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AemonTargaryen

La poesia del giorno.

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Lance Henson è un poeta " di razza vagante ": nato a Washington nel 1944 e cresciuto con zii e nonni a Calumet in Oklahoma, presso la sua tribù, porta nel panorama della poesia americana contemporanea la voce  " esiliata " dei nativi cheyenne (tsistsistas).

È un Dog Soldier, un guerriero non più delle armi, ma della parola. Per lui, la resistenza al genocidio delle culture native nordamericane va di pari passo con la riconquista del potere espressivo, che rimette in gioco un'identità repressa e negata.

Nato da madre cheyenne e padre francese, frutto egli stesso della violenza coloniale, porta nella sua esperienza personale i segni di una tragedia collettiva: un padre sconosciuto, una madre abusata fin da piccola dai conquistatori, un fratello suicida. Ma Henson, grazie all'esperienza poetica, compie un gesto forte di resistenza all'annientamento del suo popolo e alla condizione di senza-parola. Le sue poesie sono dichiarazioni, testimonianze  di un'identità culturale oltre che personale, di una storia dolorosa, di ciò che è perduto e di ciò che rinasce, con la caparbia fiducia nella naturale ciclicità del rinnovamento che da sempre appartiene alla sua gente.

Henson adotta la lingua che è stata imposta al  suo popolo, l'inglese, ma lo fa rifiutando alcune regole e convenzioni della lingua scritta, come l'uso della punteggiatura e delle maiuscole, e si affida alle forme della tradizione orale e al ritmo dei canti cheyenne per raccontare le storie della sua gente, i destini sempre simili delle minoranze, la natura, gli affetti personali e gli attimi del quotidiano che rivelano anch'essi le energie, gli equilibri e le fratture del mondo. Per oggi ho scelto poetry for rwanda.

 

 

 

yers ago homeless in a san francisco

rainstorm

 

I dreamt of a field of white

 

skulls

 

 

in a muddy field in rwanda

 

 

the only darkness the holes where their eyes

were

 

 

a whisky presence and dutch army coat the

only saving 

 

grace against the other images

 

 

of sand creek and wounded knee

 

 

knowing the stench or dying hope and terror

have the same name and smell

 

 

and the name is missing...

 

 

what is the name of a man or a woman or a child

 

whose last breath is a scream

 

against tyranny

 

 

against the fear that lives inside us 

 

 

 

near a busy oklahoma interstate

 

along the washita river

 

 

the fallen cheyenne stiel whisper

 

 

hi niswa vita kini...

 

 

we will live again...

 

 

 

 

Anni fa, navigando in un temporale a San Francisco

 

ho sognato un campo bianco di teschi

 

 

In un terreno fangoso in Ruanda

 

 

le uniche macchie scure, le cavità dove prima c'erano i loro occhi

 

 

Una presenza di whisky e un cappotto militare olandese

 

l' unica grazia salvifica contro le altre immagini

 

di  Sand Creek  e Wounded Knee

 

 

sapendo che il fetore della speranza che muore e del terrore hanno lo stesso nome e lo stesso odore

 

E il nome è perso...

 

 

Qual è il nome di un uomo o di una donna o di un bambino

 

Il cui ultimo respiro è un grido contro la tirannia

 

 

contro la paura che vive dentro di noi

 

 

Vicino a un'interstatale trafficata in Oklahoma lungo il fiume Washita

 

 

I Cheyenne caduti ancora sussurrano

 

 

hi niswa vita kini...

 

 

Vivremo ancora...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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" L'innocenza è sempre un paradosso, e Dylan Thomas, rappresenta, in retrospettiva, il più grande paradosso del nostro tempo ". Così scriveva nel necrologio del poeta l'amico Vernon Eatking. La fama di Thomas fu anche frutto della stampa americana e di un sistema che proprio in quegli anni, sia in Usa che in Inghilterra, estendeva alla letteratura un insopprimibile bisogno di impatto mediatico che era tipico della musica (basti pensare ai bagni di folla di Elvis Presley o dei Beatles). Ma ciò che più colpiva i suoi lettori, quegli stessi che subivano l'irresistibile fascino della sua figura al podio, della sua capacità di inventare una straordinaria sonorità comunicativa, di offrire alla platea una cifra recitativa incalzante e avvolgente, era la sua capacità di coniugare con assoluta naturalezza "innocenza" e contaminazione, esprimendo l'incanto quotidiano della forza innovativa della natura attraversata dai germi della corruzione, delle stagioni che si chiudono in se stesse per aprirsi al richiamo della rinascita vegetale, delle costellazioni che alternano, col loro freddo brillare, metafore siderali ed esplosioni stellari dense di calore e di sconvolgimenti, fino a concentrarsi nel microcosmo dell'anima, creando densi e organici corrispettivi tra l'universo e un'infinitesimale foglia sospinta dalla forza sotterranea e rigenerante della sua verde linfa.

