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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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Bravo Dario, bel racconto, anche questo gradevole e delicato come quello del megacontest.

Traspare ancora un tocco di magia :)

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La poesia non si legge con il corpo , ha bisogno di passare prima da anima ad anima.

E il grido della tua anima arriva dentro. Trovo il tuo verso"Rimuovetemi dal mio dormire al parcheggio/faccio posto a chi vuole guardarela vita........."di una bellezza struggente.

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Bella la tematica scelta da Dario Snow! Molto scorrevole la lettura nonostante i periodi molto lunghi.

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poesia "ermetica" e essenziale. spero apprezziate.

 

 

Coff coff.

E dall'on si passa all'off.

 

 

A voi le interpretazioni. :)

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Complimenti a tutti e tre. Hack sempre profondo e penetrante, Dario sognante, molto bello il racconto. E Eddard, bhe, un nuovo Marziale.

Siamo partiti in quarta, che bello!

 

Anche io a breve posterò qualcosa. Tempo fa avevo scritto qualcosa di cui andavo piuttosto fiero. Vorrei condividerlo qua, devo solo trovarlo. Ehm.

 

Ah, poi cercherò sicuramente di fare un pensierino sul tema proposto da hugorhill. Mi ispira parecchio.

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Dai Akyan io aspetto volentieri :)

 

e grazie per il buon giudizio.

 

Anche a Sejia un grazie, aspetto i tuoi di frammenti d'anima :)

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Molto bene, ben tre scritti! :)

- hacktuhana:

In questa poesia, come in tue molte altre, fai trasparire una bellezza "dolorosa" che colpisce molto la mia sensibilità. Mi piace in particolar modo l'uso che fai dei versi-eco (chiamo così quei brevi versi, che riprendono le ultime parole del verso precedente) che danno un senso più profondo al tutto. e poi accenni al tema delle maschere, un argomento che mi sta sempre a cuore!

 

- Dario Snow:

Anche questa volta affronti un tema profondo con un racconto dalla semplicità disarmante! Lo sguardo del fanciullo è una cosa preziosissima, permette di trovare la felicità nelle piccole cose e di pensare in grande... anche grazie a un paio di occhiali! in effetti alcuni periodi sono un bel po' lunghi e ho trovato una ripetizione della parola "vicino", comunque la lettura resta scorrevole e lo stile gradevole.

 

- Eddard Greyjoy:

è chiaramente una metafora sulla contingenza dell'esistenza! Non siamo che due colpi di tosse nel discorso del mondo... e poi tutto si spegne! :(

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Eddard Greyjoy, più che essenziale l'ho trovata esistenziale.

Nonostante ad Ungaretti preferisca Pavese, questa tua piccola goccia d'anima mi piace.

 

Hack, se riesco a "resistere"al verso, potrei tentare con un racconto vero e proprio. Avevo iniziato a scriverlo per il Contest sulla magia, ma a metà avevo superato i diecimila caratteri e l'ho lasciato lì. Ho anche altre idee che devo mettere su foglio, per ora sono ferme nella mia testa.

 

Intanto.......

 

 

"Incontro ravvicinato"

 

Ho incrociato stanotte, rientrando,

i piccoli fari furtivi

degli occhi di un gatto.

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Ancora grazie ad Aeron col quale condivido la passione per le maschere!

 

Quasi quasi ci propongo un tema concomitante a quello proposto da hugorhill.

 

Sejia... due battute e un gatto, che per me, parlando di temi preferiti, da "solo" già basta ad arrivare al cuore.

Aspetto con interesse la tua creazione in prosa.

 

Infine Eddard il pirata :)

non è una novità la sua bravura e passione per i giochi di parole sensi ed assonanze.

Questo ragazzo ha tanta fantasia :)

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Trovato!

