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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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L come Lupo? :)

 

Bello!

Ottimo scritto.

 

Per caso (L)ontano parente di quello "F" di un certo pendolo? :D

 

Attendiamo il seguito :)

Grazie Hack!

 

Eco è sicuramente un punto di riferimento ma più a livello di affinità di concetti che per trama e personaggi; il Pendolo di Foucault non c'entra troppo con questo scritto.

Al massimo potrebbe essere un brutto lontano parente della Torre Nera di King! :stralol:

Appena ho un po' di tempo finisco il 2° capitolo e lo pubblico! :scrib:

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2. La traversata
Uno, due.
Il piede sinistro affondava nella neve fresca al centro della stretta valle che si snodava tra le creste delle montagne torreggianti contro il cielo terso. Uno.
Lo scarpone destro con un lento movimento ormai meccanico superava di una spanna l'altro scomparendo anche lui all'interno di quella coperta bianca. Due.
Uno; Due.
L. aveva iniziato la sua marcia che ancora quel Sole pallido non si era ancora alzato; durante quella gelida notte era riuscito a dormire a tratti, svegliato dai morsi del freddo e da sussulti di paura. La prima volta che si era svegliato si era tolto gli scarponi e aveva avvolto i piedi nel maglione rosso strappato, strofinando i piedi l'uno contro l'altro e muovendo le dita per non farle congelare. Si era addormentato e ridestato un altro paio di volte quella notte, ma pareva che le tenebre non si sarebbero dileguate mai più. Con i primi chiarori dell'alba, ancora tremante, aveva deciso di incamminarsi verso nord seguendo il disegno della costa. Sperava di trovare un villaggio con camini fumanti, ma avrebbe apprezzato anche la vista di un eremo di un qualche missionario strampalato. Dopo un'ora di cammino gli era parso di rimanere fermo al punto di partenza: a sinistra il mare immutabile col suo andirivieni di onde, a destra picchi montuosi grandi e piccoli, ma tutti invariabilmente bianchi con chiazze nere là dove la roccia scoscesa impediva alla neve di posarsi; sotto ai suoi piedi solo rocce e scogli, intervallati di tanto in tanto da piccole spiaggette di sassi scuri che rendevano il suo passo ancora più pesante e faticoso.
Ogni tanto si portava la bussola sotto gli occhi: l'ago puntava ancora con tenacia verso est ma L. continuava il suo percorso a nord con il mare a fianco.
Il Sole completò un quinto del suo arco e alla vista di un valico meno impegnativo sul pendio a destra finalmente quel mucchietto d'ossa infreddolite decise di virare istintivamente verso le montagne, per giocarsi la sua ultima carta di salvezza.
Uno. Due.
Ormai il mare si era nascosto dietro i rilievi che L. aveva superato con fatica e da qualche tempo non sentiva il tuono delle onde neanche quando il vento soffiava da ovest; il tiepido Sole intanto aveva percorso metà del suo cammino quotidiano.
Segui l'Ago e perditi. "Perso mi son perso. Se non altro non proverò rimorsi per non aver seguito questo sciagurato consiglio!".
Aveva deciso di procedere seguendo le curve sinuose delle valli anche quando andavano in direzione opposta all'ago di quella sottospecie di bussola per poi svoltare verso est appena vedeva un passaggio o un valico che gli avrebbe consentito di non sprecare quel po' di energie che gli erano rimaste.
Durante la marcia, oltre a gambe e braccia, era riuscito a scaldare anche un po' la materia grigia del suo cervello e da alcune congetture era riuscito a comprendere un po' meglio la geografia di quella landa desolata.
Sicuramente si trovava nell'emisfero australe (aveva visto la Croce del Sud) e a una latitudine piuttosto bassa visto che il Sole era piuttosto schiacciato sull'orizzonte e data l'assenza pressoché totale di alberi e cespugli. Almeno per quanto riguardava belve feroci doveva quindi essere al sicuro!
Il fatto che la terraferma non fosse coperta totalmente di neve a quelle latitudini, specie sulla costa, lo aveva poi assicurato sul fatto che non fosse inverno, il che aumentava le probabilità di incontrare gente in un villaggio di pescatori stagionali o di imbattersi in una spedizione scientifica; per questo L. aveva inizialmente deciso di non marciare verso l'interno.
Più per istinto che per una qualche motivazione logica era giunto però poi anche alla conclusione che doveva trovarsi su un'isola dei Mari del Sud e quindi forse, seguendo l'ago e sperando in un'isola di modeste dimensioni, avrebbe dovuto raggiungere la costa est e quella che sperava essere la sua salvezza.
L. superò l'ennesimo passo, vicino alla vetta più alta che aveva visto su quella terra inospitale; in cima si guardò tutt'intorno: il tramonto era prossimo e tutt'intorno non c'era che neve e roccia, grigio e bianco.
Si preparò mentalmente per la seconda notte di bivacco all'addiaccio.
La seconda notte fu anche peggio della prima: per prima cosa non era riuscito a trovare un riparo adeguato come quello della sera avanti e aveva dovuto dormire praticamente alla mercé del vento che sferzava, se possibile, con ancora maggior forza le valli tra le montagne e che spruzzava sul viso e il sacco a pelo di L. neve e ghiaccio, tanto che dovette alzarsi un paio di volte per scrollarsi di dosso quella che stava diventando ormai più che una bianca coperta aggiuntiva.
