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Darklady

Le Recensioni di Barriera

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Vabbè. proviamo, anche se non sono belle come le vostre.

 

Nel 1996 la maggior parte degli adolescenti, come ero io, seguivano gruppi come Take That, Spice Girl e Backstreet Boys. Siccome a quell’età si tenta di essere ribelli, io lo feci mettendomi ad ascoltare gruppi semi sconosciuti su MTV quando ancora passava musica vera ed uno di questi erano gli Ash, giovanissimi ragazzi dell’Irlanda, che si fanno finalmente conoscere anche su suolo italico, grazie al loro secondo lavoro in studio, 1977.

Per tutti I nerd del mondo, l’inizio di Lose Control dovrebbe essere una specie di canto delle sirene: dallo spazio profondo si sente quello che è il rombo di una navicella dell’Impero di Star Wars. Poi a sprombatutto parte la musica subito forte, con un bel riff di chitarra. La voce di Tim Wheeler, sembra quasi non starci neppure bene, per quanto dolce sia il suo timbro, del resto all’epoca non aveva neanche vent’anni. Una canzone con un giro e un ritmo abbastanza semplice, ma molto coinvolgente ed ottima apertura che ti permette immediatamente di saltare e scatenarti. SegueGoldfinger, una semi ballad, direi, che ha l’ottima capacità di fondere la voce del frontman con le sonorità della canzone: si parla di scuola, seminterrati, ragazza sotto la pioggia, quindi di testi giovanili, tematiche di ogni giorno. E’ una dei pezzi migliori ed infatti è stata uno dei singoli dell’album, il secondo per la precisione.

Girl from Mars uscì in UK e USA in due versioni video differenti: inizia con un accordo di chitarra classica e la sola voce, poi ovviamente parte quella elettrica che da un bel ritmo allegro e spensierato, ottimo per una canzone che parla d’amore (sempre giovanile) per una ragazza che lo fa sentire veramente bene: insomma, il primo amore non si scorda mai, neanche se la persona in questione è una marziana. Molto carino l’assolo centrale e la successiva parte lenta che richiama l’inizio del brano.

Con I’d Give You Anything, torniamo a dei ritmi meno vivaci, giro di chitarra praticamente identico per tutta la durata del pezzo, che però, nonostante il rischio di risultare un po’ monotono, diviene una scelta vincente quando inizia un lungo, forse troppo, pezzo centrale solo strumentale. La batteria di Rick McMurrey suona sempre lo stesso ritmo seguito dal basso di Mark Hamilton, solo la chitarra varia. Senza quasi pausa, si scivola verso Gone Dream: la presenza di violini rende la canzone più dolce rispetto alle precedenti, scelta ottimale per parlare di sogni, anche se sogni infranti. E’ un pezzo che scivola via quasi senza accorgersene ed è un peccato, perchè il testo è comunque molto bello.

Nella vecchia versione MC, Kung Fu chiudeva il lato A: questa è una delle canzoni degli Ash più famosa, non fosse altro perchè l’attore Jackie Chan ha usato il pezzo per i crediti finali di Rumble in the Bronx. Inutile dire che il brano è divertentissimo!

Il pezzo che fece conoscere gli Ash nel nestro paese, almeno per chi guardava assiduamente il fu Roxy Bar di Red Ronnie e MTV quando veniva trasmesso da Londra e mandava solo musica in onda, fu la orecchiabilissima e melodicaOh Yeah. Del resto da adolescente innamorata, non potevo esimermi dal rimanere intenerita guardando un povero Tim sotto la pioggia e i due innamorati sulla giostra. Insomma, un video di facile presa e una canzone che alla fine è stata il motivo che mi ha fatto comprare la cassetta nel lontano 1996, anno d’uscita del video. Però alla fine del tutto, ascoltando il lavoro più volte, è anche una delle canzoni meno belle, proprio per questa sua melodicità. Sembra il classico pezzo d’amore che ci deve essere per forza, ma Wheeler ha dimostrato, anche in la nel tempo, di saperne scrivere di migliori e più in stile Ash.

Let It Flow è una dolce canzone d’amore, che ricorda anche come ci si possa sentire come drogati dai sentimenti. Ha un bel ritmo, un giro di chitarra semplice che si ripete per tutta la canzone. A farla da padrone è la voce di Tim Wheeler.
Le chitarre distorte aprono le danze ad Innocent Smile, altra canzone che traina il disco. È mediamente più veloce del normale del disco e sembra esserci una vena di arrabbiatura. È più una canzone che parla di ricordi e di innocenza perduta. Se il testo è molto breve, le parti stumentali, invece, completano la canzone in un circolo che termina con le stesse chitarre iniziali, forse perfino troppo lunghe, tanto da risultare fastidiose.

Con Angel Interceptor torniamo decisamente più allegri per ballare nella notte insieme ad un angelo. La canzone fa venire voglia di scatenarti e saltare e dopo la cupezza di Innocent Smile ci sta molto bene. Sono anche molto d’effetto i cori in sottofondo.

In odore di ballad, entriamo in Lost in You. Una canzone nostalgica, in cui il protagonista non fa che pensare al suo amore, disteso sul letto guardando il soffitto. Verrebbe da dirgli di alzarsi e andare da lei, così magari la canzone sarebbe un po’ meno monotona e noiosa. Questo è forse il pezzo più faticoso, perchè gli manca lo sprint che ha il resto dell’album, oltre al fatto che la voce di Tim risulta, ad un certo punto, quasi fastidiosa da quanto resa bambinesca. Sì, avete capito bene, non mi piace molto questa canzone.
Termina il disco Darkside Lightside e lo fa alla grande. Finalmente si torna a saltare e scatenarsi: chitarre furiose e batteria molto presente, voce ferma e pure un po’ sexy. Una gran pezzo che termina con una lunga parte musicale.
Dopo circa cinque minuti di silenzio non c’è una Ghost Track come si potrebbe pensare, bensì suoni e chiacchiera dallo studio e sinceramente potevano risparmiarsele perchè se è anche vero che sentirli parlare e ridere è divertente, sentirli sputare un po’ meno.

Comunque 1977 è un bel album, sicuramente poteva essere migliore, ma gli Ash erano giovani e all’inizio. Sono molto migliorati negli anni e la gavetta fatta come gruppo spalla di gente come gli U2 ha sicuramente giovato loro. Nonostante questo raccomando 1977 a tutti coloro che hanno voglia di ascoltare un album scanzonato e allo stesso tempo profondo, senza troppe pretese.

Voto: 75/100

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TIME'S MAKIN' CHANGES - THE BEST OF TESLA - TESLA - 1995

 

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Recensire un Best Of, è come recensire la carriera di una band, specie se il Best Of viene pubblicato dopo lo scioglimento di questa, come è avvenuto in questo caso.

 

Per chi non li conosce, e sarete in tanti, suppongo, i Tesla erano uno dei gruppi più sottovalutati dell'Hair Metal, genere che comprendeva all'epoca i Bon Jovi, gli L.A. Guns, gli Skid Row, solo per citarne i più conosciuti. Hanno venduto la bellezza di 14 milioni di album. Questo, in un epoca in cui gli album ancora si compravano, certo, ma il numero resta comunque impressionante.

 

Time's Makin' Changes è strutturato con le canzoni in ordine cronologico, come è giusto che sia per un Best Of, ed è interessante, ascoltandolo, seguire la progressiva maturazione del gruppo.

Si comincia con il trio dell'album di esordio, Mechanical Resonance

1."Modern Day Cowboy"

2."Gettin' Better"

3."Little Suzi"

sono tre canzoni irruenti, sprizzano di grinta e di gioventú, quello che il giovanissimo Frankie Hannon fa fare alla sua chitarra è degno di nota, e le qualità vocali di Jeff Keith, con la sua bella timbrica rock sono indiscutibili. Tra le tre canzoni, spicca anche la prima ballad (Gettin' Better), di un gruppo che non si è mai tirato indietro dal comporre pezzi lenti superorecchiabili, piacevoli, ma anche a tratti melensi.

L'ascolto continua con la triade

4."Heaven's Trail (No Way Out)"

5."The Way It Is"

6."Love Song"

tratti dal secondo album, The Great Radio Controversity, che lancia il gruppo tra i grandi dell'Hair Metal. La proposta sonora resta pressoché invariata, ma la ruvidezza degli esordi si tramuta a tratti in episodi di divertimento puro, brani quasi canzonatori, come Heaven's Trail, che esprimono al meglio la voglia di divertirsi e di far divertire il proprio pubblico, di una band al top. L'ultima Love Song, un'altra appassionata ballad, è diventata uno dei pezzi forti del repertorio della band, nonché uno dei singoli con magiore successo commerciale.

7."Signs"

8."Paradise"

Signs e Paradise sono due canzoni particolari per un album particolare. Nel lontano 1990, ben prima di "Unplugged in New York" e della voga degli Unplugged di fine secolo, i Tesla decidono di staccare la spina, imbracciare la chitarra acustica e fare una serata diversa. Dalle registrazioni della serata, viene pubblicata una perla di album, il piccolo capolavoro live intitolato "Five Man Acoustical Jam", in cui i Tesla propongono canzoni dai primi due album, ma anche parecchie cover. Sings è una di queste, che si sposa alla perfezione con lo stile della band, con la voglia di scherzare e divertirsi, che emerge da ogni singola nota. Paradise è una delle canzoni preferite dal sottoscritto, una power ballad vigorosa e piacevole, più la ascolti più la ascolteresti, con un finale energico e prorompente, altra chicca di questo album.

Si prosegue con

9."Edison's Medicine"

10."Song & Emotion"

11."What You Give"

tratti dal terzo album Psycotic Supper. Notiamo subito un cambiamento del sound. Più pulito, ma anche più compatto, più efficace, i Tesla sono sull'apice della loro carriera e lo sanno, Edison's Medicine tira come un treno, e l'immancabile ballad del lotto è uno spietatissimo pezzo da classifica. Con What You Give i Tesla rispolverano un attimino quel tono leggero e senza pensieri che in quest'ultimo album, a furia di voler produrre un album al passo con i tempi è venuto un po' a mancare. Sinonimo di una crisi in arrivo?

Crisi che arriva con il successivo e ultimo album prima dello split, Bust a Nut. Due i pezzi tratti da questo album, ovvero

12."Mama's Fool"

13."A Lot to Lose"

Busta a Nut è un album confuso, nel quale i Tesla da una parte vogliono continuare la scelta stilistica iniziata con Psycotic Supper, dall'altra ritrovare lo spirito spensierato del passato, in un mercato discografico che cambia e in cui si sta sempre piú stretti. Mama's Fool è un pezzo ben riuscito in questo senso, rispecchia bene i Tesla del momento, ed è da annoverare tra i pezzi forti della loro discografia.

