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Lady Monica

Il Fallimento

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Mi ha fatto molta impressione la notizia di ieri sul suicidio della ragazza a Napoli

https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/napoli_studentessa_suicida_esami_laurea-3658635.html

 

Indietro con gli esami, non avrebbe fatto la laurea e il fallimento sarebbe stato davanti agli occhi di tutti. Al di la di quello che poteva passare nella testa di questa povera ragazza, mi chiedo: 

 

Perchè il fallimento è visto in maniera così tremenda? A tutti noi capita prima o poi di fallire in qualche cosa, che sia nel mondo lavorativo o quello personale. Eppure, fallisci e vieni considerato un poveraccio. 

Ricordo che mio padre un tempo mi disse: "Se non hai un lavoro non vali niente." E questo mentre mi facevo il mazzo per trovare un posto anche in fabbrica, ma solo per poter dire di lavorare. E questo non credo sia successo solo a me.

 

Nella società poi, è ancora più pressante: se fallisci poi non hai possibilità di ricominciare. Le banche non ti aiuteranno mai, non sarai mai adatto ad un prestito agevolato di Regioni o enti vari. Insomma, non potrai mai dimostrare che puoi imparare dagli errori. Hai una sola possibilità, se te la bruci, sei finito. 

 

Eppure, come dice il grande Yoda: il più grande maestro il fallimento è.

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Anche a me ha fatto tanta impressione. Povera ragazza...Da un lato non comprendo come sia possibile organizzare “a mente fredda” tutta la festa, con tanto di bomboniere, ristorante e tutti i parenti...Io sarei impazzita prima, non ce l’avrei fatta. 

 

Il fallimento è difficile da gestire, i genitori e tutti quelli che ti circondano hanno alte aspettative su di te, non li vuoi deludere ma allo stesso tempo non riesci a reggere la pressione, e per prendere tempo dici bugie. Nel suo caso sono cresciute sempre più e non è più riuscita a trovare una via di uscita. Sulla prima parte un po’ mi riesco a immedesimare, perché per un periodo anche io mi sono sentita così. Avevo paura che cambiare significasse dichiarare battaglia persa e continuavo a cercare di sbattere la testa contro il muro. Poi ho deciso di affrontare la situazione (e le persone che mi stavano vicine) e di reagire e cambiare rotta, ma non è facile. 

Io sono anche stata fortunata, sono riuscita a reinventarmi e i miei genitori (alla fine) hanno capito. 

 

È brutto sentirsi soli e pensare di non aver nessuno con cui parlare...Anni senza dialogo (dialogo vero) con i genitori o con i fratelli, o il fidanzato...Deve essere terribile. 

 

Un altro problema secondo me è come noi pensiamo che la società veda chi “non ce la fa” o chi ha bisogno di aiuto o di cominciare un percorso con uno psicologo. Non si è matti, capitano a tutti momenti bui, l’importante è accettarli e affrontarli, perché purtroppo certi malesseri non se ne vanno da soli. 

 

Ho scritto di getto, spero sia comprensibile! 

 

 

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Non seguendo la cronaca non conoscevo questa vicenda, ma non é neppure la prima volta che accade. Ed é un peccato: io ho fatto tanta fatica a finire l'universitá, sia per ragioni di salute che per la modesta preparazione matematica che un liceo artistico poteva chiaramente offrire, insufficiente per il livello richiesto alla facoltá di informatica. E durante quel periodo, nonostante filassi liscio negli esami di programmazione, in quelli di matematica arrancavo, e in piú occasioni mi sono sentito un fallito. Ho avuto genitori che mi hanno comunque sempre supportato, e anche se deludevo costantemente me stesso, mai mi hanno fatto sentire che lo stesso valeva per loro.

 

La domanda "come mai non accettiamo il fallimento" é bellissima e sarebbe necessario che ognuno se la ponesse. Io ho deluso spesso me stesso: non saró un "fallito" nel senso comune (ho un lavoro, una casa, una famiglia etc etc), ma ho fallito in molti miei obbiettivi personali. E con difficoltá sono arrivato ad accettare che "il fallimento é parte del processo di apprendimento".