L'innocenza di Thomas non era solo un'attitudine accattivante, ma un modo di affacciarsi sulla scena poetica con lo stupore del bambino.

Per oggi ho scelto una poesia oscura e visionaria, selvaggia e parzialmente costruita, fitta di simboli biblici e freudiani. Il testo di questa bellissima e cupa poesia costruisce una composizione affine a quella musicale e dunque si offre come un canto.

 

And death shall have no dominion

 

And death shall have no dominion.

Dead men naked they shall be one

With the man in the wind and the west moon;

When their bones are picked clean and the clean bones gone,

They shall have stars at elbow and foot;

Though they go mad they shall be sane,

Though they sink through the sea they shall rise again;

Though lovers be lost love shall not;

And death shall have no dominion.

 

And death shall have no dominion.

Under the windings of the sea

They lying long shall not die windily;

Twisting on racks when sinews give way,

Strapped to a wheel, yet they shall not break ;

Faith in their hands shall snap in two,

And the unicorn evils run them through;

Split all ends up they shan't crack;

And death shall have no dominion.

 

And death shall have no dominion.

No more may gulls cry at their ears 

Or waves break loud in the seashores;

Where blew a flower may a flower no more

Lift its head to the blows of the rain;

Though they be mad and dead as nails,

Heads of the characters hammer through daisies;

Break in the sun till the sun breaks down,

And death shall have not dominion.

 

 

E la morte non avrà dominio.

I morti nudi saranno una cosa

Con l'uomo nel vento e la luna d'occidente;

Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,

Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;

Benché impazziscono saranno sani di mente,

Benché sprofondino in mare risaliranno a galla, 

Benché gli amanti si perdano l'amore sarà salvo;

E la morte non avrà più dominio.

 

E la morte non avrà più dominio.

Sotto i meandri del mare

Giacendo a lungo non moriranno nel vento;

Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,

Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;

Si spaccherà la fede in quelle mani

E l'unicorno del peccato li passerà da parte a parte;

Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;

E la morte non avrà dominio.

 

E la morte non avrà dominio.

Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,

Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;

Dove un fiore spuntò non potrà un fiore

Mai più sfidare i colpi della pioggia;

Ma benché pazzi e morti stecchiti;

Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;

Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,

E la morte non avrà più dominio.

 

 

 

 

 

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Il "cante jondo" si accosta al ritmo degli uccelli, alla musica istintiva del nero pioppo e delle onde; è semplice nella sua forma e desuetudine. È anche un raro esempio di canzone primitiva, la più vecchia di tutta l'Europa, laddove i ruderi della storia, i suoi lirici frammenti sono divorati dalla sabbia, esso appare vivo come al primo mattino di sua vita.

 

Nel cuore dell'Andalusia, tra le sonorità intimistiche del flamenco. Federico García Lorca aveva molto a cuore il recupero e la valorizzazione del patrimonio della musica tradizionale andalusa, e tracce vivide di questa sensibilità si riscontrano nella sua poesia come nelle sue opere teatrali - nelle quali, peraltro, il confine tra teatro, musica e poesia tende sovente a sfumare.

Il Cante Jondo - tradotto: canzone profonda - è una delle forme del flamenco, e dà il titolo all'omonimo Poema in cui Lorca raccolse una serie di poesie scritte nel '21. All'interno della raccolta, i Seis caprichos sono dedicati all'amico chitarrista Regino Sáinz de la Maz, conosciuto nel 1920 alla Residencia de Estudiantes. Di questi, Chumbera è la mia poesia del giorno.

