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Emma Snow

Megacontest di Scrittura Creativa della Barriera

Tema del Megacontest di Scrittura Creativa  

22 members have voted

  1. 1. Quale vorreste che fosse il tema del Megacontest di Scrittura Creativa?

    • Il Bosco
      3
    • L'evasione
      0
    • Lo sporco
      5
    • Metamorfosi
      2
    • Nonsense
      8
    • The killing
      2
    • Scala di grigi
      2
    • Pelle
      1
    • Inferno
      1
    • Incontri ravvicinati del quarto tipo
      2
    • Mitomania
      0
    • Utopia
      4
    • Cerchio
      3
    • Pioniere
      0
    • Complotto
      1
    • Voyer
      0
    • Doppio
      0
    • Resurrezione
      1
    • Preda
      0
    • Scambio
      0


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Dai dai che stanno uscendo belle cosette da leggere!

 

:D

 

Mi piace questo tema, impegnatevi e vedrete! :)

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Megacontest di Scrittura Creativa

Titolo: In Vino Veritas?

Caratteri: 5173

 

Sia chiaro, non è la prima volta che finisco all’ospedale: un braccio rotto, quella volta che caddi a scuola e mi diedero un paio di punti al mento. Perfino la brutta slogatura mentre giocavo a pallone: quella fece male, ero convinto che fosse rotta. Insomma, sono abituato ai letti di ospedale, un po’ meno ad esserci legato con delle cinghie.
Ho cercato di chiedere alle infermiere il perchè di quel trattamento così strano, ma niente, tutte in silenzio. “Te lo spiegherà il dottore.” Ecco l’unica informazione che mi hanno dato.
Cinque ore dopo la lavanda gastrica, nessun camice bianco si è degnato di dirmi mezza frase.
Mi guardo attorno, i muri dovrebbero essere bianchi, ma hanno quel colorino grigio sporco tipico dei posti affollati. Davanti al mio letto c’è un vecchio che fissa la finestra da quando ho ripreso conoscenza e non ha detto una parola: non so neanche se mi capisce, perchè, diciamocelo, io mi annoio e due chiacchiere le vorrei fare, se non altro perché il televisore è spento.
Sospiro per l’ennesima volta: ok, lo so, è colpa mia se sono finito qui, ho preso una sbronza di quelle colossali ieri sera, devo smetterla con l’alcool, ma mica è così semplice. Poi era il compleanno dell’Ale, si doveva festeggiare per forza. Qualche birra, un paio di cocktail, niente di troppo forte, di solito vado giù più pesante, chissà come mai questa volta mi sono ridotto così. Saranno i trenta in arrivo, ormai sono vecchio per queste cose. Esplodo in una risata confortante, tanto il mio compagno di stanza non sembra accorgersi di niente.
“Signor Martini, la vedo bene.” E’ un medico, alto, coi capelli folti brizzolati. Credo che sia sulla cinquantina, ma potrei anche sbagliarmi. Dietro di lui un collega più giovane, minuto, occhiali dalla montatura sottile, molto più inappuntabile del primo.
“Mah, tiriamo avanti.” Rispondo cercando di sorridere. Non è semplice, in realtà dagli sguardi seri e preoccupati dei due uomini capisco che minimo mi prenderò una lavata di capo di quelle colossali.
“Signor Martini... Lorenzo, siamo felici di poterti dire che la lavanda gastrica ha funzionato perfettamente e domani saremo in grado di dimetterla.”
“Forse.” Gli fa eco in maniera quasi distaccata il medico più giovane. L’ho detto che mi sta antipatico? No, forse ancora no.
“Perchè forse? Ho qualcosa che non va?”
“No, assolutamente.”Dice il più anziano “Io sono il dottor Barbiero, lavoro al Pronto Soccorso.” E mi da la mano.
“Io sono il dottor Campo. Ti ricordi cosa è successo stanotte?”
“Beh certo. Ero fuori con gli amici e ho bevuto. Sì, è vero, ho bevuto tanto, direi anche troppo, ma non tanto di più di quello che bevo quando c’è una festa.” I due mi guardano come se sapessero qualcosa più di me, come se si aspettassero qualcosa di più da me. “Insomma, di norma reggo meglio, ecco. Forse non ho mangiato abbastanza prima.”
“E dopo che hai fatto?”
“Sono andato a casa. Non ho guidato, sia ben chiaro, mi ha portato una amica astemia.”
“E a casa cosa hai fatto?” chiede il dottor Barbieri: ha la voce profonda, ma stanca, il turno di notte non gli fa bene.
“Sono andato a letto.” Beh, ovvio no? No, in realtà no. “Ci ho provato, ma sono stato male. Ho aperto il frigo e ho bevuto l’ultimo bicchiere.”
“Di cosa?”
“Di vino. Era li davanti, profumava molto, oltretutto.”
“Signor Martini, tu non hai bevuto vino.” La mia espressione deve essere da manuale della stupidità.
“Ah no?”
“Avanti, non fare il finto tonto. Non sei andato in cucina.” Dice il dottor Campo. Eh no, che mi si dica che mento in questa maniera non mi sta affatto bene. Ubriacone sì, bugiardo no!
“Certo che sono andato in cucina, come faccio sempre quando torno a casa. Di solito bevo dell’acqua, ma c’era quel bicchiere invitante e non ho potuto fare a meno di bere. Deve essere stato il bicchiere della staffa, quello che mi ha steso.” Il Dottor Barbiero sospira.
“No, quello che ti ha steso è stato l’ammorbidente liquido per lavatrice che hai bevuto.”
“Eh?”
“Signor Martini devo chiederglielo: ha tentato il suicidio?”
“No! Ma scherza?”
“Non si beve per sbaglio dell’ammorbidente.”
“Le giuro che non volevo suicidarmi, ho troppe cose da fare ancora. Insomma, non ho ancora una casa mia, un lavoro certo. E peggio, non so ancora come finisce Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco! Suicidio, ma figuriamoci.”
“Lo so che è difficile ammetterlo, ma...”
“Difficile un corno. Chiami mia mamma e glielo domandi.”

