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Darklady

Le Recensioni di Barriera

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Musicisti, musicofoni, musicanti e/o semplici amanti della musica in generale, questo topic è dedicato a Voi!

 

Se volete condividere con gli altri utenti di Barriera le ragioni per cui un dato album/artista vi piace, qui potrete farlo.

 

Se volete far conoscere un dato album/artista, anche ignoto ai più, qui potrete farlo.

 

 

L'intenzione ultima di questa discussione è scrivere recensioni su album, cantanti, gruppi, artisti di qualunque genere e di qualunque epoca; Pentos è la sezione dedicata alla musica e pertanto non è importante scrivere dei dischi appena usciti o di prossima uscita.

 

Ciò che conta è che vi piacciano e vi abbiano trasmesso qualcosa che, a livello tecnico e/o emozionale, vorreste condividere con altri amanti della musica.

Anche il genere non è importante; Heavy Metal, Hard Rock, Rock, Blues, Jazz, Pop, Musica Classica, Country, Folk, Rap, Hip Hop...e relativi sottogeneri.

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E' una iniziativa molto bella, tuttavia non sono sicuro di poter partecipare. Per la mia webzine Heavy Metal Heaven scrivo una recensione a settimana quando non due, tuttavia le mie recensioni sono molto approfondite e complesse, il che significa che sono molto, molto lunghe. Posso anche provare a postarne qualcuno, ma non sono molto sicuro che per un forum siano proprio la cosa più adatta, ecco. :) .

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Beh, tu intanto prova a postare, poi si vedrà, ma comunque non c'è un limite di complicatezza e lunghezza. ;) Io provo a scrivere qualcosina domani, chissà come mi verrà. :scrib:

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La sintesi, mio malgrado, non è mai stata tra le mie virtù, quindi non temere di risultare vagametne "prolisso"

......purché tu non scriva un'intera pagina del forum fittamente e in carattere piccolo :ehmmm: :blink:

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Esordisco in questa discussione, andando subito a commentare un disco ambizioso di una delle mie band preferite.
Signore e signori:

SIREN CHARMS - IN FLAMES - 2014

In-Flames-150x150.jpg

Gli In Flames sono sicuramente una delle band più camaleontiche della scena metal degli ultimi 20 anni. Esordiscono con un Death Metal abbastanza incontaminato, se non da qualche venatura folk svedese (Lunar Strain, 1994), poi lanciano un nuovo genere, il Melodic Death Metal, che porta, gli influssi melodici europei nel classico Death Metal svedese (The Jester Race, 1996 e Whoracle 1997, in parte Colony, 1999). Dopo un breve periodo che strizza l'occhiolino al Thrash (in parte Colony, 1999 e Clayman, 2000), appaiono le prime influenze elettroniche (Reroute to Remain, 2002), che fanno storcere il naso ai fan della prima ora. Facendo un attimino di marcia indietro con Soundtrack to your escape, 2004 (per chi scrive, uno degli album peggiori della band), i nostri cambiano di nuovo rotta con Come Clarity (2006), dove per la prima volta si notano influenze metalcore americane. Con i successivi due album A Sense of Purpose (2008) e Songs of a Playground fading (2011) si assiste ad un progressivo allontanamento del Death per avvicinarsi a sonorità più vicine al metalcore, specilamene dopo l'abbandono di Jesper Strömblad, ultimo membro fondatore della band.

Questa premessa solo per spiegare quante volte questa band abbia cercato l'innovazione, rifiutandosi di ripetere delle sonorità già proposte, anche quando queste hanno fatto la fortuna della band, e anche a costo di scontentare lo zoccolo più duro dei fan. C'è chi li considera modiaoli (figurarsi dopo quest'ultimo cambio etichetta, che dalla Century Media li porta alla Epic/Sony), chi non li considera più metal, ma bisogna dare atto alla band la capacità di non guardare in faccia a nessuno.

Questo nuovo album, Siren Charms, ci porta quindi ancora a nuove sonorità. Il Death Metal è abbozzato quà e là, il resto sono canzoni rock elettroniche, che spaziano dal metalcore all' industrial, ricche di platter e piene di sonorità nuove e inesplorate per la band. Quello che colpisce fin da subito è il cantato. Anders Frìden abbandona quasi completamente l'ottimo growl dei primi album, lanciandosi quasi esclusivamente in linee vocali pulite alternate a screaming e a tratti parlate, che assomigliano addirittura ai momenti più psicotici di Marylin Manson.

Andando con ordine, già l'opener In Plain View inizia con un oscuro sampling, che viene intrecciato ad un massiccio riff di chitarra, che richiama il passato più recente della band. In generale, questo brano è uno di quei pochi, che si possono collegare ai lavori passati. Molto ricercata comunque la linea melodica vocale, Anders Frìden sembra in forma.

Con la seconda Everything's Gone, la band ci fa vedere che sa ancora pestare duro. Qui si ritrovano le ritmiche serrate del Death di Cloud Connected e Reroute to Remain. Purtroppo questo risulta essere anche uno dei brani più confusi dell'album, con un ritornello scialbo e senza particolare picco emotivo.

È con Paralyzed che si cambia decisamente rotta per il nuovo capitolo sonoro degli In Flames. Una chitarra quasi funkeggiante apre la canzone che presto si tramuta in una mid tempo molto ritmica, spiccata di sampler in cui le linee vocali pulite aprono ad un grandioso e sofferto ritornello.

Se con Paralyzed ci siamo decisamente allontanati dal Death, la seguente Through Oblivion arriva ai confini estremi di quanto si possa considerare metal. Il video del brano è uscito qualche giorno prima dell'uscita dell'album. Una mossa volta, visto che è la canzone più controversa in riferimento al passato della band. Atmosfere malinconiche si intrecciano con ottime linee melodiche infarcite di elementi elettronici (cosa che si può dire di tutti i brani, ma specialmente di quelli nella parte centrale dell'album). Il brano, che potrebbe risultare indigesto al primo ascolto, invece si rivela sfacettato e intrigante, anche se manca decisamente di potenza, ma finché resta un brano solo si può anche soprassedere.