Chiudono l'album

14."Steppin' Over"

15."Changes"

Steppin' Over è un pezzo inedito, conciso e grintoso e insolitamente ritmico, per un gruppo melodioso come i nostri. Changes invece é la degna conclusione, non poteva mancare in questo Best Of, è una ballad malinconica, tratta dall'album di esordio, una canzone che parla dei tempi che cambiano, quasi i Tesla volessero giustificare il loro scioglimento.

 

Time's Makin' Changes - The Best of Tesla è un affresco di una grande band, che tutti gli amanti di sonorità simili a Guns' n' Roses e i già citati Bon Jovi deli inizi (i Tesla stilisticamente si trovano nel mezzo), non potranno che aprezzare, che, anzi dovrebbero già conoscere. In caso contrario, è d'obbligo l'ascolto di questo album.

 

Tanto per aggiungere un lieto fine, i Tesla sono vivi e vegeti, hanno riattaccato la spina nel 2000 con Replugged Live, e da allora hanno pubblicato due grandi album in studio, numerose raccolte, cover, altri Best Of, e dei Live. Ovviamente non hanno più l'enorme seguito del passato, ma loro sembrano ancora divertirsi. Time's Makin' Changes.

 

Voto album 8/10

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Creuza De Mä - Fabrizio De André

 

Nel 1984 esce l'undicesimo album in studio del cantautore genovese Fabrizio De André, Creuza De Mä, frutto della collaborazione con il compositore e arrangiatore Mauro Pagani, che Fabeer aveva già avuto modo di conoscere e apprezzare nella PFM.

 

Creuza De Mä si pone all'interno di quell'ormai trentennale esplorazione dei confini della musica cantautorale che De André ha incessantemente perseguito, dalla rilettura dei Vangeli Apocrifi con con La buona novella passando per la Spoon River Anthology di Non al denaro, non all'amore né al cielo, il cripticismo ermetico di Volume 8 fino alle riscoperta delle sonorità mediterranee de L'indiano. Fabrizio ha di volta in volta allargato pionieristicamente il perimetro della musica d'autore del nostro Paese, e Creuza De Mä non fa eccezione a questa fortunata sequenza.

 

Quest'album, tuttavia, è qualcosa di più. Anticipando di due anni Graceland di Paul Simon e di quattro Passion di Peter Gabriel, Creuza De Mä si pone tra i precursori della cosiddetta world music, andando a costituire un ensemble pan-mediterraneo di squisita fattura.

La composizione strumentale vede infatti la presenza, a fianco ai più consueti strumenti della musica classica e leggera, di zarb, oud, bozouki, mandolini e shanai, tutti strumenti a corda o a fiato tipici della tradizione popolare dei popoli che si affacciano sulle rive del Mediterraneo.

Anche la scelta della lingua del cantato manifesta la volontà di realizzare un disco incentrato sul Mar Mediterraneo: lungi dall'essere un mero dialetto cittadino, il genovese - ed in particolare il genovese per certi versi elevato utilizzato in questo disco - è infatti da intendersi nel senso di lingua franca marinara, una lingua diffusa e conosciuta in tutti i porti del Mediterraneo per oltre quattrocento anni, un trait d'union in grado di accomunare l'Italia con l'Africa e l'Asia Minore. La scelta di utilizzare il genovese matura piuttosto tardi nella realizzazione dell'album: la prima idea di Fabrizio era infatti quella di utilizzare un vero e proprio linguaggio inventato, derivante dall'arabo, per slegare ulteriormente il disco da una collocazione geografica troppo riduttiva. La forte propensione del genovese alla strutturazione in musica, grazie alle sue parole tronche e alla caratteristica legatura delle parole, ha tuttavia consentito un ripiegamento che seppur meno audace dal punto di vista sperimentale ha consentito un risultato di altissima qualità a livello artistico.

Infine, pur non abbandonando le tematiche a lui care, De André in quest'album smette di farsi voce narrante esterna e onnisciente lasciando che attraverso la sua voce siano i protagonisti stessi delle canzoni a raccontare le proprie vicende, di modo che che siano loro a narrare delle piccole glorie e miserie dell'esistenza quotidiana. Si tratta di una sperimentazione tesa a raggiungere un'ulteriore livello nella volontà di rappresentare la voce degli ultimi e degli emarginati - si pensi alla dirompente differenza tra Via del Campo, La Canzone di Marinella e Bocca di Rosa da una parte, e Jamin-a dall'altra - e la scelta del dialetto è funzionale anche a questo scopo: per ragioni storiche, infatti, l'italiano popolare è associato al genere comico, mentre il dialetto consente di narrare alla perfezione storie che di comico hanno ben poco pur mantenendo un registro linguistico volutamente basso.

 

L'album si apre con dei marinai che sbarcano e terra e si chiude con un nuovo imbarco: l'intero corso del disco può essere quindi inteso come la serie delle esperienze a terra - in tutti i porti del Mediterraneo, idealmente riassunti in Genova - fatte da gente di mare, che raccoglie in qualche modo le esperienze e i racconti dei locali. Seppur strutturalmente semplice, questa scelta appare quantomai evocativa e azzeccata nell'economia dell'album: i marinai, con il loro continuo spostarsi da un porto all'altro, sono il simbolo della diffusione delle storie raccontate, del crearsi di quella cultura marinara fatta dalla somma e dalla fusione di tutte le culture di tutte le città portuali del Mar Mediterraneo. La funzione dei marinai che aprono e chiudono il disco replica, a livello di significato, quella che la lingua genovese ha a livello di sgnificante.

 

Creuza De Mä

L'universalità dello sbarco dei marinai che apre il disco è resa magistralmente dall'attacco della title-track: l'uso della gaida fa volare immediatamente l'ascoltatore alle coste dell'Asia Minore, mentre l'attacco del basso a ritmo di tamurriata riportaalle atmosfere napoletane e l'innesto del bouzouki dona alla canzone un sapore tipicamente greco. Tutti i marinai del mondo sbarcano a terra, casa o porto lontano, e tutti condividono, pare dirci l'autore, le stesse sensazioni.

 

E Creuza De Mä è proprio canzone di sensazioni: uomini di mare abituati a viaggi che durano settimane e anche mesi, costretti nell'immutabilità delle loro imbarcazioni e del mare che le circonda, non possono che provare straniamento, diffidenza e in qualche modo timore verso un mondo, il mondo di terra, che cambia più in fretta di loro, che cambia quotidianamente durante la loro assenza in mare.

 

 

E 'nt'a cä de pria chi ghe saià

int'à cä du Dria che u nu l'è mainà

gente de Lûgan facce da mandillä

qui che du luassu preferiscian l'ä

figge de famiggia udù de bun

che ti peu ammiàle senza u gundun

Che ne sanno i marinai delle facce da tagliaborse di Lugano, delle ragazze dell'alta società? Che ne sa la povera gente che deve lottare contro il destino ogni giorno tra le onde?

 

Anche il cibo della taverna dell'Andrea appare una mescolanza di alimenti tradizionali e alieni, ulteriore segno di un mondo in continuo mutamento del quale chi vive la città solo a spizzichi e bocconi non potrà mai fare veramente parte.

 

E a 'ste panse veue cose ghe daià

cose da beive, cose da mangiä

frittûa de pigneu giancu de Purtufin

çervelle de bae 'nt'u meximu vin

lasagne da fiddià ai quattru tucchi

paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi

E assieme al cibo c'è il vino in cui affogare la malinconia del prossimo viaggio, del prossimo ritorno a casa...

 

La canzone sfuma nei suoni del mercato di Genova, mentre già si innestano le prime note di Jamin-a.

 

Jamin-a

Non chiamatela prostituta.

 

Anche se De André la definisce "sultana delle bagasce", la protagonista dell'unica canzone a tema erotico di Faber non è una comune meretrice: è una macchina da sesso, bella, vogliosa, disponibile, il sogno proibito che ogni marinaio - anche se non lo ammetterebbe mai nemmeno con sé stesso - desidera incontrare in ogni porto.

Ed è proprio il corpo meraviglioso di Jamin-a il vero protagonista di questa canzone, corpo che sembra ballare sensualmente sulle note dell'oud arabo, del bouzouki greco e dello shanaj turco che reggono il ritmo della canzone mentre la voce narrante del fortunato marinaio decanta le lodi della ragazza.

 

Lengua 'nfeuga Jamin-a

lua de pelle scûa

cu'a bucca spalancà

morsciu de carne dûa

stella neigra ch'a lûxe

me veuggiu demuâ

'nte l'ûmidu duçe

de l'amë dû teu arveà

Malgrado il tema esplicito e sebbene nella traduzione italiana questo sia attenuato, non c'è traccia di volgarità nella canzone di De André; piuttosto, il tema dell'eros viene affrontato in modo quasi poetico, rimandando sotto svariati aspetti alle opere di Catullo.

 

Sidun

Le note conclusive di Jamin-a vengono spezzate dal violento rombo di un missile, e partono le voci registrate di Reagan e Sharon su un sottofondo di carri armati. In pochi secondi De André sterza bruscamente la direzione dell'album e porta l'ascoltatore in Libano, per narrare uno dei drammi più crudeli di cui il Mediterraneo è spettatore: la guerra tra Israele e Siria che ha infiammato il Medio Oriente, a fasi alterne, tra il 1975 e il 1991.

 

Fedele alla sua poetica dei vinti, la voce di De André attacca il cantato solo dopo che si zittiscono le voci e i rumori precedenti, quasi a porsi in successione temporale rispetto al teatro di guerra appena evocato. E Sidun, quasi attorcigliata intorno al suono metallico del bouzouki greco, non è che il canto disperato e dimesso di un genitore che perde il figlio sotto i cingoli di un carro armato israeliano, un dramma che travalica confini di razza, ideologia e religione, un crimine concepibile, canta Faber, solo da chi vuole ridurre i propri nemici a selvaggina, una specie differente - intrinsecamente inferiore - da debellare fino all'estinzione.

 

e i euggi di surdatti chen arraggë

cu'a scciûmma a a bucca cacciuéi de bæ

a scurrï a gente cumme selvaggin-a

finch'u sangue sarvaegu nu gh'à smurtau a qué

e doppu u feru in gua i feri d'ä prixún

e 'nte ferie a semensa velenusa d'ä depurtaziún

perché de nostru da a cianûa a u meü

nu peua ciû cresce aerbu ni spica ni figgeü

Il brano si chiude con una corale maschile, in un crescendo dal sapore al tempo stesso elegiaco ed epico che non può non ricordare, in timbro e tonalità, quella Sardegna così cara a Fabrizio De André.

