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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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questo è quello che ritengo il prologo della mia saga. Buona lettura!

 

<<Ma dove sono?>>
Qembris si sentiva confuso e spaesato. Guardarsi intorno non servì a niente: ogni cosa in quel luogo era per lui totalmente ignota. La torcia che teneva in mano era l'unica fonte di luce. Cercò di capire dove si trovava.
<<Sembra una galleria. Sicuramente sono sottoterra.>>
Continuava a parlare ad alta voce, convinto che nessuno potesse sentirlo.
Credeva di essere completamente solo. Invece, udì quelli che sembravano i passi di alcuni uomini. Il rumore si faceva sempre più alto, finché Qembris vide arrivare, correndo e con delle torce, il suo capitano, seguito da Gnoho, da uomini sconosciuti e da una ragazza. La bellezza di quest'ultima lo fece sorridere.
Il capitano si mise a rimproverarlo senza fermare la sua corsa: <<Che fai? La statua? Avanti! Corri!>>
Uno degli uomini esclamò: <<Coraggio! Ci siamo quasi!>>
Non chiese a nessuno dove si stavano dirigendo così di fretta. Cominciò anche lui a correre velocemente e in un attimo si trovò davanti solo Gnoho, che aveva un passo incredibile.
Quella galleria sembrava lunghissima. Qembris si accorse di correre così veloce da lasciare sempre più indietro il resto del gruppo. Girò più volte la testa, ma dei suoi compagni ormai non c'era traccia. Erano troppo rapidi loro due.
Si rivolse al suo compagno di avventure per mare: <<Gnoho! Mi senti? Dovremmo aspettare gli altri! Sei d'accordo?>>
Nessuna risposta.
Si girò ancora una volta per controllare se qualcuno, allungando il passo, li stesse raggiungendo.
Quando tornò a guardare davanti, si accorse che il marinaio era totalmente immobile. Non fece in tempo ad arrestare la sua corsa e lo scontro fu praticamente inevitabile.
Urtò con una certa violenza, dovuta alla velocità, il suo amico, che, tuttavia, non fece una piega. Egli, al contrario, sentì del dolore.
<<Accidenti, ma di che sei fatto?>>
Aveva ancora gli occhi rivolti a terra. Quando li alzò, capi perché il compagno era rimasto come paralizzato.
Quello che si trovò davanti era uno spettacolo incredibile. Non credette ai propri occhi.
Ma il godimento per quella vista fu molto breve. Udì una voce urlare "guai a voi!" e, girandosi, notò che Gnoho perdeva molto sangue: qualcuno gli aveva tirato un coltello.
Si guardò attorno e notò alcuni uomini. Molto probabilmente o erano arrivati prima di loro o erano giunti attraverso un'altra via, un'altra galleria.
Uno di loro prese un altro coltello e lo lanciò contro di lui. Qembris, invece di tentare di evitare la lama, chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, si trovava in un ambiente familiare: la branda della cara vecchia nave.
"Solo un sogno." pensò.
Qualche istante dopo sentì la voce del capitano: <<Avanti, poltroni! Giù da queste brande!>>
"O forse è qualcosa di più."

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Questa è abbastanza particolare. Si chiama "silenzio"

 

Silenzio

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Tutto è rifugio

prima che il soffio sia

appena fuoco

non siamo ancora eppure

la tua premura

come il girasole

fa di cenere il bacio

la corolla.

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Cadi,

e rimani afferrato alla polvere a terra,

senza alzare pretese le braccia a sostegno

ne la vista a rivolgere il cielo, lontano.

Poni il tuo stare, nuovo partire

tra creature di carte buttate

pezzi di cose finite o lasciate

dove restano impronte percorse,

abbandonate.

Guarda il mondo del chi non ha ali

e rinuncia anche al solo pensiero del sogno a venire

perché stanco di tender catene a spezzare

niente altro che ossa al dolore a sentire.

Questo è il tuo posto e respiro

sono tante le cose da fare

prospettive di nuovo scoprire

che l'inferno, ai ricordi a svanire rimane.

