consapevolezza di quello che al momento è tutto il suo veleno, veleno di cui è portatore ma al tempo stesso infetto. Egli deve affrontare un inferno tutto suo e per quanto in troppi episodi hanno a mio avviso esagerato con le visioni di Ivarr e dei suoi demoni, egli è comunque un personaggio il cui intimo strazio sta emergendo in maniera davvero notevole. 

Nell'episodio 9 ancor di più si nota come gli realmente non si senta particolarmente in colpa per aver ucciso Lagertha, diversamente da come era apparso nell'episodio precedente, ma anzi di come se ne vanti quasi al cospetto di un Ivarr destabilizzato da tale ammissione. Non solo dall'aver scoperto che qualcuno che non fosse lui aveva messo fine all'epopea della shiledmaiden che egli aveva giurato di uccidere per vendicare la loro madre, ma che addirittura un soggetto che egli ha sempre reputato debole e fragile come Hvitserk fosse riuscito in una tale impresa, impresa degna di un semi dio quale appunto egli crede di essere.

 

In Russia infatti ritroviamo ormai fin dall'inizio questa curiosa aggregazione di persone, tutte quante sui generis, che è la corte del principe Oleg: qui finalmente vediamo i primi frutti dei sussurri di Ivarr nelle orecchie del giovane Igor, il quale riesce con tutta la sua spontaneità di bambino a provocare le ire più ferali da parte dello zio tutore.  Vediamo ancora una volta il solitamente compassato Oleg perdere le staffe nel comprendere quanto sia pericolosa la presenza alla sua corte di una mente acuta e brillante come quella di Ivarr.

Questi a sua volta continua a tessere la sua segreta trama per liberarsi del suo aguzzino attraverso il di lui fratello Dir, non prima però di avere invaso la Scandinavia con l'esercito di Oleg. Sia nella puntata precedente, quando consola Igor, che in questa, mentre riaccoglie come un figliol prodigo quello stesso Hvitserk che ne aveva decretato la sconfitta contro Bjorn, Lagertha ed Ubbe, egli appare sinceramente cambiato nei loro confronti, come se l'essersi a lungo osservato dall'esterno negli eccessi di Oleg lo avesse in qualche modo purgato da molta della rabbia che egli aveva accumulato nel proprio cuore. Imperiosa la scena in cui parte dell'esercito dei rus si esibisce in parata nella neve delle lande siberiane, ed indicativo a mio avviso è il monito con cui il Profeta Oleg dichiara che quello stesso esercito che essi stanno osservando decreterà la fine del paganesimo e la definitiva affermazione del cristianesimo in Scandinavia: se dovessi scommettere, Ivarr mai permetterà tutto ciò.

Egli è vichingo fin nelle viscere, devoto agli dei pagani tanto quanto Floki, e sono certa che venderà cara la pelle perché tale proposito non trovi affermazione. Sarà ciò che secondo me lo condurrà alla fine a schierarsi con i fratelli.

 

In Islanda, Ubbe e Torvi raggiungono il villaggio in cui si sono stabiliti i coloni che hanno seguito Floki: è palese che una delle mission di Ubbe è scoprire che fine abbai fatto il vecchio amico e guerriero di tante battaglie, perchè è evidente che egli non creda a Kjetill ed alla sua versione dei fatti. Inaspettatamente, egli si trova di fronte ad un uomo che dopo aver elevato preghiere cristiane per salvare la vita di Torvi e del suo bambino, rivela essere un monaco cristiano con un nome fin troppo evocativo perché possa passare inosservato: Athelstan ("tu non sai cosa significa questo nome per me"). Successivamente, egli si è spacciato per vichingo pur di essere accolto presso il villaggio di Kjetill senza correre il rischio di essere sacrificato, cosa che vorrebbe in un primo momento fare anche Ubbe, ma c'è da capire cosa possa significare questa nuova presenza da qui in avanti, per i nostri. Penso che c'entri Floki in qualche modo, il cui cerchio deve ancora chiudersi.