 

 

Chumbera

 

Laoconte salvaje.

¡Qué bien estás
bajo la media luna!

Múltiple pelotari.

¡Qué bien estás
amenazando al viento!

Dafne y Atis,
saben de tu dolor.
Inexplicable.

 

*

 

Fico d'India

 

Laocoonte selvaggio


Come sei bello

sotto la mezzaluna!


Multiplo giocator di pelota.


Come sei bello

quando minacci il vento!


Dafne e Attis

conoscono il tuo dolore.
Inesplicabile.

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Di Bartolo Cattafi si è sempre parlato poco; qualcuno ha scritto che il suo è stato il caso più clamoroso di sottovalutazione critica. I motivi sono molteplici; tanti per dirne qualcuno, la sua scarsa attitudine autopromozionale  e la sua assoluta refrattarietà a ogni programma poetico condiviso. Cattafi rimase sempre una figura appartata, non perché gli mancassero amici e estimatori influenti (da Sereni a Raboni), ma per scelta.

Autore metamorfico, in grado di alternare una figurativita' accesa, palpitante, policroma, ad una figurativita' inquietante, paradossale. La sua è una sorta di poesia molecolare, una poesia dei frammenti, delle particelle. La sua epigrammaticita' fulminea e fulminante fa spesso ricorso alla metafora del vuoto e della solitudine per delineare l'amaro bilancio di una generazione che ha vissuto la giovinezza durante il ventennio fascista, per poi assistere agli orrori della seconda guerra mondiale.

I suoi versi abitano nell'oltretempo. Sono lì, come un sigillo. Inossidabili.

Per oggi ho scelte alcune poesie da varie raccolte.

 

Partenza da Greenwich

Si parte sempre da Greenwich

dallo zero segnato in ogni carta e in questo

grigio sereno colore d'Inghilterra.

Armi e bagagli, belle

speranze a prua,

spezzando le tavole dei numeri

i calcoli che scattano scorrevoli

come toppe addolcite

da un olio armonioso, in un'esatta

prigione.

Troppe prede s'aggirano tra i fuochi 

delle Isole, e navi al largo,

piene, panciute, buone

per essere abbordate dalla ciurma

sciamata ai Tropici

votata alla cattura

di sogni difficili, feroci.

Ed alghe, spume,

in fondo azzurro in cui

pesca il gabbiano del ricordo

posati accanto al grigio

disteso colore

degli occhi, del cuore, della mente,

guamo australe ai semi

superstiti del mondo.

 

Allo scoperto

Usciti allo scoperto

corremmo a scatti

ci acquattammo 

tornammo a correre

di colpo diventammo ombre

nell'ombra più fonda

da dove con occhi scintillanti

guardiamo altri uscire allo scoperto

correre a scatti

acquattarsi

rialzarsi a correre

a diventare ombre.

 

Perderci la vita

Perderci la vita

battendo quel solo chiodo

estendendo il dominio a quel centimetro

là concentrandolo

sprofondare

fare l'abisso con le proprie mani

spezzettare in atomi

molecole

rompere anche gli atomi

la polvere che resta sulle dita

ti segna in eterno

indossa guanti

metti le mani in tasca

tagliati le mani.

 

Marzo e le sue idi

Di tutto diffido

del pugnale di Bruto

della tenera carne di Cesare

dello stesso destino.

Che passi presto il tempo

vengano alfine marzo e le sue idi.

 

Aspettami. Un istante

Aspettami. Un istante.

Appena il tempo di correre all'emporio

prima che chiuda

all'angolo di fronte.

Fuma leggi bevi

nel frattempo.

Una corda fiammiferi coltello

molti cibi in conserva

pistola con cartucce relative

coperte per i climi inospitali

cloro compresse

da sciogliere nell'acqua perigliose

pillole per il cuore

una pila una bussola una mappa

bianca da colmare.

E talismani. Auguri per il cuore

per la noce del collo

l'anima la vita.

Sull'alto sgabello appollaiata

chiuse il giornale

strinse un po' i ginocchi

che aveva divaricati

sorrise con la bocca

non con gli occhi.

Ti ho aspettato disse

Andiamo.