 

Allora, l'ho scritto parecchio tempo fa (quasi un anno forse). Ho avuto l'idea in modo inaspettato e non ho resistito alla tentazione di buttarla su carta. In realtà il finale del racconto non è affatto conclusivo, potrebbe esserci benissimo un "capitolo 2". Ma, questo ho, e siccome è una storiella (o l'incipit di una storiella) che mi piace tantissimo voglio condividerlo qua. A voi, buona lettura :figo:

 

CAESAR

 

 

Caesar era un cosiddetto Narratore. E io, chi sono? No, vi sbagliate io non sono un Narratore, bensì uno Scrittore. Bè ci sono varie differenze, ma magari ve le spiegherò più avanti, perché ho paura che il mio Narratore si dimentichi la sua Storia.

 

Confusi? Bene, proprio ciò che uno Scrittore vorrebbe dal suo Lettore. Ma c'è qualcuno che mi sta ascoltando? Ho sempre questa sensazione, di parlare da solo, o meglio di scrivere da solo, bè quello è ovvio, ma intendevo: c'è qualcuno che leggerà mai questa Storia? Se siete attirati fin dall'inizio, bè allora è una passeggiata, ma credo che io non stia scrivendo un inizio proprio attirante in questo momento. Forse è un po' noioso, boh, ma forse è perché sono alle prime armi, oppure perché il mio Narratore è un pochino addormentato. Ehi! Sveglia! Si stanno annoiando qui!

Bene, eccoci, finalmente. Flavius si era addormentato, scusatelo.

 

Caesar, dicevo, era un Narratore. Fluttuava eccitato sopra il deserto e si dirigeva verso la sua Storia. Era stato appena elevato a Narratore Novizio e poteva fare tante altre cose adesso. Non avrebbe mai raggiunto il livello di sua madre, lo sapeva per certo, la famosissima Aelia, Narratore dell'Odissea. O di suo padre Marcellus che aveva narrato superbamente la vita di Napoleone. Ma comunque era contento, non vedeva l'ora di far vedere il certificato ai suoi genitori. Ma poi pensò che forse sarebbero stati troppo impegnati a spiare qualche altra Storia di successo. Quindi avvilito al pensiero, continuò il suo viaggio.

 

Dopo una piroetta di qua e una capriola sulla sabbia giunse ai margini della città. Una città calda, certo, almeno per i Lettori e gli Scrittori. Ma Caesar non sentiva nulla. Non aveva né pelle né ossa, era fatto di aria. E di fantasia.

Arrivò alla Casa Abbandonata. Entrò attraverso un muro, perché non aveva voglia di passare per la porta, e si ritrovò all'interno. Narratori, Ispirazioni, Sogni, Melodie, Colori e Idee sfrecciavano a destra e a sinistra, salivano le scale e le scendevano. Entravano nelle stanze a loro adibite e incominciavano il loro lavoro.

Mentre Caesar con la testa china si dirigeva verso il Reparto Storie un' Ispirazione gli si affiancò. Ogni volta Caesar si spaventava quando Frejus lo salutava. Arrivava sempre così all'improvviso, senza dire nulla, ma faceva felici tutti. Era sempre così con le Ispirazioni. Frejus gli disse che aveva ricevuto un incarico importantissimo. Doveva subito andare dall'altra parte della Terra ad aiutare un ragazzino. Aveva bisogno di lui. Gli avevano ordinato di partire subito, prima che fosse troppo tardi. E così scappo veloce come era apparso, e Caesar rimase nuovamente solo.