Le dita dei piedi si muovevano sempre più a fatica e anche quelle delle mani iniziavano a risentire del gelo polare. Solo il calore della bussola, che L. si era passato a intervalli su piedi e mani, aveva evitato la cancrena delle dita degli arti.
Inoltre rimaneva solo una scatola di carne e L. aveva dovuto combattere contro i suoi istinti per rinunciare a mangiare d'un fiato anche l'ultima razione rimasta.
Anche il suo vigore mentale nel frattempo si infiacchiva e aveva smesso di farsi domande sul perché era finito su quel maledetto scoglio in mezzo al mare.
Il mattino non poté fare a meno di mangiare la metà dell'ultimo pezzetto di carne rimasta e poi partì di nuovo verso la direzione segnata dalla bussola senza neanche più la forza di pensare che avrebbe potuto non essere la direzione della salvezza, ma solo la tragica burla di un ago impazzito.
Uno.
Due.
Se ne stava per andare anche il secondo giorno in mezzo alle cime grigio-bianche e sotto un cielo che aveva iniziato a coprirsi di nuvoloni bianchi.
Fu solo verso la fine della giornata che un avvenimento ruppe la monotonia della marcia che sembrava ormai destinata a finire con la morte di L.. Stava effettuando l'ennesimo valico su un pendio scosceso quando istintivamente il suo sguardo venne richiamato alle sue spalle: neve, roccia e vento. Poi le vide: due sagome dello stesso colore del paesaggio si muovevano quasi impercettibilmente qualche miglio più a nord, su una valle che aveva percorso giusto qualche ora prima.
"Uomini! Hanno seguito le mie tracce e stanno venendo a prendermi!"
Agitò le braccia contro il cielo e gridò con tutta la forza che aveva in corpo. Di colpo vide i due puntini in lontananza fermarsi e sentì su di sé i loro sguardi. Non udì nessuna voce in risposta; dopo qualche attimo vide quei corpi muoversi di nuovo. "Qualunque cosa siano, mi stanno seguendo" pensò mentre con ritrovato vigore ricominciava a muovere i suoi passi verso est, poco convinto di avere a che fare con esseri umani.
"Animali non dovrebbero essere. Volpi artiche e orsi polari non ci sono a sud!", ma ormai non era sicuro più neanche di essere nell'emisfero australe e un sottile strato di paura cominciò a entrargli nelle ossa ancora più del freddo.
Per la terza volta vide il Sole calare e lasciare il posto all'oscurità. Quella terza notte si affacciò sulla volta del cielo anche una piccolissima falce di luna. "La falce della morte" pensò L. "che mi avrà entro domani per fame o freddo. Poi diventerò il pasto di quelle maledette bestiacce che mi stanno alle calcagna! Se non mi avranno raggiunto prima...".
Quella sera decise che avrebbe lasciato accesa la lampada fino a consumare tutto l'olio. Finì quel mezzo pezzo di carne che era rimasto e cercò di riposare. Ci riuscì, ma solo per qualche minuto, dopodiché fame e paura ebbero il sopravvento e impedirono ai suoi occhi di abbracciare l'oblio del sonno. Tirò fuori dai pantaloni la bussola che emanava ancora un discreto tepore, e ne rilesse i versi in francese sul retro. La rigirò e fissò l'ago testardo che indicava l'est.
"A costo di morire in un crepaccio o cadendo da una roccia, non rimarrò qui a soccombere senza lottare".
Raccolse le sue cose e si mise il sacco in spalla e con la lampada a olio in una mano e la bussola nell'altra iniziò la sua marcia verso tenebre.
Quando la luce riapparve tra le montagne aveva percorso a malapena qualche centinaio di metri, però grazie al movimento era riuscito a non congelare. La fiammella della lampada a olio si era spenta proprio mentre il cielo stava cambiando colore, dal nero al viola; ripose la lampada nel sacco e continuò quel disperato cammino.
Appena il Sole fu abbastanza alto da riuscire a illuminare anche la valle dietro a lui si voltò per cercare con lo sguardo i suoi compagni di marcia: li vide dopo qualche momento su un pendio verso nord-ovest ma stavolta erano molto più vicini.
"Hanno coperto la metà della distanza che li separava da me. Fame, freddo e quelle belve stanno facendo a gara e il premio in palio è la mia vita!".
Ogni passo era diventata una fatica colossale e L. era ormai allo stremo.
Salì l'ennesimo pendio di roccia e neve e intanto continuava a girarsi verso i due predatori dietro di lui offrendo il suo volto al vento tagliente. Riuscì comunque a vedere gli animali dietro di lui, oramai a una vallata di distanza. Capì che erano felini di taglia medio grande, dal pelo biancastro con macchie scure.
"Felini qui! Impossibile!" pensò L., anche se ormai più niente doveva sembrare più impossibile ai suoi occhi, dopo essersi trovato catapultato in un deserto di ghiaccio senza nessun ricordo di se stesso. "Ma dovranno sudare per avere la...".
D'un tratto un sorriso esausto si allargò sugli angoli della sua bocca. Sulla cima dell'ennesimo valico gettò uno sguardo verso il basso: alle pendici della cresta appena conquistata le rocce andavano diradandosi per lasciare il posto a una piccola distesa di spiaggia ghiaiosa. Qualche metro più avanti un gruppo di baite di legno accoccolate attorno a un molo anch'esso in legno. E di fronte, tonante e minaccioso, il mare.
Uno. Due.