Non ci vuole niente perchè entri ed inizi a fare una raffica di domande su come sto e per quanto tempo dovrò restare in ospedale. Mi sa che non erano preparati alla logorroicità di mamma Martini.
“Signora, suo figlio continua a ripeterci di aver bevuto l’ammorbidente per sbaglio, perchè lei l’aveva messo nel frigo.”
“Sì, certo.” I due hanno lo sguardo allibito.
“Lo sta solo proteggendo o cosa?”
“Ma no! Io metto sempre il Vernellone in frigo, solo che ha mai conosciuto un figlio che si interessa del bucato di casa? Lo tengo la perchè si conserva meglio.”
Credo che i dottori Campo e Barbiero hanno capito che il TSO forse lo dovrebbero fare ad un’altra.
“Signora, lo capisce vero che tutto questo non ha senso?”
“Certo che c’è l’ha ed è il mio!”

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Evvai :D

 

Finalmente un altro racconto :D

 

Dai dai!

 

Molto divertente, Lady :D, a parte quel che ha bevuto il signor Martini(un nome un programma), mi ci sono pure un po' rivisto in quel mattoide( ma mai lavande gastriche eh!) :D

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Ho cercato di scrivere qualcosa che c'entrasse con il tema NONSENSE che però abbia più sense possibile. Spero di non essere uscito troppo dal contesto.

(P.S. Prima volta che partecipo al contest. Non so se premere su "Invia Messaggio". Massì dai ormai lo faccio. Addio)

 

Megacontest di Scrittura Creativa

Titolo: Una penna parlò

Caratteri: 6840

 

I bicchieri pensavano. I forni sbraitavano. E le biciclette si tiravano le sberle. Eh si, quel giorno andava così. Beh, in realtà da parecchio in quell’appartamento funzionava in quel modo, ma il padrone non se ne era mai accorto. Perché vi chiederete? Non si sa, forse non avrebbe nemmeno senso per noi. Solo la morte sapeva cosa accadesse lì dentro.