 

La profondità di Sidun, sicuramente una delle vette artistiche di Faber, risiede nella forte componente metaforica della morte del bambino che trae evidenza sin dal titolo: Sidun è Sidone, città libanese e porto fiorente dai tempi dell'antica Fenicia, città dove nacque l'alfabeto fonetico e la lavorazione del vetro. La morte del bambino Sidun è la morte di un paese intero, schiacciato da una guerra troppo grande, la fine di uno Stato il cui apporto alle civiltà mediterranee resta ancora oggi, forse, senza paragoni.

 

Sinàn Capudàn Pascià

La storia - vera o leggendaria - del nocchiero del XV secolo Çigä, al secolo Visconte Scipione Cicala, è la protagonista della quarta traccia, Sinàn Capudàn Pascià. Çigä, in una battaglia contro i Turchi nei pressi di Messina, si arrese al nemico invece che combattere a fianco dei suoi compagni. Messo ai remi, sarebbe stato condannato ad un'esistenza di schiavitù se per puro colpo di fortuna non avesse salvato la vita al Sultano ricavandone onori e il titolo di Pascià: Sinàn Capudàn Pascià.

De André immagina un Sinàn vecchio, che si racconta e in qualche modo giustifica la propria viltà e la propria fortuna, dalla metafora quasi metafisica del pesce palla ai versi - espliciti - sull'insondabilità del fato:

 

amü me bell'amü

a sfurtûn-a a l'è 'n grifun

ch'u gia 'ngiu ä testa du belinun

amü me bell'amü

a sfurtûn-a a l'è 'n belin

ch'ù xeua 'ngiu au cû ciû vixín

La canzone toglie all'anima di Çigä uno strato dopo l'altro, fino al cinico fondo di istinto di sopravvivenza e del desiderio di ricchezze, ben rappresentato dal passaggio in cui il protagonista afferma quanto poco gli sia costato bestemmiare Maometto al posto di Gesù ottenendone in cambio lusso e donne.

 

Musicalmente degno di nota, in questa traccia, è il ritornello, un riadattamento dei canti dei pescatori del Mar Tirreno.

 

A Pittima

La canzone successiva riporta l'ascoltatore a Genova e lo mette dinanzi ad un'altra figura tragicomica e grottesca, un uomo costretto per professione a fare il forte con i deboli ed il debole con i forti: la pittima appunto, il riscossore per conto terzi, o per meglio dire molto spesso il braccio armato degli usurai.

 

mi sun 'na pittima rispettä

e nu anâ 'ngíu a cuntâ

che quandu a vittima l'è 'n strassé ghe dö du mæ

L'andamento strascicato e irregolare, per percussioni, bouzouki e flauto, fa da ironico contraltare alle iperboliche lamentazioni della pittima, che narra le sue disavventure ai limiti del fantozziano e rivendica in maniera esasperata la dignità del proprio lavoro: dapprima inveisce contro il proprio fisico che lo ha reso inadatto per qualsiasi attività più accettabile per la società, e poi passa a raccontare le sue grottesche esperienze lavorative, situazioni in cui è troppo intimorito per chiedere i soldi, in cui è picchiato per il suo mestiere, e persino casi in cui il suo buon cuore gli impone di rifondere il creditore di tasca sua quando il tartassato altro non è che un poveraccio.

 

A Dunenega

La canzone seguente, A Dumenega, è il brano che più di ogni altro in questo album è riconducibile, in termini di eventi e toponimi, alla città di Genova. L'andamento musicale, marciante e festoso, che in qualche modo rimanda al giorno di festa, fa da ironico contrappunto ad un testo che, ancora una volta, si mette a guardare il mondo con gli occhi degli ultimi.

De André racconta infatti la passeggiata delle prostitute, che di domenica potevano lasciare il ghetto della Rebecca e girare per la città vestite da gran dame sotto la guida della maîtresse. A fare da ali al corteo delle prostitute a passeggio sono i benpensanti cittadini, e tra un insulto e l'altro scagliato contro "quelle creatúe che se guagnan u pan da nûe" Faber non manca di mettere in risalto le ipocrisie della gente: di coloro che durante gli altri giorni della settimana frequentano abitualmente la Rebecca, del direttore del porto che con i proventi delle case di piacere può finanziare la manutenzione del porto ma che partecipa agli insulti per coerenza, e persino di un bigotto che non si rende conto - o finge di non rendersi conto - che in mezzo al corteo sta sfilando sua moglie.

 

a Ciamberlinú sûssa belin

ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe

in Caignàn musse de tersa man

e in Puntexellu ghe mustran l'öxellu

Musicalmente degna di nota è la chiusa finale della canzone, un assolo di chitarra andalusa magistralmente eseguito da Mussida.

 

D'ä me riva

Settima e ultima traccia dell'album è D'ä me riva. La canzone, vera e propria ode del distacco, rappresenta il pensiero di un marinaio che riprende il mare dopo un periodo passato a terra simboleggiato dalle scene di vita descritte canzoni dell'album. Musicalmente la canzone è estremamente semplice: voce dimessa, chitarra ottava, coro e rumore del mare. Ma proprio grazie a questa semplicità De André riesce a trasmettere il senso di malinconia e struggimento che accompagna chi si imbarca.

 

ti me perdunié u magún

ma te pensu cuntru su

e u so ben t'ammii u mä

'n pò ciû au largu du dulú

Mentre il leudo si allontana verso sud sospinto dal maestrale, il marinaio saluta un'ultima volta la propria ragazza e la propria terra, ormai solo profili di ombre.

Scorci di un orizzonte fatto solo di mare.

Il sole è appena un punto in lontananza.

Nel cuore paura e malinconia: partire in mare è una certezza, tornare un tiro di dado.

Il vento.

Silenzio.

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Lo confesso, per chi ha seguito il MDM non è proprio una novità... però ho cercato di limare i passaggi all'epoca scritti di getto e razionalizzare meglio le informazioni. ;)

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Peccato che i post degli amministratori non si possono likeare, sennò ti meriteresti un +1 da parte mia! Ottima recensione, davvero!

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Forse le Lucciole non si Amano Più - Locanda delle fate

Forse le Lucciole non si Amano Più, opera d'esordio della formazione astigiana Locanda delle Fate (nome che, malgrado il romanticismo, è mutuato da quello di una casa di piacere di Roma), è uno degli album più complessi e ricchi della scena musicale progressive italiana di tutti i tempi, da sempre acclamato dalla critica malgrado lo scarsissimo successo commerciale.

Per comprenderne la grandezza, tuttavia, è necessario inquadrare l'opera nel contesto sociale e culturale dell'anno di uscita, quel 1977 che lasciò un marchio indelebile nella scena musicale italiana ed europea.

In Gran Bretagna l'epopea progressive, che aveva influenzato e plasmato la prima metà degli anni '70, era ormai sulla via del tramonto: le circonvoluzioni elaborate, la ricerca della pulizia del suono, il divertissment quasi fine a sé stesso, le testualità volutamente criptiche e oniriche, stavano per essere soppiantate dall'urlo liberatorio e dalle sonorità rabbiose del punk; in Italia, uno dei terreni più fertili del progressive mondiale, la semplificazione stilistica si stava invece manifestando attraverso un ritorno della forma-canzone della musica leggera, esemplificata dalle melodie della tradizione del Festival di Sanremo.

Non è infatti un caso se proprio quell'anno, infatti, nomi importanti come Area e Demetrio Stratos rimasero discograficamente silenti, mentre Banco, Orme e PFM viravano velatamente verso sonorità più pop. Se si escludono fenomeni isolati come il solista Vero di Gianni Leone del Balletto di Bronzo, Zero-7 della Pentola di Papin, dal sapore vagamente classico, o il canterburyano Gran disordine sotto il cielo dei Gramigna, si può dire che l'intera scena prog del '77 italiano venne occupata dalla Locanda delle Fate, con le implicazioni che ne sono poi derivate al momento di consegnare alla storia i lavori del periodo.

All'interno di questo instabile scenario musicale, la Locande delle Fate pubblica un album il cui tema dominante può essere riassunto in una sola parola: malinconia. Il sentimento, declinato di volta in volta in diverse prospettive, è una costante per tutto il corso dell'album: dalla consapevolezza delle profonde mutazioni sociali in corso nel periodo, ai ricordi d'infanzia, allo smarrimento degli ideali utopici che la prima metà del decennio aveva così ottimisticamente sbandierato e proposto. Appare qui evidente il richiamo romantico ai Camel, o ai Pierrot Lunaire, ma in una chiave disillusa che pone il gruppo in continuità storico-sociale, più che in condivisione, con i suoi predecessori.
Le canzoni poggiano su una struttura musicale completa e complessa: la band, che conta ben sette elementi, riesce a proporre momenti di elevato virtuosismo sinfonico, rock e jazz riuscendo a ritagliarsi uno spazio di originalità all'interno del progressive persino affacciandosi sulla scena musicale in un periodo così tardo. La storia musicale dei membri della Locanda, infatti, non ansce dalle esperienze folk, rock o beat, ma ha già tra i propri modelli le grandi formazioni prog: King Crimson, Yes, Gentle Giant, Genesis. Soprattutto questi ultimi, ed in particolare nella loro formazione di A Trick for the Tails (per intenderci, con Hackett e senza Gabriel), avranno la maggiore influenza sulla band astigiana in Forse le Lucciole non si Amano Più. Abbiamo quindi a che fare con un progressive di seconda generazione, una sorta di manierismo di genere. In realtà la verve musicale del gruppo porta ad una rielaborazione del tutto personale delle tematiche musicali care al progressive: la Locanda libera ulteriormente la propria musica dalle costrizioni ritmiche del rock, donando alla logica degli incastri e delle successioni tematiche cara al progressive una personalissima e inimitabile fluidità di movimento. Lo stile della Locanda delle Fate risulta così particolarmente melodico e romantico, quasi venato di pop, ma al tempo stesso del tutto imprevedibile e mutevole secondo le più sacre tradizioni del prog.

Stilisticamente parlando, Forse le Lucciole non si Amano Più non poteva che essere figlio del 1977. Non solo perché fino all'anno precedente la formazione del gruppo era incompleta, ma proprio perché prima di quell'anno una derivazione del progressive come quella intrapresa dalla Locanda sarebbe stata impensabile e impossibile. A questo si aggiungano le tematiche trattate ed il risultato non può che essere l'universale acclamazione dell'album, almeno entro i confini nazionali, come canto del cigno del progressive rock. Altri gruppi esteri si cimenteranno con la medesima tematica, e probabilmente l'esempio più universalmente noto sono i Jethro Tull di Heavy Horses l'anno successivo, ma la malinconia disarmante della Locanda rende l'album un vero e proprio unicum nel panorama musicale.