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Uno due.

 

Seguiamo il nostro L. nel suo viaggio verso chissà dove :)

 

Magari a buona distanza dalle belve :D

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Il dolore rimane

quantunque ogni tempo poi possa passare.

 

Nascosto dentro a ricordo

e a modello d'affronto di vita.

 

Come quel vuoto sentito al momento di perdere quanto più ami,

così manca,

sia che ti perdi ai pensieri al passato,

sia ad improvviso nostalgico accorgersi.

 

Lui, resta in tutta la sua,

incolmabile,

assenza.

 

E dovranno bastarti quei sogni di poterne vivere in vita diversa,

illusione e speranza,

seppure,

abbia smesso di creder la gioia, per ogni altro segno e motivo.

E di certo lo sai,

puoi trovarla in attimi spinti solo dal vento che presto allontana.

 

E poi

il dolore è quel che rimane.

 

Nonostante il tempo continui a passare.

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“Torneranno.”

Adwar Hwisir era rimasto in cima alle sue mura, intento a scrutare ogni cosa visibile davanti a lui.

Ma non riuscì nemmeno per pochi istanti a guardare verso l’alto, verso lo spicchio di luna, le nuvole grigie e le brillanti stelle.

La sua attenzione non poteva non essere attirata da tutto quello che si notava in basso: accampamenti in lungo e in largo. Fuochi ardenti, piccole luci nel buio della notte.

Ricordava vagamente il giorno in cui Iard Jorqawd era giunto davanti a Hwistar: nella sua testa rimbombava spesso il suono di quel corno di guerra. Era fastidioso per le orecchie e molto forte. In tutti i suoi anni non si era mai abituato a quel rumore. Salito in cima alle mura, guardando in basso, si era pentito di non essere rimasto di sotto: l’esercito avversario era molto grande, determinato e disponeva di varie catapulte e di arieti per sfondare le porte.

“Non ci sono riusciti, per ora.” disse tra sé e sé, prima di immergersi di nuovo nel suo oceano di ricordi.

Un araldo di Iard era giunto insieme al suo Lord e ad altri soldati a cavallo davanti alla porta della città e aveva esclamato a voce molto alta: <<Per diritto di conquista, qui Iard di Casa Jorqawd dichiara sua la città nota come Hwistar. A chiunque decida di gettare le armi e di arrendersi non verrà fatto alcun male. Invece, tutti gli oppositori non riceveranno alcuna pietà. Uscite ora e non vi sarà fatto…>>.

Aveva smesso di parlare all’improvviso: una freccia era partita e lo aveva colpito alla gola. L’aveva scagliata Narsib, il Primo Capitano di Hwistar.

<<No! Che si fotta Iard col suo diritto di conquista! Nessuno ha mai sfondato queste mura o abbattuto queste porte. Non saranno certo gli Jorqawd!>>

Iard, vedendo l’araldo morto e capendo ormai la risposta, aveva tirato un leggero sospiro e mostrato un leggero sorriso, che sembrava più una specie di smorfia. Sembrava che con quel gesto avesse voluto dire “così sia, io vi ho concesso una possibilità e voi l’avete rifiutata”.

Il re, Adwar Hwisir, si era messo a camminare per le mura, guardando ogni soldato, finchè non aveva cominciato a parlare: <<Uomini, ascoltate! Non so cosa accadrà. Non so se vinceremo o se perderemo, non so se vivremo o se moriremo. Ma sono sicuro, uomini, che le vostre azioni e il vostro coraggio saranno ricordati in eterno. Si udranno canzoni e si scriveranno storie su questa battaglia finchè ogni uomo, donna o bambino saprà del vostro coraggio e del vostro onore! Cosa volete voi? Volete essere ricordati come conigli arrendevoli? Volete forse, uomini, lasciare le vostre famiglie e il vostro oro a Iard?>>

<<No!>> avevano gridato i soldati.

<<O volete, forse, essere ricordati come lupi feroci che combattono fino alla morte?>>

<<Sì!>> <

<Allora, mostrate coraggio! COMBATTETE!>>

Un grande grido si era levato, i guerrieri sembravano più lupi feroci che uomini. Erano al massimo della determinazione: il suo discorso, di cui in fondo si sentiva soddisfatto, era riuscito a spronarli oltre il necessario.