Ad un tratto una penna parlò. Sì, parlò. Prima di farlo rotolò sulla scrivania e quando riuscì a trovare un pezzo di carta, sgualcito e spiegazzato, aprì la bocca, siccome nessuno in quella casa si degnava di aprirgliela da almeno vent'anni.

«Ehh… ehhem». Si schiarì la gola. Il suo inchiostro era secco. Non vedeva il suo fiume nero scorrere all'esterno da troppo tempo ormai. «Ehi, carta! Carta, sì tu!».

La carta sbadigliando si spiegazzò. Si sentì uno scricchiolio atroce nell’aria, rumore di mille ossa vecchie di secoli che ritornavano in moto. «Cosa vuoi tu, penna? Lasciami dormire.»

«Ma come…» La biro delusa non si arrese. «Non vorrai diventare mica come lui?» Se avesse avuto della mani avrebbe sbracciato con voga verso la porta, chiusa a chiave.

«Lui fa bene. Quell’umano che un tempo mi strappò da mia madre mi fece un regalo graditissimo a lasciarmi poltrire qui. E ora vattene, che devo concludere il mio pisolino.»

Il pezzetto di carta si appallottolò di nuovo e si rintanò tra mucchi di polvere e vecchie Lire scure e dimenticate. La penna decise che parlare non avrebbe avuto più senso. Lasciò cadere il suo tappo per terra, sul pavimento, che all’istante godette per l’urto, rimembrando i passi e i tacchi che lo avevano percosso anni or sono. La sfera inchiostrata cominciò a scorrere sul legno e lettere e parole nacquero da quel contatto. La stanza risuonò di una musica silenziosa e si tinteggiò di colori invisibili.

La penna soddisfatta infine si precipitò in avanti e si scontrò con quella pigra palla di carta. Questa si scosse, più violentemente di prima, e per un attimo sembrò inveire contro la disgraziata che si era permessa di sporcarla. Tuttavia, non appena si guardò addosso, quel piccolo scarabocchio nero sembrò per lui ancora più grato del regalo fattogli dal suo padrone. Guardò sotto di sé, pochi centimetri più avanti, ormai in piedi, aperto e fiero come una vela al vento. Quei simboli impressi sul legno gli fecero venire fame e improvvisamente si sentì vuoto al suo interno, affamato, pazzo come non lo era mai stato. Bastò un piccolo cenno tra i due. Penna e pezzetto di carta si fusero in una danza meravigliosa e l’amore tra loro si manifestò sotto forma di parole e pensieri scritti.

Quando ebbero terminato si buttarono a capofitto di sotto. Lui a guisa di aeroplano sospinto dall’aria malferma, che ebbe modo di purificarsi soffiando con forza. Lei rotolando alla velocità della luce, con il pavimento che gridava di gioia e le facilitava la corsa. Arrivati alla porta, grande e dormiente, chiesero di passare, incoraggiati dai libri sugli scaffali che applaudivano e festeggiavano, e dalle lontane tende della finestra che si aprirono, lasciando diffondere la luce attraverso quel posto dimenticato.

«Porta, lasciali passare, per il bene dei sogni e della fantasia!» gridarono all’unisono tutti gli oggetti che affollavano quella stanza.

La maestosa anta di legno acconsentì, felice di servire finalmente a qualcosa. La penna e il foglio vennero inondati allora da un rumore assordante. Era un grido di protesta, formato simultaneamente da tutta la casa, da ogni cosa che giaceva immobile. Ma quando quella porta si aprì l’attenzione di tutto e tutti si convogliò all’istante verso quei due eroi, che non avevano la minima idea della conseguenza delle loro azioni.