Tra rituali incoscienti di giorni per testimoniare

tra quei posti occupati a nessuna importanza a seguire

dove strade non leggono nomi

e ne ombre ne luci ne cambiano il senso.

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Com'è

sfumato

l'orizzonte

ove il suo

animo

sa dirmi

addio,

ed il tempo non risponde

a chi l'aria

tersa

dei giacinti

chiede adesso.

È il suo

vivere

sommesso,

adagiato

come vecchio

animale stanco

ed inerme

a toccar

il cielo.

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Ridete di chi,

alla vita ha già dato lettura di favola senza morale,

ridete di chi,

al silenzio di vuote ragioni, è riuscito a rispondere senza perché

ridete di chi,

ai più alti ideali possibili, ha lasciato il mondo a lottare per se,

ridete di chi,

ai potenti che regnano i popoli, nasconde il dubbio.

 

Ridete di chi,

al peccato ha rinchiuso ogni senso, che sia di essere o di esistere,

ridete di chi,

alla morte ha sorriso chiedendo di vivere dentro,

ridete di chi,

ha creduto all’amore, per sempre ha dato ragione di credere,

ridete di chi,

agli dei che sovrastano i cieli ha finito di chiedere.

E ridete di chi,

nasconde per se, l’ultima lacrima,

ma ridete di chi,

ogni cosa che sente o che prova, rimane con se.

Ridete di chi,

sia che canta o che suoni, ricerca soltanto una chiave per continuare,

ridete di chi,

no, non crede a quel che si vede, perché altro, sicuro, da vedere c’è,

ridete di chi,

ha sognato di avere le ali, per fuggire via da questa verità,

ridete di chi,

per tutti quanti i sogni avuti, sognerà ancora.

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Vergine

la sera

al tuo bacio

germoglia di brevi sospiri

arpa

superba viandante

tintinna

la sciarpa del sole

dissolve

in piccole scintille nella notte.

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Il metro è mezzo libero. Spero apprezziate. :)



Li occhi lor voltaro mezzi chïusi

ver' la culla del filio d'Iperione

un'om e un bimbo ancor per son confusi.


In suso mirò e l'anda sua tese

sì che parea che l'astro più caro

tanger volesse, mä infin s'arrese


Quel tristo omo, piagnendo, e in sé cruccïossi:

"Malo Fato, più non lùcon i soli

miei, che or celati sono e freddi ossi.


Perso e disprato, naviante sen' faro

mi sento già io e 'torno ogne cosa

è un sido muto, oh Destino amaro!"


Finì el il sermon sì doloroso.

Come il bronzo lucente e il bïanco marmo

da mano ingeniosa, stette pensoso.


Muto spirava Zefro e geldo

assai, comë il palmo sì amato

'venne, pria in vita liscio e caldo.


Le verdi torri alate e i bassi tetti

mirò e i muti occhi ancor innocenti,

dell'afflitto padre già ultimi affetti.


Lo stesso fecer e un ingenuo riso

nacque, solo in quel tristo buio mondo

del patre suo sì scuro nel viso.


Il figlio del Sole guardò, sola sua

speme di trovar fior di gioia,

l'uomo buio e ritornò in casa sua.

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Ti diranno cose che ti faranno male.

E ti arriveranno addosso, seppure non le sentirai appartenerti,

penetreranno il sangue, a farsi strada fino al cuore,

strisciando come insinuazioni senza fondo.

Ti faranno male, nonostante continuerai a ripeterti il contrario.

Avranno il marchio del giudizio di chi guarda il mondo,

con niente altro che i propri occhi, chiusi dalle proprie certezze.

E apparterrai, a questa o quell'altra categoria di caduti, di perduti,

di sbagliati.

Quando poi sarà anche solo uno pronunciato da chi nel cuore hai lasciato far entrare, allora avrai persino perso.

E no, non basterà rassegnarsi.

Nemmeno urlare le tue ragioni.

Aprirai gli occhi al pianto, e forse,

continuerai a camminare con le stesse gambe che avevi.

Con una certezza perduta, ed un nuovo nero pensiero conquistato.

