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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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Una tana per il ghiro

 

Giunse l’estate e, con questa, il fattore ebbe l’idea di creare una bella ed accogliente piscina. Ultimata la costruzione vi invitò ufficialmente tutti gli animali della collina. I domestici furono i primi ad usufruirne. Si potevano ammirare la gallina ed il gallo, che battibeccavano sulle sdraio, e la scrofa, che trotterellava parlando da sola, mentre la piscina si popolava di rospi ed un picchio volava alto nel cielo. Giunsero anche alcuni selvaggi dello stagno, un po’ titubanti ma volenterosi di fare nuove amicizie: li si poteva vedere rincorrersi e abbeverarsi sulla soglia della piscina, ignari di esser mal graditi.

Però l’estate portò anche i primi temporali estivi ed un giorno avvenne una vera e propria tragedia!

“La mia tana! Aiutoooo!!” si poteva sentire a distanza il ghiro gridare per tutta la collina, scalpitando per indicare la tana ormai distrutta dal feroce temporale. Già si immaginava senza il suo prezioso cuscinetto sotto la testa e la radiolina che gli dava la buonanotte, e da come correva in lungo e largo sembrava essersi dimenticato di aver sonno!

Le prime a preoccuparsi di ciò furono la fedele scoiattolina e la civetta, che presero in mano la situazione e decisero di organizzare una caccia al tesoro, a cui avrebbero potuto partecipare tutti gli animali della collina: il fortunato vincitore avrebbe potuto ospitare nel suo rifugio il ghiro. Dopo essersi accordate con il fattore, la civetta convocò il riccio ed un gatto, che vagabondava intorno alla fattoria, sempre pronto a dare una mano, per concretizzare il gioco.

Al gioco si proposero quattro animaletti che desideravano il premio, due dei quali provenivano dallo stagno: la stessa scoiattolina ed il procione. Questo, naturalmente, destò subito il sospetto del fattore e dei suoi animali da compagnia, che non esitarono a fare tutto il possibile per scovare le fantomatiche cospirazioni dietro queste prime candidature. Quando videro l’ape regina iscriversi al gioco per sostenere il procione, iniziarono a ritenere con convinzione che fosse tutta una farsa architettata dall’ape stessa per far vincere il suo favorito, dimenticando (o facendo finta di ignorare) da chi l’idea era partita in primis.

Gli animali addomesticati, che avevano preso molto seriamente la loro posizione di paladini della giustizia ed il loro ruolo di superiorità assoluta, decisero di contrastare quelli che secondo loro erano i binari prestabiliti del gioco, quindi alcuni di loro si infiltrarono nelle varie squadre, per raccogliere informazioni ed evitare brogli.

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La caccia al tesoro

 

Nella squadra della scoiattolina, con il fuco e lo stambecco, avevamo così il laborioso topolino, con cui lei ed il fuco avevano già collaborato in precedenza in qualche attività per la collina.  Con il picchio, che in un tempo più lontano era solito frequentare lo stagno, si schierarono la coniglietta e la sua fedele amica gallina, che era molto gelosa, a livello quasi maniacale, delle sue piume. La scrofa si unì alla squadra della sua “amica” mosca assieme all'asina, e vi si aggiunse anche la zanzara. Nella squadra dell’ape e del procione, infine, entrò la pecora nera, ma, benché gli animali della fattoria sostenessero che il riccio passasse le soluzioni all’ape in cambio del suo miele, le informazioni sospette non arrivavano.

“Ma non faranno mai nulla di sospetto davanti alla pecora nera, lei non fa parte degli animali che si incontrano allo stagno” sbuffò la scrofa, giustificando così la mancanza di informazioni. Ella infatti non vedeva l’ora di poter sparlottare allegramente ed ogni qual volta l’ape si affacciava in piscina per punzecchiarsi con la pecorella, la scrofa si eccitava ed andava loro dietro, incurante degli schizzi agli altri bagnanti.

Ma mentre in piscina si rotolava allegra e scherzante, al ritorno in fattoria non risparmiava nessuno dai suoi deliri. Ogni qual volta la squadra del procione trovava un piccolo tesoro, la luce della vecchia lanterna veniva puntata sulla pecorella, che si impuntava nello spiegare ai compagni della fattoria che molto spesso l’ape lo lasciava da solo, perché troppo volubile ed impaziente, ed il procione più di tanto non si impegnava a dargli una mano. Più di una volta la pecorella si era ritrovata a fronteggiare da sola i percorsi della caccia ma a nessuno degli animaletti della fattoria sembrava interessare. Non vedevano neanche gli attacchi polemici dell’ape (che a volte sapeva essere fin troppo fastidiosa e petulante) al gatto, al riccio e alla civetta, accusandoli insieme al picchio o altri animaletti di nascondere i tesori in luoghi troppo impensabili.

La caccia al tesoro terminò e, come prova evidente sulla veridicità delle insinuazioni fatte dagli animali della fattoria, il procione e la scoiattolina arrivarono ultimi e vinse la squadra in cui c’era la scrofa. E quando il riccio storse il naso, perché aveva fiutato qualcosa di strano, la scrofa cadde dalla sdraio per la fretta di tornare in fattoria a dire "Non so voi, ma in realtà a me piace imbrogliare e non troverei poi così male se l'ape avesse davvero ricevuto le soluzioni. Ma poi l’allusione del riccio? Abbiamo robe ALLUCINANTI (Quali non ci è dato saperlo) sui loro imbrogli e pensa male di noi? Ma vivi e lascia vivere! OINK! OINK! OINK!" , in un monologo che avrebbe fatto invidia anche a Cicerone con le sue accuse a Catilina.

Nella fattoria si organizzò così una grande festa per aver impedito al gioco di seguire il presunto percorso prestabilito. La pecora nera, un po’ infastidita dall’insensibilità degli altri sul fatto che la sua squadra avesse perso, non si unì al festeggiamenti. Andò così a cercarsi un angolino tranquillo, mentre l’oca si stiracchiava sul prato, nella brezza della sera, riconciliata col mondo, sospirando “Meno male che il gioco non ha seguito il copione già scritto…qua qua…qua…” . Non era quello il prato giusto.

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Il furto dell’alveare.

 

Qualche tempo dopo, mentre i veleni malcelati scorrevano placidi dalla fattoria lungo i versanti della collina, un pallido e assorto meriggio in piscina fu interrotto dal riccio. “Hanno rubato l’alverare dell’ape“ farfugliò correndo. “Dobbiamo fare qualcosa!“ implorò in particolar modo al fattore.

Nello stupore generale, un paio di rospetti presero a ridere. “Cra cra cra… chissà quanto miele c’era“. “Quindi chi se l’è preso si starà godendo quel ben di dio…“. La civetta sussultò scandalizzata ma fu il ghiro, che non amava esser svegliato da tutto quel trambusto, ad intervenire infastidito da tutto quel cinismo. I frequentatori dello stagno si aspettavano un intervento dei saggi ed illustri animali di fattoria, ma quelli se la presero con loro, difendendo i rospetti. L’unico domestico ad intervenire con garbo in tutta la faccenda fu la mite pecora nera, che pregò i due rospetti di smetterla di gracidare sulla faccenda.

E mentre allo stagno c’era fermento per la brutta vicenda, nella fattoria, come era prevedibile, si respirava un’altra aria..

“Non mi sono piaciute per niente quelle accuse, no, no e no“ grugniva la scrofa, ancheggiando per il vialetto. La coniglietta e l’asina le consigliarono più giudizio, perché quanto successo all’ape regina non era piacevole. “Dai, suvvia, non esagerare… secondo me i rospetti son stati fuori luogo“ si impuntò in particolar modo la coniglietta, ma la scrofa, beh, ormai l’avrete capito anche voi, non gliene poteva fregare di meno. “Le è stato rubato un alveare, ma di cosa stiamo parlando!“ e la cavalla concordò con lui. “Ma che discorso è?“ si infervorò la pecorella nera, “è pur sempre una perdita per lei, è un crim..“, “SGRUNF SGRUNF SGRUNF“  la interrompeva la scrofa sobbalzando su se stessa. Il grosso suino non sentiva ragioni. Intervenne a quel punto la papera: “Secondo me è probabile che si sia inventata tutto. Sarebbe da lei“ ci rise su.

