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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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Inquiete luci di rete appese

sciolgono nel mio tempo

silenzio che non odo.

 

Perdiamoci ora fra questo inganno

di finestre addormentate

su onde d'argento

quando fra le tende

impigliate di vento

uno sguardo parla ancora,

quando quel muro di sabbia scolorita

le nostre impronte dimenticate

rinfrange

ed il cielo è spento.

 

Incontriamoci di nuovo

come se un attimo

voci fruscianti di remi

non avesse mai visto.

 

Ritorna alla riva

l'ultima barca del sogno.

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Sono tornato! Spero di restare, almeno.

E spero di non aver perso troppo la mano...

 

E' venuto lunghino, al contest mi avrebbero già linciato. Ma comunque spero non vi annoi (troppi spero, troppi spero!)

 

 

La Prigione del Tempo

Sarn lanciò due carte sul banco. Planarono sulla superficie di velluto rosso a faccia in su. Prima che si fermassero al centro del tavolo, strisciarono, sotto gli sguardi attoniti di tutti. Tutti tranne uno, quel ragazzo con i capelli lunghi, blu e bianchi. Se ne stava lì, sbuffando, scricchiolandosi le dita, guardando ora di qua, ora di là. Era annoiato, sì lo era, eppure quelle due carte erano l’aquila d’oro e lo scettro nero. E Sarn aveva vinto la ventunesima partita quella sera, alla Prigione del Tempo, sulla riva del fiume.

 

Sarn gli lanciò uno sguardo, senza farsi notare. Non ebbe tempo a sufficienza per osservarlo, non sembrava nemmeno quel tipo di persona. Forse Sarn aveva le allucinazioni, quel giorno alla Prigione del Tempo non era ancora entrato nemmeno un Eterno. Forse quel giorno non ne sarebbero nemmeno entrati. Ma Sarn era così abituata a farne fuori almeno uno prima del calare della luna che non poteva davvero credere che avrebbe lasciato la casa da gioco col vestito immacolato. Eppure quello sguardo perso, così distaccato… sì era un Eterno, senza ombra di dubbio.

 

«Holon, dai tu le carte, io mi prendo una pausa,» disse Sarn al vecchio.

 

Gli altri stavano ancora con gli occhi fissi sul tavolo, increduli, e sembrarono non accorgersi delle dodici carte che Sarn aveva nascosto in tasca. Fece tutto il giro del tavolo, passò dietro al ragazzo eterno e dopo aver sfilato le carte nascoste le fece scivolare tra le sue lunghe ciocche blu e bianche. Che stupidi, sempre così poco attenti. Non la conoscevano proprio la morte, mai all’erta, sempre persi in chissà quali pensieri. A Sarn sarebbe tanto piaciuto sapere a cosa pensavano quei tipi. No, decisamente no. Meglio morire, meglio avere una fine, e qualcosa che ti insegue.

 

Si diresse verso il bar, infilandosi tra donne e uomini ubriachi. «Un bicchiere d’acqua, grazie.»

 

Il barista, Mall, la guardò con un occhio lungo, malizioso. Allungò il braccio penzolante verso il seno di Sarn, ad un centimetro dal toccarlo. Una lama blu zaffiro spuntò tra il suo dito anulare e il medio. Sarn portava sempre con sé la bilama, solo una delle due estremità sfoderata. Una goccia di sangue cadde sull’orlo di un bicchiere vuoto, Mall strabuzzò gli occhi. Poi li abbassò, prese uno straccio, e continuò il suo lavoro come se nulla fosse accaduto.

 

«Un bicchiere d’acqua, Mall.»

 

«Dieci conci, ragazzina.»

 

«Una birra d’orzo ne costa due.»

 

«Perché non te la vuoi mai sballare, eh?» Mall alzò lo sguardo su di lei, i suoi occhi imploravano, disperati.

 

«Dammi il bicchiere d’acqua. Devo restare sobria.»

 

Con un gesto di stizza il barista prese un bicchiere vuoto alla sua destra e lo affogò in un barile. «Tieni, Sarna Sobria.»

 

Sarn fece finta di non aver sentito e si scolò il bicchiere. Cercò il tavolo da dove era venuta. Il ragazzo con i capelli blu e bianchi era ancora lì, lo sguardo perso verso il soffitto.