Brutta cosa un mondo che pretende l'infallibilitá, pena perdita di status sociale, di lavoro, di libertá. E se il risultato é ció che conta, allora diventiamo competitivi, né piú né meno di quanto i nostri progenitori lo erano 100 mila anni fa: se falliamo, allora "non siamo degni della societá a cui apparteniamo" e all'interno della quale, in modi diversi, anche oggi lottiamo per la sopravvivenza.

 

É triste pensare che quella ragazza avrebbe potuto trovare una vita altrettanto soddisfacente (forse anche di piú, chi puó dirlo?) se avesse accettato il proprio "fallimento" e avesse provato altre strade.

Per parte mia, sto provando ad educare i miei figli ad accettare il fallimento: dare il massimo, ma essere consapevoli della propria (e altrui) fallibilitá. Soprattutto nella piú grande vedo quell'orgoglio e quella superbia che avevo anche io da piccolo, e spero di aiutarla ad essere piú indulgente, ad accettare che se sbaglia non é la fine del mondo.

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Ciò che veramente sconvolge di più, personalmente, è il fatto che lei pur di non raccontare la verità ai suoi, (probabilmente per la vergogna, il timore di essere giudicata, di vedersi puntare contro un dito accusatore), abbia preferito togliersi la vita.

Ecco, credo che questo sia il primo vero fallimento; non essere in grado di gestire una situazione che, per lei, doveva essere ormai insostenibile; pensateci un'attimo, le bugie che si è costretta a raccontare per chissà quanto tempo! Magari era anche in buona fede, magari pensava di recuperare......e poi sarà giunto il senso di colpa; le spese affrontate dai suoi per i festeggiamenti. quelle ancora precedenti per il mantenimento agli studi, l'arrivo dei parenti e l'amara constatazione che, nonostante tutto, la sua situazione non era cambiata.

Non voglio giudicarla, ma credo che non sarei mai giunta a questa soluzione; mi è capitato di essere in ritardo sulla tabella di marcia degli esami all'uni, di avere un lavoro poco appagante anche a livello remunerativo pur impegnandomi l'intera giornata, e sentirmi rinfacciare dalla famiglia di aver sprecato anni inutili all'università per poi non averla neppure terminata. Però non mi è mai passato per la mente di togliermi la vita.

 

Il problema principale, come già detto da Lady Monica, credo stia nella società moderna; tutta apparenza e poca sostanza, in cui devi per forza dimostrare qualcosa altrimenti sei una nullità, in cui le seconde possibilità sono rare e non a tutti concesse.....tuttavia, credo anche che una minima responsabilità ce l'abbia pure l'ambito familiare; generalizzanto al massimo il discorso, oggi i ragazzini vengono cresciuti con valori diversi da quelli con cui sono cresciuta io.....c'è molta più indulgenza nella loro educazione. Se io prendevo una nota o un brutto voto a scuola, a prescindere da ciò che poteva essere successo davvero, i miei credevano ai maestri/professori; se mi comportavo male, a prescindere dalle mie effettive colpe, i miei genitori mi facevano vedere i sorci verdi.....quando mi hanno bocciata in prima superiore, mio padre mi aveva giurato che mi avrebbe tolto ciò a cui tenevo di più se avessi perso l'anno, e l'ha fatto davvero.

Oggi si tende a giustificare troppo spesso i ragazzi, impedendo loro di imparare quelle piccole lezioni di vita necessare alla formazione del loro carattere e della loro determinazione; ed ecco che ci ritroviamo a piangere una 26enne suicida perché indietro con gli esami.

Tutto ciò è molto molto triste.