L’esercito sotto le mura aveva cominciato ad attaccare, quando Iard aveva abbassato il braccio: centinaia, anzi migliaia di soldati si erano lanciati contro le mura, diretti in modo particolare verso le porte per tentare di abbatterle con l’ariete. Tuttavia, la resistenza era davvero strenua, dalle mura piombava di tutto: pietre, frecce, pece, frecce infuocate, olio bollente.

Riemerse per un attimo, ma poi ritornò a nuotare nelle sue memorie, questa volta, però, pensando a ciò che era accaduto in tutta quella giornata, prima di ritrovarsi solo a guardare il panorama di fiamme e stelle.

Le cose non erano andate così bene per gli assediati: una tentata sortita dei difensori non aveva ottenuto gli effetti sperati ed era stata respinta.

Diversi guerrieri erano morti e Adwar si era accorto, con grande dispiacere, che il morale delle truppe stava lentamente e inesorabilmente calando. I superstiti si erano ritirati all’interno delle mura di Hwistar possenti e resistenti.

Nonostante gli sforzi Iard, fin dall’inizio dell’assedio, non era riuscito ancora ad aprire una breccia, ma non si poteva non pensare che ci sarebbe riuscito prima o poi. Il re di Hwistar aveva spronato e incitato i suoi uomini a combattere più determinati e feroci. Stessa cosa fecero tutti i comandanti.

Quando tutto era cominciato, la vista delle forze nemiche aveva riempito il suo cuore di timore e dubbi e così aveva ritenuto saggio chiedere aiuto. Aveva pregato il messaggero di fare in fretta e di stare attento durante il viaggio.

Erano ormai passate due settimane dall’inizio degli scontri, precisamente il 20 del mese di Thamaen dell’anno 1501, e dalla partenza del suo uomo, per chiedere aiuto a Sud, a Têb Doth.

Non aveva ritenuto opportuno chiedere soccorso a Nord: Nortar ormai era solo un ricordo; Tarsib, invece, non aveva mai avuto buoni rapporti con Hwistar.

Le scorte di cibo erano sufficientemente abbondanti sia tra gli assedianti che tra gli assediati. Entrambi, inoltre, disponevano di vari trabucchi, presenti anche nelle torri di Hwistar. Dardi e pietre venivano scagliati dai difensori,ma gli assedianti non retrocedevano. L’assedio durava dalla mattina fino alla sera ogni giorno per tutta la giornata, senza veri attimi di riposo.

Quella sera ci si accordò per una piccola tregua per recuperare gli uomini morti e per curare le ferite dei sopravvissuti. Poi tutto sarebbe ricominciato.

La situazione era di completo stallo, di questo il re era certo.

Voltò lo sguardo verso la sua città, verso le sue case, pensando alle famiglie, agli uomini che morivano per lui e per la loro patria.

“Non è questo il destino a cui hanno pensato.”

Non voleva vedere altro sangue macchiare la terra davanti a Hwistar, non poteva sopportare il pensiero di altre vite spezzate. Ogni giorno che passava voleva dire mettere in pericolo sempre più gente. Non era solo il cuore di chi cadeva ad arrestarsi. Lentamente, anche quelli della gente cara marcivano e non battevano più come un tempo, non era più un battito gioioso, vitale, ma un suono qualsiasi, un rumore di cui non si sentiva davvero il bisogno.

Per questo, mentre tutti erano intenti a prendere e a trasportare i caduti, aveva preso la sua decisione: cercando il Lord di Tardos, gli aveva fatto una proposta.

Iard aveva accettato senza indugiare: un duello tra di loro.

Alcuni avevano cercato di far desistere il re dal combattere, perché non si poteva sapere come avrebbe agito veramente il suo avversario.

Decise di non dormire quella notte, non solo perché non riusciva a prendere sonno, ma perché voleva ardentemente che tornasse la luce del sole.

Non desiderava in cuor suo che l’ultimo bagliore fosse quello di tutti quei fuochi.

Sospirò più volte, poi deglutì, aggrottando le sue folte sopracciglia.

“Conoscerò il mio destino.”

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Seguirai il mio volo

quando gli ultimi istanti

tra le braccia

nelle onde si confonderanno

e mille mille mille vite

adesso vorremmo raccontare

a chi non sarà con noi

a lungo,mai.

Se questa notte

sapesse ai tuoi occhi

parlare dell'immensita'

che ha visto allorquando

brillano le stelle tra le nuvole

delle autunnali piogge,

forse l'amore sboccerebbe a maggio

e tornerei a casa

trovando la tua pelle

accoccolata dolcemente

agli scogli sinuosi.

Ma l'oscurità ti ha donato il tempo,

abbastanza per sentirlo

morire lentamente

sotto il peso delle austere prigioni

ove l'animo forse ci chiede ascolto,

abbastanza è una sensazione

che dipinge nella Luna

le ore di domani,

strappate alla struggente nostalgia

di un nome che non ha luce

ne'polvere di anni.

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La metto qui. Spero di non disturbare il vostro Topic e di non essere OT.