Il fattore difese la scrofa, mentre la coniglietta e la pecorella continuarono a cercar di far valere le proprie ragioni di fronte a tanta follia. Ci fu dibattito, indignazione e cattiveria quel giorno in fattoria. E quella sera la pecorella nera sentì che il suo angolino remoto era troppo poco remoto…

L’estate stava giungendo al termine e i selvaggi si affacciavano ormai di rado alla piscina. Preferivano infatti passare le loro serate in riva allo stagno, dove avvertivano l’aria più fresca e leggera. La mosca e la zanzara continuavano imperterrite a svolazzare sulla collina e trovavano sempre nuovi bersagli da perseguitare fino allo sfinimento, mentre i domestici si godevano gli ultimi raggi di sole coi piedi in ammollo.

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La Pecora Nera

 

La pecorella nera, finita la caccia al tesoro, aveva smesso di incontrarsi con l’ape regina ed il procione, non si recava neanche più in piscina a salutare il resto della collina, ma non passava giorno senza un litigio con la scrofa. Infatti era stufa di quell’atmosfera tesa e di tutto quell’odio ingiustificato che aveva contaminato la fattoria. “Gli animaletti dello stagno sono da tutelare! Sono tra i più operosi di tutta la collina!” continuava a ripetere sui comodi divanetti o tra gli ortaggi, a qualunque animaletto passasse.

Voleva battersi per cambiare le cose e tornare ai vecchi tempi, quando i domestici interagivano con gli altri animaletti, accettavano i loro consigli e i loro aiuto, piuttosto che vederci mele marce che cadevano dagli alberi. “Non dovremmo chiudere gli occhi di fronte alla minima critica ma farne un tesoro per migliorarci!“ si batteva durante le riunioni con fervore “negli ultimi anni ci siamo sempre più rinchiusi nei nostri recinti, elevandoci ad animaletti intoccabili! È giunta l’ora di metterci in discussione.“

Ma nessuno dei domestici voleva mettersi in discussione. E alla scrofa che subito diceva: ”Oink… Oink… anche tu vittima del suo infido miele!!!“, nessuno ribatteva. A loro andava bene così, rintanati nelle loro quattro mura a giudicare e commentare dall’alto dei loro scranni i selvatici, gli animaletti che giravano intorno alla fattoria e i due fastidiosi parassiti. A loro non interessava il bene della collina ma sapere quanto miele assaggiasse il riccio o ascoltare e ridere delle fantastiche storie inventate della zanzara. Così si affacciavano tra gli altri animaletti solo per compiere il loro quotidiano (e a detta loro faticosissimo!) dovere ma mai per interagire.

Stufa della situazione e di non esser capita, la pecora nera, dopo aver meditato a lungo e non senza qualche dubbio, annunciò il suo ritiro dalla fattoria.

Gli animali restarono quasi tutti stupiti: non si erano accorti nel corso degli ultimi mesi del suo fastidio (nonostante non ne avesse certo fatto mistero!) e caddero un po’ dalle nuvole. La verità è che la pecorella era stanca; un po' per noia, un po' per gli impegni nei pascoli, ma soprattutto per come i suoi compagni di recinto avevano gestito la caccia al tesoro, capì che non ne valeva più la pena (nonostante fosse affezionata alla collina ed ai suoi animaletti). In particolar modo aveva trovato orribile ciò che era stato fatto contro l’ape, dal piano folle della scrofa fino all’insensibilità di fronte al furto del suo alveare. Si era anche spazientita perché era stata messa in dubbio la sua capacità di giudizio: la scrofa, fermamente convinta che le pecore nere producano il male come le api il miele, non poteva di certo credere nella buona fede del collega ruminante.

Il fattore prese le notizia molto freddamente. La sua più grande preoccupazione fu quella di trovare un sostituto nella sua amata fattoria. Fu scartata qualsiasi animaletto amico dei selvaggi e venne presa un’altra pecorella, che aveva aiutato il picchio nella caccia al tesoro. La notizia venne accolta con molto piacere dagli animali della fattoria. Il fattore tosò la pecora e si compiacque del suo lavoro, annunciando a tutta la collina il nuovo membro della fattoria.

Quando la notizia raggiunse ogni angolo, molti furono i pianti degli animali che apprezzavano notevolmente la pecorella ed i suoi sagaci interventi. Nello stagno si parlò della sparizione, ma nessun animale ne capì i reali motivi. Nessuno di loro poteva immaginare che la pecorella li aveva in più occasioni difesi.

Ella si incamminò in solitaria e sparì dalla circolazione.

 

Di tanto in tanto, l’ape regina svolazzava sopra la piscina e chiedeva informazioni in merito alla sparizione della sua cara pecorella. Nessuno dei domestici le rispondeva. L’unica era la scrofa che grugniva “l’hai fatta fuggire tu! OIK…OIK… Tutti gli animali quando incontrano l’ape regina fuggono via dalla collina! OIK” le rideva dietro, rotolandosi nel fango.

L’apetta aveva già provato a parlare con la pecora al tempo della sua fuga, senza però capire il suo comportamento perché ella era troppo sfuggente e distaccata.

Un giorno d‘inverno indisse l’apertura della serata cinema per riscaldarsi tutti in compagnia. La prima serata, tra i tanti animali, volò ben oltre la collina per invitare la sua pecorella. Svolazzando, svolazzando, la ritrovò tra i fiori di un prato incantato.

La pecora nera la guardò e alla sua richiesta innocente di tornare nella collina insieme a lei, le rispose: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

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Racconto di stile molto tradizionale, nato un pomeriggio di questa estate e che ho in mente da allora, quasi frase per frase, ma non avevo mai trovato la voglia di scrivere. Oggi mi sono decisa (e, incredibilmente, do per buona la prima stesura, perchè già l'ho trovato stancante. Mentre di solito lavoro di lima per due settimane). Per chi ha voglia di seguirmi...
 

 

                                              IL RAGAZZO DELLE NUVOLE

 


Per tutti era l’idiota del paese. Ma lui, nel suo cuore, sognava le nuvole.

Che ci fosse qualcosa che non andava, in quel bambino silenzioso e troppo tranquillo, era stato presto evidente. E il tempo aveva solo confermato quello che tutti avevano già capito. Non parlava (nessuno sapeva se fosse muto o, piuttosto, non fosse mai riuscito ad imparare);  se gli si rivolgeva la parola sembrava capire solo le cose più semplici. Soprattutto gli ordini, ai quali obbediva sempre, come un cagnolino volenteroso e ben ammaestrato. Appena in grado di camminare da solo per le vie del paese, aveva immediatamente attirato la crudeltà degli altri bambini, per i quali era un bersaglio fin troppo facile: ma non sembrava neanche accorgersi delle risatine al suo passaggio, dei ragli da asino che, dopo un po’, avevano cominciato a fargli dietro, dei veri e propri codazzi sghignazzanti che, presto avevano iniziato a seguirlo. Constatato che, benché alto e forte per la sua età, era completamente innocuo e quindi era il bersaglio ideale per la vigliaccheria spacciata per coraggio, un giorno uno dei più arditi nel seguito che ormai si portava dietro ogni volta che attraversava il paese, gli aveva lanciato un sasso. Niente: lui si era portato una mano al braccio, dove era stato colpito, l’aveva massaggiato un po’, e aveva continuato a camminare come se niente fosse.
Sorridendo.