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38 minutes fa, Darklady dice:

Non voglio giudicarla, ma credo che non sarei mai giunta a questa soluzione; mi è capitato di essere in ritardo sulla tabella di marcia degli esami all'uni, di avere un lavoro poco appagante anche a livello remunerativo pur impegnandomi l'intera giornata, e sentirmi rinfacciare dalla famiglia di aver sprecato anni inutili all'università per poi non averla neppure terminata. Però non mi è mai passato per la mente di togliermi la vita.

 

Alle volte é una escalation  di cui sbagliamo a stimare la grandezza. Si parte a mentire sul primo esame andato a male, poi sull'andamento della sessione, poi su questo e su quello. Nella nostra menzogna arriviamo a dover dare l'ultimo esame, i genitori ci chiedono perché non riusciamo a darlo, non troviamo il coraggio di ammettere la veritá e dare cosí una sofferenza enorme. Nel frattempo tutti i parenti sanno che siamo ad un passo dalla fine e iniziano a farci i complimenti etc. Non mi riesce difficile immedesimarmi in lei, anche se fortunatamente ho mentito su tante cose in passato, ma mai sui miei risultati universitari.

 

Cita

Oggi si tende a giustificare troppo spesso i ragazzi, impedendo loro di imparare quelle piccole lezioni di vita necessare alla formazione del loro carattere e della loro determinazione; ed ecco che ci ritroviamo a piangere una 26enne suicida perché indietro con gli esami.

Tutto ciò è molto molto triste.

 

Concordo in pieno. Eppure ricordo benissimo un caso simile a questo ai tempi in cui frequentavo io, e finalmente mi stavo avvicinando alla fine. Mia mamma, dissimulando una punta di preoccupazione, mi chiese se fossi proprio "sicuro" di aver dato gli esami che dicevo di aver dato.

 

Da genitore vedo molte cose in modo diverso: se da ragazzino mi preoccupavo tanto di dare delusioni ai miei genitori, ora capisco che i figli non sono li perché io sia orgoglioso o fiero: se un figlio delude un genitore, salvo casi patologici é il genitore che aveva illegittime aspettative.

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Questa faccenda, mi tocca personalmente sia perché in passato spesso mi sono sentita una fallita anche io per quanto riguarda il percorso universitario, sia perché proprio due anni fa, uno degli amici d'infanzia del mio compagno ha fatto la medesima cosa, gettandosi dal balcone, il giorno della sua presunta laurea. Lui aveva due genitori dolcissimo, che avevano solo lui e l'hanno avuto in tarda età ed era il loro orgoglio, probabilmente lui si è sentito di aver deluso tutte le loro aspettative e non è riuscito ad accettare la cosa, eppure mi chiedo, se solo ne avesse parlato, sarebbe andata diversamente? Io posso solo immaginare cosa si provi, immagino che in questi casi si parta da una piccola bugia, che poi si pensa di poter sistemare, tipo "sì gli dico che ho dato l'esame e invece lo do al prossimo appello", però poi non ci si riesce e le bugie diventano sempre più grosse e si arrivi al punto dove ammetterlo è troppo doloroso e significherebbe anche ammettere a se stessi di aver mentito per anni. Ma perché si arriva a questo? A volte si ha paura di genitori troppo severi, che magari scaricano le loro ambizioni sul figlio e lo caricano di responsabilità che lui neanche vuole, o viceversa si ha paura di deludere genitori troppo buoni, non lo so; ma credo che il punto che accumuna tutte queste situazioni sia appunto la "vergogna" del fallimento. Probabilmente al giorno d'oggi è troppo radicata l'idea che fallire una volta sia sinonimo di essere fallito tutta la vita, ma invece come è stato già detto il fallimento insegna e non c'è niente di male a cadere, per poi rialzarsi e provare una strada diversa, anzi a volte proprio questo può essere una salvezza.

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Interessantissimi i vostri pensieri.

Io ehm ho un problema... Nel senso, sono un po' perfezionista. Quindi quando capita di fallire vado in panico. Non credo sia patologico (spero), però sul serio non riesco molto a gestire i fallimenti, continuo a rimuginarci sopra per tantissimo tempo. Alcuni dicono che sia troppo severa con me stessa e di pensare che in fondo siamo tutti esseri umani.