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Se non ti avessi incontrata, adesso sarei

lacrime per chi mi avrebbe ancora ricordato,

polvere d'eco nei suoni del vivere giorno per giorno,

forse un pensiero o un rimpianto lontano

a chi ogni tanto un sorriso ho strappato.

Che di mani a cui affidi il cuore, tra tante,

difficile è trovare quelle che,

stringendolo anche fino a far male,

faranno ogni cosa per non farlo cadere,

sorridendo gioia allo stesso ritmo del battito in petto.

Io ti ho trovata, tra occhi a giudizio marchiati

e catene al pensiero che osserva soltanto il peccato.

Dovunque vorremo finire di andare,

io sarò lì,

con tutto e ogni cosa che sono.

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Non tacero'il silenzio,

non scriverò, questa notte.

Da troppo tempo manca questo posto,

ciglio scolorito del mio giardino,

non ho più l'unico

scalino del mattino.

Ho vagato per quei tuoi occhi quieti

ma ogni volta, ancora, domani,

il sipario toglieva l'estremo ricordo

per l'addio più effimero.

Vesti lievemente distese

dell'oscura inquietitudine notturna

legan di stella in stella

il sentiero che abbiam perduto.

Partiremo.

Ci lasceremo accanto

stracci di fiori appassiti

che si gettano dalle nostre parole

nel mare più salato,

dolce abbraccio,

lieve appiglio a quella fiera nave.

Ma tu lasciala andare,

la mia unica notte,

le sue vele baciate dal vento

raccontan lente il mio sapore.

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Salve a tutti! Scopro solo ora che siete in molti a scrivere poesie e racconti; in fremente attesa dell'apertura di un nuovo Contest di Scrittura Creativa ho deciso quindi di pubblicare per la prima volta un mio racconto e sarei curioso di sapere che ne pensate di questo mio breve scritto. Saluti dal Lupo di Angband!! :D


1. La Bussola di Chauchat


Aprì gli occhi e il vento pungente sferzò il suo viso con violenza. Appena sopra la linea dell'orizzonte una pennellata di ocra aveva tinto il cielo e la luce stanca andava a tuffarsi negli abissi di quel mare nero.