Con With Eyes Wide Open si torna a sonorità leggermente più decise, ma in linea con gli ultimi due brani. Tanta melodia, assenza di growl, peccato per un assolo di chitarra ridotto all'osso, c'era potenziale per fare di più.

Siren Charms, la title track è per chi scrive brano migliore dell'album, incorona la nuova parentesi melodico-elettronica dei nostri. Brano che si apre con un irresistibile arpeggio di chitarra, che va subito a sposarsi con una batteria in controritmo. La voce di Friden ci accompagna in un crescendo emotivo fino all'ottimo ritornello. Un'altra canzone molto ritmica che sfrutta la precisione chirurgica del batterista Daniel Svensson e la usa come base per delle ricercate linee melodiche.

Con When The World Explodes si torna a regimi più duri. Chitarrone distorto e screaming aggiungono possenza ad una canzone che già di per sé è di struttura pesante. Sorprendente in questo frangente è l'inserimento della voce femminile in un ritornello insperatamente melodico. Semplice ma effettivo l'assolo di chitarra che ci riporta subito alla potenza vocale di Friden, che torna a darsi il cambio in modo conseguente fino alla fine di questo brano interessante.

Rusted Nail era il singolo apripista dell'album, IMHO cattiva scelta. Non perché il brano non piacesse, anzi, secondo me è un dei brani migliori dell'album, ma è troppo simile a quanto proposto dalla band nell'ultimo Sounds of A Playground Fading e non rende l'idea di questi nuovi In Flames. Qui ritroviamo infatti subito i riff e le ritmiche tipiche della band. Davvero ottima la scelta delle linee vocali, inserite con gusti tra i riverberi di chitarra. Canzone potente con un ritornello facile e tante aperture di chitarra melodiche. Quasi assente l'elettronica.

Il terzetto conclusivo ci regala altre emozioni, ma la parte migliore dell'album ce la siamo lasciata alle spalle. Dead Eyes rallenta decisamente il ritmo e lascia via libera ancora una volta alle linee vocali, in alternanza a quelle di chitarra. Stesso discorso per Monsters in a Ballroom, una canzone che risulta però un po' confusa nella sua inutile ricerca della potenza sonora.
Filtered Truth è una canzone che riassume un po' tutte le atmosfere dell'album. Tanto ritmo, samples, chitarre e voce che si scambiano duelli melodici, il tutto arricchito con un pizzico di potenza sonora e dello screaming. Questa è la nuova ricetta In Flames, prendere o lasciare!

In conclusione si può dire che questa nuova fase degli In Flames è sicuramente interessante. I punti di forza dell'album sono da una parte il cantato con Anders Friden che a quanto pare si sente a suo agio con qualsiasi tipo di sonorità e dall'altra le chitarre melodiche che gli fanno da controparte. Insomma i due songwriter, Frìden e il chitarrista Gelotte si impongono sul resto della band, anche se nel sottofondo troviamo, come in ogni album degli In Flames, una sezione ritmica impeccabile. Forse un po' troppo sotto tono le linee di basso, ma la batteria c'è. Non è in primo piano come in passato, ma dà quella spina dorsale necessaria, e spesso anche quella torsione e quella marcia in più ai brani. La perdita di potenza è sicuramente da riportare alla dipartita di Jesper Strömblad, che era il metallaro duro e puro della band. Forse in futuro si potrebbe coinvolgere di più l'ultimo entrato Niklas Engelin.
Nota a margine, l'album ha un eccezionale artwork, sembrano lavori di inchiostro (non me ne intendo di arte pittorica, giudicate voi) e dei motivi associati ai titoli delle canzoni. Veramene imponente la tartaruga di When The World Explodes, il sottomarino/squalo di Rusted Nail e la vetrata con tentacolo di Monsters in a Ballroom).

Gli In Flames sembrano quindi aver gettato le basi per qualcosa di nuovo, ma non facciamoci troppo l'abitudine, nel prossimo album potremmo trovarci altre carte in tavola. :D

Voto 7,5/10

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Ecco, un livello di prolissità del genere può andare bene, ma non è vietato essere più sintetici. :stralol:

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E va bene, l'avete voluta voi :D ! Ecco una recensione apparsa circa un anno fa su Heavy Metal Heaven.


Recensione: Paradise Lost - Icon (1992)


1992: esce Shades of God, full lenght che conferma i Paradise Lost ancor di più tra le punte di diamante della scena death/doom inglese che andava affermandosi in quegli anni. Nel disco, si possono sentire alcune novità rispetto al passato, nello stile della band: a livello di atmosfere, infatti, il gruppo è divenuto meno lugubre che in passato, ma in compenso ne ha guadagnato in fatto di intensità sentimentale, mai così forte in nessun album precedente della band. L’anno successivo, ancora un passo in tale senso: esce Icon, quarto disco in quattro anni per l’ensemble, che rappresenta una svolta ancor più marcata nella direzione già intrapresa dal predecessore. In esso, gli elementi death si fanno difatti ancor meno marcati, quasi a sparire del tutto,con le canzoni che diventavano meno estreme e più lente e riflessive: il cambiamento più evidente è quello del cantante Nick Holmes, che proprio nell’album in questione smette di utilizzare il growl, per passare ad un cantato più melodico, che oscilla tra vocalizzi profondi e momenti più aggressivi, in cui forte è la somiglianza con l’ugola di James Hetfield (anche se ovviamente l’uso che ne fa è ben diverso). Questo sviluppo fece si che Icon divenisse probabilmente il primo full lenght in assoluto di quello che verrà etichettato in seguito come gothic metal, anche se in esso sicuramente non vi è solo gothic puro: le origini della band sono ancora del tutto presenti, e si esplicano nei potenti riff del tutto doom ed a tratti anche piuttosto death-oriented di Aaron Aedy, che intrecciandosi con le onnipresenti parti in lead di Gregor Mackintosh creano un ibrido unico ma bellissimo, costituente l’arma vincente non solo del disco ma in generale dell’ensemble. Una parola va spesa, prima di cominciare, anche per la produzione: pur essendo lontana da quelle degli ultimi anni, risulta comunque da urlo, essendo molto calda e dannatamente efficace, nonché tanto vintage da poter essere adorata da qualsiasi amante del doom metal classico.