Poesia di Thomas Stearn Eliot
La figlia che piange

Férmati sul piano più alto delle scale...
Appoggiati a un'anfora da giardino...
Tessi, tessi la luce del sole nei capelli...
Stringi i fiori contro di te con una sorpresa dolente...
Gettali per terra e voltati
con un risentimento fuggitivo negli occhi:
ma tessi, tessi la luce del sole nei capelli...

Così avrei voluto che lui partisse,
così avrei voluto che lei si fermasse e soffrisse,
così lui sarebbe partito
come l'anima lascia il corpo strappato e contuso,
come la mente abbandona il corpo di cui ha fatto uso.
Troverei
un modo incomparabilmente lieve e agile,
un modo che entrambi intenderemmo,
semplice e infedele come un sorriso e una stretta di mano.

Essa si voltò, ma con la stagione autunnale
provocò la mia immaginazione molti giorni,
molti giorni e molte ore:
i capelli sulle braccia e le braccia piene di fiori.
E mi domando come sarebbero stati insieme!
Avrei perduto un gesto e una posa.
A volte queste riflessioni stupiscono ancora
la mezzanotte inquieta e il mezzogiorno che riposa.

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Buffone di corte che neanche ti presta attenzione.

Scrivi e canta canzoni.

Danza inventando battute rivolte a spazi e momenti di vuoto.

Fantastica storie che ai piatti del giusto bilanciano almeno il finale.

E mascherati,

colorati il volto pagliaccio.

 

Usa colori che almeno ricordino quanto di dentro fa parte, ancora,

del tuo trascinato sentire.

 

Un rosso sapore di ferro dolciastro,

testimone del sangue che vedi,

sugli occhi.

Un giallo sacrale d'effimero dorato,

che risalti il sudore,

e lo sputo sul volto.

Ed un nero contorno per ogni fattezza,

perché al buio nascondi

ogni volta

 

quell'essenza che grida perenne,

arrivando a creare il silenzio.

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La metto qui. Spero di non disturbare il vostro Topic e di non essere OT.

 

Poesia di Thomas Stearn Eliot

La figlia che piange

Férmati sul piano più alto delle scale...

Appoggiati a un'anfora da giardino...

Tessi, tessi la luce del sole nei capelli...

Stringi i fiori contro di te con una sorpresa dolente...

Gettali per terra e voltati

con un risentimento fuggitivo negli occhi:

ma tessi, tessi la luce del sole nei capelli...

Così avrei voluto che lui partisse,

così avrei voluto che lei si fermasse e soffrisse,

così lui sarebbe partito

come l'anima lascia il corpo strappato e contuso,

come la mente abbandona il corpo di cui ha fatto uso.

Troverei

un modo incomparabilmente lieve e agile,

un modo che entrambi intenderemmo,

semplice e infedele come un sorriso e una stretta di mano.

Essa si voltò, ma con la stagione autunnale

provocò la mia immaginazione molti giorni,

molti giorni e molte ore:

i capelli sulle braccia e le braccia piene di fiori.

E mi domando come sarebbero stati insieme!

Avrei perduto un gesto e una posa.

A volte queste riflessioni stupiscono ancora

la mezzanotte inquieta e il mezzogiorno che riposa.

Se te la senti e pensi di essere in grado, puoi anche scrivere qualcosa di tuo, magari una poesia o un piccolo racconto, scritti e ideati proprio da te. :)

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Altro capitolo. Questo è uno dei primi.

 

"Ospiti"

 

“Che silenzio.”

Thethor Deraem camminava lentamente per tutta la sala del trono, guardando di tanto in tanto verso la porta.

Più attimi se ne andavano e più desiderava che si spalancasse.

Fuori l’aria in quel giorno era un po’ fresca, tirava un leggero venticello e il sole era nascosto da un paio di nuvole.

Lì dentro, al contrario, tutto era fermo, senza nemmeno una brezza appena accennata e l’aria si faceva, almeno per Ser Thethor, sempre più consumata. I raggi solari che passavano era per lui troppo pochi per illuminare tutto quello spazio.

Erano di gran lunga maggiori le zone buie.

C’erano pur sempre varie candele da accendere per dare un tocco di luce in più, ma il cavaliere aveva chiesto di lasciarle così com’erano, spente.

Decise di affacciarsi da una delle finestre, per poter vedere cosa accadeva nei pressi del fiume.

Un evento spiacevole era accaduto quattro giorni prima: la vecchia Midin, nonna della nuova regina Siphin, ormai malata da molto tempo, aveva chiuso i suoi occhi per sempre, era morta. Era stata la sua malattia ad ucciderla. In quell’ultimo periodo tosse, febbre e altri sintomi la tormentavano e la costringevano a letto.

Thethor osservò un folto gruppo di gente che portava la vecchia salma al Thardem, il fiume vicino a Têb Doth.

La posero su una barca lignea di piccole dimensioni, grande abbastanza da ospitare il suo corpo sdraiato insieme al fieno da ardere e ad alcuni oggetti.