 

Niente

È questo che porti arrotolato

con cura, piegato

in quattro, alla rinfusa

sgualcito spiegazzato

ficcato ovunque

negli angoli più oscuri.

Niente da dichiarare

niente

devi dire niente.

Il doganiere non ti capirebbe.

La memoria è sempre un contrabbando.

 

Nero su bianco

La penna non è stata posata sulla carta

la carta è ancora tutta bianca

bianca è la data

bianchi luogo ora

provenienza destinazione

perché percome

perché percome e quando

chino sulla mia vita scrivo

l'atto di presenza

mi effondo mi circondo di parole

copro colmo comando

parole

l'assenza certifico

attesto la finzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Oggi, tra le tante opere che potrebbero citarsi, trovo questi versi leopardiani particolarmente adatti.

 

Nelle sensazioni provate da Alceta di fronte all'assenza della luna, c'è tutto un mondo:  "Allor mirando in ciel, vidi rimaso / Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia, / Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa, / Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro".

 

 

Frammento XXXVII - Odi, Melisso.

 

ALCETA
Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno
Di questa notte, che mi torna a mente
In riveder la luna. Io me ne stava
Alla finestra che risponde al prato,
Guardando in alto: ed ecco all’improvviso
Distaccasi la luna; e mi parea
Che quanto nel cader s’approssimava,
Tanto crescesse al guardo; infin che venne
A dar di colpo in mezzo al prato; ed era
Grande quanto una secchia, e di scintille
Vomitava una nebbia, che stridea
Sì forte come quando un carbon vivo
Nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo
La luna, come ho detto, in mezzo al prato
Si spegneva annerando a poco a poco,
E ne fumavan l’erbe intorno intorno.
Allor mirando in ciel, vidi rimaso
Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia,
Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa,
Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro.

 

MELISSO
E ben hai che temer, che agevol cosa
Fora cader la luna in sul tuo campo.

 

ALCETA
Chi sa? non veggiam noi spesso di state
Cader le stelle?

 

MELISSO
Egli ci ha tante stelle,
Che picciol danno è cader l’una o l’altra
Di loro, e mille rimaner. Ma sola
Ha questa luna in ciel, che da nessuno
Cader fu vista mai se non in sogno.

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Secondo il poeta francese Yves Bonnefoy, una delle voci più importanti in assoluto della poesia del Novecento, scomparso da qualche anno, " La poesia sgorga da profondità inconsce : è sempre un gesto del tutto imprevisto ed imprevedibile".

Alla soglia dei novant'anni scrive "L' heure présente", un libro che apre alla meditazione, che coinvolge una serie impressionante di immagini, brandelli di figure e simboli, che lavora con rigore sulla scala cangiante della forma, sull'essenzialita' di una parola sempre più asciutta e potente, in un tono allo stesso tempo solenne e discreto, controllatissimo. Bonnefoy compone un testo articolato in una serie di composizioni in versi e di prose poetiche nelle quali sembra di veder riaffiorare quei bagliori misteriosi, onirici che la mente reprime e allontana nel normale tempo di veglia.

Per oggi ho scelto Soient Amour et Psyche' . Quello di Amore e Psiche è uno dei miti più affascinanti che il mondo classico abbia mai tramandato e su cui gli autori hanno versato fiumi d'inchiostro nel tentativo di dargli un'interpretazione ideale. Un mito la cui fama è durata nel tempo attraverso i secoli. Basti pensare che sono numerosissime e vaste le rappresentazioni musicali, letterarie e aristiche ad esso dedicate. Bonnefoy dunque presenta il mito "epifanico"per eccellenza, quello del contrasto tra la forma reale (l'aspetto abbagliante di Amore/Cupido) e forma immaginaria (l' aspetto del suo amante come Psiche lo immaginava).

 

I

 

Ces mains qui se prenaient à elle dans la nuit,

Elle les ressentait sans nombre, ne cherchait

À leur donner figure. Il lui fallait

Ne pas savoir, désirant ne pas être.

 

Âme et corps, pour nouer vos doigts, unir vos lèvres,

Faut-il vraiment l'approbation des yeux ?

Peinent nos yeux, qu'oblige de langage

À déjouer sans répit trop de leurres!