Caesar non aveva tanti amici. Frejus era uno dei pochi insieme a qualche altro Narratore inesperto come lui. Conosceva anche qualche Colore, ma non li considerava più di tanto "amici". Sempre a sfoggiare le loro vesti brillanti e variegate, per fare colpo su qualche Melodia. Li odiava: erano vanitosi e non perdevano mai tempo ad attirare il centro dell'attenzione. C'era una Melodia di nome Eleni, di cui era innamorato Caesar, ma non aveva mai... ehi Flavius, concentrati sulla Storia! Poco importa adesso di queste cose. Siamo già a 524 parole, ricordati che non crescono sulle piante, e sono piuttosto care oggigiorno.
Dicevamo. Caesar avvilito volteggiava su per le scale. Il Reparto Storie si trovava al primo piano sulla sinistra, proprio accanto al Reparto Poesie. Strani tipi i Poeti. Non essendo in grado di dipingere o suonare utilizzano le Parole per esprimere Colori, Melodie e Sogni. Tipi parsimoniosi, certo, al massimo un centinaio di Parole alla volta, ma che Parole! Sono loro sanno dove trovarle!

 

Il nostro Narratore bussò alla porta. Era vietato entrare senza bussare, bisognava sempre attendere che il Capo Fantasia desse prima il lasciapassare. Era lui a coordinare tutte le Storie in corso, annotando su un grosso taccuino quali Storie fossero le più esigenti, quali meno, a quali Narratori affidarle e solo dopo a quali Scrittori. Ma soprattutto era lui a dire se c'erano nuove Storie da scrivere. Purtroppo allora erano davvero poche. Non come un tempo, quando erano così tante che spesso alcune restavano anonime e sconosciute, senza mai essere raccontate o tramandate. In quegli anni era proprio il contrario. Molti Narratori restavano disoccupati e girovagano per le città a spiare i poveri Lettori nelle loro vite noiose e monotone. Al contrario Caesar non aveva la loro sorte, ma non si rendeva ancor conto di quanta fortuna avesse.
Sta di fatto che il Capo Fantasia gli aprì la porta. Era imponente e con una sfavillante corona di diamante sulla testa. "Caesar!" urlò felice quando lo vide.

 

Ho saputo che sei stato elevato!
Non ancora Narratore Provetto, è un peccato.
Ma bene, bene... eccoti qua una nuova storia da spiare.
Diciamo che non è il massimo, ma lascia stare.
Questo è ciò che rimane in questi poveri giorni,
ahimè, pochi Sogni, poche Idee nei dintorni.
Meriterebbero una capatina quei birbanti,
una volta sì, tanti anni or sono sì che c'è n'erano tanti.
Ma chissà dove finiremo senza Storie da raccontare,
ma su, su, non stiamo qui a cincischiare,
corri subito alla terza porta a destra. Non farla aspettare!
Ah dimenticavo caro Caesar, ricorda di bussare!

 

Caesar si ritrovò in mano una grossa chiave di ferro. Superò il maestoso Capo Fantasia, che canticchiando ritornò a fare la guardia, ed ebbe davanti un lunghissimo corridoio con porte a destra e a sinistra. Non si riusciva a vedere la fine e si narrava addirittura che essa non esistesse neanche. Ma Caesar non aveva mai percorso più di un ventina di metri in quel corridoio. Infatti la regola era questa. Più le Storie erano complicate e affascinanti, più esse si trovavano in fondo al corridoio. Il fatto che quella del Narratore avvilito fosse solo la terza a destra non era per niente un buon auspicio.

 

La porta era fatta di un legno vecchio e marcio. Chissà forse più avanti ci sarebbero state porte di zaffiro, di rubino, smeraldo o puro cristallo! Caesar bussò, poi inserì la chiave e la girò. Ci fu lo scatto della serratura e la porta si aprì cigolando mostruosamente.
La stanza era completamente buia, nera, avvolta nell'oscurità. Ma Caesar sapeva bene che doveva proseguire ugualmente e presto gli si sarebbe presentata la Storia. A volte si sbucava sul ponte di una nave, o si usciva dal portone di un castello sfarzoso. Alcune volte si cadeva dal cielo, altre si usciva dal buco nel tronco di un albero. Quella volta il Narratore si trovo all'entrata di una puzzolente grotta. Uscì allo scoperto e poté osservare meglio dove si trovava.