L’ultima volta che il cavaliere l’aveva vista ella aveva i capelli ormai tutti bianchi e qualche borsa sotto gli occhi. Nonostante la malattia e i rischi che ne derivavano, il suo viso sembrava quasi sorridente, come se fosse consapevole della sua sorte, ma il viaggio senza ritorno non le incutesse timore.

Era avvolta da una coperta con al centro lo stemma degli Hamur ben visibile: una nave dalle vele verdi al centro di una stella color blu. Il resto era un’alternanza di verde e di blu.

Tra tutti, notò il ser, la più triste era Siphin, che voleva molto bene a sua nonna.

La barca fu spinta dal marito, il vecchio Tânweure, e da Hancwor.

Un dardo infuocato, scoccato dallo zio di Siphin, Hwaethad, raggiunse il fieno nella barca, che prese fuoco velocemente.

Gli astanti stavano osservando in silenzio lo scocco della freccia e l’allontanamento della barca in fiamme. Alcuni piangevano, altri nascondevano il dolore, altri erano seri e silenziosi, altri preferirono non guardare.

Poi, tutti andarono a fare le condoglianze a Siphin e a Nenin, che ringraziarono tristi e afflitte. La seconda era arrivata proprio il pomeriggio stesso. Una lettera gli era arrivata nella sua casa, nell’Aedhat Hennose.

“Possa il mare accogliere con acque calme ciò che resta. Possa il cielo accogliere il fumo che si alza con brezze silenziose e non con bufere.”

Infine, si allontanò dalla finestra e decise di andarsi a sedere, convinto che ormai fosse solo questioni di pochi istanti.

“Sono arrivati. Dovrebbero.”

Siphin gli aveva chiesto di rimanere ad aspettare gli ospiti: «Mi addolora non poter parlare con loro, ma proverei maggiore tristezza, se non andassi a salutarla. Dì loro che mi scuso per la mia assenza.»

“Beh, si saranno fermati in qualche locanda.”

Incominciò a grattarsi il mento, non perché sentisse un minimo di prurito, ma perché doveva assolutamente trovare qualcosa per far passare meno lentamente il tempo.

La porta, finalmente, si aprì. Tuttavia, Ser Deraem, che si stava alzando, decise di rimettersi seduto.

«Ah, siete voi.»

«Non hai tutti i torti.» rispose Hwaethad Hanthum. Insieme a lui c’erano i fratelli Doemad e Dothad. Thethor a volte aveva difficoltà a distinguerli.

«Mi sarei aspettato che loro due tornassero, ma la tua presenza mi lascia un po’ sorpreso. Credevo che saresti rimasto con tua nipote.»

«Dovevo e volevo. Però, Siphin ha preferito restare sola. Quasi sola.»

«Ho ritenuto saggio lasciarlo stare. Non ha avuto grande esperienza con affari di questo genere. Guerre, alleanze, politica, accordi e roba varia.»

«Sembra che non ci sia nessuno tranne te.» notò Dothad.

«Non dovresti escluderlo.» lo corresse Thethor, guardando verso il cane, fermo, vicino al muro, che se ne stava sdraiato, guardando ogni tanto quei cavalieri.

«Credo che si stia annoiando molto più di noi.» disse Doemad.

La porta si riaprì. Questa volta, però, con le guardie c’era un’altra persona, un ospite inatteso. Aveva il fiatone e sudava. Evidentemente era importante per lui arrivare a Têb Doth il prima possibile.

«La regina? Il re?» chiese ansimante.

«Riprendi fiato, siediti e parla con noi, uomo del Nord.» lo invitò Thethor.

“Dev’essere importante, se ha percorso tutta quella strada di corsa per arrivare qui dentro.” pensò Thethor.

Curiosamente, pochi istanti dopo fecero il loro arrivo anche gli ospiti attesi.

Il cavaliere di Himnab guardò con attenzione la mappa sul tavolo, esaminandone ogni punto, ogni luogo.

Poi rivolse la sua attenzione agli altri tre: «Davvero strano, non credete?»

Nessuno capì, perciò egli proseguì:

«Una volta chi guardava queste mappe, nonostante il gran numero di città e altri luoghi, era abituato a prestare attenzione a due sole zone. Una qui al Nord» disse, indicando un punto sulla mappa, «e un’altra a Sud. Nortar e Sirunwib. Poi c’era anche chi si ricordava di Hwistar. Questa città non era altro che un semplice punto su delle mappe. Sembra passato davvero troppo, visto che oggi sembra che ognuno abbia bisogno di noi.»

«Il cambiamento, il mutamento sono ciò che caratterizza questo mondo.» intervenne uno degli ospiti, un uomo alto, robusto, dai capelli lunghi e neri e con una benda nell’occhio sinistro. Era attorniato da altri guerrieri.

«Siete i benvenuti tutti voi. Sia tu, uomo del Nord, sia tu, uomo delle Isole.» disse Hwaethad.

«Vi ascolto.» aggiunse Thethor.

“Cattive notizie.”