Perché sorrideva sempre.

Per tutti era l’idiota del paese, il povero scemo che non sapeva neanche cambiare espressione. A nessuno era venuta in mente la spiegazione più facile: lui, nel suo cuore semplice, era felice.

Felice di respirare, di essere al mondo. Felice delle belle giornate e della pioggia, di sedere contro un muro al sole o di lavorare tutto il giorno nei campi. Felice tanto di aprire la finestra al mattino e ritrovare il mondo che amava, scintillante e nuovo e pieno di colori come se fosse stato ridipinto quella notte stessa apposta per lui, quanto di assaporare, la sera, il semplice piacere di lasciar abbandonare sul letto il corpo rotto dalla fatica.
Ma, più di tutto, amava le nuvole. Ne era affascinato: gli apparivano così meravigliose e varie, sempre diverse. Ce n’erano di mille tipi, da quelle alte e cupe, quasi nere, che annunciavano i temporali a quelle lievi e delicate come un velo da sposa. E quelle rosate, del tramonto, che a volte volevano esagerare e si bordavano d’oro. O quelle come batuffoli di lana appena cardata, o lo zucchero filato che aveva visto una volta alla festa del paese. Spesso, anche nei giorni sereni, ce n’era un sulla punta del Dente della Stria. Era buffo e familiare vedere il Dente, la montagna che si ergeva subito dietro i pochi campi coltivabili con quella sua forma così caratteristica e familiare, da un lato un ripido declivio erboso, dall’altro una scarpata di roccia quasi verticale, quasi sempre ornato dalla sua nuvoletta in cima, come un uomo che non esce di casa senza cappello.
Quando poteva, quando aveva finito prima del tempo il lavoro che suo padre gli aveva assegnato, si sdraiava nell’erba e stava a guardarle. Si chiedeva che sensazione avrebbero dato, a poterle toccare; se fossero tiepide come il manto di una pecora o fresche, pungenti come la brina di inverno. Ma sicuramente le pensava soffici, morbidissime; qualcosa in cui sprofondare e girarsi e muoversi senza peso. Libero. Felice.

 


Quando compì quindici anni, come regalo suo padre decise che, dato che lavorava come una bestia e come una bestia taceva, di fatto lo era; e quindi una stanza ed un letto per lui erano roba sprecata. Quella sera, quando lo vide che stava per entrare nella sua piccola camera, lo prese per un braccio, lo condusse fuori da casa e poi nella stalla, e gli indicò un mucchio di paglia. Poi tirò il pesante portone dietro di sé.
Il figlio sedette sulla paglia senza capire e aspettò, paziente e fiducioso, che il padre tornasse a prenderlo. Attese tutta la notte. Quando vide filtrare da sotto il portone la prima luce dell’alba, capì.
Da quella notte, la stalla diventò la sua casa.

All’inizio non fu facile: l’odore penetrante ed onnipresente delle bestie, il tanfo del letame, in quel piccolo spazio chiuso, era quasi insopportabile. Ma ci si abitua a tutto, soprattutto se non ci sono alternative; e finì coll’abituarsi anche a quello. Anzi, superato quel primo ostacolo, cominciò a cogliere un lato bello anche in quella situazione. Negli sguardi miti e dolci delle sei mucche, silenziose e di poche pretese come lui, nella lentezza mansueta dei loro movimenti, nel calore rassicurante e amico che emanava dai loro grossi corpi docili.
Quando poi nasceva un vitellino, per lui era un momento bellissimo. Poteva restare per ore incantato a guardare quella vita nuovissima, che il giorno prima non c’era ed ora era lì sotto i suoi occhi, vera e reale, così fragile eppure così attaccata all’esistenza, mentre con fatica e ostinazione cercava di reggersi sulle deboli, esili zampe.

 


Ne aveva già visti nascere molti, di vitellini. Gli anni erano passati anche se lui non sapeva tenerne il conto, quando accadde della coperta. Una vacca si era sgravata il giorno prima, ma lui si era accorto quasi subito che qualcosa non andava come avrebbe dovuto. Il vitellino non cercava le mammelle rigonfie della madre, quasi non alzava la testa; sembrava senza forze. All’inizio della notte, iniziò ad essere scosso dai tremiti. Lui non sapeva cosa fare: cercò di scaldarlo abbracciandolo ma non bastava, il piccolo corpo tremava sempre di più. Allora ebbe un’idea: uscì dalla stalla –aveva imparato ad aprire il chiavistello dall’interno- e scavalcò una finestra di casa, quella la cui maniglia era da aggiustare quasi da sempre. Camminando in punta di piedi, andò in quella che era stata la sua vecchia stanza. Tutto era ancora lì, immutato. Sul letto c’era ancora la stessa coperta, di lana grigia spessa e ruvida, che qualcuno aveva cercato di ingentilire con dei miseri fiorellini ricamati che ormai erano mezzo mangiati dalle tarme. La prese, tornò nella stalla e ci avvolse il vitellino.

Quando al mattino suo padre aprì la stalla per far uscire le bestie, lo trovò così, che dormiva beato con il capo appoggiato sul fianco del vitellino avvolto nella coperta. La coperta grigia con i fiori, sporca di paglia e lordata di letame. L’uomo non ci vide più dalla rabbia. Afferrò il figlio con un braccio e, prima che lui potesse rendersi conto di cosa stava accadendo, lo trascinò fuori. Senza capire il perchè, in un attimo il ragazzo si ritrovò, da addormentato contro il tempore dolce e amico del vitellino, a scaraventato faccia avanti nell’erba. Le botte cominciarono subito dopo. Un asse o il manico di qualcosa; non fece in tempo neanche a capirlo. In realtà era più alto di suo padre e forte il doppio, anni e anni di lavoro senza sosta gli avevano sviluppato spalle ampissime e braccia da taglialegna; non solo avrebbe potuto difendersi, ma sarebbe stato in grado di sollevare da terra il padre, ormai vecchio e indebolito, e scaraventarlo lontano da sè. Ma non era mai stato capace di far male ad una mosca e così rimase lì, a terra, quasi un gigante che se ne stava rannicchiato cercando solo di proteggersi la testa, singhiozzando e  gemendo ad ogni nuovo colpo come un animale ferito mentre suo padre lo picchiava come impazzito. Lo picchiò per la coperta (un vecchio regalo di qualche parente di sua moglie, di cui non gli era mai importato nulla) e perché non era quello che sarebbe dovuto essere, perché era nato sbagliato. Lo picchiò per i ragazzini che gli ridevano dietro e lui neanche se ne accorgeva, lo picchiò per gli amici che da quando aveva quel figlio lo guardavano in modo strano quando entrava all’osteria; lo picchiò perché sorrideva sempre e sembrava sempre felice. Lo picchiò perchè non era il figlio che avrebbe voluto e quello che sarebbe dovuto essere; lo picchiò perché  era lo scemo, lo zimbello, l’idiota del paese e portava il suo cognome.


Smise solo quando le braccia arrivarono a fargli talmente male da non poterle più sollevare per un altro colpo.


Lui rimase a terra. A lungo, molto a lungo. Ad aspettare che il dolore dei colpi diminuisse ma anche ad affrontare lo stupore, la scoperta, sconcertante e devastante –che faceva male ancora più delle botte- che il mondo non era giusto e la vita non era bella.
Per la prima volta in vita sua, aveva smesso di sorridere.
Quando ce la fece, si pulì come poteva dal sangue che, da un sopracciglio spaccato, gli era colato negli occhi e si girò sulla schiena. Aveva male lo stesso, ma almeno, da lì, poteva guardare le nuvole.
Le sue amiche erano lì –tante, quel giorno; il cielo era azzurro ma costellato di piccoli batuffoli candidi – ma erano così lontane e non potevano aiutarlo. Erano sempre state lontane e non avrebbero mai potuto aiutarlo, si rese conto in quel momento.
Il Dente della Stria aveva la sua solita nuvoletta, proprio in cima.