 

Psyche' avait aimé que ne pas voir,

Ce soit comme le feu quand il enveloppe

L' arbre d'ici des autres mondes de la foudre.

 

Éros, lui, désirait garder tout ce visage

Entre ses mains, il ne l' abandonnait

Qu'à grand regret aux caprices du jour.

 

II

 

Et tout le jour Psyche' est-elle aveugle, non,

Elle a tiré sur soi le drap de la lumière.

C'est l'été, tout est immobile sous le ciel,

Même le fleuve en son lit en désordre.

 

Elle va dans son corps, et seule. Ma voici

Qu'un étranger réclame, dans son sang,

C'est comme si l'esprit se désirait autre

Que soi, un embryon dans le sein de la mort.

 

Heureux le mond où déborde la nuit

Dans le jour, et ruisselle sous la lumière.

Avancer dans cette eau, jusqu'aux genoux,

 

C'est se tourner vers un autre soleil,

Est le fond de la mer est rouge, puis on nage

Et tout se perd de ce qu'on a été.

 

III

 

Et Psyche' s'engourdit, le soir venant, elle aime

Que batte dans son corps le cœur d'un autre

Elle veut n'être plus que cette chambre sombre

Des enfants de la nuit, sommeil et mort.

 

C'est comme quand on touche à un moroir

Et que des doigts y viennent vers le nôtres,

Psyche' croit qu'une main y prend la sienne,

Pour la guider vers plus que ce qui est.

 

Vers plus? Ce sont des marches qui descendent,

Et le corps se fatigue, les mains se crispent

Sur une lourde lampe, les genoux plient.

 

Psyche', pourquoi veux-tu, de ton épaule nue,

Pousser la porte où gît ton avenir ?

Tu entres, tu entends ces souffles paisibles.

 

IV

 

Et a-t-elle allumé, à mains tremblantes,

Cette petite flamme ? Plus vite qu'elle

S'est jeté dans l'immage, cette paix,

Quelque chose de noir, avec un cri.

 

Amour dort-il, non, ses yeux sont ouverts,

Mais ce ne sont que des orbites vides,

Deux trous, avec du sang; est-il aveugle ?

Pire, ses yeux ont été attachés.

 

Grand mouvement de ce grand corps qu'eveillent

Quelques gouttes de l'huile, qui le brûlent.

Tu erreras, dans le ronces du monde.

 

Il se redresse, il parle, que dit-il?

Il attire la dévêtue contre son cœur,

Il écoute ses grands sanglots que rien n'apaise.

 

 

Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,

Le sentiva innumerevoli, non cercava

Di dar loro un volto. Le occorreva

Non sapere, desiderando non essere.

 

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra,

Davvero occorre l'approvazione degli occhi?

Penano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga

A sventare senza posa troppi inganni!

 

Psiche aveva amato che il non vedere

Fosse come il fuoco quando avvolge

L'albero di qui degli altri mondi della Folgore.

 

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto

Tra le mani, non l'abbandonava 

Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

 

Il

 

E per tutto il giorno Psiche è cieca?No,

Ha rimboccato su di sé il lenzuolo della luce,

È estate, tutto è immobile sotto il cielo,

Anche il fiume nel suo letto in disordine.

 

Lei avanza, nel suo corpo, e sola. Ma ecco

Che un estraneo invoca, nel suo sangue,

È come se lo spirito si desiderasse altro

Da sé, un embrione in seno alla morte.

 

Felice il mondo in cui la notte trabocca

Nel giorno, e gronda sotto la luce.

Avanzare in quest'acqua, fino alle ginocchia,

 

È volgersi verso un altro sole,

E il fondo del mare è rosso, poi si nuota

E tutto si perde di ciò che si è stati.

 

III

 

E Psiche, s'intorpidisce, quando viene sera, ama

Che batta nel suo corpo il cuore di un altro,

Vuole non essere altro che questa camera buia

Dei bambini della notte, sonno e morte.

 

È come quando tocchiamo uno specchio

E dita vengono incontro alle nostre,

Psiche crede che una mano afferri la sua,

Per condurla verso più di ciò che è.

 

Verso più? Sono scalini che digradano,

E il corpo si stanca, le mani si aggrappano

A una greve lampada, le ginocchia si piegano.