 

«Questo lavoro non fa per te, ragazzina.»

 

La voce di Mall le dava proprio fastidio, ma fece finta di non aver sentito. Continuò a guardare verso il tavolo, in attesa che succedesse qualcosa.

 

«Ma guardati, con quel fisico che ti ritrovi. Con quelle gambe, sei magra, le tette non ti mancano.»

 

Sarn si convinse che Mall stesse parlando con qualche altra ragazza. Continuò ad osservare l’Eterno, cercando a tutti i costi di capire quale fosse il suo ruolo in quel mondo. Ma come fa a giocare a carte? Non gli pesa il tempo sulla schiena?

 

«Ma ce l’hai mai avuto un ragazzo, almeno?» Mall allungò la mano e le stritolo la spalla. Non fu facile ignorarlo adesso.

 

«No. E di certo non sarai tu il primo, Mall.» Sarn si voltò in uno svolazzare di vesti. Afferrò al volo il bicchiere e lo sbatté sul bancone.

 

«Vedi, sei così maleducata. Una bella notte a letto con qualcuno non ti farebbe proprio male. Non è degno di una ragazzina come te uccidere povere persone.» Il barista si voltò, riempì il bicchiere da un altro barile e lo fece scivolare sotto gli occhi di Sarn.

 

«Non sono povere persone. Le odio, devono morire. Non ce nessun’altro che le fa fuori, perciò tocca a me.»

 

«Ma perché invece non ti metti su una poltrona morbida? Ti porto un vino così dolce che ti farà dimenticare tutto questo odio.» Schioccò le dita. Fece un occhiolino. La sua gote rimbalzò flaccida. «Chissà quanti ne avrai fatti fuori oggi. Rilassati.»

 

«Nemmeno uno, Mall. Nemmeno uno.» Si portò il bicchiere d’acqua alle labbra. Annusò prima d’inghiottire. Poi con un altro svolazzio di vesti rovesciò il bicchiere sui radi capelli dell’oste. «Sambuco. Fottiti.» Mall, fradicio e appiccicoso, si arrese.

 

Sarn cercò ancora una volta il tavolo di prima. L’Eterno si grattava la testa, strofinando il pavimento con il suo mocassino lucido. Accanto ai giocatori passò uno di quei piromani, uno di quelli che lanciavano torce di fuoco in aria, e le riprendevano in mano, dopo che le fiamme avevano cambiato colore. Uno scroscio di applausi giunse dal tavolo, tutti erano con gli occhi puntati verso lo spettacolo volteggiante.

 

«Sai, Sarna Sobria, andare a letto con un uomo è come avere quelle torce colorate in corpo. Non ti piacerebbe?»

 

Sarn, applaudì, era un bello spettacolo quello del piromane. Inoltre voleva confondersi tra gli altri, perché stava per entrare in azione. L’Eterno si osservava le unghie, sbuffando. Scosse i suoi lunghi capelli, in preda a chissà quale atto di noia e le carte sfilarono via dalle sue ciocche. Svolazzando come foglie secche caddero sul tavolo di gioco. Lui nemmeno se ne accorse, tossì, si mise la mano davanti alla bocca, guardando un punto imprecisato alla sua sinistra. Tutta la sala, tutta la Prigione del Tempo, fissava quel ragazzo.

 

«Chi strappa più capelli a quel bastardo avrà in omaggio un bicchiere di serpeblu dalla casa.» Mall urlò a squarciagola. «Vediamo se la prossima volta si nasconderà ancora le carte nella chioma, infame.»

Ma questo lo sentì solo Sarn, perché tutti i presenti, tutti i mortali, si lanciarono addosso al ragazzo eterno, vogliosi di alcol, desiderosi di fuggire dal tempo per ancora un solo attimo. Lo sommersero, ribaltarono il tavolo, volarono bottiglie, Mall se la rideva, un allegro ruggito tuonava dalla sua bocca. Anche Sarn scoppiò a ridere, in quanti gli erano saltati addosso, almeno una cinquantina. Sì, tutti i presenti.