Alberi dal tronco nero e dalle foglie rosse facevano da contorno ad una spoglia radura. La terra era bruciacchiata ed esalava fumi fetidi da alcune fessure. Un cavaliere in un'armatura arrugginita e logora sedeva su un tronco tagliato. Caesar non riusciva a vedere la sua faccia.
"Cavolo" pensò "neanche il tempo di ambientarmi e subito devo iniziare a lavorare."
Osservò con cura quello strano cavaliere, cercando di memorizzarsi ogni singolo particolare della suo abbigliamento e della sua fisionomia. Poi spuntò dagli alberi un uomo incappucciato.
"Un altro? Di già?"
Era gobbo e curvo, si teneva in piedi con un bastone di legno e portava un pesante mantello viola. Si avvicinò al cavaliere arrugginito. "Ottimo! Lo chiamerò il Cavaliere Arrugginito... fino a quando non saprò altro."
Si avvicinò moltissimo, così tanto da accostarsi all'altro Personaggio. Stettero così una decina di secondi. Il Cavaliere e... ehm... il Vecchio Viola stavano bisbigliando.
"E che faccio ora? Non sento nulla!" Caesar era disperato. La Storia non iniziava per niente bene. E così si avvicinò. C'è ne voleva prima che diventasse un Narratore Onnisciente, e fino a quel momento doveva affidarsi a vecchi ed imbarazzanti metodi di spionaggio. Si avvicinò sempre di più fino a quando non era ad un palmo dai due.

 

"Bshhsshhbssh..."

 

"Shhvvshsvbsvhh"

 

"Ma non si capisce niente lo stesso!" si lamentò Caesar.

 

Poi un'idea lo illuminò! Era giunto il momento di mettere in pratica gli insegnamenti da Narratore Novizio. Era difficile, ma avrebbe potuto provare ad entrare nella testa del Vecchio. Forse lui sarebbe stato più interessante del Cavaliere Arrugginito. In quel modo, se tutto fosse filato liscio, avrebbe sentito chiaramente i pensieri dell'uomo incappucciato.
Si concentrò al massimo, chiuse gli occhi e poi in un attimo la sua testa fu pervasa da una voce gracchiante e stanca. Era sicuramente la voce del Vecchio.

 

"Questo cavaliere è proprio stupido. Ma chi mi hanno mandato?" Poi fece una pausa e la voce riprese a parlare. "Ma... cosa succede? Cosa?"

 

Il Vecchio si tolse il cappuccio infuriato. Si guardò a destra e sinistra mentre Caesar fu di nuovo scaraventato fuori dalla sua mente. Il Cavaliere non capiva e ad un tratto accadde ciò che non era mai successo in tutta la storia delle Storie.
Il Vecchio fissò Caesar negli occhi. Al Narratore mancò il fiato e gli si bloccò il cuore. Poi dovette fuggire via dalla Storia, attraverso la grotta puzzolente, perché non riusciva a sostenere lo sguardo di quel Personaggio.

 

Mai uno di loro lo aveva guardato.

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Bellissima Akyan!

 

Bravo davvero a dare "vita" a cose, idee come fossero personaggi.

Descrizione affascinante della "scuola" che mi riporta ad un tuo racconto in un contest :)

 

Proprio bravo fin da subito eh

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Grazie mille Hack! :stralol:

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vecchio tentativo di poesia.....

 

Scur fu l’aere e levaronsi onde alte
Com se a navigar si ponesse veto
E l’acqua invase il velier molte volte.

Poscia che divenne ‘l pelago quieto,
Finalemente ‘l sol splendente parve
E di vederlo fu ogn’om nel legno lieto.

Come quando si schiudono le larve,
Sicchè gli insetti infin vedon la luce,
Cotai i marinai poscia le onde torve

E la triste vista di ciel sì truce,
Rividero ‘l sole bello e splendente
E ‘l pelgo più non fecesi feroce.