 

Concludo dicendo che ho apprezzato che, seppur spezzato tra i due fratelli, Ubbe appoggi totalmente la decisione di Bjorn di far pagare a Hvitserk con la propria vita l'uccisione di Lagertha, così come ho apprezzato il suo aver fatto ammenda ammettendo di essere stato superficiale nel non cogliere i segnali evidenti della pericolosità sociale di Hvitserk, nonché di quanto lo stesso fratello minore fosse pericoloso per se stesso.

Lo trovo un gesto di grande maturità, da parte sua.

Meno uno alla fine di questi primi dieci episodi.

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Episodio 9.

 

Sono note suggestive ed oscure raffigurazioni ad annientare la dignità di ognuno.

Nella poligamia la morale di Bjorn Ironside è annientata, il suo onore ignotamente vilipeso, come vilipesa è la figura di colei che egli diceva di amare, esposta ad un'umiliazione così potente da risultare immaginifica, pubblico simbolo del vacuo lasciapassare; ogni gesto è mistificato dall'ingordigia di una lussuria che non ammette inibizione, una lussuria che predomina, una lussuria che è l'incauto rifugio in cui il primogenito di Ragnar Lothbrok ha scelto di celarsi, come fosse fin troppo incapace di far ormai fronte a sé stesso, a quel senso di fallimento che si è innestato in lui e lo ha invaso al punto da non permettergli di riconoscersi, al punto da scorgere solo una deformazione nel suo stesso riflesso. Ha smesso di ambire ad essere migliore, Bjorn.

 

Il gigante dei Ragnarsson comprende ora i peccati di quello stesso padre un tempo condannato, e la furia di una madre che ha scelto di ribellarsi allo spoetizzare di una dignità di cui ella era fin troppo gelosa. Non vede più nulla, Bjorn. Non vede più il sogno norreno, non vede più l'amore, non vede più nemmeno le lacrime di quella Gunnhild che è sempre stata al suo fianco, perfino nelle ore più buie. Sono l'apatia e l'edonismo a guidarlo, come le briglie pericolose che lo dirottano verso destinazioni indesiderabili, verso quella che è difatti la perdizione della propria Identità, un'Identità compromessa dai singulti dell'ego, dalla spasmodica ricerca di piacere che nel suo essere effimera permette di non porre in essere riflessione alcuna, armandosi solo di un vivere che avvampa nella vanagloria e nel non senso. E' ormai un essere frammentato, il Re di Kattegat, preda di sé stesso come lo fu il padre prima di lui, eppure mai splendidamente autocritico quanto l'indimenticabile e virtuosissimo genitore.

 

Nell'infausta Kiev i presupposti di belligeranza vengono soffocati in virtù di antiche malinconie, come fossero la scia di un controverso affetto.

Fratello contro fratello muta in fratello con fratello, e il paradosso di atavici deja vù s'insinua nel presente come un'ospite inatteso che, irrimediabilmente, tartassa e mistifica ogni predisposizione precedente. Così l'odio e il rancore cessano di esser tali, dando spazio ad una nuova dimensione controversa, fallace, per l'appunto mistificatrice dei drammi precedenti.

 

L'uomo che si era perduto, Hvitserk, si ritrova nel gelo del nuovo proposito, laddove l'uomo che mai si era finora ritrovato è disarmato da un tale cambiamento e dalla necessità latente che egli avverte. Poiché per quanto le sue labbra si schiudano nella forza di un verbo di assalto e risentimento, Ivar The Boneless mai prima d'ora si era sentito così bisognoso di riavere a che fare con quella stessa famiglia che egli si illude di odiare. Nulla è cambiato, il tempo è sospeso, tutto è controvertito in ciò che è già stato. L'assassino di Lagertha vira su corridoi tormentati già attraversati, riuscendo a commettere gli stessi errori di un tempo, riuscendo così a compiere un qualcosa di cui egli si era già inesorabilmente pentito: porsi al servizio di Ivar. Ma mai le carte sono così coperte quanto ora, e tutto potrebbe essere una semplice apparenza, una patina da rimuovere, lasciando spazio a inaspettati risvolti. L'ultimogenito di Ragnar ne è consapevole: il fratello che ha di fronte non è più la pedina manipolabile di un tempo. E' qualcos'altro, qualcosa che racchiude in sé stessa una cifra terribile, come il rivalersi di un'espressione mendace. Tutto si disperde, ancora, nel legame fraterno, in quell'indissolubile trattato di cognizioni emotive inspiegabili e incontrollabili. Perfino la furia e la follia di Oleg divengono secondarie dinanzi a tutto ciò, dinanzi alla gloria che sembra permeare il destino della progenie di Ragnar, condannata alla grandezza e alla perdizione.