Dopo un attimo di silenzio, la penna saltò in groppa all’aeroplano di carta e i due spiccarono il volo, diretti dal loro padrone. Da ogni meandro di quell’abitazione, giunsero cori, canti e incitazioni. Il forno si agitava, tifando a più non posso per loro, perché desiderava di nuovo riscaldarsi e sfornare una torta. Le piante appassite sventolavano le foglie e i rami secchi, pregando che un po’ d’acqua venisse versata nei loro vasi. I pedoni sulle scacchiere si liberavano dei loro cappelli di polvere e cercavano a tutti i costi di svegliare i loro genitori, re e regina, perché volevano che partecipassero alla festa con loro. Le biciclette si picchiavano nel lontano garage, non avendo niente di meglio da fare, perché avevano dimenticato cosa significasse pedalare all’avventura. Le valigie fremevano, raccattando di corsa vestiti sparsi per terra, sognando di essere stipate nuovamente nel bagagliaio di una macchina.

Il corridoio era davvero lungo per quel pezzo di carta e quella penna, ma la fatica fu alleviata dagli incoraggiamenti e dalle urla di tutto ciò che li circondava. Finalmente arrivarono nella stanza del loro padrone.

L’uomo era disteso su un divano. Bottiglie vuote erano sparse attorno a lui. Cenere, erba e mozziconi di sigaretta impestavano l’aria con un misto di odori sgradevoli. Siringhe bianche con aghi appuntiti contenevano liquidi di morte. Ogni singolo grammo di sogni e fantasia era scomparso in quel luogo. Regnava la morte.

Terrificati i due eroi atterrarono sulla faccia di quel povero signore. Era sporco e maleodorante, ma il foglio di carta e la penna non si lasciavano sconfiggere. L’aeroplano si aprì, orgoglioso, ma allo stesso tempo preoccupato per la riuscita della missione. Il padrone della casa aprì gli occhi, lentamente. Come se una mosca gli avesse sfiorato il naso, agitò una mano con violenza e la penna fu scagliata a terra. Il foglio era fermo, disteso, senza alcuna piega. Soffriva per la sua amica, se avesse avuto lacrime dentro di se avrebbe pianto, ma non doveva scomporsi, non poteva.

L’uomo, dopo che ebbe spalancato gli occhi, guardò il pezzo di carta. Era intontito, molto probabilmente. Sbadigliò e dopodiché incominciò a leggere, smosso da una sensazione ormai estranea per lui: la curiosità. Ebbene, molto probabilmente quello che c’era scritto non aveva molto senso, ma fu proprio questo a renderlo efficace. Il signore si mise a ridere e si sedette.

«Che ortografia orribile! Ma chi ha scritto questo obbrobrio?» Dopodiché si piego in avanti e con un violento colpo di mano libero il tavolino davanti a sé, facendo cadere a terra bottiglie, bicchieri, alcol e droga. Raccolse da terra la penna e incominciò a correggere scribacchiando con mano maldestra. Dopo circa cinque minuti aveva finito, e non solo. Aveva riempito l’altra facciata di nuove parole. Sentì il bisogno di ritornare in quella stanza. Camminò, con i due salvatori stretti nella mano, e quando entrò e chiuse la porta tutti gli oggetti di quella casa smisero di parlare, di pensare e di muoversi. Ma dentro di loro erano riconoscenti. Riconoscenti perché un uomo era stato salvato. La vita, per ultima, chiese infine grazie.

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Questo weekend mi ci metto a cercare di finire il testo. Lo pubblicheró in zona Cesarini, credo.