A tutto questo si aggiunga una realizzazione particolarmente curata del prodotto commerciale, con copertina apribile alla Roger Dean, incisione perfetta della Polygram e una produzione artistica curata nientemeno che da Nico Papathanassiou, fratello di Vangelis e in quel medesimo periodo impegnato nella ristrutturazione artistica dei Chrisma. Ciò che mancò al disco fu l'adeguato supporto commerciale della casa discografica (appena 5.000 copie vendute), ma con il senno di poi si può affermare che anche questo fallimento contribuì alla mitizzazione del disco come opera incompresa di addio ad un genere musicale e ad un periodo storico.

In maniera del tutto naturale e spontanea, la musica della Locanda diventa così emblema del progressive stesso, cristallizzato nella forma di una realtà infranta dagli sconvolgimenti musicali, relegato allo status di sogno bellissimo ma irripetibile, accessibile solo attraverso il sogno o il ricordo di un tempo migliore, ormai irrimediabilmente passato.

A Volte un Istante di Quiete
Il brano di apertura dell'album è un pezzo strumentale, e lascia subito intendere quello che sarà il clima dell'album: un progressive di alto tasso tecnico, figlio dell'accezione melodica e più sofisticata del genere che tanto successo ha avuto in Italia. Sono inizialmente le tastiere a salire in cattedra, supportanto il pianoforte di Conta nella dipanazione dei molteplici temi in cui il brano si scompone e che anticipano in qualche modo le cellule melodiche dei brani successivi. Dopo una brusca accelerata è particolarmente degno di nota il passaggio centrale del pezzo, in cui chitarra e flauto si dividono il motivo portante, supportati dagli altri strumenti in una suite dal sapore orchestrale.

Particolare pregio del brano è la sua capacità di apparire rilassato e sognante - incipit onirico del viaggio a ritroso nel tempo e nella memoria che costituisce l'architrave dell'intero album - senza per questo uscire dai canoni del progressive più raffinato.

Forse le Lucciole non si Amano Più
Seconda traccia dell'album è la title-track, uno dei momenti più alti del disco. Lunga quasi dieci minuti, la canzone è particolarmente complessa da analizzare sotto tutti i punti di vista, e costituisce il miglior manifesto musicale del gruppo.

Dal punto di vista musicale il brano spicca per il sapiente intreccio di tastiere e pianoforte che costituisce l'ossatura melodica dei fraseggi, su cui svariano le chitarre di Vevey e Gaviglio. Particolarmente rimarchevoli sono i frequenti e numerosi cambi di ritmo e tema, sempre spiazzanti, sempre mutevoli, sempre musicalmente intriganti; la capacità della band di prendersi il proprio tempo, arrivando a ripetere per quattro volte lo stesso passaggio musicale e cantato per costruire l'introduzione di un nuovo tema, è indice di una maturità musicale - non per nulla sono i Pink Floyd ad essere insuperati maestri di tale tecnica - e di una consapevolezza delle proprie capacità piuttosto rara in un lavoro d'esordio, ma spiegabile attraverso l'importante background che il progressive poteva mettere a disposizione del gruppo in un periodo così tardo come il 1977.

Su tale imponente piedistallo musicale si innesta la voce di Leonardo Sasso, un fortunato mix tra Ian Anderson e Francesco Di Giacomo, qua e là coadiuvata dal controcanto di Vevey. Talvolta rabbiosa, talvolta dolce, sempre trascinante, la voce di Sasso conduce l'ascoltatore in un mondo magico, una sorta di età dell'oro o di infanzia, in cui era ancora possibile "credere" prima che la cristallizzazione dei rapporti e le convenzioni sociali e religiose distruggessero la capacità di approcciarsi al mondo con stupore reverenziale. La canzone narra della perdita di questa innocenza primigenia, rappresentata tanto efficacemente da quelle lucciole ormai incapaci di amarsi e amandosi illuminare l'anima e la vita - chi durante l'infanzia non ha mai provato meraviglia dinanzi ad un campo illuminato dalle lucciole? - e dei fallaci tentativi di sostituire a tale visione magica del mondo dei surrogati come le droghe o la religione, con cui il gruppo non si mostra affatto tenero nei suoi numerosi riferimenti.

Mentre gli occhi sconfinano verso le stelle,
Le due ali sottili basterebbero a noi.
Ecco il canto di un vecchio, ubriaco e scontento,
Che si infetta le ansie che straripano già.
Troppo scuri i silenzi, nei dintorni e qui dentro,
Forse le lucciole non si amano più.
Non so come la morte profumi d'incenso,
E di suoni di venti e campane.


A circa tre quarti del pezzo, dopo una pausa, la canzone riparte letteralmente da capo riprendendo tema musicale e testi dell'inizio: la Locanda utilizza come finale della canzone una vera e propria riscrittura della stessa in versione semplificata, senza più variazioni e mutazioni del tema, semplicemente lasciandolo evolvere fino alla propria naturale conclusione. Una scelta piuttosto singolare anche se non certo un unicum - basti pensare ai Genesis o agli Yes - che però mostra una volta di più la perfetta padronanza che la Locanda ha della propria musica, mettendola al servizio del cantato. È infatti indubbio come la reprise consenta un momento di raccoglimento, di scrematura, di simbolica introspezione alla ricerca di quanto di importante nella vita, come narra il testo, sia irrimediabilmente perduto.

Profumo di Colla Bianca
Sgombriamo il campo da facili accostamenti: nessuna apologia delle droghe in questa terza traccia del disco.
Ponendosi in ideale continuità con il brano precedente, Profumo di Colla Bianca è piuttosto un'aperta ode all'infanzia. Un baule dimenticato in una soffitta è la porta per narrare tutta la nostalgia verso un mondo fatto di emozioni più intense e vere, stigmatizzato proprio nella coccoina con cui i bambini del dopoguerra appiccicavano le figurine agli album.

La voce profonda di Sasso è qui venata di malinconia e rimpianto, e seguendo il testo è impossibile non lasciarsi trascinare dalle emozioni suggerite dal gruppo, così terrene, così familiari. L'infanzia viene presentata non già come rifiuto delle responsabilità della vita, ma come emblema di un mondo più sincero e lineare, nel quale non trova posto la doppiezza della società contemporanea.

Ombre riposano nella soffitta buia,
Tra i resti di un tempo e i ricami della luce,
Con la polvere trasformano
Libri e quaderni vecchi
E un sogno rimasto a specchiarsi nel tempo,
Tra rovine di un giocattolo.
Profumo di colla bianca, ritrovato qui,
Fantasmi vecchi e nuovi si confondono.


La componente armonica e e la linea melodica del pianoforte di Conta si mettono qui completamente al servizio del cantato, costruendo un supporto dolce e vellutato alla voce di Sasso, impreziosito da virtuosismi artistici mai leziosi e fini a sé stessi, ma che al contrario contribuiscono ad alleggerire ulteriormente la musica per permettere al pensiero, come suggerito dal testo, di spaziare liberamente tra ricordi lontani.

Cercando un Nuovo Confine
Dall'infanzia all'adolescenza, posto centrale in questa elegia della nostalgia spetta all'amore giovanile.
La canzone, firmata Vevey e Gaviglio, si apre direttamente con un pianissimo vocale su cui si innestano ad uno gli strumenti: prima una serie di arpeggi di chitarra acustica à la Genesis, poi via via il pianoforte, la batteria, la chitarra elettrica e il flauto, autore discreto di una serie di leziosi trilli che contrappuntando il pianoforte rendono più fluido il passaggio da un tema all'altro.

Particolare importanza riveste qui il coro, usato non tanto nei termini di controcanto, ma come vero e proprio strumento musicale, in particolare in riferimento al tema portato dalle chitarre elettriche.

Ora vesti tante luci, dove non esiste il tempo
e di sogni di altri mondi sono quadri appesi al vento
e le stelle ti ameranno senza chiederti chi sei,
scivolando nel tuo cuore o posandosi su te,
mille uomini celesti culleranno le tue notti
mentre tutto intorno suoni nuovi e dolci sentirai.


Sogno di Estunno
Che il tema della transizione sia alla base della quinta traccia è evidente fin dal titolo, con la contrazione di estate e autunno nel termine "estunno", a indicare quel delicato e fugace attimo equinoziale di passaggio da una stagione all'altra. Il testo narrato in prima persona consente poi un interessante doppio senso sulla parola Estunno, riferito tanto a oggetto quanto a soggetto del sogno: la trasposizione da oggetto a protagonista trasforma il tema della trasformazione da presente - mutevole e vissuto - a passato - immodificabile e da guardare ora con gioia ora con rimpianto - nel processo di costruzione stessa dell'io: siamo la somma dei nostri ricordi e delle nostre esperienze.



Anna saran belli i tuoi capelli sul vestito che io ti darò.
Poco tempo ormai resterà fra noi in questa nuova età
Vestirò con te i panni vecchi e poi scalzo camminerò
Solo il vento amico insieme a noi me li ricamerà,
Nelle tasche solo l'anima cieli immensi su noi.
Regni eterni persi, antichi dei, arsi invano laggiù,
Nelle tasche solo l'anima a sognare per noi.


L'attacco strumentale ricorda forse la title-track, ma i toni sono qui più decisi e marcati, con il flauto che sale in cattedra ritagliandosi assieme agli organi un ruolo primario nella definizione della linea melodica.

Anche se il brano può essere classificato come progressive melodico al pari dei precedenti, si nota qui una più decisa evidenza della componente ritmica, che pur rendendo il brano forse meno etereo dei precedenti, gli dona una gradevole struttura e corposità all'ascolto.

Non Chiudere a Chiave le Stelle
Il penultimo e più breve pezzo dell'album è sicuramente anche il più romantico e per certi versi riflessivo, una ballata sognante di sincero invito a vivere la vita, a non sprecare le occasioni, e - sottotraccia - alla condivisione di esperienze come crescita solidale e collettiva. Al timbro profondo e sonoro di Sasso si sostituisce qui la voce più esile di Vevey, decisamente più adeguata tanto al significato del testo quanto alla delicata struttura musicale.

Se nascondi il mondo agli occhi,
rischi non ne corri mai,
ma tu sola sarai.
Stelle chiuse a chiave, i sogni
non ti basteranno più,
quando il sole entrerà.


Dal punto di vista musicale sono qui particolarmente significativi gli arpeggi, un diretto richiamo a Entangled dei Genesis.