Oh, no. Non tutti. C’era una donna seduta ad un angolo. Seduta era un eufemismo, era sdraiata sul morbido divanetto viola, davanti a lei un tavolino stracolmo di bottiglie. Due in uno! Due Eterni in uno! Sarn si alzò in piedi, dirigendosi verso la moltitudine di fronte al tavolo. Per poco temette che quella gentaglia potesse far fuori il ragazzo dai capelli blu e bianchi prima di lei. No, non poteva permetterlo. Inoltre doveva fare in fretta, l’altra Eterna era lì ad aspettare. E sarebbe morta con un coltello già sporco di sangue eterno. Ma tanto era lì, stordita, dimentica del tempo. Sarn l’avrebbe svegliata prima di agire. Voleva vedere la sua smorfia, voleva vedere i suoi occhi chiudersi per sempre. La parte migliore per Sarn.

 

Sarn giunse ai piedi dell’ammasso di persone e osservò disgustata. Un uomo, il volto rubicondo, sfuggì, tenendo in mano un ciuffo di capelli blu. Li sventolò in aria vittorioso, dopodiché ruzzolò a terra vomitando. Sarn si arrampicò sulle altre persone, piedi e mani sbucavano dappertutto. Giunse sulla vetta e intravide la testa dell’Eterno. Si chinò, attenta a non fare sollevare troppo il suo vestito. Ma lo stesso, tutti si fermarono a quella vista. Meglio, pensò Sarn, tutto più facile.
Afferrò per i capelli il ragazzo e lo estrasse come una carota. Tutti erano muti, impalati. L’Eterno si limitò a sputare un’unghia masticata e si lasciò trascinare a terra. Rimbalzò sui corpi aggrovigliati delle persone, come un sacco. Ma, anche lì, sembrò non farci caso. Quanta indifferenza…
Quando Sarn si fu allontanata abbastanza lo rimise in piedi. Lui si spazzolò i pantaloni di velluto e si sistemò la camicia di seta. Poi la ragazza lo prese per mano e lo tirò a sé, il più vicino possibile.
I presenti in sala ulularono. Sbatterono i piedi per terra, le donne salirono con i tacchi sui tavolini, caddero per terra. Risate.

 

«Finalmente, Sarna!» Mall era ancora dietro il bancone, le braccia conserte. «Dopo tocca a me, però.»

 

Sarn non lo degnò di uno sguardo. Controllò invece che l’altra Eterna fosse ancora lì. Sì, due Eterni quel giorno, e la notte era ancora lunga. Chissà che qualcun altro di loro, stremato per la passeggiata, non si fermasse alla Prigione del Tempo, unica locanda sul fiume.

 

«Ma quello è più moscio di te, Sarna Sobria!» Qualcuno urlò dal fondo della sala. Poi Sarn non sentì più nulla, perché si chiuse la porta alle spalle.

 

Si assicurò che l’arma fosse ancora lì. Bene. La bilama la nascondeva in una tasca della lunga veste. Una sola delle due lame sfoderata, sempre, altrimenti si sarebbe confusa con quale usare. Non doveva succedere. No.
Fece accomodare l’Eterno su una poltrona.

 

«Ebbene,» esordì Sarn.

 

Lui continuò a vagare con gli occhi verso l’alto.

 

«Anche tu vieni alla Prigione del Tempo, per fuggirlo, il tempo?»

 

«Come?» Lui spostò gli occhi di poco, incrociandoli per un istante con quelli di Sarn.

 

«Sei ubriaco, vero? Tutto quel tempo pesa sulle spalle, eh?»

 

«Oh, cosa?» Piegò il collo, socchiudendo le palpebre. «No, no. Sono felice così. Io vivrò per sempre. Tu no.»

 

«Meglio così,» disse Sarn. «Vi uccido, voi Eterni. Non potrei essere più felice.» Sorrise, cercando di apparire carina.

 

«Perché non vuoi diventare come noi? Sai, esistono dei modi, è possibile…»

 

«Oh no, per carità. Non ci tengo.» Sarn si alzò in piedi. Estrasse dalla tasca la bilama, controllò che una lama fosse fuori, l’altra infoderata. Perfetto. «Adesso goditi questi ultimi secondi. Stai per morire, caro Eterno. Assapora per quel poco che puoi la vita da mortale. Lo vedi, l’arrivo? La senti la belva che ti insegue?» Sarn agitò la lama blu davanti a lui. «Non ti viene voglia di correre, di arrivare al traguardo stanco, magari soddisfatto? È più divertente, ammettilo.»

 

«No, mi diverto di più così in realtà.»

 

«Bene.»