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Megacontest di Scrittura Creativa
Titolo: La crociata per la pace
Caratteri: 9934

 

Il crocifisso brillava ai raggi del sole. Avanzavamo sei per lato, orgogliosi alfieri della missione apostolica del sommo pontefice.
Aggiravamo l’ennesima serie di carcasse fumanti quando li vidi sulla bassa collina. Nere ombre nel deserto ocra. Guardai per un attimo alle mie spalle e sentii la fiducia crescere. Una processione, una fiumana di profughi, curiosi, ferventi cristiani, aspiranti al martirio, oltre la solita quota di profeti di sventura e invasati dagli occhi ardenti. Le nostre file si erano ingrossate come una marea, convinti che il Signore nostro fosse con noi. Ci scortavano orgogliosi Peshmerga curdi, la cui resistenza armata aveva rallentato la furia di una violenza cieca. Ma non è con la violenza che si arresta la violenza, questo era il nostro messaggio. I Peshmerga inizialmente ci sopravanzavano di numero, ma i fedeli avevano continuato ad unirsi a noi per tutta la giornata, giungendo da luoghi remoti, numerosi come granelli di quel deserto travagliato. Tanti furono i pellegrini, che la scorta finì per essere circondata a sua volta, defilandosi. Qua e la, spersi e insicuri, i pochi membri della sicurezza che il sommo pontefice aveva autorizzato a unirsi a noi. Avevano dovuto deporre le armi per portare al loro posto le candele della speranza.

 

Da più parti si era preannunciata una catastrofe. Cardinali e potenti del mondo avevano tremato di fronte alle potenza di un simile gesto, opponendosi con tutte le forze e frapponendo ostacoli insormontabili. Ma il carisma e la profonda devozione del papa erano riusciti a spianare montagne, colmare valli e gettare ponti dove non si sarebbe potuto pensare di trovare sponde sicure. Era lì con noi, leggermente curvo sotto il peso dei peccati che affliggevano il mondo, fervidamente convinto di poter superare gli insensati contrasti che seminavano odio e morte.

In lontananza, sulla bassa cresta arroventata dal sole, i guerriglieri tante volte visti in televisione. Confessai a me stesso di provare paura e strinsi ancor di più il crocifisso che sorreggevo e che mi sosteneva. Mi sembrò che un raggio di luce venisse riflesso proprio verso la meta. Lo considerai di buon auspicio, anche se un brivido gelido, nonostante il caldo afoso, mi percorse la spina dorsale, ricordandomi di averla. Lo stesso brivido avvertito il giorno precedente, prima della partenza del volo verso oriente, durante la messa contro gli infedeli. Gli ottusi avevano travisato il termine infedeli, associandolo agli appartenenti ad altre fedi. E gli ignoranti avevano parlato di nuova crociata. Dal canto mio, sapevo bene che si trattava di una messa contro i responsabili del macello in corso, i capi che dovevano guidare le popolazioni nella pace verso la prosperità, e che invece non avevano avuto la volontà di trovare accordi utili per la salvaguardia del gregge, preferendo la rapida via della violenza e dell’ira. Una messa per risvegliare le coscienze di quanti avevano frapposto ostacoli al santo viaggio. I cardinali si chiusero nel silenzio, qualcuno denigrò apertamente la missione parlando di crociata per la pace. La stampa intonò il Dies Irae accompagnando le immagini della nostra partenza. Si sarebbero ricreduti, ne ero profondamente convinto.

 

I guerriglieri rimasero fermi ai loro posti. Salimmo la collina e pensai nella mia immodestia al Golgota. Il papa quasi incespicava, stanco per la sfiancante marcia, ma la fede era sufficiente a sostenerlo. Arrivò infine dinanzi al guerrigliero a capo delle forze schierate innanzi a noi. Chiuso come i suoi in un copricapo che nascondeva la faccia, gli occhi liberi di indugiare sul mondo. Il papa prese la parola.