Vendesi Saggezza
Il gran finale dell'album è Vendesi Saggezza, una cavalcata di quasi dieci minuti cupamente progressive.
Lo stacco rispetto al brano precedente è netto, forte, imperioso. Pur nella conservazione dei punti cardine dell'album sia dal punto di vista testuale che da quello musicale, il brano si pone rispetto alle tracce precedenti in un rapporto di rielaborazione spirituale e filosofica: la chiave per la felicità è solo nel passato, ma viviamo immersi nel presente, e dobbiamo cercare di vivere e sopravviere con quello che abbiamo. Ecco quindi che le atmosfere oniriche dei brani precedenti vengono riprese, rimescolate, stirate e aggrovigliate in modo tormentato. La lezione è evidente: rifugiarsi nell'infanzia, nel sogno, nell'ideale età dell'oro, non può bastare. Avere un rifugio sicuro è d'aiuto, ma la vita vera è fuori, e con essa bisogna lottare quotidianamente.

Malgrado la lunghezza della traccia ed il sapore tipico del progressive, i cambi di ritmo e di tema sono relativamente limitati, soprattutto se confrontati con Forse le Lucciole non si Amano Più: può sembrare un paradosso in una canzone che si propone come summa di tutti i brani precedenti, ma in qualche modo la Locanda riesce ad amalgamare melodie e armonie tra di loro, facendo sì che siano i nuclei musicali delle altre canzoni ad adeguare sé stessi alle ritmiche portanti della canzone.

Musicalmente degno di nota, nella seconda metà della canzone, è il brusco passaggio dal pianoforte alle tastiere: una scelta strumentale in grado di cambiare completamente il mood del pezzo, facendolo virare se possibile su atmosfere ancora più chiuse ed ermetiche.

Ma poi ti accorgerai,
che non puoi più volare.
C'è un ladro nella stanza.
Non ti ruba argento ne monete d'oro.
Ma senza far rumore
strapperà ai tuoi voli gli alibi più veri.

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Siccome qualcuno (senza fare nomi, Lord Beric) mi ha chiesto di postare anche qui le mie recensioni... ne metto una, di un gruppo italiano che ho conosciuto da poco, i Desma.

Ci sono album che ad un primo ascolto risultano anonimi e privi di personalità e che poi, magari, nel tempo ne escono ridimensionati ed interessanti. Ce ne sono altri, invece, che fin dall’inizio ti restano dentro e ti fanno capire che il mondo del rock non è morto, soprattutto il versante nostrano. È questo il caso di Identità Anonime, primo full lenght dei bresciani Desma, venuto alla luce dopo aver aperto il concerto italiano del 2012 dei mostri sacri come Iggy Pop and the Stooges, quindi non proprio gli ultimi degli ultimi.

Iniziamo con una scarica di adrenalina grazie a Visione Liquida che ti fa subito venire voglia di saltare e sudare come un matto. La canzone fila via praticamente fino al finale, senza sbavature o cadute di stile: a puro parere personale, avrei chiuso in una maniera diversa, ma non amo molto lunghe parti con versi ripetuti.
Abbassiamo leggermente la carica, ma neanche di troppo, con Ombre, che porta anche qualche suono elettronico che ricordano i Subsonica qualità aggiunta ad un altro pezzo di ottima fattura e che con Visione Liquida fa un bellissimo uno-duo tutto da pogo. Molto d’effetto il finale totalmente strumentale.
Con Indifferente iniziamo a conoscere la parte più intimista dei Desma. Non solo la voce di Alberto Gobbi diventa più struggente, ma anche il piano in sottofondo crea un ottimo connubio da ballad. Devo ammettere che la canzone in sé mi spiazza: mi ricorda nettamente qualcosa di già sentito, ma non riesco a ricordami cosa, nonostante l’abbia riascoltata decine di volte. Comunque non è che questo diminuisca il valore del pezzo, che ha il grande merito di calmare i toni dopo il rush iniziale e prima di Falsi Dei che ti fa tornare voglia di scapocciare e urlare. Probabilmente uno dei pezzi migliori di questo album già grandioso.
Illusione è il classico “singolone”: molto catchy, ti prende subito, tematiche di coppia e un testo che inizi a canticchiare praticamente da subito. Sia chiaro, non è assolutamente un problema, anzi, credo che sarebbe perfetto per le radio, anche quelle più commerciali, perché sembra veramente concepito per passaggi frequenti e questo va bene, perché nonostante sia il pezzo più easy dell’album è comunque di altissimo livello e che farebbe sfigurare qualsiasi pezzo mainstream.

Torniamo a sonorità più dure con Vedova Nera e l’elettronica che spicca in maniera imperante: canzone di non facile assimilazione, ma che va riascoltata più volte per essere apprezzata come merita; non semplice da descrivere, se non che è la migliore in assoluto del lotto. Nuova Alba è leggermente più tranquilla della precedente e si ritrova quel lato struggente che già avevamo visto in Indifferente, merito soprattutto della voce di Gobbi che ha una particolare tonalità “sofferta”.
Siamo in dirittura d’arrivo e abbiamo una pompatissima Inganno dell’Orgoglio che si distingue dalle altre per il bell’assolo di chitarra verso il finale che porta una dimensione nuova rispetto al resto del lavoro. Mi ricorda molto gli anni ’90 come tipo di assolo, tanto che mi è venuta in mente November rain, quindi doppiamente bravi.
Finiamo con Pochi Minuti, pezzo abbastanza ritmato, ma comunque orecchiabile e “radiofonico”che ha un retrogusto di Negramaro, soprattutto nella parte conclusiva, ma che chiude più che bene un album di mirabile fattura.

Dunque, qui abbiamo un gruppo di altissimo valore che già al primo lavoro è riuscito a fare centro. C’è grinta, c’è voce, c’è affiatamento e c’è sicuramente una grandissima voglia di fare e migliorare, limare quegli unici piccoli nei che ognuno di noi ha. L’uso dell’italiano, inoltre, a mio avviso aumenta il valore dell’album perché è sempre un azzardo usare la nostra lingua madre in un paese così esterofilo e che tenta sempre di più di soppiantarla con termini e slang stranieri.
Magari alcuni passaggi non sono originalissimi e sanno di già sentito, ma questo non inficia il valore del loro lavoro.
Termino dicendo che i Desma sono il gruppo che più mi ha sorpreso e più mi ha preso nell’ascolto da quando ho iniziato a recensire, ve li consiglio caldamente e auguro loro un futuro radioso su tutti i palchi del Bel Paese.

Voto: 98/100

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Lo attendevo come il Natale e, per fortuna, a distanza di 3 anni, il seguito di The Mystery of Time è finalmente arrivato. :yeah:

Album: Ghostlights
Band: Avantasia
Pubblicazione: 29 Gennaio 2016

Ammetto di avere avuto aspettative immense riguardo a questo 8° lavoro in studio targato Avantasia, il side-project di Tobias Sammet, leader e fondatore dei tedeschi Edguy; tanto che la prima volta che l'ho ascoltato, per quanto fosse innegabilmente un bell'album, non mi aveva preso più di tanto. Pensai che, per una volta, le recensioni lette in merito fossero state troppo indulgenti, che in realtà Ghostlights non avrebbe potuto essere migliore di The Mystery of Time un disco, già di per sé, di alto livello.
Tuttavia mi sono dovuta ricredere; dopo vari ascolti (ma già dopo 3 ne ero già piuttosto consapevole) mi sono resa conto che questo album offriva all'ascoltatore qualcosa in più dei bei ritornelli e delle melodie accattivanti notate con il primo ascolto; tutte le ricche "sotto-trame ritmiche e melodiche" che accompagnano i leit-motives delle varie canzoni si impongono di volta in volta alla melodia principale, mostrando con prepotenza quanto i brani in realtà siano più complessi di quanto mi fossi aspettata inizialmente.

Ghostlights è la seconda parte, ovvero, il finale, della storia iniziata 3 anni fa con The Mystery of Time, in teoria i due album costituiscono un'unico concept, una vera e propria "metal opera" in due atti; in pratica ogni singola traccia, per ciò che concerne Ghostlights, rappresenta anche una storia autoconclusiva: 12 tracce, 12 sogni, 12 interpretazioni della realtà, come 12 sono le ore che servono a completare il giro di un'orologio. Perché è il Tempo il vero protagonista di questo concept; il Tempo e la frenesia ad esso legata, la sua mancanza.....la sua manipolazione.

Ma facciamo un passo indietro.
In The Mystery of Time la storia si sviluppa attorno alla figura di Aaron Blackwell, giovane scienziato che, tornato al paese di origine dopo molto tempo, lo trova cambiato. In seguito si trova, suo malgrado, invischiato con una setta occulta di altri scienziati, i veri responsabili dei cambiamenti notati da Aaron, che stanno letteralmente "rubando" il tempo alle persone al fine di renderle assuefatte alla loro volontà, rendendole sempre più frenetiche e schiave del lavoro e dei beni materiali.
Essendo questo sostanzialmente un "racconto fantasy" ambientato in un periodo storico non ben precisato, ed essendo Aaron "l'eroe" (o l'anti-eroe) di turno, egli dovrà affrontare la classica "quest" che, in questo caso, sarà più un viaggio introspettivo dentro se stesso, nel tentativo di dipanare i dubbi e le incertezze che albergano il suo animo; nel corso di questo "viaggio" Aaron giungerà anche a porsi delle domande su ciò che lo circonda e sull'essenza stessa del tempo.
In questo senso The Mystery of Time rappresenta una sorta di "prologo" in cui ci vengono descritte le atmosfere, le ambientazioni e ci vengono presentati alcuni degli attori/personaggi che Aaron (Tobias Sammet) incontrerà nel corso della storia.
Ghostlights invece entra nel vivo della trama, mettendo a nudo i dubbi ed i sentimenti di Aaron, sviscerandone i desideri, le ambizioni e le paure più recondite; racconta il viaggio fantastico di Aaron all'interno di un mondo spirituale nel quale il materialismo deterministico si scontra con la spiritualità metafisica presenti in ognuno di noi; un mondo fatto anche di silenzi, cui nessuno è più abituato a causa del ritmo frenetico cui la vita ci ha abituato; un mondo tanto incorporeo da non poterne stabilire nemmeno la reale esistenza.

Ma andiamo con ordine; come in The Mystery of Time, anche Ghostlights si apre con un pezzo spumeggiante, quasi sornione che è valso al genietto di Fulda il 3° posto alle eliminatorie per la proclamazione dell'artista tedesco che rappresenterà la Germania al prossimo European Song Contest che si terrà a Stoccolma.