"Il Sole sta tramontando o è l'alba di un nuovo giorno?" Spostando lo sguardo dalla parte opposta vide le creste delle montagne cariche di neve confondersi con una tonalità intensa di indaco che verso l'alto veniva inghiottita dal nero più cupo. L'uomo si trovava sulla punta più estrema di una lingua di roccia dove la neve era presente a tratti, lunga occhio e croce mezzo miglio; la piccola penisola poi curvava dolcemente verso le montagne formando una baia, e su un costone di roccia perfettamente liscio poteva scorgere da lontano quello che poteva essere uno sparuto gruppetto di foche.
Dopo questi primi attimi di spaesamento, subito si affacciarono con prepotenza delle domande nella mente dell'uomo: "Dove sono? Come sono finito su questo deserto di basalto, neve e acqua?" E soprattutto "Chi sono!?"
Una paura terribile si impadronì dell'uomo, ma non riuscì a sopraffarlo del tutto e dopo qualche istante la ragione tornò a prendere il controllo di quel corpo intirizzito in balia del vento. Innanzitutto si accorse che ciò che non riusciva a ricordare riguardava solamente se stesso; d'altro canto era riuscito però a classificare quei pinnipedi come foche e aveva subito scorto nel firmamento quel disegno composto di cinque stelle che la sua memoria riconobbe come Croce del Sud.
I suoi occhi nel frattempo si posarono su un consumato sacco di juta chiuso da due giri di spago adagiato ai suoi piedi. Decise che dentro quella borsa avrebbe trovato risposta ad alcune almeno delle sue domande e in meno di dieci secondi le sue mani, seppure coperte da ingombranti guanti di pelo d'orso, liberarono il sacco e si tuffarono nel suo contenuto: emersero prima tre scatolette di carne salata e un pacchetto di fiammiferi ormai quasi completamente scolorito. Ne erano rimasti una trentina. Mano a mano tirò fuori altri oggetti: una lampada a olio che una volta scossa si rivelò piena quasi per metà; un cucchiaio di legno, un coltellaccio alloggiato in un fodero di cuoio, un maglione rosso di lana con un grosso strappo sul davanti all'altezza del pettorale destro, un sacco a pelo sgualcito imbottito di lana anch'esso, una matita. Tutta roba che lo avrebbe aiutato a sopravvivere in quella landa desolata per due giorni o tre al massimo.
Contava di trovare in quella borsa almeno una mappa geografica e aveva desiderato con tutto il cuore di imbattersi nella copertina consunta di un diario che gli rivelasse almeno parte del suo passato. La realtà gli aveva crudelmente ricordato, se anche di questo si fosse dimenticato, che le speranze degli uomini il più delle volte erano fatte per essere fatte a brandelli dal corso degli eventi.
Alzò di nuovo gli occhi al cielo e un paio di strattoni di vento gelido gli imposero di abbassare la testa e di coprirsi con un braccio il viso che la sua cuffia non riusciva a tenere al riparo. La corrente d'aria, placatasi per qualche istante, gli permise di notare che la luce, dapprima fioca, stava per scomparire del tutto e ormai sull'orizzonte marino si poteva intuire solo qualche sfumatura rosso-violacea.
"Così è il tramonto. Sarà meglio trovare un posto meno esposto dove passare questa lunga notte. Forse la mia ultima notte...".
Si caricò sulle spalle il sacco di juta e cominciò a camminare sulla lingua di terra in direzione delle sagome ancora visibili delle montagne; lì avrebbe forse trovato un riparo di fortuna in qualche anfratto naturale.
Un passo dopo l'altro, spinto all'indietro dal vento pungente che lo rendeva incapace persino di rimuginare sull'incredibile situazione in cui l'uomo si era trovato suo malgrado, era giunto a fatica vicino al costone di roccia, ora deserto, dove dapprima aveva visto le foche. Lì il pendio iniziava a salire meno bruscamente verso l'alto e nella penombra intravide una concavità fra due rocce che sembrava essere in grado di ospitare un giaciglio improvvisato. Iniziò la scalata tra sassi e neve e prima che tutt'intorno a sé diventasse tenebra era sdraiato nel suo rifugio.
Era una notte senza luna ma il cielo stellato pulsava e mandava barbagli. Intorno a lui solo l'assordante tuonare del mare.
Aveva scansato e ammonticchiato da una parte, con gli scarponi che aveva i piedi, la neve trovata ai piedi degli speroni di pietra e se ne stava supino in mezzo a quel rifugio naturale dove il vento riusciva a penetrare con minor forza. Accanto alla propria testa la lampada a olio emanava una luce debolissima, ma all'uomo quella fiammella riscaldava il cuore e rinvigoriva le sue speranze di salvezza.
Non riusciva però a capacitarsi del fatto che non riuscisse a ricordare niente del suo passato. All'inizio pensò a una perdita di memoria momentanea dovuta magari agli stenti del viaggio che probabilmente aveva dovuto affrontare per arrivare in quel luogo dimenticato da Dei e uomini e all'inclemenza degli elementi naturali tutt'attorno.