 

E fu allora che seppe cosa doveva fare.


Le botte prese avevano lasciato il segno, e pesante; e camminando, erano ancora più dolorose. Aveva un occhio semichiuso perché una palpebra era gonfia e sanguinante. Ma era abituato a stringere i denti e soprattutto ora, per la prima volta nella vita, sapeva dove andare. E stranamente, man mano che saliva il ripido versante erboso, la sofferenza fisica pareva quasi diminuire. Non era mai salito sul Dente ma aveva sentito dire che ci voleva molto, quasi una giornata. Ma ormai, non importava più. Niente aveva più importanza.  Niente che fosse in basso, giù, nel pese e nel fondovalle: quel mondo, se lo era lasciato alle spalle. Per la prima volta capiva con chiarezza che non era mai stato il suo mondo, e che lui non era mai stato di quel mondo. In quel momento, ora che non sorrideva più, ora che le botte e l’ingiustizia gli avevano tolto il velo dagli occhi,  divenne consapevole. Dei ragazzini che lo deridevano da anni, della stalla in cui dormiva mentre la sua camera, in casa, era vuota ed inutilizzata; degli anni di lavoro ininterrotto, senza mai sosta e senza mai una parola gentile. Capì di essere sbagliato, o di essere nato nel mondo sbagliato. Ma non aveva più importanza. Solo quella nuvola in cima, che si faceva man mano un po’ più vicina, aveva importanza.
Quando arrivò dentro la nuvola, rimase sorpreso. Nella sua vita non aveva mai visto la nebbia e fu qualcosa di completamente nuovo, quel trovarsi avvolto da un'aria  bianca che si spostava e correva capricciosa come un gregge di pecore, un momento vedevi le montagne lontane e un attimo dopo quasi nulla, neanche a pochi passi davanti a te. Ma continuò a salire, fin quando raggiunse un paletto di legno seccato dal sole, che indicava la vetta. Non conosceva quel posto e la nebbia –la nuvola- era abbastanza fitta; ma lo aveva osservato molte volte da lontano e sapeva perfettamente come muoversi. Fece ancora qualche passo, finchè la roccia sotto i piedi gli fece capire di essere sull’orlo dell’altro versante, il precipizio. Spalancò le braccia, chiuse gli occhi, respirò a fondo per riempirsi di nuvola. E fece un passo avanti.

Nela nuvola.
                                           
Nel vuoto.


La sua mente era sempre stata lenta e poco attiva, ma in quei pochi attimi fu come se una scossa l’avesse svegliata da un sonno durato una vita e divenne velocissima. “Cosa ho fatto?”, si chiese mentre iniziava a cadere. Si disse che si sarebbe schiantato sulle pietre ai piedi del scarpata, che era stato un pazzo a credere che la nuvola lo avrebbe raccolto. Che le nuvole –lo aveva scoperto quel giorno- sono solo aria, strana e bellissima aria bianca ma pur sempre aria; e l’aria non ha mai sorretto nessuno, tantomeno salvato. Ma poi si disse che, forse, era solo questione di crederci.
Crederci fino in fondo.
E con tutto se stesso, in quei pochi secondi che gli rimanevano, cercò di farlo.

Crederci.
Crederci.
Crederci.
Cred...

 

                                                                         * * *

Per tutti era l’idiota del paese, quello che hanno trovato morto ai piedi del Dente della Stria. Ma lui, adesso, vola su una nuvola.

 

 

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Il Placido Tasso tranquillo.

Stava per finire nel rifugio degli animali storti, quelli da rimodellare e riaggiustare.

Tutto sommato erano stati giorni da ricordare, se solo avesse potuto farlo dopo aver fatto visita forzosa al rifugio degli animali storti.

Eppure il tempo gli aveva fatto maturare il giudizio che nulla sarebbe cambiato sul parere di coloro che aveva conosciuto.

Pure su quelli coi quali ebbe litigi, forti litigi, e coi quali non aveva più nulla di male, di contro o di sbagliato cui rivalersi.
Da placido Tasso, era giunto alla conclusione che quando si litiga si sbaglia in due, poco importano le percentuali.

D'altra parte un animale storto, per natura ha torto! Direbbe la rima.

La realtà dice che i problemi cui far fronte sono di ben altra pasta, purtroppo, e ti portano a guardare indietro col sorriso del tempo perso sul nulla, mentre il malessere, quello vero, sa come farsi strada senza farsi vedere affatto.

Fatte queste sue ultime considerazioni si avvio a farsi lavare il cervello.

In quel posto gli avevano promesso che sarebbe diventato, poi, un bellissimo corvo, come a lui piaceva essere considerato.

Allora seppe! E gli spuntò un sorriso che(forse) lo avrebbe tenuto legato alle cose belle del passato.
Quando(o se...) ne sarebbe uscito, quel corvo avrebbe avuto un occhio alla luce e l'altro bendato seppur entrambi vedenti.

Perché per ogni storia ci son sempre, almeno, due verità cui guardare.

Ma non sono mai della stessa intensità cui dar luce e valore, e di certo non tutte son di propria competenza giudicare.

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Non te ne andare
speranza di attimi in pace,
sereni
da nuvole a mente mai sgombra di oscuri pensieri e tormenti.
Senza dire mai più che "magari va meglio",
errore che porta a serrare poi i pugni,
con qualcosa che accade,
o qualcosa che torna alla mente a mancare.

Non ti è mai appartenuto l'amore qualunque,
ché a soffrire nel petto ne hai reso destino.

Non hai mai rinunciato al tuo esser te stesso, rinnegando l'orgoglio a rivendicazione,
per le scelte che altri han pagato.

Amore che senti fuggire,
amore che temi poi possa morire,
amore mai nato.
Perduto sia che oggi o domani.
O che è impresso al passato.

Oh ti prego speranza,
non te ne andare col prossimo pezzo a mancare.
Di frammenti perduti son piene le strade percorse,
e non resta che un cuore malato,
sconfitto,
disincantato.

Eppure era nato tra i sogni più puri
ed ingenui a far schifo.

Adesso a cercare un ultimo scoglio,
il bisogno di un altro respiro.

E che poi sia la carne
inerme in attesa a tormento
di avvoltoi che dilaniino,
e di corvi stupendi,
cui affidarsi a volare nel vento del mondo perduto.
E perdente da quando ricordi esser vivo.

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La via del guerriero


 

Mi avevano dato la libertà vigilata.

Ora che era passata la febbre.

Lasciavo l'ospedale verso l'una, dopo la flebo antibiotica, e rientravo la sera, in tempo per la puntura antitrombosi.

Sfruttavo quelle ore di libertà e cercavo ritiro sulle sponde del mio fiume. Dalla riva osservavo le onde che scorrevano; le ascoltavo, quasi le annusavo. Quel fiume trasmetteva forza.

Erano giorni di incertezze, e di attesa; non volevo pensare ai miei linfonodi, e facevo di tutto per esorcizzare le paure. Talvolta fantasticavo sui guerrieri vichinghi.

Davvero non temevano la morte? Come facevano a vivere così, senza pensare al domani? Che strano credo quello di dover morire con la spada in mano per entrare in paradiso, e poi che forza di spirito occorreva per prendere il mare. Salire su una barca a forma di drago e partire.

Solo fantasie sulle sponde di un fiume, ma in questa mia nuova realtà, era quello che avevo. La sera tornavo in quell'altro pianeta, quello bianco fatto di malattia, dolori, prelievi, punture, più forte rispetto a come ero partito.


 

La sentenza arrivò il 24 Aprile.

Ho i risultati istologici dei tuoi linfonodi.”, mi disse la dottoressa Pintner. “Seguimi in ufficio che ti spiego.”