 

La lama attraversò il cuore dell’Eterno. Erano così stupidi loro. Non avevano mai avuto a che fare con la morte, erano così spavaldi, e quando se la trovavano davanti erano lo stesso convinti di sopravvivere. Quella lama non era di certo come le altre.

 

La porta si spalancò. «Dov’è Tallon?» L’altra Eterna stava in piedi sull’uscio. Barcollava un po’, ma si aggrappava allo stipite.

 

Sarn si scostò. Allungò il braccio dietro di sé, mostrando lo spettacolo. L’Eterno, morto, col suo sangue blu che formava una lucente pozza sul pavimento, era stupendo…

 

«Figlio…» L’Eterna si coprì la bocca con le mani, aveva gli occhi lucidi. «E’ Eterno, come può essere?»

 

«Era eterno. Fa strano usare il passato, vero?»
La donna si avvicinò, incespicò e rischiò di cadere, ma infine fu sopra Sarn, che la guardava divertita. «Ora se vuoi tocca a te. Così oggi arriviamo a due.»

 

L’Eterna tirò un calcio alla ragazza, dritto allo stomaco. La bilama le scivolò di mano, la lama scoperta si confuse nella pozza blu. «No…»
La donna la raccolse, bagnandosi le mani del sangue di suo figlio. Sfoderò l’altra lama, quella celata, le dita tremanti, sanguinanti. Con un impeto la piantò nel cuore della ragazza.

Urlò. Urlò a squarciagola Sarn, ma non perché stava morendo. La lama-che-rende-eterni le aveva trafitto il cuore. Sangue zampillava, ora rosso, ora blu. La donna eterna piangeva, disperata. «Perché non muori?» Infilò ancora un paio di volte la lama color rubino, poi si accasciò a terra. «Figlio…»

Sarn tirò fuori la lama dal suo cuore, la ruotò e infilò la lama-che-uccide nella pancia dell’Eterna.

 

«Ehiiii.» Mall entrò a grandi passi nella stanza. «Non fargli male, ragazzaccio. E’ la prima volta per lei.» Poi, mentre si stava sfilando il sudicio grembiule, si bloccò. L’espressione divertita scivolò via dalla sua faccia beota. «Hai fatto una strage stavolta, Sarna. Guarda, tutto sporco per terra. E chi pulisce?».

 

«Vattene Mall, levati, mi fai ribrezzo.» Sarn piangeva, era sdraiata, voleva morire. No. Era un’Eterna, non poteva.

 

Mall prese la daga da terra. «Bene, ora basta con questo tuo giochetto. Ci sarò io d’ora in poi.» Gettò la bilama fuori dalla finestra. Plof! «Dì ciao ciao, il fiume se l’è presa.» Il tempo se l’è presa…

 

«No… Mall. Cos’hai fatto? Lasciami sola!» Era un’Eterna, ora. Lo era. Che brutto era. La belva non le stava più dietro. Non vedeva più il traguardo. Tutto improvvisamente fu noioso e irrilevante. «Sono un’Eterna!» Si strappò i capelli, sentì la pelle staccarsi dal cranio.

 

«Bene, allora. Sarò tuo, per sempre.» Mall si gettò sopra di lei. Sarn sentì tutto il suo peso sulle ossa. Ma più di quello sentì il peso di miliardi di anni sopra il suo cuore trafitto.

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Guest Rerien

Topic super interessante e voi scrivete delle cose veramente belle!

Posso avanzare una proposta? Anche da considerare per tempi futuri se vi va :)

 

Premessa, altrimenti non capite cosa e perchè :ehmmm: : a settembre io e mio marito abbiamo aperto uno studio di tatuaggi tutto nostro (lui fa il tatuatore da più di 10 anni) così la zona "reception" è stata messa completamente nelle mie mani per quanto riguarda la gestione; oltre alle mostre temporanee gratuite per incentivare anche persone della nostra città, tempo fa comprammo una macchina da scrivere ad un mercatino dell'usato, così mi è venuta l'idea di lanciare un esperimento... l'ho chiamato ESCC, ovvero Esperimento di Scrittura Creativa Collettiva, ho messo la macchina da scrivere su un tavolino e scritto l'incipit di una storia, chiunque venga nel nostro negozio e abbia voglia di aggiungere un pezzo è libero di farlo. Potrebbe essere un'idea da applicare anche qui nel forum? Io vedo che le persone si divertono ed il racconto che ne sta uscendo è divertente e delirante :stralol:

 

Nel frattempo continuo a leggere i vostri scritti, chissà torni anche a me l'ispirazione di scrivere come quando giocavo di ruolo e scrivevo in forma di racconto tutte le vicende dei miei personaggi :wub:

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Posso avanzare una proposta? Anche da considerare per tempi futuri se vi va :)

 

Premessa, altrimenti non capite cosa e perchè :ehmmm: : a settembre io e mio marito abbiamo aperto uno studio di tatuaggi tutto nostro (lui fa il tatuatore da più di 10 anni) così la zona "reception" è stata messa completamente nelle mie mani per quanto riguarda la gestione; oltre alle mostre temporanee gratuite per incentivare anche persone della nostra città, tempo fa comprammo una macchina da scrivere ad un mercatino dell'usato, così mi è venuta l'idea di lanciare un esperimento... l'ho chiamato ESCC, ovvero Esperimento di Scrittura Creativa Collettiva, ho messo la macchina da scrivere su un tavolino e scritto l'incipit di una storia, chiunque venga nel nostro negozio e abbia voglia di aggiungere un pezzo è libero di farlo. Potrebbe essere un'idea da applicare anche qui nel forum? Io vedo che le persone si divertono ed il racconto che ne sta uscendo è divertente e delirante :stralol:

 

 

Fischia! Superinteressantissimooo :sbav:

Secondo me sarebbe un'ideona, magari si potrebbe aprire una discussione apposita.

Sarebbe bello lasciare questa per opere individuali, così non si fa confusione...

 

Comunque, approvato!

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Guest Rerien

 

Posso avanzare una proposta? Anche da considerare per tempi futuri se vi va :)

 

Premessa, altrimenti non capite cosa e perchè :ehmmm: : a settembre io e mio marito abbiamo aperto uno studio di tatuaggi tutto nostro (lui fa il tatuatore da più di 10 anni) così la zona "reception" è stata messa completamente nelle mie mani per quanto riguarda la gestione; oltre alle mostre temporanee gratuite per incentivare anche persone della nostra città, tempo fa comprammo una macchina da scrivere ad un mercatino dell'usato, così mi è venuta l'idea di lanciare un esperimento... l'ho chiamato ESCC, ovvero Esperimento di Scrittura Creativa Collettiva, ho messo la macchina da scrivere su un tavolino e scritto l'incipit di una storia, chiunque venga nel nostro negozio e abbia voglia di aggiungere un pezzo è libero di farlo. Potrebbe essere un'idea da applicare anche qui nel forum? Io vedo che le persone si divertono ed il racconto che ne sta uscendo è divertente e delirante :stralol:

 

 

Fischia! Superinteressantissimooo :sbav:

Secondo me sarebbe un'ideona, magari si potrebbe aprire una discussione apposita.

Sarebbe bello lasciare questa per opere individuali, così non si fa confusione...

 

Comunque, approvato!

 

 

Concordo! Così non si farebbe confusione e non si toglierebbe ovviamente la possibilità di condividere scritti personali :)

Grazie per l'appoggio!! :glare:

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Accidenti, quanti scritti! Manco solo io, in pratica? :D

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Siedimi accanto.

Non temo piu'il silenzio

che ombre lascia diafane

in un'aria che non respiro.

C'è qui uno scalino spezzato

che ti attende.

Non frugare nell'attimo svanito

per non pensare di aver perso

questo gioco che

tra te e me

di giorno in giorno

si fa di mare.

A volta l'attesa regala

nuovi occhi più chiari

per conoscere negli altri il volto,

né tu saprai domani

come tu l'abbia avuto.

Siedimi accanto.

C'è un cortile

sinuoso di erba e vento

che ci attende.

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Si Eddard manchi ANCHE te!

 

Scrivi, devi farlo per forza :D

 

 

Seija... no guarda... scrivi qualcosa di banale ogni tanto però :)

(da solo "lo scalino spezzato", è già tanta roba)

ma che lo dico a fare... brava! Fai proprio viaggiare.