Dopo un breve intro, oscuro e sinfonico, parte la opener Embers Fire, nella quale già si possono sentire i nuovi elementi già citati poco sopra. A parte questo, però la classe è immutata: i riff suonano infatti pesanti ma anche colmi di triste melodia, fatto aiutato anche dagli splendidi lead che spuntano qua e la, e che variano la formula della traccia, la quale pur essendo lineare risulta piena di piccoli particolari molto interessanti, disseminati un po’ ovunque; corona il tutto uno splendido assolo, il quale rende più intenso e toccante il mood di disperazione abbracciante tutta la canzone, rendendola il primo capolavoro dell’album. La successiva Remembrance è un brano più veloce e potente, con il riffage che passa da momenti più riflessivi ed atmosferici a potenti esplosioni di pesantezza puramente doom, in un’alternanza che della song costituisce la struttura base; quest’ultima è interrotta solo dai bei ritornelli, i quali hanno un mood complicato anche da descrivere, ma a tratti che più gotico non si può. Di nuovo molto valida, inoltre, risulta la parte solistica, anche grazie alla quale il pezzo si rivela un'altra volta più che ottimo. L’introduzione di Forging Sympathy, che arriva poi, è piuttosto rapida, ma poi la traccia si sposta su tempi più classicamente doom; l’alternanza si ripete spesso, con le strofe più aggressive e cupe, sul mid tempo, ed i ritornelli più rallentati e colmi di pathos. Su tutto svetta un lavoro chitarristico veramente perfetto, da estasi metallica in ogni suo riff, lead o passaggio; degna di nota è pure la sezione centrale con i lead di chitarra a seguire le catacombali ritmiche, per creare una parte nera come la notte, che dà veramente i brividi, seguita da un interludio altrettanto cupo ma anche profondo, ciliegina sulla torta di uno dei migliori episodi dell’intero album, se non il migliore in assoluto. Giunge quindi Joys of the Emptiness, song molto lenta e completamente votata alla creazione di un’atmosfera strana, esprimente una calda tristezza ma in una maniera molto eterea e a tratti quasi psichedelica, rivelandosi alla fine molto efficace, grazie anche all’espanso riffage, su cui la sei corde di Mackintosh rimane, per una volta, in secondo piano, senza incidere ma anzi risultando giusto un accompagnamento, esprimendosi a volte anche senza distorsione, e a volte anche in parti complesse e veloci, tutte quante però adatte allo scopo di rendere la canzone un’altra piccola perla. Un altro breve preludio sinfonico, poi si parte per Dying Freedom, uno dei brani più veloci ed anche dei più orientati al gothic moderno del lotto, per quanto il rifferama sia doom al cento percento, pure nelle accelerazioni, che pure hanno un vago retrogusto addirittura thrash; la fusione di tutte queste parti funziona per giunta a meraviglia, grazie anche ad un songwriting veramente competente, che sa quando dosare parti pesanti e quando lasciar più spazio al mood, in un equilibrio che riesce anche a rendere sempre interessantissima e senza un attimo di noia anche una song totalmente lineare (a parte il bell’assolo, la struttura resta costante per tutta la durata della canzone) come questa. Per quanto riguarda Widow, che giunge a ruota, per una volta ha delle strofe non troppo incisive, essendo forse un po’ frettolose nel loro sviluppo ed avendo un riffage comunque meno valido che altrove; le accoppiate bridge-ritornello la tirano tuttavia su di molto, che anche in virtù di qualche altro spunto vincente (come per esempio, la parte solistica finale), nonché della sua brevità (giusto tre minuti), risulta comunque di valore, potendo sfigurare solo dopo una serie di pezzi giganti come quella appena trascorsa.


Colossal Rains è un'altra song decisamente lenta, sia per il tempo che nell’entrare nel vivo, visto che la parte iniziale, dominata da un riff per nulla rapido (oltre che grandioso), oltre che da alcuni campionamenti e dagli onnipresenti lead di Mackintosh, è piuttosto lunga (anche se certo ciò non è un difetto, anzi!). Il vivo del gioco consta invece sempre di una parte di velocità contenuta, e molto varia ritmicamente, anche grazie all’apporto vincente dell’ottimo Matthew Archer dietro alle pelli; completa il quadro un ritornello pieno di intensità sentimentale e davvero coinvolgente, e l’ennesimo pezzo di alta qualità è fatto e finito. La successiva Weeping Words si rivela un brano piuttosto rapido e movimentato, che ha dalla sua un rifferama ancora una volta da urlo, appoggiato su una struttura piuttosto varia e complessa, che muta spesso ma mantiene sempre una sua coerenza interna, oltre al mood cupo ed angosciato che alla band riesce tanto bene evocare. Ottimo anche lo stacco centrale, dominato da strani feedback di chitarra, ed adatto a spezzare il ritmo, prima che il chorus torni alla ribalta e concluda in bellezza la composizione. Per quanto riguarda Poison, che la segue a ruota, abbiamo un episodio a due facce, a tratti anche pieno di melodie dolcemente tristi e spesso anche piuttosto soffuse, a tratti invece addirittura impetuose, come per esempio nelle potenti strofe, in cui Holmes è più rabbioso che mai, ed è sostenuto da un riffage che più heavy non si può; degna di nota anche la seconda frazione, con l’assolo, per un brano estremamente breve ma comunque di valore ancora alto. Arriviamo ora a True Belief, che sarebbe stata perfetta come ideale singolo di lancio dell’album, essendo meno intricata e più lineare che in passato, ma presentando comunque una composizione di assoluto rispetto in ogni suo passaggio ed in ogni suo incastro di riff, che sa benissimo quando aggredire, quando puntare più sull’oscurità e quando essere melodico, il tutto condito da un ritornello di disperazione prepotentemente gothic, da brividi per il grande sconforto che evoca, e che nondimeno si stampa subito in testa per la sua semplicità, ciliegina sulla torta di un altro dei pezzi in assoluto più validi del disco. E’ il turno quindi di Shallow Seasons, alla quale basta solamente la parte iniziale per essere un capolavoro, col suo riff cupo e cavernoso che ha dalla sua una forza oscura incredibile; anche ciò che viene poi è però più che meritevole di lode, con il rifferama in certi momenti anche di vago retrogusto stoner (!)ma assolutamente adatto al contesto, e soprattutto con la spiccata vena melodica, che qui esce fuori particolarmente in occasione dei ritornelli, ed impreziosisce ancora l’ennesimo episodio più che ottimo. Siamo ormai in dirittura di arrivo: la prima frazione di Christendom è molto particolare, essendo dominata dalla sola chitarra acustica a cui poi si unisce, insieme alla sezione ritmica, anche la voce di Denise Bernard (che poi torna ancora nel corso della canzone), a generare un effetto cupo, di vuoto; la parte principale non è da meno, avendo dalla sua strofe quasi soffuse, per quanto metalliche, ed esplodendo nei ritornelli, che di gothic hanno ben poco: essi si rivelano infatti veramente aggressivi, sia per quanto riguarda il riffage, sia per il possente coro formato dalle voci della Bernard e di Holmes. Questa fusione fa si che il pezzo risalti molto, in un disco dopotutto non troppo disomogeneo come questo; ma nonostante ciò, risulta comunque del tutto adatto a mettere la parola fine sull’album, seppur dopo di essa vi sia anche spazio per un lungo outro, Deus Miseratur, nel quale sonorità orchestrali e doom metal si fondono in due minuti particolari ma comunque adatti a concludere il tutto in bellezza.