 

E' nelle gelide terre islandesi che Ubbe rinnega sé stesso ed il proprio passato, ormai attanagliato da nuove ossessioni, preda di un virtuosismo senza pari, preda del febbricitante senso di scoperta, preda di un mondo interiore che egli stesso fatica a decifrare e che lo ottenebra, rendendolo geloso di sé stesso, rendendolo irraggiungibile alla comprensione, facendo sì che sia solo l'ambizione ad aver precedenza. Il passato, finanche quello più glorioso, smette di contare. Per il primogenito di Aslaug c'è una sola cosa che conta ed è l'ignoto trasmesso da quel futuro percepito così ansiogeno e invitante. La storia di Othere diviene l'ennesima occasione per mettere ogni cosa da parte, perfino la nascita del suo primo figlio, come ad onorare le profondità del proprio Sé così compromesso dall'emozionalità e dalla prospettiva fervente. Nulla può arrestare Ubbe, profondo emblema di incontrollata forza di volontà, mai così abile nell'essere fedele a sé stesso e nell'egoistico rivalersi del sentirsi vivo.

 

Infine la vanità e il delirio di Re Harald soccombono al pragmatismo e alla lungimiranza di Olaf. Non vi è più spazio per l'ascesa delle individualità, ma solo per quella del collettivo, profondamente minacciato dall'ombra di un nuovo quanto violentissimo e irrispettoso invasore. Il Re di tutti i norreni non può che placare sé stesso, ammettendo la necessità di un fronte comune, ammettendo la pochezza del suo ego dinanzi ad una possibilità così nefasta e incontrovertibile. Non vi sono più muri, non vi sono più barriere, non vi sono più sospensioni a concedere la grazia della magnificazione di sé stessi. C'è una sola cosa che conta, ora.

 

Odino, Thor, Freya contro i Cristiani.

 

 

n.d.r: 

E' sempre emblematico sentir nominare nuovamente Ragnar e al tempo stesso Athelstan. 

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9 minutes fa, JonSnow; dice:

L'assassino di Lagertha vira su corridoi tormentati già attraversati, riuscendo a commettere gli stessi errori di un tempo, riuscendo così a compiere un qualcosa di cui egli si era già inesorabilmente pentito: porsi al servizio di Ivar. Ma mai le carte sono così coperte quanto ora, e tutto potrebbe essere una semplice apparenza, una patina da rimuovere, lasciando spazio a inaspettati risvolti. L'ultimogenito di Ragnar ne è consapevole: il fratello che ha di fronte non è più la pedina manipolabile di un tempo. E' qualcos'altro, qualcosa che racchiude in sé stessa una cifra terribile, come il rivalersi di un'espressione mendace. Tutto si disperde, ancora, nel legame fraterno, in quell'indissolubile trattato di cognizioni emotive inspiegabili e incontrollabili.

Effettivamente questo plot twist, che potrebbe voler dire tutto e niente, lascia abbastanza spiazzati. 
Perché se è vero che l'evoluzione di Ivarr ci è stata dipanata davanti agli occhi episodio dopo episodio, la stessa cosa non può dirsi di quella di Hvitserk, che abbiamo visto fino a ieri incapace di liberarsi dei propri fantasmi, oggi invece colmo di una nuova consapevolezza, di certo non più pedina di nessuno.

E' probabilmente questo che più mi incuriosisce da qui al prossimo episodio, capire se davvero ci troveremo di fronte ad un nuovo Ragnarok in cui fratello sarà realmente contro fratello o se sarà necessaria una rinnovata alleanza per fronteggiare un nemico arrembante come è, agli occhi nei norreni, l'affermazione del Dio cristiano.

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