Vorrei imparare ad essere un po' più indulgente con me stessa... Ma poi si ripresenta il senso di colpa per aver fallito e quindi buonanotte XD

La pressione... Io la sento abbastanza. Probabilmente è paura di deludere gli altri, ma prima ancora me stessa.

Ultimamente sto cercando di seguire la filosofia: fai sempre del tuo meglio, tanto le cose se devono andare storte vanno storte, è inevitabile. Ma se fai del tuo meglio nessuno e prima di tutti te stessa non potrà dirti: eh però hai fallito per cui sei una fallita. Gli altri te lo potrebbero anche dire, certo, tutti sono capaci a parlare, soprattutto chi non è nella tua stessa situazione e non ha le tue responsabilità, ma almeno tu sei in pace con te stesso.

Un po' è difficile però, lasciarsi andare. Lo dico da una che un po' ha paura del fallimento.

Sembrano frasi fatte, però l'importante è sapersi rialzare. Certo a volte è più farcile a dirsi che a farsi...

 

All'università ho avuto anche io i miei alti e bassi, ma ho sempre detto la verità, soprattutto ai miei. Un po' per principio (se già non dico la verità alla mia famiglia buonanotte essere sinceri con gli altri), un po' perché con i miei comunque ho un bel rapporto. Probabilmente alla ragazza (non ho seguito il caso di cronaca...) mancava un dialogo con qualcuno, o meglio una persona sia famigliari, amici o altri con cui poteva sfogarsi senza sentirsi giudicata...

 

Di base, dire la verità ripaga sempre. Poi ci sono casi in cui non si dice la verità per evitare (magari anche agli altri) problemi ulteriori e lì non so se sia corretto o no... Io qualche volta l'ho fatto... Ma mai su i miei risultati universitari...

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Se una persona ha difficoltà con i contenuti di uno o più esami, è uno dei tanti casi di limite personale o lacuna, come quelli che avete testimoniato. Se il problema è circoscritto ad alcune materie ti fai aiutare, magari una volta ti bocciano e vai  avanti. In quel caso il problema è semplice ed il motivo lampante e facilmente comunicabile. Se il problema è proprio il corso intrapreso, dunque tutto il primo e/o secondo semestre è facile ammettere l'errore di scelta e tornare indietro. Può essere che la ragazza abbia avuto alti e bassi e poi siano subentrati problemi e in questo caso non ripeto quanto già avete detto. Ma puta caso fosse partita bene e si sia "arenata" ad un certo punto, cosa fare? Probabilmente stringi i denti e ti incaponisci. E soprattutto quale è il motivo, la ragione di un blocco improvviso? Tu stesso non lo sai, figurati a spiegarlo agli altri, figurati ai tuoi genitori, che ti mantengono, ti appoggiano e hanno aspettative ( dette e fatte pesare, oppure no) su di te. Si fosse trovata in una situazione del genere, oltre a non poter comprendere dinamiche irrazionali della propria mente, non avrebbe potuto porvi rimedio, se non andando da un analista. E l'analista suona male e spaventa, spaventa maggiormente se vieni dalla provincia, ancora di più se del meridione. E i tarli della mente restano là e prosperano.

 

Io invece mi spiego e comprendo le bugie, il circolo vizioso, l'autodistruzione, tutto. Senza aiuto, senza sentirsi a suo agio a comunicarlo ai suoi, con la vergogna di parlarne a chicchessia.