Mystery of a Blood Red Rose
Ci racconta di come tutti noi ci siamo come "adagiati" a vivere la vita come fosse un ruolo da recitare stabilito a priori.
La melodia e l'uso particolare del pianoforte e l'alternanza dinamica tra piano e forte ci riportano indietro nel tempo alle atmosfere di Bat out of Hell II ( tra l'altro, album meraviglioso) di Meat Loaf (1993); ed in effetti questa canzone è stata scritta pensando proprio all'artista americano ed al suo timbro vocale. Purtroppo però Meat Loaf (o meglio la sua casa discografica) ha rifiutato la richiesta e Tobias si è dovuto "arrangiare" utilizzando se stesso e la propria voce; all'inizio tuttavia credevo che la cantasse in duetto con Bob Catley, tanto è riuscito a "camuffare" la sua timbrica.
E' stato il primo singolo estratto da Ghostlights e l'unico, finora, di cui è stato registrato anche un video (e menomale, perché secondo me si poteva fare di meglio....ambientazione a parte, è proprio brutto).

Let the Storm descend upon You
E' un dialogo tra Aaron ed alcuni adepti della setta; Aaron si trova in un luogo oscuro in cui non riesce a vedere né sentire nulla. Ne avverte l'essenza, ma è restio a credere alle sue sensazioni; il personaggio interpretato da Jorn Lande, Temptation, gli dice che gli può fornire tutte le risposte che sta cercando, ma non crede che Aaron sia abbastanza forte da comprenderle e sopportarne il peso, mentre i dubbi di Aaron si intensificano: "Prego affinché Dio non sia soltanto un fantasma di luce/ nella mia testa/ Un riflesso della volontà"
Il testo è una continua ricerca della luce all'interno dell'oscurità, dell'ambivalenza e dei significati di entrambi gli estremi di questa dicotomia; "Fai brillare la tua luce tra le tenebre/ E lascia che la tempesta ti investa/ Cosìcche sarai nelle mie mani/ Fai brillare la tua luce tra le tenebre/ Contempla e lasciati circondare dall'aurora/ Lascia che la tempesta ti investa/
L'incipit è un riff potente e molto cadenzato affidato agli archi (niente orchestra in Ghostlights, a differenza di The Mystery of Time, tutti gli archi e le orchestrazioni sono replicate dalle tastiere), ma la ritmica che lo accompagna può essere davvero interpretata come lo scatenarsi di un temporale i cui venti soffiano forte, la pioggia battente cade impietosa ed il rombo del tuono sovrasta ogni cosa. Il ritornello è aperto, molto musicale e resta subito in testa.
Molti hanno criticato l'aver posizionato questa canzone come seconda traccia, principalmente per via della sua lunghezza; ben 12 minuti. A mio parere invece è una scelta consona, innanzitutto perché porta l'ascoltatore diritto al centro della storia e poi perché da' un'assaggio di quello che saranno i brani a venire; dinamici, potenti, melodici, tirati, struggenti.....insomma in questi 12 minuti ritroviamo un richiamo alle atmosfere di The Mystery of Time ed il preludio di ciò che ascolteremo nelle canzoni successive.
Poi, sarà che sono abituata ad ascoltare canzoni ben più lunghe di questa (qualcuno ha detto Dream Theater? :stralol: ), ma questi 12 minuti scorrono via senza pesare minimamente sull'economia del pezzo.

The Haunting
Il titolo è emblematico; i fantasmi di luce (i dubbi, le incertezze del giovane scienziato) infestano e disturbano il sonno di Aaron....o forse Aaron già si trova inconsciamente nel mondo incorporeo e spirituale? Ad ogni modo il suo viaggio è cominciato e la canzone è la materializzazione di un suo incubo: "Dormi bene/ C'è sempre qualcuno al tuo fianco." Aaron vorrebbe trovare una via razionale per capire ciò che gli sta succedendo, ma non ci riesce; "Dio devo frenare le mie fantasie ribelli/ Da dove vengono questi sogni malvagi/ Figure nell'oscurità sembrano assurdamente reali stanotte/ Prego che la mia mente si sbagli"
L'incipit della canzone è un pianoforte che suona note alte ed una melodia sinistra, quasi inquietante, per contrasto invece il ritornello, oltre a dare ampio respiro dissipando l'inquietudine della strofa, muta l'atmosfera della canzone, rendendola quasi nostalgica.

Seduction of Decay
Una delle tante perle disseminate in questo Ghostlights.
Uno scienziato, Geoff Tate, cerca di indottrinare Aaron spiegandogli la grandezza della loro conoscenza: "Ti calziamo come un guanto di velluto/ In procinto di soffocare le loro menti/ Unisciti a qualcosa che non puoi sconfiggere/Numerosi in basso/ Pochi in alto/ Renderemo rigide le loro menti".
Musicalmente parlando è una delle mie preferite e nella quale abbiamo una prova magistsrale da parte di Geoff Tate, ex-frontman dei fantastici Queensryche; con una melodia vagamente orientaleggiante, Seduction of Decay ha un tiro pazzesco, una ritmica pesanta e ben congeniata, sostenuta da chitarre possenti e belle cattive. Il ritornello invece suona come un'inno alla ribellione; Al limite della rivolta/ Sull'orlo della follia/ Mi sentirai gridare il tuo nome/Sono l'angelo della decadenza/ Nessun pensiero sarà conservato/ Sono la seduzione della decadenza.

Menzione d'onore per Felix Bohnke (e non solo per questa canzone, ma per tutto l'album!), già drummer degli Edguy e che accompagna Tobias anche in questo mega-progetto almeno dall'album Scarecrow; ho sempre pensato che fosse un ottimo batterista, ma quando suona con gli Avantasia riesce a dare il meglio di sé. :ninja:

Ghostlights
Brano che da' anche il titolo a questo spledido disco; Ghostlights rappresenta la prima vera power song, la classica cavalcata alla Avantasia che richiama le sonorità di Metal Opera I e II; il cantato è affidato quasi in toto a Michael "Ugola d'Oro" Kiske in forma smagliante e, suo malgrado, relegato alle note altissime che solo lui può raggiungere e che Tobias si diverte a fargli cantare...
Mystic, il personaggio di Kiske, avverte Aaron che il tempo sarà l'ago della bilancia in grado di fargli scindere il bene dal male, il tempo sarà la chiave che unirà il Tutto: "Le menti volano libere, quando i cancelli sono aperti/ Attraversali/ Fulmini, pioggia e vento sul mio viso/ I Fantasmi di Luce danzano/ Presterai attenzione al simbolo/ Luce brillante/ Che mi acceca/ Portami fuori da questo imbroglio."
Poco altro da aggiungere, degnissima title track.

Draconian Love
Un'altra bellissima canzone, la cui peculiarità è data dal timbro vocale di Herbie Langhans, caldo baritonale e quasi teatrale in alcuni punti.
Una canzone oscura, quasi intellegibile a cui l'autore credo abbia lasciato la libertà ad ognuno di interpretarla a proprio gusto.


Master of the Pendulum
Altro brano tiratissimo che ben rappresenta la frenesia del Tempo, la velocità, la febbrile alacrità di chi pensa di non riusicire a rispettare le scadenze."Non ho tempo per una pausa/ E non abbiamo tempo da perdere/ Ne risparmierò per tenere il passo/ Quantificherò dei pensieri/ di cui non avresti comunque bisogno/ Ma che bella giornata."
Tiratissima fino allo stremo e malignamente cattiva, non da' un'attimo di requie; anche il ritornello è incalzante e frenetico.
The Watchmaker, il mastro orologiaio (probabilmente l'eccentrico gentiluomo a capo della setta di scenziati) incontra Aaron che rimane incuriosito ed in qualche modo affascinato da questo strano personaggio; Chi è costui che stringe la sua mano/ E' quello o sono io che non lascia la presa/ Sul pendolo e ondeggia/ Come il vischio mi aggrappo al freddo."
Questo brano è interpretato da Marco Hietala, bassista e back-vocal dei Nightwish, dalla timbrica particolare, capace di note basse e graffianti registri più alti; ed è proprio questo registro che usa in questa canzone. Ricorda vagamente lo stile dei Nightwish, Tobias non poteva scegliere canzone migliore da fargli cantare.

Altra menzione d'onore per i chitarristi Oliver Hartmann e Sasha Peath che, oltre ad eseguire assoli a volte davvero meravigliosi (tra gli altri degno di nota è quello di Sasha Peath in The Haunting, da pelle d'oca) :ninja:,fanno anche i cori.....e che cori!

The Isle of Evermore
La ballad non poteva certo mancare e, ricordandosi di una particolare timbrica femminile che già ai tempi di Metal Opera II aveva dato voce, letteralmente, alle parole di un'altra celeberrima ballad, Tobias Sammet ha "scomodato" niente meno che Sharon Den Adel, splendida cantante dei Within Temptation.
Canzone orecchiabile, nostalgica, ben fatta con atmosfere un po' soffuse, però, nonostante tutto la voce di Sharon si poteva sfruttare anche meglio.
L'Isola di "sempre" o "imperitura"; Muse, il personaggio di Sharon, accusa Aaron di guardare con occhi a cui è stato detto cosa vedere: "Sono morta per il mondo/ Mi bendi gli occhi/ Mentre uccidi ciò che desidero"

Babylon Vampyres
Potrebbe essere una qualsiasi canzone uscita da uno dei migliori lavoro degli Edguy, del resto la mano che scrive è la stessa.....
Altra bella canzone tipicamente power, in mid-tempo, quindi con un bel tiro sostenuto
"Babilonia sta bruciando, brilla da lontano/ Babilonia sta bruciando, dal tramonto all'alba/ Babilonia sta bruciando/ e scintilla come una stella infuocata/ e nessuno sa dire se siamo esistiti veramente."