 

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La metto qui. Spero di non disturbare il vostro Topic e di non essere OT.

 

Poesia di Thomas Stearn Eliot

La figlia che piange

Férmati sul piano più alto delle scale...

Appoggiati a un'anfora da giardino...

Tessi, tessi la luce del sole nei capelli...

Stringi i fiori contro di te con una sorpresa dolente...

Gettali per terra e voltati

con un risentimento fuggitivo negli occhi:

ma tessi, tessi la luce del sole nei capelli...

Così avrei voluto che lui partisse,

così avrei voluto che lei si fermasse e soffrisse,

così lui sarebbe partito

come l'anima lascia il corpo strappato e contuso,

come la mente abbandona il corpo di cui ha fatto uso.

Troverei

un modo incomparabilmente lieve e agile,

un modo che entrambi intenderemmo,

semplice e infedele come un sorriso e una stretta di mano.

Essa si voltò, ma con la stagione autunnale

provocò la mia immaginazione molti giorni,

molti giorni e molte ore:

i capelli sulle braccia e le braccia piene di fiori.

E mi domando come sarebbero stati insieme!

Avrei perduto un gesto e una posa.

A volte queste riflessioni stupiscono ancora

la mezzanotte inquieta e il mezzogiorno che riposa.

Se te la senti e pensi di essere in grado, puoi anche scrivere qualcosa di tuo, magari una poesia o un piccolo racconto, scritti e ideati proprio da te. :)

 

Grazie sei molto gentile ad invitarmi a questo topic. ;)

Onestamente penso di non essere in grado di scrivere qualcosa di decente, e per quanto riguarda le poesie non ne ho mai scritta una in vita mia. Da ragazzina preferivo arrampicarmi sugli alberi piuttosto che imparare una poesia a memoria. :)

Comunque ne terrò conto, se mi viene in mente qualcosa ci provo.

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Solo un angolo di spazio fuori.

Il vento che non nasce apre una porta.

Gli occhi verdi guardano il salto.

Ed è gioia infinita un attimo.

 

Se a correre puoi sentirti addosso la pelle libera,

comprendi che ogni respiro ha il sapore dell'ultimo.

 

Resta il riflesso smeraldo.

Dietro specchi fissi nel punto preciso.

 

Un marchio,

per sempre.

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Doenab

 

 

“Troppa calma. Troppa qui dentro. Eppure pian piano si scatena una tempesta intorno a noi.”

Dybwor Raemim quel giorno si sentiva stranamente più perplesso e pieno di dubbi di quanto non lo fosse ogni giorno.

Continuava a restarsene in piedi vicino ad altri cavalieri, dame e popolani in cerca di aiuto.

In fondo, ormai era diventato quello il suo vero mestiere: stare in piedi nella Sala del Trono, guardando il re e tutta l’altra gente e aspettando che il tempo passasse il più rapidamente possibile.

Temeva che prima o poi si sarebbe dimenticato tutto: in che maniera si impugna una spada, come usarla, come tirare con un arco. Era ormai da tempo che non si combatteva. I giorni scappavano troppo in fretta e a Doenab, la fortezza tra i due fiumi, la casa dei Dêmim, non si era ancora scelta una parte, non si era presa una vera e propria posizione.

Molte volte il re era stato esortato a combattere, a scegliere almeno da che parte stare.

Ci stava provando proprio quella mattina uno dei cavalieri sempre presenti lì dentro, Ser Harthad Phithaert, ma quello che Dybwor notava era che il re ascoltava senza prendere veramente in considerazione i consigli che gli si davano:

«Maestà, ho sempre scelto di stare al vostro fianco, ad aiutare la vostra casata nel momento del bisogno.»

«Non lo dimenticherò.» rispose il re, mentre un uomo al suo fianco gli sussurrava parole impossibili da capire, sia per il tono di voce sia per la lontananza rispetto a dove si trovava Dybwor.

«Non possiamo continuare ad aspettare. La guerra imperversa e siamo troppo vicini al pericolo. Potrei nominare gli Jorqawd o, più semplicemente, gli Axtar, che sono anche più vicini a noi. Questa non è una semplice città e non posso non pensare che nessuno abbia delle ambizioni. Se non volete combattere, allora preparatevi. Dobbiamo cercare di essere pronti a difenderci almeno. Non possiamo essere così indifferenti a quello che ci capita intorno.»

«Mai si era visto qui dentro qualcuno che desiderasse guardare la morte in faccia come voi, cavaliere.»

Non era il re a parlare, ma colui che gli stava vicino: era diventato ormai il suo consigliere, l’uomo di cui Wodhe si fidava più di tutti i presenti nella sua sala.

Madrat era un uomo basso ma robusto, dai capelli e dagli occhi neri come la pece e dal naso aquilino. Indossava sempre una tunica nera, nella quale era infilzato, all’altezza del petto, quasi sulla spalla, il simbolo argenteo del Consigliere.