Con Icon, insomma, oltre ad un pezzo di storia abbiamo anche un prodotto di valore altissimo, un capolavoro assoluto il cui unico “difetto”, se così si può definire, è quello di essere il predecessore di un album ancora più bello quale il grandioso Draconian Times. Nonostante ciò, però, se siete amanti del doom metal, ed anche nel caso non amiate il gothic dalle sonorità più moderne o quello sinfonico, questo album è tra quelli fondamentali: fatelo vostro, perciò, ad ogni costo!


Voto: 95/100

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Avevo scritto questa recensione l'anno scorso per il sito Given to Rock; è stata la mia prima opinione di un'album buttata in parole e scritta nero su bianco, pertanto, siate clementi :ehmmm: Ho dovuto tagliuzzare qua e là qualcosina, perché altrimenti sarebbe stata un tantinello troppo lunghetta.....sono stata buona, vi ho persino risparmiato le tonalità delle varie songs.... :jaqen:

Devo ammettere che negli ultimi anni ho rivalutato moltissimo Tobias Sammet e la sua musica; sia che si parli di Avantasia (progetto che mi è piaciuto fin dalla prima nota), sia che si parli, come in questo caso, di Edguy (band che ho sempre ascoltato letteralmente a “spizzichi e bocconi).

Premetto che mi piace il loro nuovo sound, è decisamente più maturo, più personale, più concreto rispetto ai primissimi album; e, non da ultimo, molto più vicino ai miei gusti rispetto ai lavori del passato.

Nonostante ciò cercherò di essere il più obiettiva possibile.

“Age of the Joker” è un'album che ho scoperto ben 2 anni dopo la sua pubblicazione, grazie ad un amico che me lo ha consigliato in tutte le salse, tanto che ho finito per acquistare la Limited Edition; due CD, copertina a mo' di booklet....bellissimo, esteticamente anche meglio di "The Mystery of Time" degli Avantasia (ovviamente mi riferisco anche in questo caso alla limited edition)! Le foto invece sono orribili, tutti e 5 hanno ancora quell'espressione da rockers arroganti e spaccatutto che si usava negli anni '80-'90...e Tobias sempre vestito alla stessa maniera! Ma vabbé......Veniamo al contenuto vero e proprio!

Per questo Age of the Joker Tobias e compagni meritano tanti bei thumbs up; sonorità giuste, canzoni trascinanti, accattivanti che fanno andare a ritmo senza quasi rendersene conto.... hanno una linea melodica molto diretta, ritornelli e riff orecchiabilissimi e coinvolgenti. In pieno stile Edguy dell'ultimo periodo (ma non solo); già con Tinnitus Sanctus c'era stata questa spaccatura in favore di sonorità sempre più hard&heavy a discapito del puro power (che a dirla tutta dopo un po' mi stufa pure), e devo dire che le loro canzoni ci hanno solo guadagnato sia in spessore sia in "credibilità". Non sono più dei ragazzini e si sente.

 

Il CD1 si apre con quello che è anche il primo singolo estratto da “Age of the Joker”, ovvero “Robin Hood”, di cui è anche stato girato un video piuttosto divertente e che, a mio avviso, riprende a pieno l'ironia insita nella canzone stessa: la prima strofa sembra quasi la descrizione della scena di un film ed il velo d'ironia di cui è permeato il brano non lascia capire chiaramente se “ci è o ci fa” (in pieno stile Edguy, come al solito). L'intermezzo fa molto “Iron Maiden style”, con tanto di coretto alla “Run to the Hills”. In definitiva canzone divertente ed allegra.

Nobody's Hero”; grande ritornello, entra subito in testa. Mi lascia solo un po' perplessa il modo in cui l'assolo conclude prima di riprendere il chorus finale....bha, impressione mia, ma non è molto gradevole all'orecchio.

Rock of Cashel”; bellissima. Rappresenta, a mio avviso, uno dei punti più alti dell'intero album. Riff medievaleggiante, una ritmica fantastica e molto dinamica; adoro le cadenze terzinate!

Pandora's Box”; altra canzone in cui si avvertono altre contaminazioni musicali. Intro in southern rock style, a metà strada tra le sonorità alla “Blaze of Glory” di Bon Jovi e “l'hard-rock blues” degli Aerosmith, la cui influenza si mostra prepotentemente soprattutto nel solo e nel fraseggio di Tobias che lo apre. Il giro della strofa però mi ricorda a tratti il verse di “Sex Fire Religion” contenuta nel predecessore di “Age of the Joker”, “Tinnitus Sanctus”.