Lucifer
E' la canzone che non ti aspetti; l'intro è molto d'atmosfera solo voce e pianoforte supportati da un tappeto d'archi. Lo splendido cantato di Jorn Lande, Temptation, è quasi sofferto ed intriso della malinconia che permea tutta la melodia della strofa. Lucifer, ovvero Lucifero, l'angelo della luce che è anche signore degli inferi sembra quasi parlare con se stesso di ciò che è stato, del suo passato; "Devo essere caduto, un'eternità fa/ a causa del mio orgoglio/ Essendo perfetto a modo mio/ hanno gettato la stella mattutina dal paradiso/ Invidia avvolta da un drappo di grazia."
Dopo la prima strofa ed un ritornello che ripete sempre la stessa frase "Touching the flames tonight"; la canzone esplode, letteralmente, in una vampata di potenza pura, anche la voce di Jorn si fa più rabbiosa e graffiante mentre dice "Come posso perdonarLO (Dio)che/ non vuole perdonarmi per aver dato valore al potere/ come potrei vivere in pace con colui/ che eclissandomi mi ha divorato....[...] Ti scandalizzerò con furia e rabbia/ Stanotte ti mostrerò di cosa sei fatto."
L'assolo di chitarra qui è lasciato alle sapienti mani di Bruce Kulick (Meat Loaf, Michael Bolton), che ha già duettato cho Hartmann e Peath in altri brani di Ghostlights, che ben sposa la "violenza" di questa seconda parte con il graffiante timbro di Lande.
Una canzone bellissima, inusuale, ma che proprio per questo è una delle più emblematiche di tutto l'album. Ha un'unico difetto; dura troppo poco.....ha un finale quasi mozzato, l'impressione è che la canzone avrebbe dovuto proseguire, ma invece si interrompe; come se, per capriccio, Lucifero abbia deciso di aver parlato abbastanza.....

Unchain the Light
Penultimo "capitolo o visione" di questo Ghostlights, Unchain the Light rappresenta una sorta di "demistificazione" della realtà contorta in cui Aaron si trova: "Chi ha la risposta/ è questo ciò che sto cercando/ E a chi devo rivolgermi/ Cosa devo esplorare/" Le domande che si pone il giovane, troveranno una risposta? Mystic, aka Michael Kiske, pare quasi volergli dare un suggerimento "Guarda in alto/ per osservare dentro di te/ ed accorgerti che il tempo si ferma/ Vedrai il mondo sotto una luce diversa/ Trasforma questo momento/ in ciò che tu pensi debba essere/ Dona all'oscurità la sua giusta proporzione."
Anche questa canzone, come Lucifer, parte con una strofa che, per come è congeniata, non si presuma possa aprirsi nel ritornello che poi invece segue, lasciando l'ascoltatore a bocca aperta; non solo per l'inattesa evoluzione, ma proprio per come parte il ritornello. Un'istante di pausa seguito dalla voce di Kiske che, come suggeriscono le parole "High up in the open sky", sembra proprio voglia raggiungere la volta celeste.
Altro brano in mid-tempo, altro ritornello aperto; insomma il marchio di fabbrica tipico degli Avantasia.......o per meglio dire, di Tobias Sammet.

A Restless Heart adn Obsidian Skies
L'ultimo capitolo, l'ultima visione....l'ultima ora prima di chiudere il cerchio. Aaron ha concluso il suo percorso "Un uomo vero si renderà conto/ che deve adulare il tempo/ senza sprecare una parola/ [...] Sacro cuore mi farai entrare ora/ Poiché illuminerò il tuo percorso/ Perché torneremo a casa"
Come anche in The Mystery of Time, il finale dell'album è lasciato nelle sapienti mani, o meglio corde vocali, di Bob Catley la cui voce è capace di instillare emozioni davvero suggestive; calda, rassicurante, ma anche incisiva, la voce di Spirit, il personaggio di Bob Catley accompagna Aaron fuori dal mondo incorporeo e spirituale "La luna brilla, il fantasma si illumina/ Tendono la mano verso di te/ rischiarando il sentiero sotto un cielo d'ossidiana"
Bisogna dire che il lavoro fatto sulla strofa è davvero encomiabile; una melodia rassicurante e commovente, delicata che permette di "riposare" dopo le furiose cavalcate dei brani in mid-tempo e quelle più heavy di brani come Master of the Pendulum e Seduction of Decay. Con una strofa del genere ci si aspetta un ritornello eccezionale, aperto e positivo; forse tendo troppo a voler paragonare il finale di The Mystery of Time a questo di Ghostlights, sbagliando. Tuttavia, per quanto il ritornello sia bello, non è all'altezza della strofa.....e poi ha un non so che di "familiare" a tratti ricorda vagamente il ritornello di un'altra canzone degli Avantasia, sempre cantata da Bob Catley, The Story ain't Over, contenuta nell'album Lost in Space I.
D'altro canto, le note sono 7....come dice il mio maestro di musica.....


Le "pecche" che ho trovato in quest'album sono però alla stregua di inezie; si tratta davvero di cavilli, il voler cercare a tutti i costi un difetto solo perché la perfezione non esiste....In questo senso Ghostlights non è un disco perfetto....né credo sia stato il fine ultimo di Tobias renderlo tale, tuttavia è un'ottimo album, davvero molto bello, molto ben strutturato con musiche complesse e di alto livello.
Un bel 98/100 se lo merita tutto!

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Se sono stata troppo prolissa mi scuso fin d'ora........

 

Album; The Astonishing

Band; Dream Theater

Pubblicazione; 29 Gennaio 2016

 

 

 

Se dovessi scegliere un aggettivo che definisca The Astonishing in un unico termine, sarebbe “sontuoso”.

Già, perché al di là della complessità relativa della musica che lo compone, The Astonishing è un album studiato in ogni suo minimo dettaglio; dalla storia, che sta alla base del concept, alla scelta di portarlo in giro per i teatri e non nei soliti palazzetti dello sport/auditorium sparsi per il mondo e meta tipica e canonica di ogni tour dei DT.

The Astonishing è dunque un concept.

Fin qui nulla di nuovo, i DT ci hanno abituati a questa formula nel corso degli anni; ciò che rende The Astonishing diverso dagli altri concept è la struttura. Di solito i DT costruivano l'album basandosi, ovviamente, su un leit-motiv melodico ricorrente, che fungeva da filo condutture tra le varie songs; basti pensare, ad esempio, al giro di pianoforte di “Space Dye Vest” in Awake (che pur non essendo un concept album, presenta comunque un leit-motif melodico), o al riff di chitarra di “Metropolis P.t 1; The Miracle and the Sleeper”, da cui poi è nato Scenes From a Memory.

Nel caso di The Astonishing invece, non vi è un solo leit-motif, bensì più melodie ricorrenti (sebbene ve ne sia una che, per importanza, sovrasta le altre) legate ad uno o più personaggi, o al dialogo tra costoro ed altri personaggi.

Altra novità è la presenza, all'interno di uno stesso brano, di due o più personaggi che interagiscono tra loro, dando così a The Astonishing l'aspetto di una vera e propria “metal opera”. Tuttavia, al contrario di ciò che avviene in altri lavori appartenenti allo stesso genere, (Ayreon o Avantasia, ad esempio), dove è la storia raccontata ad essere la vera protagonista, in The Astonishing è la Musica a muovere gli ingranaggi della trama, ad essere l'invisibile ma indiscussa protagonista principale di tutto l'album. Tutto succede a causa della Musica, l'amore, la lotta, la morte e la vita racccontati nella trama attraverso i personaggi; tutto si compie in nome della Musica, direttamente o indirettamente.

Come in una vera e propria opera teatrale (e com'era già successo anche per SFAM) l'azione si svolge in due Atti; metto la trama sotto spoiler, così, se non volete leggerla, potete saltarla.

TRAMA

 

 

I Atto;

In un futuro distopico, ragionevolmente situato nel 2285, dove l'attuale zona nord-est degli USA ha preso il nome di Great Northen Empire e dove la repubblica è decaduta a favore di una monarchia imperiale; la musica, come la conosciamo noi, è quasi del tutto scomparsa e soppiantata dei NOMACS che controllano, coi loro attenti ed infallibili occhi digitali, ogni angolo del Regno. I NOMACS (acronimo per NOise MAChineS) sono aggeggi sferici che fluttuano nei cieli del GNE (Great Northen Empire) e producono suoni digitali; ciò che rimane di “musicale” in questo strano futuro. Per fare un paragone assurdo, potrebbero essere definiti una sorta di Skynet “passivo”, poiché di fatto il potere, almeno apparentemente, è ancora nelle mani della razza umana. Nell'ambito della trama, i NOMACS sono più delle comparse che dei veri e propri personaggi; ci sono, ma in sostanza non fanno nulla, a parte comporre e distribuire l'unica “musica” che è permesso ascoltare. A loro sono “relegate” 6 mini-tracce di 1-1,30 minuti al massimo di puro caos digitale uscito dalla mente spumeggiante di Jordan Rudess e dei suoi nuovi “giocattoli” tecnologici; tracce che sembrano sparse a casaccio tra le altre 28 di pura musica....ma si sa, niente è mai casuale con i DT...

Dopo un'assaggio di ciò che sono i NOMACS, l'album si apre con “Dystopian Overture” una strumentale che da', letteralmente un'idea di cosa aspettarsi da questo album; la si potrebbe definire una sorta di “sigla”, di preambolo al vero incipit della storia. Ascoltarla è come assistere alla presentazione dei vari personaggi.

Il Great Northen Empire è guidato dall'imperatore Nafaryus; sovrano severo, ma non crudele, che ha una famiglia che adora e di cui è fiero; l'imperatrice Arabelle, sua sposa, il principe ereditario Daryus, suo primogenito, e la principessa Faythe. Nonostante all'apparenza il regno sembri solido e prospero, in realtà presenta due facce ben distinte; la nobiltà, corrotta e sempre assetata di potere, ed il resto dei sudditi che faticano a tirare avanti e per la maggior parte vivono in povertà. Un gruppo di ribelli si nasconde a Ravenskill, guidati da Arhys (ogni riferimento a GoT NON è puramente casuale) che, dopo aver perso la moglie Evangeline, giura solennemente di dare, attraverso una ribellione ai danni dell'imperatore, una vita migliore al figlio Xander ed al resto della popolazione che soffre a causa dei sopprusi dei nobili (A Better Life). Baluardo di questa lotta ed ultima speranza di un futuro cambiamento è Gabriel (ma com'è che gli eroi delle metal opera si chiamano Gabriel?....qualcuno ha detto “Avantasia”?), fratello minore di Arhys che ha il dono di scrivere musica e cantare (The Gift of Music).

Intanto alla Capitale del Regno, Nafaryus apprende dell'esistenza di Gabriel del suo dono e della Milizia di Ravenskill e decide di vedere coi propri occhi se questo fantomatico “salvatore”, Gabriel, rappresenti per lui una vera minaccia; parte quindi per Ravenskill, accompagnato dal resto della famiglia reale e dalle sue guardie (Lord Nafaryus).

A Ravenskill, nella piazza principale, si è radunata una gran folla per ascoltare la musica di Gabriel (A Saviour in the Square); ad un tratto, la venuta dell'imperatore zittisce gli astanti. Nafaryus chiede di poter ascoltare Gabriel per verificare la veridicità di ciò che ha udito sul suo conto; Arhys e Daryus hanno un battibecco, ma Gabriel interviene ed accetta la sfida del sovrano.