E le bugie hanno svolto più funzioni allo stesso tempo. In primis non ammettere la realtà delle cose, con nessuno e in parte anche con sé stessa. Le bugie le hanno permesso di essere lasciata in pace, ottenere tempo per provare a risolvere da sé il problema. E purtroppo non c'è riuscita. Le bugie non le vedo tanto come un aver abbindolato i suoi per dare un'immagine diversa e più edificante di sé, ma uno stratagemma per fuggire dalla propria situazione, almeno nelle apparenze, almeno nei rapporti con gli altri, che già doveva essere pesante convivere con sé stessa. Un rifiuto della realtà e della sua persona in quel posto e in quel tempo, il cui risultato estremo è stato mantenere l'apparenza fino all'ultimo e rifiutarsi di affrontare la realtà. Evitare. Si parte dall'evitare di dire che si ha un problema e si finisce con l'evitare di doversi svegliare il giorno successivo. Comunicare questi disagi è difficilissimo, penso le sarebbe sembrato più semplice finire gli esami.

Gli esami. Probabilmente non erano gli esami il problema. Erano un sintomo. Probabilmente viveva un qualche disagio personale che si è ripercosso sul suo percorso di studi e che probabilmente si sarà ripercosso anche su altro. Il famoso "fallimento" si può essere concretizzato con un esame, certamente, ma magari derivava da altro.

 

E se il fallimento da ammettere ed accettare fossero stati gli esami, se lo avesse ammesso per poi fare semplicemente altro, non sono così sicuro che la semplice ammissione le avrebbe permesso di vivere bene ed andare oltre. Se il fallimento fosse derivato da altro, lo stesso discorso. 

 

 

Per me non c'entra nulla neanche il discorso dell'educazione. Una ragazza in età universitaria è adulta e libera nel suo percorso. Non le "controlli i compiti". E se precedentemente era comunque libera di fare come voleva tanto meglio, vuol dire che era abituata a navigare in mare aperto senza paletti ad indicarle la strada. 

E secondo me neanche il rapporto coi genitori ci azzecca nulla. Una scelta imposta o eccessiva severità avrebbero prodotto risultati scarsi ma perlomeno la consapevolezza della situazione. Genitori permissivi e fiduciosi, avrebbero fornito fiducia e forse lassismo...è tutto relativo e soprattutto secondario.

 

Come la società vede il fallimento. Secondo me tra come lo vede la società e come lo vede il portatore del fallimento, la società è molto più clemente. 

Come noi viviamo il fallimento: malissimo. Prendete un liceale, che magari ha fatto il suo percorso senza intoppi, magari con tempo libero per fare sport, imparare a suonare, uscire ogni tanto con degli amici, magari un po' di sana libidine, insomma, la situazione ideale, senza un intoppo serio, solo piccoli successi, quasi dati per scontati. Quell'adolescente, che compie il primo passo da adulto, se inciampa al primo passo, subirà un trauma tremendo. Vedersi superato nei tempi dagli amici, vedersi negato un risultato, assaporare l'amaro in bocca, gli faranno malissimo. E ognuno è fatto a modo suo, magari è un momento passeggero, magari diventa un macigno e ne resta segnato. Semplicemente perché non ha l'esperienza e gli strumenti per digerire il tutto. E come con tutti i traumi, son dolori.

La società ti guarda e ti valuta.

In un contesto non meritocratico occorrono raccomandazioni, non gliene frega niente a nessuno della tua storia personale.

In un contesto meritocratico potrà influire, come altri fattori.

Nei rapporti personali lo stesso. Il peggior giudice di noi stessi, siamo proprio noi. Una relazione che finisce dopo averci sputato sopra sangue e sudore, comunque finisca, avrà strascichi duraturi, che si manifesteranno nei momenti che ne riecheggiano le circostanze, o di maggiore vulnerabilità.

L'unico fattore sociale che veramente può influire è la consapevolezza che ad un tuo passo falso qualcuno ne gioirà o ne trarrà vantaggio. Ma pure questo è secondario.

 

Dalle mie parti dicono che  "il capì nun se compra". Ma purtroppo neanche si vende. Il nostro livello di sensibilità, intelligenza e conoscenza sono i veri fattori primari che incidono sul somatizzare un fallimento, secondo me e per quello che ho visto. Proprio perché alla fine della fiera, specie per un ragazzo, sono affari propri quello che si fa e che si ottiene. Alla fine chi ti si para davanti più spesso sei proprio tu allo specchio. E là devi rendere conto. Le menzogne sono più difficili da raccontare a sé stessi.