Breathe”; è il brano in cui si avvertono maggiormente le reminiscenze del passato. Di stampo decisamente power, “Breath” scivola via veloce e piacevole: da notare il coro di “avantasiana memoria” che chiude l'intermezzo arpeggiato prima della reprise.

2 out of 7”; adoro le lyrics di questa canzone! Ritornello bello aperto, bella la melodia. Irriverente al punto giusto. Canzone che mi piace ascoltare a tutto volume in macchina......

Faces in the Darkness”; l'intro spiazza perché porta a credere di trovarsi davanti alla prima “ballad” del disco. Ipotesi subito abbandonata non appena entra il potente riff che apre veramente la canzone e che ci dà subito l'idea dell'impatto ritmico di questo brano. Le lyrics invece per me rappresentano una sorta di “antropomorfizzazione” della paura del buio e quindi dell'ignoto. Bellissima, anche questa da cantare a squarciagola.

The Arcane Guild”; è l'altra canzone che più risente delle influenze power. Il solo ricorda molto gli Helloween, o anche i Rainbow.....solo un filo più veloci.

Fire on the Downline”; dall'intro dolce e melodioso, questa track mostra i muscoli dopo il crescendo di batteria. E' una canzone che conquista poco alla volta, man mano che i secondi scorrono. Pregevole il gusto un po' “eighties” dato alla struttura melodica del ritornello, al tempo stesso dinamico e particolare grazie alla ritmica che alterna blocchi di battute da 4/4 e battute di 2/4.

Behind the Gates to the Midnight Word”; è la mia preferita dell'intero lotto. Potente, piena ed oscura; mi piace tutto di questa canzone. Volendo fare un paragone un po' forzato con “The Mystery of Time”, ha lo stesso impatto sonoro e le stesse atmosfere un po' sinistre di “Black Orchid” ed una struttura con vari cambi di tempo e ritornelli aperti che fanno “salire” la canzone come in “The Great Mystery”. Adoro la ritmica, soprattutto nell'intermezzo, con questo crescendo tonale e questo pianoforte che portano alla reprise del riff iniziale e dello splendido ritornello ripetuto due volte prima della chiusura, caratterizzata dal “malefico” arpeggio di chitarra eseguito un tono sopra rispetto al resto della canzone. Una piccola suite encomiabile, davvero niente da dire.

Every Night Without You”; la vera unica ballad di tutto l'album. Qui i casi sono due; o Tobias è davvero innamorato (ed in teoria così dovrebbe essere), oppure è innamorato dell'amore. Il nostro genietto di Fulda ha sempre avuto la grande dote di scrivere ballad stupende; questa, per inciso, è forse un po' troppo sdolcinata, sicuramente non la sua migliore, ma comunque si lascia ascoltare. E poi, a quale donna non piacerebbe sentirsi dedicare parole simili? Quasi nessuna....quasi; tant'è che la reputo il punto debole del disco, ma non perché sia una canzone brutta, anzi, il fatto è che a mio avviso lega poco con il resto dell'album.

“Age of the Joker” è un album davvero ben fatto, con lyrics ben congegnate e strutturato in modo che si abbia quasi una sorta di crescendo che da “Robin Hood” porta alla suite “Behind the Gates to the Midnight World” (o per lo meno è l'impressione che io ho avuto ascoltandolo). Chiudere con una ballata così “melensa” è un vero peccato; anche se mi rendo perfettamente conto che il “lentone” ci sta sempre e comunque e, a volte, è pure richiesto a furor di popolo!

Passando al CD2, ben più che degna di nota è “God Fallen Silent” che porta la firma di Jens Ludwig; se son tutte così le canzoni che scrive, Tobias dovrebbe lasciargli un po' più di spazio, eh!

Le altre canzoni contenute in questo “bonus CD” sono la divertente cover “Cum on Feel the Noize”, “Aleister Crowley Memorial Boogie”; le single versions di “Robin Hood” e “Two out of Seven” e la ballad “Standing in the Rain”, scritta da Tobias nel 2005 e che potrebbe tranquillamente fare da contraltare a “Every Night Without You”. Qui si canta di un'amore in corso, bello puro e duraturo, per contro, in “Standing in the Rain” si parla di un'amore finito, magari anche in malo modo.....Chi ha estratto il 2 di picche?

Voto:8

Best Song: Behind the Gates to the Midnight World, Two out of Seven, Faces in the Darkness, Rock of Cashel.

Skip Song: se proprio vogliamo trovarne una Every Night Without You.

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I Paradise Lost! :wub: Ho a casa One Second, uno dei primi album che ho comprato, non l'ascolto da una vita! Non sapevo che facessero Doom, One Second era molto modaiolo quando uscì.

 

Comunque complimenti per le recensioni, Darklady mi piace molto l'idea delle Best Song e Skip Song, mi sa che inizio a farlo anch'io. :lol:

 

Abbiamo decisamente posto in alto l'asticella delle recensioni, ma anche un semplice commento è il benvenuto, eh! ;)

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Io volevo postare una mia recensione, ma dopo le vostre mi vergogno come una ladra :ehmmm:

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NOOOOOOO!!!! :shock:
Fallo ti prego!!

Nessuno è qui per giudicare!!! Scrivi, scrivi Robyn, facci conoscere la tua musica.....un po' la conosciamo eh, :stralol: .....però, va bene tutto quello che vuoi; scritto nel modo che vuoi, ci mancherebbe!

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Nel post iniziale perché non mettiamo i link ai post delle recensioni? Io sto rielaborando (leggi:ampliando) alcune delle recensioni che avevo scritto per il MDM, spero di poter postare la prima a breve.