Avevo atteso e temuto quel momento.

Ora era arrivato.

La buona notizia è che qui ci sono buone possibilità di guarigione.”

La dottoressa smise di parlare, quasi volesse andare sul sicuro avessi capito bene. Mi accorsi che a fatica stava soppesando le parole. Ora mi avrebbe spiegato l'altro faccia, lo vidi arrivare.

Hai tutti i motivi per sperare. Ma la cattiva notizia è che hai un linfoma, un linfoma classico di Hodgkins, un tumore maligno che sta attaccando i tuoi linfonodi. Dovrai farti delle chemio e delle radioterapie. Mi dispiace.”


 

Lo avevo visto arrivare.

Ma l'effetto che ebbe su di me mi colse di sorpresa.

Avvertii una trasformazione. Come una strana forza.

Una che quasi mi travolse.

Le paure dei giorni passati svanirono, il contrario di cosa mi sarei aspettato.

Linfoma classico non suona poi così spaventoso.”, risposi. “Pensa che seccatura se me ne capitava uno anticonformista.”

La dottoressa sbarrò gli occhi, come incredula.

O forse ero solo io a essere incredulo? Cosa mi stava succedendo? Mi aspettavano le chemio, come facevo a sentirmi così calmo, così sicuro? Forse dovevo ancora metabolizzare la cosa? O forse mi sentivo sereno perché per quel giorno non avevo febbre? E allora 'fanc*lo al domani, oggi mi aspettava una bellissima giornata.

Sorrisi.

Il mio male aveva infine mostrato il suo volto. Ora però conoscevo il suo nome. Era diventato vivo, palpabile, un qualcosa che poteva essere ucciso.

Dentro di me una voce stava già urlando battaglia.

Un linfoma mi aveva sfidato. Mi aveva rovinato l'inverno, quel pezzo di m*rda, giorni e giorni steso a letto dalla febbre, anziché fuori a scalare montagne. Imperdonabile. Avrebbe pagato la mia vendetta col sangue.

C'era un demonio dentro il mio corpo, un mostro che voleva mangiarsi i miei linfonodi uno per uno. No signore, non lo avrei permesso, non senza impugnare un spada in mano.

Guerriero. Fino alla fine. Era la via del mio credo vichingo.

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Menti,
dando ai sogni il colore del vero
e al risveglio il sapore dell'acqua.

Accendi ai pensieri l'osare,
l'impervio a desiderare,
consapevole splendida luce,
e tratti di nero,
sottili, profondi infiniti.

Ti diranno che non v'è dolore,
senza del sangue il colore,
né passi mancati,
senza che carne caduta
ne sia lacerata.

Dov'è allora il negato rifugio?
In quegli angoli dentro nascosti,
senza dita a potervi toccare?
Vergogna finanche di testimonianze,
quelle rese col cuore in frantumi
tra sgorgate e invisibili lacrime,
al tempo, solenne, delle parole?

Si.
Qualcos'altro rimane,
dentro,
per sempre,
mai di finire bruciare è il suo ardire,
e trasforma polvere che cenere resta,
mancante a coraggio di uscire ed urlare,
là,
fuori.

Mentre il sogno ritorna a mentire.

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Sei morta tra le mie braccia, speranza.
Ti ho vista per l'ultima volta felice, abbracciarti all'amore.
Ti ho persa nel sangue per strada.
Avvolta malata in coperta sudario.
Tra lacrime e baci ormai senza respiro.
Sei morta.

Quando hai scritto, lasciato nel petto del tuo testamento.
E del tempo hai mostrato ogni limite considerato.
Era un giorno che aveva nel cuore ogni sogno incarnato.
Dei tuoi passi è rimasto il miraggio.
Fra i tuoi passi è caduto il coraggio.

Eri tra le mie braccia,
e sei morta, per l'ultima volta.

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Bel thread! Io avrei scritto, alcuni anni fa, in un periodo stressante della mia vita, brevi racconti con cui ho cercato di esorcizzare alcune ansie che all'epoca mi assillavano. Quasi quasi le posto, sperando di non deprimere qualcuno :ehmmm:

 

AURORA

 

<<Papi?>>

La voce non era molto piú di un rantolo, ma bastó a svegliare il sonno irrequieto del padre.

<<Dimmi tesoro>> le rispose lui, raggiungendo subito la piccola manina.

<<Avevo paura. Non sapevo se c’eri.>>

<<Tranquilla, sono qui.>>

La bimba giaceva immobile sul letto. Tubicini e sensori si diramavano dal suo corpo.

Una piccola mosca per sempre intrappolata in una ragnatela pensó il padre.

No, non per sempre. Per poco ancora. Lo mettevano a disagio i sentimenti contrastanti generati da questo pensiero.

Con la mano libera le accarezzó delicatamente il volto, spostandole un ciuffo di capelli sudati dalla fronte. Aveva ripetuto spesso quel gesto, di recente. Non sempre era necessario, a volte era solo un movimento automatico, una abitudine nata tanto tempo prima, quando la piccola avrebbe risposto a quella tenerezza con un sorriso radioso.

<<Ho gli occhi aperti, papi?>> domandó invece.

Il padre trattenne a stento un gemito, ma la sua voce tremó comunque quando le rispose.

<<Si, Aurora. E sono splendidi occhi>>

O almeno lo erano stati, ma questo non lo disse. Erano stati davvero occhi bellissimi, neanche tanto tempo prima, occhi nei quali di quando in quando aveva amato perdersi, anche se soltanto per rinnovare la meraviglia che provava di fronte al dono che sua figlia era stata per lui. Ora, peró, quegli occhi erano soltanto stanchi e pallidi globi all’interno di profonde occhiaie scure.

La bambina rimase qualche istante in silenzio. I suoi respiri erano deboli e rochi.

<<Vedo solo buio. Questo significa che é la fine?>>

Si.

<<No, non ti preoccupare. Sei solo un pó affaticata.>>

Il padre fu contento che Aurora non potesse vedere le lacrime che ora gli scivolavano abbondanti sulle guance. Doveva mentirle? La bambina capiva ció che le accadeva: le speranze che le dava la aiutavano o la offendevano? Forse non lo avrebbe mai scoperto. Non c’é la soluzione giusta pronta all’uso. Non c’era mai stata, in quegli ultimi mesi.

La piccolina diede un breve colpo di tosse. Aprí la bocca come per parlare, ma ci riuscí solo al secondo tentativo.

<<Tu non hai la medicina che mi guarisce, vero?>>

Il padre strinse i denti tanto forte che temette di romperli. Non gli importava nulla, in quel momento: voleva solo evitare di scoppiare a piangere. Dove avrebbe trovato la forza per risponderle? Ma glielo doveva.

<<No, tesoro. Mi dispiace>> gemette infine abbassando lo sguardo per la vergogna. Mai un padre dovrebbe essere tanto impotente di fronte alla sorte di un figlio.

<<Un pó anche a me>> replicó Aurora, senza rabbia né disperazione.

<<Sarebbe bello poter ricominciare da capo, vero? Da quando ero piccolina e tu e la mamma mi insegnavate a camminare>> aggiunse.

Ti prego piccola mia, non evocare questi ricordi! urló con forza e rabbia, ma senza emettere alcun suono. Se anche aveva stretto la sua fragile mano troppo forte, lei non se ne era lamentata.

<<Un giorno lo faremo ancora>> le promise invece.

Rimasero lí qualche minuto in silenzio. Il padre accarezzava ora la mano, ora la testa, ora la guancia. E poi ripeteva il ciclo. Non c’era molto altro che potesse fare.

Un piccolo tremito attraversó il corpicino, ma lei non sembró accorgersene.