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Trovo molto interessante leggere i vostri post, credo che ciascuno con la propria storia e la propria sensibilità abbia fornito delle chiavi di lettura interessanti e spesso complementari l'una all'altra.

 

Credo sia anche molto difficile individuare il vero "punto di partenza" di questo fenomeno di disagio, sia a livello di una storia personale, sia affrontando il problema generale. Il problema è a livello personale? Ma chi insegna ad un ragazzino che forgia il suo carattere come gestire il fallimento sono la famiglia e la società. Ma la società e la famiglia sono persone. Uovo o gallina?

 

Ci sono cause psicologiche, sociologiche, persino politiche ed economiche che determinano come l'individuo, e la società nel suo complesso, vedono il fallimento.

Basti pensare al fatto che ad esempio nella cultura anglosassone il fallimento fa curriculum in senso buono, perché l'aspetto positivo dell'essersi messi in gioco viene considerato più rilevante rispetto all'aspetto negativo del non essere riusciti a farcela.

Da noi non è così.

 

Se consideriamo l'aspetto familiare/psicologico, sicuramente il proiettare sui figli i propri obiettivi (cinicamente: i propri fallimenti) è drammatico, partendo dai genitori dei bimbi che giocano a calcio che urlano "spezza le gambe a quell'altro" per arrivare a quei casi patologici di famiglia militarizzata dove è il genitore stesso il primo che ti fa sentire un fallito se manchi un obiettivo anche minimo.

Forse anche il calo delle nascite, e la conseguente crescita di aspettative sui pochi figli che ancora si fanno ha contribuito a questo, non saprei.

Fatto sta che genitori che sono incapaci, o per eccesso di protezione, o per eccesso di severità, di insegnare ai propri figli a gestire il fallimento, pongono le basi per gesti sciagurati come quello descritto in apertura di topic. Poi magari invece il ragazzino ha lo stesso la forza per cavarsela da solo, ma non sempre è così.

 

Il fallimento è un fallimento, la negazione o anche la minimizzazione eccessiva del fallimento trovo sia sbagliata. Se uno perde un anno di scuola, difficilmente lo si può considerare un successo.

Però quello che il genitore dovrebbe fare è aiutare il ragazzo a dare la giusta dimensione al fallimento.

Se uno perde un anno di scuola, sconterà la sua punizione, ovvero la ripetizione dell'anno, ed è giusto che ci sia perché l'assunzione delle responsabilità e l'accettazione delle conseguenze sono parti altrettanto importanti della maturazione. Però sta al genitore fare in modo che il tutto non si riconduca alla vergogna per la marchiatura dell'aver perso un anno di scuola. Che al contrario quell'esperienza possa essere usata prendere atto delle proprie forze e delle proprie debolezze, per rilanciare sé stessi con maggiore consapevolezza di sé.

Anche non saper correre i 100 metri in 10 secondi netti è un fallimento, se uno se lo pone come obiettivo. E magari bisogna accettare il fatto che uno non ce la farà mai a fare quel tempo sui 100 metri. A volte la gestione del fallimento non passa dal rilancio ma dall'accettazione e dal capire che non c'è vergogna nel non raggiungere determinati obiettivi o semplicemente nel non essere il numero uno in qualcosa.

Oppure, infine, può capitare che uno percepisca come fallimento qualcosa che non lo è, e bisogna fargli capire che erano i suoi precedenti obiettivi ad essere tarati su una scala fallace.

 

Ma tutto questo è difficilissimo se un ragazzo non ha una guida che lo prende per mano. Magari, come ho scritto prima, ci riesce lo stesso, ma soprattutto per i fallimenti nell'età della crescita il ruolo della famiglia è vitale, perché è poi la base per imparare a gestire quello che verrà dopo.