 

Psiche, perché vuoi, con la tua spalla nuda,

Spingere la porta in cui giace il tuo avvenire?

Tu entri, tu senti quei quieti respiri.

 

IV

 

E lei ha acceso, con mani tremanti,

Questa fiammella? Più svelto di lei

Si è lanciato nell'immagine, questa pace,

Qualcosa di nero, con un grido.

 

Amore dorme? No, i suoi occhi sono aperti,

Ma sono solo orbite vuote,

Due buchi, insanguinati. È cieco?

Peggio, i suoi occhi sono strappati.

 

Grande moto di questo gran corpo che ridesta

Qualche goccia d'olio, che lo brucia.

Tu errerai, tra i rovi del mondo.

 

Si rialza, parla, che dice?

La attira svestita contro il suo cuore,

Ascolta i suoi gran singulti che nulla placa.

 

 

 

 

 

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Aleksandr Blok, il più grande poeta dell'epoca d'argento russa, pubblico' a ventiquattro anni una delle sue opere fondamentali, quei Versi della Bellissima Dama che lo rivelarono immediatamente come il caposcuola  della poesia simbolista. Ma la poesia di Blok raggiunse Il culmine della sua intensità lirica  nelle opere di poco successive, quando " la bellissima Dama, l'ipostasi femminile della divinità, che nel metafisico e immobile disegno simbolista doveva essere la metafora dell'ineffabile incontro con la realtà più reale, d'improvviso si vanifica, si rifiuta all'amante, e la Bellissima si fa Sconosciuta ", volgendo il metafisico in una più amara esperienza esistenziale.

Con Gogol' e Dostoevskij, Blok è stato l'uomo che ha creato il mito di Pietroburgo. La Pietroburgo di Gogol' è il Nevskij, sono le vie del centro percorse da nasi, impiegati sull'orlo della follia; la Pietroburgo di Dostoevskij è quell'intrico di canali che racchiude il centro, è la piazza Sennaja, sono i vicoli; quella di Blok è le bettole, i bordelli, le sequenze di cortili. Poeta camminatore, Blok ha un amore per la vita ( Ljubov' che sposa nel 1901 ), molte avventure ( la maggior parte attrici ) e migliaia di sfoghi sessuali che egli, a volte, racconta nelle liriche. I pietroburghesi, nei primi anni del secolo, leggevano i suoi versi anche come una sorta di diario intimo scritto in pubblico. Nel 1906 Blok crea un mito: La sconosciuta. Blok è al ristorante, beve, attorno ci sono ubriachi che ridono e cantano e brindano. Poi, come ogni sera, nell'ora stabilità, ( o è soltanto un sogno ? ) una figura di fanciulla di muove nella nebbia  della finestra. La sconosciuta cammina tra gli ubriachi, si siede: è una visione fatta di piume di struzzo e veletta, ma Blok vi vede rive incantate e lontananze. Così la canta, la sogna, la desidera: ne fa una dea dei bassifondi. Blok canta la bellezza quando è vicina alla catastrofe, perché per lui c'è bellezza soltanto quando si intravede lo sfacelo. Le eroine evanescenti bolkiane sono le prostitute delle vie di San Pietroburgo, proiettate in un aurea da parabola biblica, ambigue parvenze che acquistano a tratti la sublimità metafisica di creature umiliate da una inesorabile sorte. Stessa cosa si potrebbe dire per gli umiliati e offesi di Dostoevskij, solo che questi ultimi sono terreni: soffrono, cercano una redenzione, un'impennata morale; in Blok essi sono trasfigurati, possiedono qualcosa di sovrannaturale e si fanno tramite con l'infinito, sono parte della luce e del canto di Pietroburgo, e sono belli così come sono. Per questo Blok scrive di saltimbanchi, di zingare, di Pierrot e Arlecchini, di orde di popoli barbari ( Gli Sciti, altro grande poema del 1918):  sono figure che ballano, bevono e lottano mentre muoiono o si danno per poco. Nella loro disgrazia, nella loro impossibilità di redimersi risiede la disperata bellezza che Bolk canta.

 

Nelle serate sui ristoranti

l'aria ardente è sorda e selvaggia

e governa le grida degli ubriachi

lo spirito insano della primavera.