 

“Chi accoglie me, accoglie Dio. Sono qui, giunto in pace per attendere ai miei doveri verso il gregge di Dio, del nostro comune Dio.”
Il nostro traduttore cercò di preservare messaggio e tono. L’uomo con il copricapo volse lo sguardo verso la folla, appena sopra di me, forse alla croce. La speranza sgorgò sincera nel mio cuore e pensai che il signore ci stesse guardando con benevolenza. Strinsi al punto di sentire le mani dolere. Il dolore mi fece ritornare su questa terra, solo per sentire la risposta noncurante.
“Turcomanno, non servi ai nostri scopi.” Aveva parlato nella nostra stessa lingua, con evidente disprezzo. Si rivolse quindi al Peshmerga che guidava la nostra scorta, questa volta con astio malcelato. “Un credente che preferisce miscredenti ai fedeli?” Il curdo avvampò, il braccio destro scattò verso la cintura mentre con un mezzo passo indietro cambiava posizione, per poi arrestarsi di colpo, vittima di un conflitto interno. Non rispose.
Solo a questo punto il guerrigliero si rivolse al sommo pontefice.
“Il nostro Dio non ama che gli si associ alcunché. Smettete di dire tre. Si possono abbassare.” E con un ampio gesto indicò verso di noi. Pensai di non aver capito bene. Riprese con tono di sfida.
“Dove sono questa volta gli angeli con la spada?”
Il sommo padre rispose con spirito remissivo.
“Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. E’ tempo di colmare le divisioni portate dalla spada.”
Il guerrigliero soppesò le parole.
“Combattete coloro che non credono in Allah e nell’ultimo Giorno, che non vietano quanto ha vietato, e quelli della scrittura che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati.”
Fui sicuro stesse ridendo compiaciuto. I suoi luogotenenti annuirono, probabilmente non capendo, ma ipnotizzati da un ritmo, una cadenza ben nota. Continuò.
“Per il tuo signore non saranno credenti finché non ti avranno accettato senza recriminare quello che avrai deciso, sottomettendosi completamente.”
Il papa rispose, a malincuore, la voce bassa, tuttavia decisa.
“Il signore non ama gli oppressori!”
Il guerrigliero incalzò.
“Ci darà la capacità di distinguere, cancellerà le nostre colpe e ci perdonerà. Combatteremo finché la religione sarà tutta per lui.”
Una forza oscura lo pervadeva, lo animava. Alzò la voce, rabbioso.
“Vorrebbero che foste miscredenti come loro e allora sareste tutti uguali. Non sceglietevi amici tra loro, finché non emigreranno per la tua causa. Chi crede solo in uno e nega l’altro, sono essi i veri miscredenti.”
Quindi, ormai rivolto ai suoi, urlò
“Combattete quelli tra la gente della scrittura che non scelgano la religione della verità. Se non ci lanceremo nella lotta, ci sostituirà con un altro popolo e ci riserverà un doloroso castigo.”
Tuonò, incitando i suoi.
“Non si addice a un profeta prendere prigionieri finché non avrà completamente soggiogato la terra.”

Il papa provò a rispondere, ma ormai non sentivo più nemmeno io cosa diceva. Gli uomini innanzi a lui agitavano armi al cielo, mostravano pugni, urlavano, suoni minacciosi che gravarono sui nostri cuori e sulle nostre anime che, faccio fatica a dirlo, dubitarono della presenza del signore al nostro fianco. Nella mia vana presunzione, pensai che il santo padre avesse sbagliato ad affrontare il guerrigliero, un intero popolo, gettandosi su una disputa dialettica con quanti avevano speso secoli nel padroneggiare quel terreno insidioso. Aimè, una discussione razionale, contro l’irrazionalità umana. Provai il desiderio di vedere il pontefice ergersi in tutta la potenza e placida forza del cristianesimo, sollevare il bastone e schiacciare col peso dei peccati del mondo le vane parole, la tracotanza degli empi. Manifestare tutta la regalità del potere conferitogli da millenni di sofferenza e devozione. Niente di tutto questo. Chinando la testa con parole dolci facilitò il compito del macellaio.