La musica di Gabriel tocca il cuore di Nafaryus al punto da commuoverlo, cosa che accade anche agli altri (When Your Time Has Come). Anche Faythe ne è colpita; vede in Gabriel una sorta di anima affine alla sua, che ascolta la musica (trovata per caso su un vecchio supporto, nascosto chissà dove nel palazzo reale) di nascosto (Act of Faythe).

Nafaryus, sebbene colpito dalla musica di Gabriel, si ricompone e visti anche gli sguardi che il giovane scambia con la figlia, decide di eliminare la minaccia che egli rappresenta una volta per tutte; da' alla gente di Ravenskill un'ultimatum, se entro 3 giorni non gli consegneranno Gabriel, Nafaryus distruggerà la città (Three Days). Con queste parole il sovrano ed il suo seguito se ne vanno. Arhys rassicura il fratello; non cederà al ricatto di Nafaryus, non lo abbandonerà al suo destino, combatterà al suo fianco fino alla fine (Brother Can You Hear Me). Intanto, alla capitale, Faythe pianifica di ritornare a Ravenskill da Gabriel, quindi camuffa il suo aspetto e lascia il palazzo reale; una volta nella città dei ribelli, Faythe incontra Xander e gli chiede di accompagnarla da suo padre poiché vuole aiutarli nella loro lotta. Arhyr la riconosce e la tratta duramente, ma lei chiede di vedere Gabriel e dice di conoscere un modo che induca il padre a desistere dal suo intento di catturarlo (Ravenskill). Gabriel accetta l'aiuto di Faythe ed afferma che incontrerà l'imperatore e che grazie alla sua musica potrà fargli cambiare idea così da riportare nuovamente la pace (Chosen).

Nel frattempo Daryus, che aveva seguito la sorella dietro suggerimento dell'imperatrice, sorprende Xander, il figlio di Arhys, e lo usa per ricattare il comandante della milizia; da sempre geloso della sorella per il posto che occupa nel cuore del loro padre, Daryus vuole indurre Arhys a tradire Gabriel ed ucciderlo, così da ottenere da Nafaryus il dovuto riconoscimento per averlo liberato del suo acerrimo nemico. Arhys ha tempo fino al calar della sera per accettare il ricatto di Daryus (A Tempting Offer). Solo nella sua casa, si dispera, combattuto tra il desiderio di portare avanti i suoi piani e combattere al fianco del fratello e la possibilità di dare a Xander quella vita cui tutti loro aspirano, ma che non hanno mai potuto avere. Alla fine, seppure a malincuore è costretto a fare come vuole Daryus, in virtù della promessa fatta ad Evangeline sul suo letto di morte (The “X” Aspetc).

Faythe, con nuova speranza nel cuore, ritorna alla capitare e si confronta col padre. Nafaryus le dice che si è lasciata abbagliare dalle belle parole di Gabriel, che in realtà lui non è ciò che dice di essere.....Tuttavia, l'intervento di Arabelle, che rivela come anche Nafaryus amasse la musica in gioventù, cambia le carte in tavola; l'imperatore desiste ed accetta di incontrare Gabriel ad Heaven's Cove, un'anfiteatro abbandonato da tempo (A New Beginning). Tre personaggi riflettono sulle ultime scelte fatte; Daryus che ha costretto Arhys a tradire Gabriel, Arhys che ha confessato a Daryus il luogo d'incontro tra suo fratello e l'imperatore e Nafaryus che, fingendo di cedere alle suppliche di Faythe, scopre le sue vere intenzioni nei confronti di Gabriel (The Road to Revolution).

II Atto:

E' un'altra strumentale ad aprire il secondo atto di The Astonishing; 2285 Entr'act, il cui incipit è leit-motif principale di tutto l'album, ovvero la melodia che compone la canzone che dà anche il nome all'album, The Astonishing.

Gabriel informa il fratello che i NOMACS sono stranamente poco vigili e lo sprona ad approfittare dell'occasione, tuttavia si accorge che Arhys è diverso dal solito. Il comandante della milizia infatti è agitato per ciò che dovrà fare di lì a poco; tradire suo fratello e consegnarlo a Daryus (Moments of Betrayal).

Faythe decide di usare il suo rango di principessa reale per fare tutto ciò che è in suo potere per rendere il mondo un posto migliore e si avvia da sola ad Heaven's Cove (Begin Again). Intanto Arhys nascosto tra le rovine dell'anfiteatro in attesa dell'arrivo di suo fratello, cambia idea e decide di combattere Daryus e di non tradire Gabriel (The Path that Divide); Xander che, all'insaputa del padre, ha seguito Arhys fino ad Heaven's Cove assiste al suo duello contro Daryus. Arhys ha la peggio e rimane ucciso sotto gli occhi attoniti del figlio che scoppia in lacrime. Intanto si avvicina una sagoma, ma è buio ed è impossibile capire chi sia perché il cappuccio getta ombra sul suo viso. Dando per scontato che si tratti di Gabriel, Daryus attacca il nuovo arrivato scoprendo che si tratta di Faythe quando ormai è troppo tardi e la sua lama ha già attraversato il corpo della sorella (The Walking Shadow). Poco dopo giunge ad Heavens' Cove anche Gabriel che, vedendo il corpo esanime del fratello prima e dell'amata poi, dopo aver tappato con le proprie mani le orecchie di Xander, lancia un terribile grido che fa diventare sordo Daruys ed è udito sia da Nafaryus ed Arabelle in arrivo all'anfiteatro, sia da tutto il resto della città (My Last Farewell).

Giunti sul luogo della tragedia l'imperatore e sua moglie si disperano e piangono, stringendosi accanto alla figlia morente, ed implorano Gabriel di usare il suo dono per salvare la vita di Faythe (Losing Faythe), ma il giovane non può; ha perso il suo dono gridando la sua disperazione (Whispers on the Wind). A quel punto, dai menadri dell'oscurità circostante, cominciano ad avvicinarsi alcune persone; sono gli abitanti della città, che udito il grido di dolore di Gabriel si sono diretti ad Heavens' Cove. Tutti quanti insieme cominciano ad intonare un inno affinché la Musica guidi Faythe verso la luce e spezzi le catene che la legano alla morte; l'inno è tale da ridare a Gabriel il suo dono e quando anche lui si unisce al coro, la vita di Faythe è salva (Hymn of A Thousands Voices). Gabriel e Faythe crescono Xander come fosse loro figlio ed insieme si avviano a creare quel mondo, tanto desiderato da Arhys, in cui tutti sono liberi e possono avere quella vita tanto agognata finora (A New World).

Nafaryus, grato per ciò che Gabriel ha fatto, decide di porre fine al suo conflitto con il giovane e spegne i NOMACS. Arhys, sotto forma di spirito, parla a Gabriel e gli raccomanda di la vita del figlio; Xander lo sente e gli risponde dicendogli di riposare in pace e che lo renderà fiero di lui. Daryus viene perdonato per i suoi crimini e Nafaryus promette di regnare come un sovrano giusto nel nuovo mondo che va delineandosi, dove la Musica è tornata ad essere suonata ed ascoltata (The Astonishing).

Fine

 

 

 

The Astonishing si compone di ben 34 tracce, 6 di queste sono le mini tracce dedicate ai NOMACS, e 2 sono strumentali. Dimentichiamoci le suite; la canzone più lunga è, credo, “A New Beginning” con i suoi 7 minuti e passa....un'inezia per lo standard dei DT. I brani mediamente durano tra i 4 ed i 5 minuti e sono (finalmente!!!) epurati da quei fastidiosissimi, lunghissimi e tecnicissimi assoli cui ci aveva abituato Petrucci negli ultimi lavori.....In questo senso, sia a livello di sonorità (pur introducendo l'uso di nuovi strumenti, come la cornamusa di Brother Can You Hear Me), sia a livello ritmico (gli adorati tempi composti, gli stacchi etc) ci sono tutti gli ingredienti che nel corso degli anni hanno fatto della musica dei DT un marchio di fabbrica. C'è anche un massiccio utilizzo di generi musicali diversi; si prende a basse mani dalla Classica, da ritmi che ricordano vagamente il Tango e/o la marcia (ascoltatevi Lord Nafaryus, che è una vera perla; con la sua strofa incalzante, gli incisi che cambiano tempo ed atmosfera), dal folk americano, le cui sonorità ricordano i pianoforti dei saloon; fino ad arrivare a comporre un vero e proprio inno di stampo tipicamente religioso (Hymn of a Thousands Voices), con tanto di corale a più voci quasi da pelle d'oca.

Musicalmente parlando “The Astonishing” è un'album ricco, armonicamente complesso e ritmicamente ricercato (anche se non sempre ho gradito i suoni della batteria....Mangini è bravissimo, ma manca il “tocco sonoro” di Mike Portnoy.....); Petrucci e Rudess hanno fatto un lavoro eccezionale sugli arrangiamenti, toccando livelli di perfezione quasi assoluta. Le varie melodie ricorrenti oltre a dare voce ad alcuni personaggi, si fondono, rincorrendosi all'interno delle canzoni, e modificandosi al punto di trasformarsi letteralmente in un nuovo brano; è il caso del riff iniziale arpeggiato, dal ritmo delicato di “A Saviour in the Square”, che si evolve nella corroboante “Our New World”, dal ritmo incalzante e dal cantato molto catchy.

Un grande plauso va a James LaBrie, per il lavoro eccezionale fatto sulle lyrics; davvero ineccepibile! Anche se, tuttavia, il cantanto risulta essere anche il punto debole dell'album.

Non certo per mancanze di LaBrie, ma non si può confezionare una metal opera e pretendere che ben 7 personaggi (8 se contiamo anche la voce narrante) siano interpretati da una sola voce; voce che, se avesse avuto almeno delle basse alla Geoff Tate (tanto per citarne uno a caso), avrebbe sicuramente dimostrato, se non altro, molta più versatilità. Nonostante, ripeto, l'egregio lavoro svolto da LaBrie.

Ad ogni modo, sono molto molto soddisfatta e felice di aver comprato quest'album, pur avendo preso polvere per ben 4 mesi prima che mi decidessi di ascoltarlo....34 tracce non sono poche! Bisognava prendersi giusto quelle 2 ore di tempo (e trovarsi nello stato d'animo e con la congiunzione astrale perfetta) per poterlo ascoltare con la dovuta attenzione.

Bello, il primo album dei DT dai tempi di SFAM, in cui non c'è una canzone che skipperei!

Tanto per chiarire il discorso sulle voci, vi lascio con il video della versione 2.0 di "Our New World" che vede il personaggio di Fayhte interpretato da Lizzy Hale degli Halestorm.

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