Proprio lui si rivolse al re, dopo aver provocato il ser: «Non è saggio tenere all’erta la gente, preoccuparla inutilmente, quando la si può far stare più tranquilla. Iard Jorqawd ha occhi solo per Hwistar. Rimanete qui nella vostra città, sire, ad osservare cosa accade. Lasciate che siano gli altri a distruggersi a vicenda. Quando sarà il momento, potrete attaccare voi e così verrete riconosciuto come il vero salvatore del Nord e delle Terre Centrali. Non raduniamo le truppe, non ancora, aspettiamo. Inoltre, abbiamo anche alleati per resistere, per non lasciare che Iard ci impensierisca.»

«Chi, Madrat? I Daras? Se dovessi scegliere qualcuno con cui combattere, quello non sarebbe di sicuro uno di Monterosso. O forse gli Axtar? Gente che fino a poco tempo fa è stata vicina agli Jorqawd, gente governata da un re pericoloso, con una figlia, a quanto ho sentito, “instabile”. La mia casata non lotterà mai con loro, se questi sono gli alleati di cui parli. Anzi, ne sono sicuro. Sono loro ormai gli unici rimasti. Casate forti, questo non lo posso negare.»

«Davvero contraddittorio, non trovi, Ser Torthad Tardem. Sempre pronto a difendere il tuo re, sempre desideroso di combattere, eppure eccoti qua, a parlare qui dentro, capace di lasciare il tuo re, solo per questioni di simpatia con eventuali amici, e di restartene codardamente in disparte.»

Il lord di Tart Dêm mise la mano sul pomo della sua spada. Lo stesso fecero le guardie presenti vicino al re.

«Basta così!» esclamo re Wodhe Dêmim, alzandosi in piedi dal suo scranno. «Io sono qui dentro per ascoltare i vostri consigli. Sta a me scegliere a chi dare ascolto. Sono ancora io il re, non tu, Phithaert, e nemmeno tu, Tardem. La tua casata ha giurato di restare al nostro fianco. Tu stesso, Ser Torthad, lo hai promesso. Tutti quanti i presenti in questa sala, da mio nipote Phaert a Ser Thenad, hanno detto di essere pronti a servirmi e proteggermi, ad essere pronti ad ascoltarmi e a fare quello che chiedo. Ma, più i giorni passano e più vedo volti sconsolati, visi che sembrano pronti a farsi calpestare da qualche nemico in una battaglia. Pronti a rischiare la propria vita e a mettere in pericolo altri più che a badare alle proprie famiglie. Nessuno farà nulla, se non sarò io a dare l’ordine. Nessuno abbandonerà, o avrò un motivo valido per radunare le mie forze, cioè quello di punire eventuali disertori. Invieremo aiuti ai Daras. Gli Axtar si stanno preparando e siamo noi il loro obbiettivo. Così mi ha detto Madrat. I lord di Monterosso, se convinti, ci daranno rinforzi necessari per resistere ad eventuali attacchi ed essere pronti a delle efficaci controffensive. Sarai tu, Dybwor a consegnare il mio messaggio. Con te verranno altri cavalieri e mio nipote, Phaert. Queste sono le mie parole. Chi non è d’accordo, esca pure, consapevole delle conseguenze del suo gesto.»

Nessuno si mosse, nessuno parlò.

“Non siamo coraggiosi come vogliamo far credere.” pensò Dybwor.

«Fate portare i tavoli. Queste discussioni fanno venir fame.» ordinò il re.

Raemim non aveva mai molta fame. O meglio, ce l’aveva, ma nei momenti sbagliati, soprattutto di notte. Tendeva a mangiare poco nelle ore di sole e a compensare il vuoto lasciato, mangiando molto la sera e anche la notte.

Nonostante i cibi che i servi portavano a lui e alle persone a lui vicine, seduti su un tavolo vicino al portone di ingresso, il cavaliere di Tempio della Pioggia si accontentò di mangiare giusto due pezzi di carne e di sorseggiare lentamente la sua birra, stando molto attento a non finirsela prima che il banchetto terminasse.

Il cibo era molto buono e cotto alla perfezione, ma Dybwor ormai era abituato a non farsi attrarre dall’odore e dal sapore del cibo. Cosa che non accadeva la sera.

Era il suo essere sempre pensieroso durante quasi tutta la giornata a frenargli inesorabilmente l’appetito.

Vedendo gli altri mangiare molto più di lui, si sentì una pecora nera.

«Dovresti mangiare. Ti serviranno più energie, prima o poi.» lo esortò Boimad, il figlio del re, un uomo diverso e non poco dal suo genitore, perché dal temperamento più focoso e irrequieto, pronto a gettarsi nella mischia, sempre deluso dalle scelte di Wodhe. Se c’era uno che poteva andarsene, quello era proprio lui. Non avrebbe temuto le ripercussioni.

«Apprezzo la tua offerta. Il mio rimane, comunque, un no.» rifiutò Raemim.

«A gwer naerar cwoure, ad gwinam gwirthuir ne naeruir redhe. Hur redhe. Res gwoirarma, Dybwor Raemim.»

«Sì, hai ragione.»

“Lo so. Spero solo di essere pronto.”

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