 

Non si riuscì ad accertare chi cominciò, né me ne accorsi io. Semplicemente, qualcosa alla mia sinistra si agitò. Qualcuno dei nostri innervosito dalla piega degli eventi, o qualcuno dei loro imbaldanzito da un verdetto non scritto ma ormai evidente, o forse ancora un copione già scritto. Chi lo sa? Io no di certo. Fatto sta che si alzarono le mani. E non vennero alzate per opere di carità.
Non ci volle molto che dalle mani si passò alle armi. Il mio vicino si accasciò, aggrappandosi alla croce che portava. Cominciarono a correre verso di noi, qua e la scoppi e lampi di luce ad accrescere la confusione. Il santo padre scomparve immediatamente dalla mia vista. Ebbi una fugace visione del conflitto intestino che si scatenò tra i Peshmerga. Le urla, quelle si, le ricordo. Colpi secchi seguiti da raffiche. Ci erano già addosso, pronti a tosare il gregge. Ma accadde qualcosa quel giorno. Faccio fatica ad ammettere… la mia mano calò. Utilizzai la pesante croce come una rozza clava, abbattendo un guerrigliero urlante. Ecco, mi piace pensare che fu quello il momento decisivo che rianimò i nostri cuori. Ovviamente sono le sciocchezze vanagloriose di un vecchio. Subito dopo venni steso da un colpo a un fianco e probabilmente mi diedero per spacciato… ma il gregge si rivoltò ai lupi. Le pecore falcidiate non indietreggiarono e fecero valere la massa, macchiandosi del sangue dei carnefici.

 

In tanti morirono, troppi. Io ero svenuto e non assistetti alla carica. Anzi, fui tra i calpestati e le contusioni riportate furono anche più gravi del colpo che mi aveva trapassato il fianco. Ma quel giorno gli oppressi alzarono la testa.
Dalla crociata per la pace si passò a chiamarla seconda crociata degli straccioni. La chiesa si ritrovò senza guida in un momento buio e delicato. E qualcuno ricordò che il papa aveva detto che ci trovavamo nella terza guerra mondiale. Fu profeta delle sofferenze ancora maggiori che seguirono. Le fosche previsioni dei cardinali si avverarono e la guerra salì di livello, al punto di mostrarsi anche a quelli cui era passata sotto il naso, me compreso.

 

Beh, ora sai tutta la storia, per lo meno per quello che ricordo.
Nonno, che senso c’è in tutto questo?
Senso? Nessuno figliolo. Una domanda che mi ponevo spesso anch’io. Col passare del tempo, ho cominciato a chiedermi perché dovrebbe essercene.

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ma che è la scala di grigi?????

comunque l'ho votata :scrib:

 

In realtà, il tempo per votare è finito. :ehmmm: Ha vinto il sondaggio "nonsense", che è il tema su cui ci stiamo cimentando.

 

Se vuoi, qualche racconto è già stato postato. Tra qualche giorno si potrà iniziare a votare, commentare ecc. Se ti fa piacere puoi provare anche tu a scrivere e postare un racconto sul tema.

 

Scala di grigi era una mia proposta. ;) Questa era la spiegazione che avevo dato.

 

"Bianco o nero? Oppure anche grigio con molteplici tonalità? Cosa c’è nel mezzo tra due estremi?

Dal essere combattuti tra due posizioni contrastanti fino al trovarsi fisicamente tra due cose o persone.

Ci si trova in mezzo per caso, per costrizione, ma anche volontariamente alla ricerca di neutralità, di una tonalità di grigio che ci stia bene addosso"

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grazie per la spiegazione,per un attimo ho pensato agli alieni :ehmmm:

di sicuro un commento ai racconti lo farò

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Vi ricordiamo che domenica 28 settembre alle 21.00 scade il termine per l'invio dei racconti! :scrib:

Come sempre nel primo post ci sono i link ai racconti pubblicati.

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No, una volta postato non si può cambiare.

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C'è tempo fino a stasera alle ore 21. :)

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