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Guest Rerien

Ragazzi, l'ho cercata solo per voi...questa è proprio una perla  :unsure:  :unsure:  :unsure:

 

Questo è il background che ho scritto a 17 anni per il mio personaggio da giocare a Neverwinter nights online, ve lo posto così come lo avevo scritto, mamma mia quanti ricordi! Per me questa pg ha rappresentato tante ore felici di gioco con persone meravigliose, tante amicizie strette...sembrerà una sciocchezza, ma con questo condivido con voi un pezzetto di me <_<

Buona lettura e abbiate pietà della me 17enne, all'epoca il gdr online era praticamente tutto il mio mondo :unsure:

 

Era una notte di luna piena, il bosco che circonda la città di Doriath dormiva un sonno tranquillo, coperto da un manto di candide stelle, i raggi della luna illuminavano d’argento le chiome degli alberi e facevano brillare le tranquille acque del piccolo fiume che pareva anch’egli sognare. Raralia era proprio lì dove il bosco lasciava un ampio spazio di respiro dalla riva del fiume, li dove crescono i fiori più belli che la primavera possa donare; la giovane elfa era il più bello di quei candidi fiori, i lunghi capelli blu cobalto venivano mossi dal vento come dolci onde, lo sguardo rivolto alla luna che lei tanto amava, che le faceva brillare gli occhi come due candide stelle. La splendida elfa intonava soavi canti dedicati a quella pallida ed argentea luna che la osservava dall’alto insieme alle stelle del firmamento. Elendor, giovane ed intraprendente capitano delle guardie elfiche, montava il suo turno di guardia lungo il sentiero che costeggia le rive del fiume: i lunghi capelli dorati raccolti in un fermaglio di incredibile bellezza e fattura, ricadevano sulle frecce che teneva in spalle come raggi di sole, gli occhi verdi come un primaverile prato scrutavano nell’oscurità, il finissimo udito ascoltava il sonno del bosco; fu proprio in quel momento che udì l’incantevole canto di Dama Raralia, un canto che narrava l’impossibile amore tra il sole e la luna, destinati per sempre a rincorrersi nel firmamento ma mai ad incontrarsi. Fu così che si ritrovò inconsciamente a deviare dal consueto sentiero per seguire quella soave voce; trasportato da quella dolcissima melodia si ritrovò ai piedi di un’enorme quercia ad osservare la fanciulla: mai i suoi occhi si erano posati su di una tale bellezza, così pura e bella, dolce ed incantevole. Fu così che decise di avanzare verso di lei, dunque fece tre passi verso quella splendida creatura, ma ella non si accorse di nulla tanto erano agili e silenziosi i piedi di Elendor sul manto erboso. Il prato pareva un cielo puntato di fiori gialli di Eleanor, e lei era il fiore più bello, così dolcemente le disse:”Lotheg!”(che in Sindarin vuol dire piccolo fiore). Raralia interruppe il suo canto e lentamente si voltò ed incontrò lo sguardo del giovane elfo che le sorrise lievemente imbarazzato, ma poi continuò dicendo:” Salve mia dolce Dama, mi scuso per aver interrotto il vostro splendido canto, ma ho seguito la soave voce che udii lungo il mio cammino ed essa mi ha condotto qui da voi.” Sorridendo ora più serenamente s’inchinò dicendo:” Il mio nome è Elendor Di’ Makiir, capitano delle guardie elfiche del bosco Meliloth, onorato di fare la vostra conoscenza oh incantevole Lotheg!”. La giovane elfa sorrise e guardandolo con i suoi occhi profondo come il fiume che brillavano ai raggi di luna, si alzò e si inchinò a sua volta dicendo:” Piacere di conoscervi nobile capitano, il mio nome è Raralia Dalia Niphrendil giovane maga evocatrice. Mi sono state narrate le vostre gesta ed esse rendono onore agli elfi di Doriath!”. Poi sorrise. Proprio in quella magica notte sbocciò l’amore tra i due giovani elfi, tra canti e poesie sbocciò come un meraviglioso giglio a primavera.
 