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Siccome oggi sono di buon umore, posto un'altra recensione, nella fattispecie una di quelle che mi è piaciuto di più scrivere, se non altro perché mentre di solito il concept di un album lo accenno solo, qui sono riuscito a fondere il racconto del concept (che è IL concept heavy metal) e la parte musicale (il che la rende anche la più lunga che abbia mai scritto :D ! ).

 

Recensione: Queensrÿche - Operation: MIndcrime

Genere: heavy/progressive metal

 

Cos’è che rende un disco un masterpiece immortale e riconosciuto da tutti? Seppur sembri una domanda semplice, banale addirittura, pensandoci in realtà non è affatto facile rispondere, anzi, e probabilmente una risposta univoca ed oggettiva per ogni persona non esiste. Secondo la mio opinione, in ogni caso, ci sono tanti fattori che contribuiscono a rendere un capolavoro tale, ma uno dei maggiori è l’ispirazione, la capacità cioè di riuscire a rendere il proprio sound assolutamente perfetto ed efficace al massimo, qualcosa di impossibile senza talento ed impegno, ma che necessità anche di una certa dose di fortuna. Tra quelli che nonostante la difficoltà ci riuscirono, vi sono per esempio i Queensrÿche di fine anni ottanta: dopo la pubblicazione dell’EP omonimo (1983) e dei primi due dischi (The Warning dell’84 e Rage for Order dell’86), che già mostravano le ottime doti del gruppo, quest’ultimo riuscì a raggiungere un’alchimia ancora maggiore. Nel 1988 usciva così Operation: Mindcrime, disco estremamente ambizioso sia a livello di sonorità che a quello lirico e concettuale, ma che come vedremo, grazie all’eccelso stato di grazia raggiunto, riuscì comunque a diventare uno dei più grandi ed importanti dischi heavy metal di tutti i tempi, in maniera peraltro assolutamente meritata. In esso la band si proponeva in un sound che limava gli spigoli più sperimentali del predecessore e tornava ad esaltare il sound classic heavy metal degli esordi, senza dimenticarsi delle influenze che lo rendono a tutti gli effetti anche uno dei primi dischi progressive metal della storia, seppur nel senso primigenio del termine: niente componimenti complesse o di durate estreme e nessun inutile sfoggio di tecnica, quindi, solo atmosfere intense e cangianti. Se già di per sé questa proposta è interessante, il gruppo riesce a dare però anche di più: il songwriting è infatti perfetto in ogni passaggio, interludio, arrangiamento, ed il risultato è della musica che anche da sola, senza altro, risulta memorabile. Come se non bastasse, in ogni caso, a coronare il tutto vi è la storia che costituisce il fascinoso concept dietro al disco, un vero e proprio racconto di genere distopico che si rivela molto toccante ed in ogni caso decisamente forte (già solo impostare la recensione in modo di descriverla nel dettaglio è stata un bel pugno nello stomaco per me); senza ulteriore indugio, perciò, che la narrazione cominci.