Quattro volte ‘l sol s’alzò da levante
Pria che mirasser dell’isola le coste
E ivi veddeser sconosciute piante.

Io dico che se ivi voi stati foste
Con quella compagnïa o con un altra
Certo meravigliati vi sareste.

Come le volpi dalla mente scaltra
Subito trovan e uccidon nell’aia i polli,
Cotai vider piante da foglia verdastra

Su cui crescevan frutti buoni e belli,
Che ormai ëran divenuti maturi.
Dopo percorser terreni non brulli.

Parea non aver vissuto anni oscuri
Di carestïe o guerre sanguinose
Quell’isola in cui vider non tuguri

Poveri, poco spazïosi e sozzi,
Ove è miser gente sol colla prole,
Ma marmoree dimore e alti palazzi.

Vider la città e le sue famigliole,
Poscia che ‘l sol di nuovo si fu alzato,
Come in ogni mattino fare suole.

Giunser davanti a un ingresso dorato
Su cui battean del sol raggi radianti
Che da vigili guardie era vegliato

Dicendo: “Chi siete voi, oh uomini erranti?”
Fermolli sanza minacciar una guardia
Ch’aveva armatura e lama lucenti

“Oh uom della città che oggi il sol irradia,
Da lande oltre il pelgo noi siam qui giunti,
Dopo un’avventura che nemmen’or mi tedia.”

Poi quello con passi distesi e lenti
“Fateci passar se nessun lo vieta”
Disse rivolto alle guardïe ivi stanti.

Chi parlava aveä vestito di seta,
Nîrwir era ‘l nom chë a lui fu dato.
Per primo egli amò quella terra lieta.

Le guardie, poi che andar ebber lasciato
Tutti quegli stranieri venturieri,
Che per molto tempo avean navigato,

Apriron e, tornando ai lor mestieri,
Aüguraron lor buona fortuna.
I venturieri con passi leggeri

Subito entraron sanza paura alcuna
E della città percorser le strade
Sinchè scese il sol e fu alta la luna.

Poscia aver percorso quelle contrade
Ed esser giunti a quella città bella,
Una locanda alloggïo lor diede.

Ivi salutaronsi in lor favella
E dal sonno ïnfine vinti fuoro
Mentre in cielo riluceva ogni stella.

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Neve candida ë fresca cade

Sull’antica e in rovina cittade.

D’audaci sovrani natio loco,

Distrutto dalle lame e dal fuoco.

 

Patria di coraggiosi soldati

Mai dalla paura attanaglïati.

Resta sol una lieve memoria,

Ch’or racconterò in questa storia.

 

Baluginaron splendenti le spade,

Giunsero minacciose torce e scuri

Bruciaron le rigogliose contrade.

Mai più ivi crebbero faggi maturi.

 

Della regia casa polver rimase,

Nella città fu panico e dolore.

Ivi crollaron ardendo le case,

Dardo veloce colpì il regio cuore.

 

Di quella città ben poco rimase.

I suoi abitanti furon sterminati,

Le fertili terre al suol furon rase

Dai numerosi e crudeli soldati.

 

Fuggì un principe col suo cavallo,

Passando lesto l’impervio vallo.

Giunse infin ai pïedi del monte,

Mentre il sole era basso all’orizzonte.

 

Al natio loco tornò stremato.

Nel paëse per primo ämato

Fu accolto da un banchetto sontuoso

E da un festeggïare brïoso.

 

Cancellar volle il ricordo malvagio,

Che mai tuttavia riuscì a svanire.

Rimembrando l'alto amato faggio,

Nel natio loco finì col morire.

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Mitico Eddard Giacomo Leopardi Greyjoy! :D

 

Ho fatto un salto nel classico e nel passato poetico, con un'intatta ricerca delle parole e delle lettere singole persino!

 

Mi piace quell'articolo " 'l "

 

:)

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