Poco tempo dopo Dama Raralia e Messer Elendor diedero una meravigliosa festa per tutti gli elfi e le creature del bosco, per festeggiare la loro unione; tutti gli invitati erano giunti da ogni parte del bosco per confluire nella nuova dimora della giovane coppia, che era sorta proprio nel luogo del loro primo incontro. Nel grande flat gli invitati avevano preso posto poi, come tradizione voleva entrarono i genitori degli sposi: i genitori di Raralia entrarono per primi, Dama Dalia Anarane Anàrion accompagnata da Messer Erestor Niphrendil; poi entrarono i genitori di Elendor, Dama Sairalinde Marane Isilrà accompagnata da Messer Maedrhos Di Makiir; dunque l’elfa barda intonò un dolce canto e gli sposi entrarono: entrambi erano di incantevole bellezza, Raralia indossava la veste da sposa della madre, di color bianco e azzurro ricamato d’argento, tanto bello che pareva un cielo estivo, mentre Elendor indossava una pregiata veste da capitano delle guardie elfiche confezionato appositamente per l’occasione.. Entrò dunque il vecchio e saggio Valor Vardamir, e donò ai giovani sposi gli anelli che avrebbero testimoniato per sempre l’amore della nascente coppia, da lui stesso forgiati come per ogni matrimonio del bosco Meliloth: in ogni anello era incastonata una preziosa gemma del fiume che faceva da pistillo ad un dorato eleanor che brillava di polvere di fate. Fu proprio in quella notte di solstizio d’estate che Raralia e Elendor si giurarono amore eterno.
 
Dall’immenso e dolce amore dei due nacque la gemma più bella, la primogenita della loro nuova famiglia; la piccola nacque una notte di luna piena della primavera successiva, quando il primo raggio di luna illuminò la loro dimora. Quella notte tutti gli amici e parenti della coppia attendevano la nascita della piccola, così la mattina successiva si recarono tutti a casa Di Makiir, portando splendidi doni, trovarono ad aspettarli Elendor e Raralia che teneva tra le braccia la piccola; quando tutti si furono accomodati nel grande flat Elendor abbracciò la compagna e disse:”Amici e parenti, in questo incantato luogo dove sbocciò l’amore tra me e Dama Raralia, oggi sboccia una nuova vita; gioite con noi perché questa notte nasce la stella più bella del firmamento, nasce la piccola Rerien Raralia Di Makiir!”. Da quel giorno una nuova stella brillò tra l’elfico popolo, ma forse nessuno sapeva che quella piccola stella avrebbe, un giorno, fatto grandi cose.
 
Gli anni passavano sereni e fin dai primi anni di vita la piccola Rerien manifestò le doti magiche ereditate dalla madre, ed insieme a lei studiava molti libri a riguardo, provava ed imparava molto velocemente. Invece Elendor le insegnava a diventare una brava arciera, spesso Rerien accompagnava il padre durante i turni di guardia per esercitarsi assieme a lui. Ella cresceva diventando sempre più bella, come tutte le giovani elfe della famiglia Niphrendil, e in tutto il bosco era conosciuta per sua particolare bontà.
 
Un giorno la giovane decise di partire dallacittà di Doriath, per esplorare le altre terre circostanti la città natale da cui non era mai uscita..il suo più grande sogno era di poter studiare in una scuola di magia, e far parte successivamente di una congrega o gilda di maghi dal cuore e dall'animo buono che usassero la magia bianca per difendere tutte le creature in difficoltà. I genitori approvarono subito la sua partenza, perchè non desideravano altro che la felicità della loro bambina, e non gli importava dove sarebbe andata per realizzarlo; così sua madre la baciò e guardandola come solo lei sapeva fare le disse:"L'amore vince su tutto piccola mia, trova l'amore nella tua vita e alla fine potrai dire di aver vissuto una vita davvero Felice...dona amore mia piccola Rerien e sopratutto....insegna ad amare a chi ha il cuore duro come la pietra e freddo come il ghiaccio...ci conto bambina mia" ...così dopo aver detto addio ai genitori partì alla volta di sconosciute terre...ora il destino si compierà sulla giovane Rerien Di Makiir..

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E gli occhi poi confondono

a chi ha già lasciato il posto

sullo scalino che la notte attende

quiete visioni di mare.

Poi ritornano le onde

ad impigliarsi nel tempo,

per quell'attimo che s'infrange

il cielo si confonde

e sembra dire che è troppo tardi.

Dove vai pensiero mascherato

di vento,

dove ancora lasci gli altri

ad aspettare risposte

mute

finché la stagione non avrà placato

l'ultimo abbraccio che hai perso.

Invitami al gioco

quando l'anima avrà già

il silenzio.