Così si rifocillò: aprì una scatola di carne salata, la prese con le mani, succhiò, morse e deglutì. La carne era dura da staccare e molto salata, tanto che dopo quattro o cinque bocconi prese con i guanti un mucchietto di neve dal monticello che aveva formato prima di stendersi e alleviò l'aridità della bocca e delle labbra. Continuò il pasto e terminò il tutto con un altro pugno di neve.
I suoi ricordi non riaffiorarono neanche dopo la cena e l'amarezza andava sostituendosi alle iniziali speranze di salvezza.
"Mi rimangono due scatolette di carne, una ventina di fiammiferi e questa lampada. Altri due giorni in questo posto infame e diventerò la cena di foche e gabbiani".
Stava per spegnere la fiammella della lampada per cercare di riposare e per conservare un po' di quell'olio prezioso, quando sentì il contatto di un oggetto all'interno dei suoi pantaloni. Sbucò fuori dal suo sacco a pelo incurante del gelo e si accorse per la prima volta, alla luce della lampada, che i suoi pantaloni avevano due tasche. La sinistra era vuota e pure bucata; nella destra sentì il profilo di un oggetto tondo largo il palmo di una mano. Si sfilò con riluttanza un guanto per poter estrarre più facilmente l'oggetto e al tatto capì che doveva essere qualcosa di speciale.
L'oggetto era metallico ma al tocco sentì un calore intenso e anormale, soprattutto a quelle temperature. Lo tirò fuori: era una bussola! La avvicinò alla lampada a olio per osservarla meglio: la cassa era di un metallo scuro che non sapeva identificare con precisione ma che assomigliava al piombo. Anche il peso poteva avvicinarsi a quello del piombo. All'interno del quadrante però la bussola appariva strana. Non era divisa nei classici punti cardinali. Più precisamente, non era divisa affatto! Sul piatto del quadrante, dello stesso metallo della cassa, vi erano delle incisioni che al primo impatto l'uomo giudicò scarabocchi, ma che a ben vedere rappresentavano indeterminate figure sovrapposte. L'uomo girò più volte l'aggeggio per capire quale fosse la posizione normale della bussola; ci riuscì solo dopo qualche tentativo quando finalmente riconobbe un piede, una corona e un fiore, uniche figure comprensibili perché poste sulla parte più esterna del quadrante (dove si intersecavano meno linee), poste rispettivamente in basso a sinistra (dove si sarebbe dovuto trovare il SudSudOvest), in alto e sulla destra. Alla luce della lampada non potevano passare inosservati i riflessi di piccolissimi rubini e smeraldi sparpagliati per il quadrante.
Sotto al vetro l'ago argenteo puntava sicuro e fermo al di là delle montagne ma certamente non puntava il Nord: triangolando la posizione della Croce del Sud con il punto in cui il Sole era tramontato, la bussola indicava pressapoco l'Est.
L'uomo girò la bussola ed ecco un'ulteriore sorpresa: altre incisioni, stavolta nitide e scritte in un francese un po' oscuro:
Per Sapere occorre Dimenticare.
Per Dimenticare è necessario Sacrificare.
Per Sacrificare bisogna Credere.
Segui l'Ago e perditi.
L. Chauchat
Ecco qualche informazione che poteva risultare utile per capire chi era. Si prese del tempo per decifrare quella sciarada ma alla fine si soffermò più che altro su quello che con tutta probabilità doveva essere un nome: quindi era lui L. Chauchat? "O forse potrei aver rubato questa bussola al legittimo proprietario. Per quel che ne so le incisioni potrebbero essere versi di una poesia e quello sotto il nome dell'autore". Le possibilità erano infinite. Per il momento comunque decise che si sarebbe appropriato di quel nome, "L", giusto per sapere come rapportarsi con se stesso!
Segui l'Ago e perditi. Aveva scelta? L'unica opzione sensata, nella sua insensatezza, era credere nel funzionamento di quella bussola apparentemente smagnetizzata e sperare che lo avrebbe portato in qualche modo in salvo. L'altra opzione era comunque quella di vagare casualmente tra quell'ammasso indistinto di roccia e neve in attesa della propria morte per ipotermia, per fame, o a causa di qualche belva che non era del tutto escluso si potesse aggirare da quelle parti. Inoltre tra i tanti oggetti di cui si era scoperto possessore, quello era l'unico che aveva trovato in tasca. Forse perché il più importante; o forse solo perché una bussola era più comodo averla sempre a portata di mano per consultarla.
Posticipò la scelta definitiva sul da farsi alla mattina seguente.
Gli occhi erano pesanti e L faticava a tenerli aperti. Spense il lumicino, si rinchiuse dentro il sacco a pelo e scivolò quasi istantaneamente in un sonno senza sogni.

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L come Lupo? :)

 

Bello!

Ottimo scritto.

 

Per caso (L)ontano parente di quello "F" di un certo pendolo? :D

 

Attendiamo il seguito :)

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