 

Quanti casi di cronaca nera si leggono sulla falsariga del "donna uccisa perché l'ex non poteva accettare di essere lasciato?" E al di là di una considerazione distorta del partner come oggetto di proprietà, cosa c'è dietro se non l'incapacità di elaborare un fallimento relazionale? E quanti altri casi di cronaca recitano "faceva violenza psicologica sulla moglie / sui genitori anziani / sui figli dando loro la colpa di ogni cosa che non andava?" E tradotto non significa forse incapacità di gestire le proprie mancanze trovando come unica via d'uscita solo il ribaltarle sugli altri?

Non c'è solo il suicidio...

 

Spetta ai genitori creare quei presupposti affinché un figlio possa sempre essere confidente di poter contare su di loro, che non si senta frenato né da eccessiva distanza, né timore di dare delusioni definitive.

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16 hours fa, Aegon il mediocre dice:

 

Si fosse trovata in una situazione del genere, oltre a non poter comprendere dinamiche irrazionali della propria mente, non avrebbe potuto porvi rimedio, se non andando da un analista. E l'analista suona male e spaventa, spaventa maggiormente se vieni dalla provincia, ancora di più se del meridione. E i tarli della mente restano là e prosperano.

 

 

 

Sono assolutamente d'accordo e vorrei quotare proprio questo punto perché per me è verissimo. Si ha paura ad ammettere di avere "un problema" o un "intoppo", anche perché in situazioni del genere, a volte non si ha i mezzi per risolverlo da soli perché si è troppo coinvolti e non si pensa lucidamente e si ha troppa paura di parlarne anche con gli altri e l'idea di parlare con un analista è quasi "assurda" perché "no, non è bisogno lo psicologo è per i matti" e cose così. Io ci sono andata per diversi anni e mi è capitato anche di suggerirlo ad altre persone e ho visto nonostante siamo nel 2018 c'è ancora la tendenza a somatizzare a non voler ammettere di avere un problema e ad avere paura a pensare di affrontarlo con figure competenti, come se questo significasse ammettere chissà cosa. Invece, è normale.

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3 minutes fa, Elvira Targaryen dice:

Si ha paura ad ammettere di avere "un problema" o un "intoppo", anche perché in situazioni del genere, a volte non si ha i mezzi per risolverlo da soli perché si è troppo coinvolti e non si pensa lucidamente e si ha troppa paura di parlarne anche con gli altri e l'idea di parlare con un analista è quasi "assurda" perché "no, non è bisogno lo psicologo è per i matti" e cose così.

 

Perché a sua volta questo viene percepito come fallimento, e addirittura come dei più gravi, è il fallimento del proprio io, della propria mente, di qualcosa su cui dovresti poter contare più di ogni altra cosa. :)

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Più che perché visto come fallimento, propendo per la semplice associazione al disturbo mentale, come detto da @Elvira Targaryen.

 

Penso che di fronte ad un problema di questo tipo più che sentirsi falliti, ci si possa sentire spaventati e smarriti, come di fronte ad un sintomo di qualche malattia ignota.

 

Ma questo giusto a margine e per completezza.

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Non mi riferivo al fallimento che porta al sentirsi falliti. :)

Ho scritto di percezione del fallimento del proprio essere (naturalmente da profano di psicologia non conosco i corretti termini tecnici), qualcosa che come giustamente dici porta a spavento e smarrimento, ma la cui gestione ricade in buona fine in una casistica non dissimile da quella di un fallimento di natura personale.

 

L'accettazione che il tuo corpo, per dire, non ti consentirà più di vedere chiaramente perché stai diventando cieco, è la riproposizione su una scala più vasta dell'accettazione di non essere in grado di correre una maratona.

 

 

Ma il bello di questo topic è che naturalmente, andando a toccare corde così profonde della sensibilità, fa emergere per ciascuno quali sono gli aspetti più importanti, ed è interessante notare come certi aspetti siano trascurati da alcuni e considerati importanti da altri e viceversa.

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