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Di qualche tempo fa, ma che sento sempre appartenermi molto.

 

Gocce di follia.

 

 

Vi entusiasmerò con mille gocce di follia,

prese da istanti soffocati d'insana armonia,

dove trasformo essenza,

dove ogni battito si nutre a immagini dipinte d'anima,

ma non chiedete di più,

per ogni lacrima discesa in fantasie d'oscurità,

pagherò,

che se un vecchio cuore porta estratte solo ali infette d'immortali sogni,

a non poter capire,

che ad ognuno infranto, nasce melodia modellata d'inferno,

dove scendo per essere a ragione di esistenza,

e trascino forme di putrida speranza,

fino a trovare un Dio,

che tutti quelli in cui ho creduto,

ne stringo in petto solo immagini riflesse da lucente falsità,

che se a volare fino ai limiti del cielo, il cielo finirà.

 

Vi entusiasmerò della mia stanca verità,

frammenti catturati da ogni nuova identità,

dove nascondo pugni chiusi,

dove ho seppellito la mia vera maschera,

lasciatemi cadere ancora,

in fondo a ciò che non esiste, forse sarà,

forse stelle colorate d'acqua piangeranno per me,

che riconosco solo riflessi,

e vivo come Dio.

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Un sorriso all’aurora

 

 

Raoul Follereau si trovava in un lebbrosario in un’isola del Pacifico. Un incubo di orrore. Solo cadaveri ambulanti, disperazione, rabbia piaghe e mutilazioni orrende.

Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un anziano malato conservava occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti. Soffriva nel corpo, come i suoi infelici compagni, ma dimostrava attaccamento alla vita, non disperazione, e dolcezza nel trattare gli altri.

Incuriosito da quel vero miracolo di vita, nell’inferno del lebbrosario, Follereau volle cercarne la spiegazione: che cosa mai poteva dare tanta forza di vivere a quel vecchio così colpito dal male?

Lo pedinò, discretamente. Scoprì che, immancabilmente, allo spuntar dell’alba, il vecchietto si trascinava al recinto che circondava il lebbrosario, e raggiungeva un posto ben preciso.

Si metteva a sedere e aspettava.

Non era il sorgere del sole che aspettava. Né lo spettacolo dell’aurora del Pacifico.

Aspettava fino a quando, dall’altra parte del recinto, spuntava una donna, anziana anche lei, con il volto coperto di rughe finissime, gli occhi pieni di dolcezza.

La donna non parlava. Lanciava solo un messaggio silenzioso e discreto: un sorriso.

Il muto colloquio durava pochi istanti, poi il vecchietto si rialzava e trotterellava verso le baracche. Tutte le mattine. Una specie di comunione quotidiana. Il lebbroso, alimentato e fortificato da quel sorriso, poteva sopportare una nuova giornata e resistere fino al nuovo appuntamento con il sorriso di quel volto femminile.

Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso disse: «È mia moglie!».

E dopo un attimo di silenzio: «Prima che venissi qui, mi ha curato in segreto, con tutto ciò che riusciva a trovare. Uno stregone le aveva dato una pomata. Lei tutti i giorni me ne spalmava la faccia, salvo una piccola parte, sufficiente per apporvi le sue labbra per un bacio … Ma tutto è stato inutile. Allora mi hanno preso, mi hanno portato qui. Ma lei mi ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo, solo da lei so che sono ancora vivo, solo per lei mi piace ancora vivere.»

 

Certamente qualcuno ti ha sorriso stamattina, anche se tu non te ne sei accorto. Certamente qualcuno aspetta il tuo sorriso oggi.

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Sono frammenti rotti d'emozione a comporre il mosaico distorto della nostra esistenza.

Sia quelli raccolti, sia quelli lasciati per terra.

Nessuno di loro è senza importanza, persino quelli come briciole finite nella polvere.

Anzi, quelli sono i più importanti.

Perché perduti per sempre.

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Sulla luna

che pallida

protende

le sue dita

sottili

fino alle nostre

regioni

infinite,

sulla tiepida

fronte

del fiume

che oggi

ci separa

nelle sue spirali

di lamponi

e rose

di maggio,

sul dolce

suo canto

che la passione

culla

nel silenzio

ancor

bambino,

sui pleniluni

che il volto

tuo

accarezzano,

sull'acqua

so vivere

a casa.

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