<<Papi?>>

<<Dimmi, tesoro>>

<<Diciamo l’Angelo di Dio?>>

Era sempre stata la sua preghierina preferita, ma il padre non avrebbe mai pensato che le sarebbe venuta in mente ora. Raccolse entrambe le piccole mani pallide con le proprie, in un gesto che Aurora dovette percepire come rassicurante, perché, per quanto poté, accompagnó il movimento. Il padre si schiarí la gola.

<<Angelo di Dio, che sei il mio custode…>>

La bambina tentó di articolare le parole, ma era troppo stanca e non riusciva ad emettere alcun suono.

Non importa, parlo io per entrambi.

<<Illumina, custodisci, reggi e governa me…>>

le labbra, magre e screpolate, si fermarono stremate.

<<che ti fui affidato dalla pietá celeste. Amen>>

A malapena si percepiva il petto gonfiarsi ad ogni respiro. Al padre venne in mente il giorno in cui nacque la piccola Aurora: davvero erano trascorsi anni interi da allora? Possibile che il tempo che era stato loro concesso per stare assieme fosse giá terminato? Sembravano essere trascorsi non piú di pochi giorni, ma affacciandosi dalla nebbia della tristezza iniziarono ad emergere i ricordi. Ed erano immancabilmente tutti belli. Non un rimprovero, o un capriccio. Eppure dovevano essercene stati di sicuro, ma non importavano piú e, probabilmente, non erano importati granché neppure allora.

L’uomo scosse la testa: comunque fossero stati quegli anni, erano stati pochi e distratti. Ma cosa mai avrá avuto da fare di cosí importante, da non poter trascorrere piú tempo assieme alla figlia? Sensi di colpa. Non i primi e certamente non gli ultimi.

Si accorse di avere le maniche della felpa completamente fradice, ma le lacrime continuavano a scendere.

No, non era vero: aveva svolto bene il proprio ruolo di padre. Avevano riso e giocato, e litigato, e corso e cantato. L’aveva aiutata con i primi passi e con le prime parole. Con i compiti e con i giocattoli. Un giorno, ne era convinto, avrebbe guardato indietro con mente piú serena e concesso a se stesso un giudizio piú clemente. Non doveva cadere in questa trappola, o non ne sarebbe uscito piú.

L’uomo scosse la testa con decisione.

Non é il momento di ricordarla. Presto lo sará, ma non ancora.

Riprese ad accarezzarla con la destra, mentre con la mano sinistra si asciugó il viso. Non pensava a nulla mentre la fissava. Desiderava soltanto dilatare quel momento il piú a lungo possibile, forse in modo egoistico, forse soltanto in modo patetico. Ma non aveva alcuna intenzione di perdersi in speculazioni filosofiche: il padre sperava che piú tempo rimaneva lí a contemplare il volto della sua piccola, piú facile sarebbe stato rievocarlo nei suoi ricordi in futuro. Si sorprese a guardare spesso l’orologio appeso alla parete, a contare i minuti.

Ringrazio per ognuno di essi.

Continuó ad accarezzarla. Le lesse una breve storia. Pianse in bagno per non farsi sentire. Tornó ad accarezzarla.

<<Papi?>>

<<Dimmi, Aurora>>

Il padre appoggió sul letto il fazzoletto umido. Lo avrebbe gettato piú tardi.

<<Sono qui, tesoro. Dimmi pure.>> la incoraggió.

Il padre si irrigidí: sullo schermo, il puntino luminoso che non si fermava mai aveva deciso di riposare. Per un istante, breve ma infinito, il padre si sentí come su quella giostra in caduta libera su cui era salito anni prima.

<<Aurora?>> disse, la voce un sussurro incomprensibile.

Alle sue spalle sentí alcuni passi che si avvicinavano correndo. Riconobbe il suono delle scarpe di medici e infermieri.

Il padre tentó di frenare il proprio dolore, ma subito si ritrovó a sfogarlo accasciandosi sul corpo della figlia e abbracciandolo con una forza che non avrebbe mai osato usare soltanto pochi secondi prima. Forse l’ultimo abbraccio che poteva darle, prima che i medici arrivassero.

No, lasciatemi con lei un’ora. Lasciatemi una notte. Tutta la vita.

<<Perdonami, bambina mia. Perdonami se non avevo la medicina. Perdonami. Perdonami!>> Le avrebbe chiesto perdono per tutta la notte, e per quella successiva, se glielo avessero permesso, fino a quando la vergogna ed il senso di colpa non fossero fluiti via con le ultime lacrime che il suo corpo fosse riuscito a produrre.

Ma quattro braccia lo afferrarono e lo allontanarono dal letto, in quella che gli parve la piú dolorosa violenza che avesse mai subito in vita sua.

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Posto anche l'altro (scritto in realtá prima). Poi, prometto, basta cose tristi :ehmmm:

Ultimo Sguardo

 

Il medico si alzó dal letto. Infiló lo stetoscopio nell'astuccio con gesti lenti, definitivi. Poi levó lo sguardo verso la signora, scuotendo la testa in maniera quasi impercettibile. Lei soffocó le lacrime nel fazzoletto, ma i suoi occhi erano giá rossi e gonfi.

<<É ora>> sussurró il dottore alla donna.

Il suono della voce raggiunse comunque le orecchie del malato. L'uomo aprí gli occhi e a fatica cercó lo sguardo della moglie. Non serví altro, perché lei capisse: avevano giá parlato di questo momento. Richiuse gli occhi, resi pesanti dalla stanchezza.

Il medico lasció la stanza, ma avrebbe atteso in salotto. Presto sarebbe stata ancora necessaria la sua presenza.

Il fratello, rimasto nell'altra camera, li raggiunse. Insieme alla moglie sollevarono l'uomo come fosse un bambino, o un anziano, e lo trasportarono nella cameretta. Un lettino di fortuna lo attendeva giá da giorni. Venne posato con delicatezza sul materasso e lí poggió la testa sul cuscino, rivolgendola verso l'altra estremitá della stanza.

E allora, a fatica ma con determinazione, aprí gli occhi di nuovo. L'ambiente era avvolto in una debole semioscuritá. Sui due lettini, le bimbe dormivano placidamente. Dal silenzio emergevano i suoni vivi dei loro respiri, e all'uomo sembró la cosa piú bella cha avesse mai udito. Rimase cosí, ad ammirarle per qualche minuto. Ne seguí i lineamenti morbidi dei visi, le piccole manine raccolte a pugno vicino alle labbra. Poteva vederle ridere nei suoi ricordi: alla primogenita, dagli occhi grandi e allegri, comparivano graziose fossette sulle tenere guance rosa, mentre alla piccola biondina con i capelli costantemente arruffati, il sorriso provocava una buffa smorfia contagiosa. Quanto avrebbero sofferto, l'indomani, nell'apprendere la sorte del padre? Erano forse troppo piccole perché la sua scomparsa venisse ricordata? L’uomo fu angosciato dal pensiero di non aver avuto neppure la piú piccola influenza sulle loro vite, di non essere stato nulla per loro.

Mi spiace, bimbe mie, ma non vi staró accanto, mentre crescerete.

Tentó di immaginarle al diploma, poi all'altare. Eventi di cui non sarebbe mai stato testimone, fantasie che gli lacerarono l'anima. Non poteva sprecare il momento piú prezioso ed effimero della sua vita, cosí si costrinse a cacciare via quelle immagini fittizie per concentrarsi nuovamente su ció che di vero e bello aveva davanti a sé. Anche se era stato parte delle loro vite per cosí poco tempo, guardandole sapeva che la sua vita aveva avuto un senso.

Ora avrebbe voluto allungare un braccio per accarezzarle. Solo un'ultima carezza, facendo scorrere le dita tra i loro capelli. Non chiedeva poi molto. Ma le forze non glielo avrebbero consentito, e giá doveva ringraziare per questo ultimo sguardo che poteva dare loro, una concessione non certo scontata, un lusso che non tutti avevano e che lui non si era né guadagnato né meritato.