Il disco si apre con un intro recitato, I Remember Now, in cui sul sottofondo di suoni da ospedale un’infermiera comincia a maltrattare un paziente, somministrandogli quindi un'altra dose di tranquillante. Subito dopo, però, sentiamo il dialogo interiore di quel paziente: non è altri che il giovane Nikki, il protagonista del nostro triste racconto, che ha la memoria offuscata dai farmaci ma nonostante ciò comincia a ricordare… e la storia ha inizio. Anarchy X, la prima traccia musicale vera e propria è quasi un ulteriore intro all’album, e presenta chitarre distorte e potenti ma in qualche modo quasi gioiose nel mood, che si appoggiano sull’interessantissimo lavoro del drummer Scott Rockenfield sul rullante, quasi una marcia militare, per la prima parte, sopra a cui trova spazio una voce potente, urlata, un comizio politico. “Abbiamo la libertà? Abbiamo l’uguaglianza? Questo paese sta cambiando, non è più per tutti, è solo per alcuni!”: questo dice l’arringatore, dall’enigmatico soprannome di Dottor X, che il nostro protagonista inizia ad ascoltare senza sapere che ciò segnerà indelebilmente il suo futuro, anche se la seconda metà della canzone, leggermente più cupa del resto, ne rappresenta quasi una premonizione. Una lunga introduzione, con chitarre acustiche e qualche rara incursione della batteria, poi si avvia il primo componimento lungo del lotto, Revolution Calling, la quale può contare su strofe appassionanti, dal mood progressivo ed indescrivibile a parole, in qualche modo strisciante, le quali poi sfociano in bridge possenti preludenti a ritornelli liberatori ed intensissimi per il desiderio di libertà che in essi si esprime, la stessa che il protagonista ha, seppur in maniera frustrata: ognuno non vuole altro che fama e ricchezza, il sistema è marcio e c’è bisogno di un cambiamento, una rivoluzione: questo è il messaggio di X, che Nikki condivide e che lo porterà ad avvicinarsi a lui. Musicalmente, ad ogni modo, ogni passaggio strumentale è di caratura altissima; tra di essi, spicca l’assolo centrale, ciliegina sulla torta di una grandissima canzone, il primo capolavoro di una lunga serie appena cominciata. A questo punto, il Dottore si accorge che Nikki è dipendente dall’eroina, e che può essere facilmente manipolato. In maniera subliminale, comincia così ad agire sul suo cervello, finché il giovane diviene una marionetta nelle sue mani quando viene stimolato da una parola chiave sussurrata al telefono: in questo modo X ha trovato l’uomo che l’aiuterà nel suo piano per la rivoluzione, la mano assassina che abbatterà i politici ed i vertici religiosi. La titletrack si apre proprio con lo squillare di un telefono, e quando la cornetta viene alzata, ecco la voce del Dottore pronunciare: “Mindcrime”! Subito dopo, parte il riff iniziale di Operation: Mindcrime, potente eppur melodico, da antologia, come anche è notabile quello che regge le strofe, stoppato e particolare ma comunque incisivissimo, quello che regge il ritornello, il quale è un altro punto di forza con la sua intensità sentimentale imponente, e più in generale l’intera struttura ritmica. Si mette qui in evidenza Eddie Jackson, autore a tratti di qualche sventagliata di basso ed in generale di una prestazione sempre solida e che emerge chiaramente dietro le chitarre, in un periodo in cui ciò nell’heavy metal era, se non raro, almeno insolito; ottima nuovamente la lunga parte solistica posta al centro, molto intensa nel pathos, a coronamento di un altro pezzo non da novanta ma proprio da cento. Speak, che segue, è una traccia più rapida e pesante di quelle che ha intorno, con un riffage debitore dello speed metal meno estremo e creante un’atmosfera di attesa, che trova sfogo solo per i ritornelli, più lenti ed intimisti, in cui Geoff Tate risponde al coro pronunciando una sola parola: “Revolution”, la rivoluzione che l’organizzazione metterà in atto attraverso gli omicidi di Nikki. Il resto lo fa un nuovo grandioso assolo, ed abbiamo una traccia che per quanto sia sottovalutata e corta, è comunque allo stesso immenso livello di ciò che ha intorno. Dopo il protagonista maschile della nostra storia, con Spreading the Disease arriva anche quella femminile, sorella Mary. Un intro lento e dal feeling triste, che fa quasi presagire una mid tempo piuttosto malinconico, poi la canzone spinge sull’acceleratore, abbracciando anche vaghi influssi maideniani e risultando ancor più incalzante della precedente, ma senza perdere l’atmosfere infelice che la contraddistingue, la quale sicuramente ben accompagna la triste storia di Mary: nemmeno maggiorenne, si era suo malgrado trovata nella vita squallida di una baby prostituta, che non migliora quando padre William la “salva” dalla strada per farla diventare una suora in un convento, a patto che lei sia costretta a ripagarlo di questo offrendogli il proprio corpo; successivamente, il sacerdote la introdurrà al Dottor X, che a sua volta la utilizzerà per portare la droga a Nikki e più in generale per soddisfarlo. Comunque sia, la struttura del pezzo è ancora una volta piuttosto tradizionale, alternando le strofe vagamente cupe e i ritornelli colmi di pathos, e si interrompe solo per la frazione centrale, nella quale su una parte quasi industrial Tate torna sussurrando alla critica politica che aveva caratterizzato le prime canzoni, prima che un ritornello ancor più intenso riesploda ed il brano si concluda nella stessa maniera in cui era cominciata.
Nikki è ormai diventato un serial killer, suo malgrado, e ciò sta logorando la sua sanità mentale: nonostante cerchi di convincersi che dovrebbe essere fiero della sua missione, che sta salvando il mondo, si sente sempre più colpevole, e nel suo scoramento estremo comincia a vedere a sorella Mary come sua unica speranza di salvezza. Nonostante ciò, però, non può fermare la catena di morti: assistiamo infatti all’omicidio di un uomo di chiesa, e poi lentamente parte The Mission, semi-ballad inizialmente molto soffusa e dominata dalle chitarre acustiche, ma poi elettrica e dal mood che nelle strofe è quasi rabbioso, per poi arrivare a picchi assoluti di disperazione nei bellissimi “refrain”, di intensità quasi lirica grazie al sottofondo di tastiere sinfoniche che escono fuori a tratti, ad aumentare ancor di più la sofferenza che avvolge tutta la canzone. Belle anche quelle parti ossessive e dissonanti in cui il nostro protagonista tenta di praticare invano l’auto-convincimento, ancor più potenti nel pathos che altrove, ciliegina sulla torta dell’ennesimo episodio eccezionale del lotto. Siamo alla svolta nella storia: un auto accosta accanto a Nikki, ed il finestrino si abbassa, rivelando il Dr X. “Uccidila. E’ tutto quello che devi fare.” dice. “Uccidere Mary?” risponde il giovane, quasi sconvolto, ma fretto il dottore risponde “Lei è un rischio. E fai lo stesso al prete”. Lui rimane sotto lo scrosciare della pioggia, al quale presto si sovrappone una cupa e quasi lugubre chitarra acustica e un potente coro che scandisce parole in latino (che poi spunterà fuori di tanto in tanto lungo tutta la canzone, rendendola ancor più particolare e più potente). Da qui, Suite Sister Mary comincia una’evoluzione che la porterà lentamente a crescere in potenza musicale, pur mantenendo inalterata quella sentimentale, che è sempre prepotente e domina in ogni passaggio, e ben coadiuvano le liriche. Queste narrano di come Nikki, nonostante l’ordine di X che vuole uccidere Mary essendo diventata un’influenza