 

Lontano, sulla polvere dei vicoli,

sulla noia delle ville suburbane,

s'indora la ciambella d'un fornaio,

e riecheggia un pianto infantile.

 

E ogni sera, oltre le barriere,

con il cappello sulle ventitré,

passeggiano fra i borri con le dame

i navigati buontemponi.

 

Sopra il lago scricchiolano gli scalini,

e risuona uno strillo femminile,

mentre nel cielo, avvezzo a tutto,

stupidamente il disco s'incurva.

 

Ed ogni sera l'unico mio amico

si riflette nel mio bicchiere

e dell'aspro e misterioso liquido

è come me stordito e sottomesso.

 

Mentre di fianco, ai tavoli vicini,

sonnolenti lacchè stanno impalati,

e gli ubriachi con occhi di coniglio

gridano:  << In vino veritas! >>.

 

E ogni sera, all' ora stabilità,

( o è soltanto un sogno? )

una figura di fanciulla avvolta di seta

si muove nella nebbiosa finestra.

 

E, passando fra gli ubriachi, lentamente,

sempre senza compagni, sempre sola,

esalando nebbia e profumi,

va a sedersi vicino alla finestra.

 

Ed emanano antiche credenze

le sue elastiche vesti di seta,

e il cappello con piume di lutto

e la sottile lama inanellata.

 

E, avvinto dalla strana vicinanza,

guardo di  là della scura veletta,

e vedo una riva incantata

e una incantata lontananza.

 

Cupi misteri mi sono confidati,

mi è affidato un sole sconosciuto,

e un viso aspro ha permeato

tutti i meandri dell'anima mia.

 

E le oblique piume di struzzo

si dondolano nel mio cervello,

e gli occhi turchini senza fondo

fioriscono su una remota riva.

 

Nella mia anima giace un tesoro,

la cui chiave è affidata solo a me!

Tu hai ragione, mostro ubriaco!

Lo so, nel vino è la verità.

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Nel Cyrano Rostand fa dire al suo personaggio che si rivolge a Rossana :" ... è grazie a te che nella mia vita è passato il fruscio di una veste... ".

Accade a molti poeti di avere passioni che si sviluppano nei luoghi più ombrosi dell'anima, e vivono pericolosamente sbilanciate dalla parte del sogno. Amori irrequieti, nostalgici, infantili, teatrali, irragionevoli. Perseguono obiettivi irrealizzabili. Giudicano il pensiero più appagante della corporeità, all'atto preferiscono la  potenza, alla consumazione il desiderio.

Nelle Cento poesie d'amore a Ladyhawke Michele Mari racconta un amore così.

 

Ti ho sempre riassunta per me

nei tuoi occhi

 

Così hai dominato i miei pensieri

sotto la forma dell'ellissi indiana

dove su bianco smalto l'iride

si vetrifica attorno alla pupilla

 

Così sognarti 

è sempre stato guardare da lontano due fuochi fatui

in un cimitero celtico

 

Così la tua immagine

è l'ultima che vede di notte il guidatore

prima del frontale

 

*

 

Ti ho amata sempre nel silenzio

contando sull'ingombro

di quell'amore

                            e di quel silenzio

ed anche quando poi ci siamo scritti

la profilassi guidava la mia mano

perché ogni senso

fosse soltanto negli spazi bianchi

e nondimeno mi sentivo osceno

come se la più ermetica allusione

grondasse la bava del questuante

 

Mai in ogni caso dubitai 

che tu sapessi

finché scoprimmo insieme

di esser vissuti trent'anni nell'errore

tu ignorando

                        io presumendo

e allora in un punto è stato chiaro 

che solo al muto

il battito del cuore 

è rimbombante

 

*

 

La fiaba degli amanti

cui un maleficio tolse

d'incontrarsi

         (donna di notte lei

                               e con la luce falco

           lui con la luce uomo

                              e nottetempo lupo)

ci piacque tanto che per un bel pezzo

ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke

finché capimmo 

l'inutilità della speranza di ritrovarci insieme

nell'umano

il nostro più ambizioso traguardo

essendo di confondere

il pelo con le piume

 

*

 