La moglie dell'uomo si sdraió accanto a lui sul materasso e lo abbracció. Ora stavano ammirando lo stesso inestimabile tesoro. Il loro tesoro. Erano in comunione forse piú di quanto non lo fossero mai stati prima. Ma ormai la stanchezza e la debolezza si erano fatte assolute, il battito del cuore incerto. Sentiva ogni respiro piú faticoso del precedente. Per un attimo, credette di poter stimare quante volte ancora i polmoni si sarebbero dilatati, e temette di cadere preda della disperazione. La moglie si strinse con piú forza al suo petto, trattenendo i singhiozzi: anche lei aveva capito.

Si, pensó, sono tra le braccia di mia moglie, con le mie figlie a me vicine. Ora sono pronto.

Una lacrima scivoló sullo zigomo e andó a macchiare il lenzuolo. Una sola, poi gli occhi cedettero. Vide le palpebre chiudersi lentamente come il morso del piú letale dei predatori. Si aggrappó all’abbraccio di sua moglie quanto poté, ne sentí ancora il calore, ma stava svanendo. Mentre l'assoluta oscuritá si abbatteva intorno al suo mondo, l'uomo ebbe il tempo per un ultimo pensiero:

Vi ho amati.

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Racconto strampalato ritrovato ieri nei meandri del pc, passato per due decenni da un computer all'altro. Scritto vent'anni fa, da ragazzetta.

La cosa strana è che, allora, era stato un divertissement, una cosa senza un significato preciso, tipo "prendi un tema strano, e pova ad andare avanti su quello". Sfortunatamente, avevo pure beccato lo stesso titolo (ma l'ho scoperto anni dopo) di uno speldido racconto, di ben altro valore, di Ray Bradbury.

Ma l'ho riletto oggi... e, oggi, un significato per me ce l'ha. Ed anche forte.

 

Dedicato ad @hacktuhana

EDIT  - Mi rendo conto solo ora di aver fatto unagaffe spaventosa: questa dedica può essere fraintesa all grandissima, visto il racconto! Mentre il buon Hack è  una delle persone più assennate, profonde e sagge che conosco.  La dedica non c'entra assolutamente con l'ambientazione del racconto; ma è perchè c'è un piccolo riferimento  che lui può cogliere. :)  Così come neanch'io sono mai stata in un luogo del genere, o sono stata trattata da pazza scatenata   (lo stesso equivoco poteva nascere su di me, da quanto ho scritto sopra):  il collegamento con la real life è metaforico e di stato d'animo, non letterale. No, perchè in effetti, dato l'ambiente del racconto... avevo fatto una gaffe grandiosa, ecco.
Mamma mia.:wacko:

 

 

L'  UOMO  CHE  BRUCIAVA

 

 

Si svegliò al mattino, e seppe che stava bruciando. Non era proprio un incendio ma piuttosto la preparazione di un incendio; qualcosa dentro che si consumava adagio, in modo endemico ma progressivo.  La scoperta non lo sorprese più di tanto. Da giorni ormai sentiva l'odore, come di legna acerba bruciata, che lo seguiva ovunque. Non si preoccupò troppo  - era una piccola cosa, in fondo - ma per prudenza quel pomeriggio stesso andò dal medico.

 

 

Il dottore era un uomo di mezza età, insignificante, con lo sguardo  poco fantasioso e rassicurante del buon padre di famiglia. Aveva il camice slacciato per il caldo e una collezione di riviste discutibili nel terzo cassetto dalla scrivania. "Dottore, sto bruciando" gli disse l'uomo, semplicemente. Il medico mise a fuoco lo sguardo su di lui e rimase a fissarlo per un lungo istante sospeso sopra gli occhiali da presbite, come se lo vedesse in quel momento per la prima volta. Gli aveva appena misurato la pressione e controllato gli occhi, per una vecchia congiuntivite che ogni tanto recidivava; il paziente aveva subito silenzioso e mansueto, e adesso improvvisamente se ne usciva con quella assurdità demente. Il medico pensò di aver capito male. "Ho detto che sto bruciando, dottore", ripeté l'altro con candore disarmante. Il medico si passò una mano tra i capelli. Gli prescrisse benzodiazepine al mattino e sonniferi alla sera, con in aggiunta il consiglio di prendersi una bella vacanza. Quando l'inquietante paziente fu uscito rimase un attimo sovrappensiero, perplesso. Poi scosse la testa, controllò con un'occhiata che in sala d'aspetto non ci fosse nessuno, e aprì il terzo cassetto della scrivania.

 

 

L'uomo rimase un po' deluso. Apallottolò la ricetta senza leggerla, la lasciò nella prima pattumiera che gli capitò a tiro e si incamminò verso casa con una punta di tristezza, trascinandosi dietro una tenue nuvoletta bianca.

 

 

Nelle settimane che seguirono cercò di sopportare con pazienza il suo piccolo problema, come si sopporta un raffreddore fastidioso o uno di quei disturbi minori che i medici non prendono sul serio. Aveva preso l'abitudine di pesarsi ogni mattina e presto la bilancia gli confermò quello che già sapeva: si stava consumando. Ogni volta il peso era un po' minore del giorno precedente; il singolo cambiamento era infinitesimo, quasi impercettibile, ma attraverso le settimane l'andamento era chiaramente calante. Certo, da qualche tempo (precisamente da quando aveva iniziato a bruciare) i suoi pasti si erano ridotti all'essenziale, perché non gli pareva saggio introdurre troppo combustibile per possibili incendi; ma sapeva perfettamente che questo non c'entrava, che la progressiva erosione del suo peso aveva ben altra causa. 

 

Comunque, viveva. Di pomeriggio ingannava la solitudine con lunghe passeggiate fuori città, fino alla periferia dimenticata di una stradina miracolosamente sfuggita alla cementificazione. Camminava adagio tra la fila di alberi malati e il rigagnolo schiumoso di tensioattivi, contento quando scorgeva tra pozzanghere iridescenti la traccia tenue di un fiore: lo commuoveva questo minuscolo balgiore di bellezza in mezzo allo squallore, questa piccola vita che si ostinava ad esistere. Per trenta preziosi minuti non pensava al fuoco sotterraneo, al subdolo incendio che lo corrodeva dentro. Poi rientrava nell'abitato. Passava tra la gente che non lo degnava di uno sguardo, la gente che non vedeva e non capiva. Ma nelle vetrine poteva distinguere la propria immagine, il gemello riflesso che seguiva il suo cammino lasciandosi dietro, visibile a lui soltanto, la sua stessa triste scia di fumo.

 

 

Quando ebbe perso cinque chili, tornò dal medico.

 

La sala d'aspetto era deserta e spoglia, impregnata fino all'anima dello squallore afoso di un luglio cittadino. Ma lui non soffriva il caldo, ci era abituato - da un mese lo portava dentro, il caldo. Si soffermò un attimo a contemplare la tristezza desolata delle sedie economiche di plastica nera e dei muri sporchi, scrostati in corrispondenza degli schienali; poi aprì la porta dello studio.