troppo grande sul suo “schiavo”, si rifiuti di farlo: tiene veramente alla suora, l’unica persona che lo abbia trattato con dignità e quasi con affetto lungo tutta la sua vita, e si rende conto che anzi di lei si sta velocemente innamorando. Dall’altra parte, anche Mary da par suo ricambia il giovane, e come lui lo vede come la sua salvezza, ma non riesce a vivere serenamente la cosa, anzi, e quando Nikki ad un tratto le si avvicina, la sua faccia si trasforma in quella sbavante e perversa di padre William, e poi in quella di tutti gli uomini che l’hanno picchiata, stuprata, usata, degradata. Allo scopo di illustrare al meglio tutto ciò, il vivo della suite è perciò immaginifico al massimo, facendo quasi visualizzare nella mente un musical a proposito di questo amore sofferto e tragico, grazie ai suoi innumerevoli cambi di ritmo e alla voce di Tate che varia tantissimo e duetta con quella di Pamela Moore, fantastica interprete di sorella Mary in questo frangente. Il risultato sono dieci minuti di canzone senza nemmeno un momento morto, esaltante lungo tutta la sua durata, e che pur essendo diversa da ciò che ha intorno (dopotutto nel disco è l’unico pezzo progressive metal nel senso in cui questo genere viene inteso ai giorni d’oggi) non stona, spiccando anzi tra gli episodi più considerevoli del disco.
Torniamo alla nostra storia: dopo la sua visione, Mary diviene improvvisamente fredda nei confronti del suo amante, e quasi lo rifiuta. Quest’ultimo, del resto, pensa di aver capito ciò che la suora prova: finché lui è un omicida ed entrambi sono sottoposti al Dottor X, non possono vivere una vita serena. Deciso, Nikki si reca così a casa del suo capo: “Ne ho avuto abbastanza e voglio andarmene!” gli urla, ma X gli risponde, ridendogli in faccia: “non puoi uscirne, ora”. Man mano che The Needle Lies passa, lui capisce che ha ragione: l’eroina lo ha reso schiavo di X, e lui non può sfuggirgli tanto facilmente. Musicalmente, la canzone è retta da un ritmo quasi punk, anche se il riffage è quanto di più classic metal si possa desiderare, con parti potenti ma anche armonizzazioni che rendono il tutto più melodico ed affascinante, generando un feeling frenetico ma anche emotivamente potentissimo, come del resto in tutto il disco. Dopo la suite che l’ha preceduta, inoltre, qui si torna ad una struttura semplice, che alterna velocemente le strofe velatamente rabbiose al ritornello corale ed in cui la sofferenza viene fuori invece prepotente, il tutto a formare una traccia brevissima (tre minuti circa) ma godibilissima. Arrivati questo punto, sentendosi sconfitto, Nikki torna indietro, ma il peggio deve ancora arrivare: se ne accorgerà appena entrato in casa, aprendo la porta che col suo cigolio da l’inizio a Electric Requiem. Sister Mary, dopo la sua partenza, ha infatti continuato a pensare all’orribile allucinazione avuta tra le braccia di Nikki, e ad un certo punto qualcosa è scattato dentro di lei: le memorie delle violenze subite tornano a sopraffarla, e presa dall’odio per tutti gli uomini (compreso il suo amante) e per la vita, decide di compiere l’estremo gesto: Nikki non trova così altro che il corpo esanime della suora, e non può che urlare e disperarsi, su una base eterogenea di strumenti e di rumori che danno bene la misura della sua tragedia. Sconvolto e fuori di sé dal dolore, il giovane comincia così a correre come un pazzo per le strade ormai buie, chiamando il nome di Mary, rompendo il silenzio della notte. Breaking the Silence è di conseguenza una canzone dal mood veramente disperato, grazie soprattutto alla prestazione intensissima e teatrale di un Tate in stato di grazia, che trattiene la sofferenza nelle strofe, più contenute anche musicalmente, per poi esplodere nell’accoppiata bridge/ritornelli, quasi da lacrime per l’intensità a cui il dolore vi viene espresso. Il brano si sviluppa poi ancora in maniera lineare, anche più che altrove, ma è comunque della stessa eccelsa caratura di tutti gli altre. Non si può più scappare, ormai: la notte passa, e sul far del giorno Nikki viene svegliato dalla polizia, che lo arresta con diversi capi d’imputazione, tra cui possesso illegale di una pistola che poi risulta essere anche combaciante con quella usata in diversi omicidi irrisolti. A lui del resto poco importa: era innamorato di Mary, sentiva davvero di potersi salvare attraverso lei, e si sente tradito ed abbandonato; la conseguenza è il suo rifiuto totale di credere ancora nell’amore. I Don’t Believe in Love, appunto, è un brano se possibile ancor più disperato della precedente, anche se la tristezza è meno intensa e più leopardianamente cosmica, più potente ma in una maniera tranquilla, specie nelle strofe, tutte rette da un malinconico arpeggio su una sezione ritmica costante ed ossessiva, mentre si anima nei ritornelli, ancora una volta con un pathos tale da dare i brividi. Degno di nota anche l’ennesimo assolo di qualità assoluta, per un’altra song che, bisogna ripeterlo anche a costo di annoiarvi, risulta di una qualità meravigliosamente alta. Arriva poi Waiting for 22, interludio di chitarra dolce e delicato, seppur nella sua cupezza, che si congiunge alla coda della canzone precedente e non è altro che un piacevole preludio a My Empty Room, altra brevissima traccia che serve solo a continuare il racconto: Nikki è accusato di molteplici omicidi, ed in attesa del processo viene rinchiuso in camera d’isolamento nell’ospedale, per disintossicarsi dall’eroina: lì, amaramente ripensa a sorella Mary, chiedendosi perché si sia uccisa, senza trovare alcuna risposta. Siamo ormai alla chiusura del cerchio: imprigionato e solo, il nostro protagonista, non può far altro che lasciare che i suoi orribili ricordi tornino a tormentarlo, senza poter trovare pace. Cosa lo ha spinto ad arrivare a quel punto? Quale debolezza? Non se lo sa spiegare, ma si sente così violentato e degradato nel profondo della sua anima che guardandosi allo specchio non si riconosce, vede uno sconosciuto. Un intro lieve, a questo punto, solo con la batteria e le tastiere, poi Eyes of a Strangers improvvisamente esplode, con il suo riff portante che è da pura estasi metallica, per poi cominciare ad alternare strofe più melodiche ed a tratti con la chitarra acustica a quelle dei ritornelli, tanto intense che sfido chiunque a non versare almeno una lacrima nel cantarli a squarciagola. Il brano è inoltre più mutevole che in passato, avendo più trame musicali e più passaggi diversi; il tutto però è incastrato alla perfezione, il songwriting è anche migliore che altrove se possibile, e così abbiamo forse la canzone addirittura migliore del lotto, se proprio bisogna scegliere. E così, dopo quasi un’ora immensamente potente, e con i ricordi che infine cominciando ad accavallarsi in un flusso ormai continuo, il flashback termina, ed il disco finisce come era iniziato, con Nikki che, enigmatico, afferma: “Io ricordo, ora”.
So che probabilmente una recensione così lunga demanderebbe una conclusione più articolata, ma dopo quanto scritto fin’ora, mi sembra pressoché inutile. Operation Mindcrime dei Queensrÿche è uno dei più grandi capolavori della storia dell’heavy metal, nonché il concept album per antonomasia del nostro genere preferito. Se non lo avete,dovete assolutamente farlo vostro; e se non lo avete e non volete nemmeno farlo vostro, lasciate perdere il metal classico, non fa proprio per voi.
Voto: 100/100

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