 

 

Questa volta il medico non lo aveva sentito arrivare, e il suo sobbalzo fu così violento che quasi cadde dalla sedia. "Buongiornomidicamidica" esalò in un fiato solo, con il viso che in una frazione di secondo dal bianco passava al paonazzo, mentre freneticamente faceva sparire in un cassetto della scrivania una rivista, ricca di fotografie dai molti dettagli anatomici benchè non propriamente medica, che stava sfogliando. L'uomo che bruciava gli parlò dolcemente, accompagnandosi con lenti, pacati gesti delle mani. Con infinita pazienza, come si fa con un bambino un po' tardo, gli spiegò che dunque c'era questa cosa, che lui bruciava dentro ed ormai era da un mese, all'inizio aveva pensato che tutto si sarebbe estinto da sé ma a quanto pareva si era sbagliato perché anzi da qualche giorno l'aureola di fumo intorno alla sua testa era diventata più scura, grigio piombo, e questo si sapeva che non era mai un buon segno; e a parte l'inconveniente dell'eterno odore di bruciato a cui ormai aveva fatto l'abitudine adesso era preoccupato perché temeva che un giorno all'improvviso il processo lento e sotterraneo avrebbe potuto esplodere in un incendio che l'avrebbe divorato in un attimo dai capelli alla punta dei piedi, e questo sarebbe un bel guaio, capisce, dottore, concluse guardandolo con mansueta fiducia. Il medico era rimasto con la bocca mezza aperta, in viso una lenta espressione da triglia. Richiuse la bocca con uno scatto secco che si udì distintamente nell'aria immobile, e gli prescrisse una dose di ansiolitici da stroncare un cavallo. Lo congedò con la ferma raccomandazione di andare subito a casa e non uscirne fino all'indomani, poi cercò borbottando un numero sulla guida e fece una telefonata.

 

 

La mattina dopo l'uomo sentì suonare alla porta. Andò ad aprire e rimase sorpreso trovandosi davanti certi parenti dimenticati, pronipoti o qualcosa del genere che non si facevano sentire da anni, che lo fissavano con strani sguardi cauti. Non aveva ancora fatto in tempo a salutarli che lo travolsero con un'ondata di chiacchiericci nervosi e generici, comestai cosafai ohchecaldo e così via; lo stordirono con slanci di tenerezze appiccicose e insomma lo confusero finché riuscirono a farlo salire sulla loro auto e portarlo via, con destinazione imprecisata.

 

 

La camera era asettica, spoglia, piastrelle bianche alle pareti. Non ricordava come ci era arrivato. L'ultimo ricordo era un cancello scuro che si richiudeva alle sue spalle, un uomo tarchiato che lo prendeva sottobraccio con una stretta dura–ma perché? lui era così mite- e, qualche minuto dopo, la trafittura di un ago come un grosso insetto metallico nel braccio. Era scivolato in un torpore scuro e denso, e quando era tornato a galla era in quella stanza. Ancora stordito provò ad alzarsi a sedere sul letto. Per un attimo gli sembrò che tutto il sangue e forse qualcos'altro ancora gli defluisse dalla testa, lasciandola dolente e come svuotata; poi un po' per volta la sensazione si fece meno intensa, finché poté di nuovo respirare normalmente. Allora fece uno sforzo e si mise in piedi. Notò che, a parte la vertigine, non stava tanto male. Azzardò qualche passo oscillante in direzione della finestra, finché arrivò ad aggrapparsi alle sbarre metalliche. Ciò che vide fuori gli diede qualche sollievo. C'era un cortile grigio e squallido, di cemento; in un angolo stavano ammassati dei vecchi bidoni, coperti di ruggine di età immemorabile. Ma intorno correva una striscia di prato rinsecchito, larga un paio di metri, con due esili alberi sopravvissuti alla sete, e proprio sotto alla sua finestra  esplodeva l'inatteso miracolo di una macchia di fiori rossi e gialli,  vivi,  stupefacenti, abbaglianti nonostante la siccità ed il sole di quell’estate feroce; nonostante tutto. L'uomo pensò che aggrappandosi a quei fiori sarebbe riuscito a sopravvivere in quel luogo, purché gli curassero l'incendio dentro prima che divampasse.

 

 

Cercò di spiegarlo al medico con gli occhiali d'oro, quel pomeriggio stesso. L'altro lo ascoltò attento, comprensivo, approvando ogni cosa con una silenziosa benedizione dei dolci occhi benevoli. "Certo certo" diceva in continuazione. Ma l'uomo che bruciava non impiegò molto ad accorgersi che l'altro sbagliava impercettibilmente i tempi, aveva troppa fretta di dargli ragione e spesso lo faceva un attimo prima che avesse terminato la frase e altri dettagli del genere. In definitiva, non lo stava affatto a sentire. Per la prima volta, pur nella suo cuore dolce e quieto, l’uomo si innervosì. Il medico dagli occhi umani, abituato per mestiere a leggere indizi del genere, dovette cogliere questo mutamento nel suo stato d'animo, perché fece un cenno minimo, quasi impercettibile con la mano, e subito un infermiere molto alto sembrò materializzarsi dal nulla alle sue spalle, avanzò minaccioso e si fermò un passo esatto dietro di lui, come pronto a difenderlo. Un anomalo angelo custode che, invece che una spada o un giglio, con la stessa presa salda e pronta con cui avrebbe impugnato un'arma brandiva una siringa piena di un inquietante liquido rosato. L'uomo che bruciava capì che erano pronti a buttarlo giù a forza nel sonno e tenergli la testa sotto un'altra volta, e questo lo allarmò. Ma come, non capite, disse loro, questo fuoco che mi striscia dentro potrebbe esplodere da un momento all'altro, non capite il pericolo, gridava, in un attimo potrei incendiarmi e voi volete che dorma così se succederà non me ne accorgerò neanche, non potrò cercare aiuto nè dare l'allarme, non potrò far niente e così non farò nient'altro che bruciare, e tutto quanto prenderà fuoco, tutto quanto brucerà insieme a me... Mise tanta foga nel disperato tentativo di far capire a quei pazzi insensati il pericolo che correvano, che per la prima volta nella sua vita di mite ebbe un piccolo gesto impulsivo. Esasperato, per dare più forza alle proprie parole afferrò con una mano il bavero del camice del dottore. Il medico non si scompose minimamente, non alterò di un infinitesimo la sua immutabile maschera benevola . "Certo certo" disse ancora una volta, protettivo. L'infermiere con la siringa rosa fece un passo avanti.

 

 

La prima iniezione era stata come scivolare. Prima adagio poi con una rapidità vertiginosa gli era sembrato di sprofondare sempre più, di abbandonarsi senza memoria né dolore fino al traguardo scuro di un sonno spesso senza sogni. Questa, fu una mazzata alla nuca, da togliere il fiato. Qualcosa di inaudito lo stordì per un lungo attimo di sospensione e poi gli esplose dentro con un dolore fragoroso ed un boato scintillante, come se ogni cosa stesse andando in frantumi infuocati e taglienti che schizzavano in ogni dove.

 

Dopo, fu solo più il silenzio.

 

 

Il medico dagli occhi buoni non batté  ciglio. Diede istruzione di assicurare bene il paziente al letto (non avrebbe mai usato un vocabolo sgradevole come 'legare'), indossò di nuovo il suo sorriso rassicurante e proseguì il suo giro misericordioso alla volta di un' altra stanza.

 

 

 

                                         ************

 

 

 

Il giorno dopo la notizia uscì sul giornale del mattino. Era corredata da una fotografia in cui si vedeva la famosa clinica psichiatrica avvolta dalle fiamme, poco prima che la definitiva esplosione interna la facesse trasalire come se per un attimo si fosse liberata dalla forza di gravità e poi afflosciarsi su sé stessa con una sorta di strana, sinistra grazia. Dopo i primi, inutili tentativi di spegnere l'incendio che dall'acqua pareva, anzi, trarre nuova forza e vigore, i vigili del fuoco non avevano potuto fare molto di più che trascorrere la notte assistendo allo spettacolo, impotenti e affascinati loro malgrado, e all'alba compilare un freddo verbale. Giunto alla voce 'causa dell'incendio' lo scrupoloso relatore era andato a consultare il superiore, casomai fosse emerso qualche elemento nuovo; poi, a grossi, lenti caratteri stampatello aveva scritto:

 

S C O N O S C I U T E.

 

 

                                                                                                          Ago '95  - notte

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