I poeti latini 

avevano una splendida espressione

per indicare le stelle che cadono in estate:

labentia signa

cioè segni scivolanti

 

Tale mi sembra il tempo 

in cui ci siam baciati

scia luminosa

passata troppo in fretta

 

L'astrofisica insegna tuttavia

che quel teatro 

caro ai bambini ed agli innamorati

non è caduta e non è scivolamento

ma solamente morte

 

*

 

È degli addii

fissare per sempre

le posizioni

 

Fossi sparita tu

il lascito sarebbe un frullo d'ali

e il lutto

avrebbe il colore dell'aurora

 

Avendomi chiesto che fossi io a sparire

mi resta la memoria della mano

che ho lungamente lambito con la lingua

prima di rinselvarmi 

nella foresta dove sempre è notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Albert Camus si è distinto soprattutto per il suo modo di vedere la vita. È famoso per la sua letteratura umanistica. Ispiratosi alla filosofia di Nietzsche, enfatizza soprattutto l'assurdità delle condizioni umane, sforzandosi di spingere il lettore a prendere coscienza e ad adottare una certa prospettiva attraverso le sue opere letterarie. Nelle sue opere parla essenzialmente della crisi spirituale della nostra epoca nel quadro delle manifestazioni religiose, politiche e artistiche. Camus ci ha lasciato un'eredità letteraria che vuole spingerci ad avere il coraggio di vedere noi stessi, con le nostre miserie, le nostre ossessioni, le nostre virtù, i nostri inganni e le nostre capacità.

La poesia che ho scelto per oggi è Invincible été. Tutte le nostre speranze vivono in noi, nei nostri atteggiamenti e nelle prospettive che siamo in grado di adottare in ogni momento. Quando consideriamo ciò che siamo attraverso i nostri successi e ciò che abbiamo, diamo valore a ciò che si trova al di fuori di noi stessi. È facile e prevedibile che questo valore così superficiale sia effimero e che, prima o poi, venga facilmente distrutto. Quando, invece, diamo valore a ciò che siamo, accettando le nostre difficoltà e le nostre paure, impariamo a poter contare su noi stessi di fronte a qualsiasi delusione e frustrazione.

 

Mon cher,

 

Au milieu de la haine, j'ai trouvé qu'il y

avait, en moi, un amour invincible.

Dans le milieu des larmes, j'ai trouvé qu'il y

avait, en moi, un sourire invincible.

Au milieu du chaos, j'ai trouvé qu'il y avait,

en moi, un calme invincible.

J'ai réalisé, à travers tout cela, qu...

Au milieu de l'hiver, j'ai trouvé qu'il y avait,

en moi, un été invincible.

Et cela me rend heureux. Car il dit que peu

importe comment le monde pousse contre

moi, en moi, il y a quelque chose plus fort -

quelque chose de mieux, poussant de retour.

 

 

Mia cara,

 

nel bel mezzo dell'odio

ho scoperto che vi era in me

un invincibile amore.

Nel bel mezzo delle lacrime

ho scoperto che vi era in me

un invincibile sorriso.

Nel bel mezzo del caos

ho scoperto che vi era in me

un'invincibile tranquillità.

Ho compreso, infine,

che nel bel mezzo dell'inverno,

ho scoperto che vi era in me

un'invincibile estate.

E ciò che mi rende felice.

Perché afferma che non importa

quanto duramente il mondo

vada contro di me,

in me c'è qualcosa di più forte,

qualcosa di migliore,

che mi spinge subito indietro.

 

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Il grande Rafael Alberti amava uno stile potente, enigmatico, evocativo. Nel primo anno del suo doloroso esilio in Argentina si dedica alla raccolta Tra incudine e martello. Tutti i testi mantengono la tipica ambiguità giocata su metafore visive. Nasce così anche Si sbagliò la colomba, tutta da interpretare. Nel '41 un compositore di Santa Fe', Gustavino, pensa di inserirla in un grande balletto di 4/5 scene, con orchestra e coro. Alberti accetta l'invito e insieme  decidono il primo "ritocco". Nella poesia originale "l'equivoco'" c'era una sola volta, mentre qui diventa un tormentone. E resterà così. L'opera ha successo, ma si perde nel clima di guerra di quegli anni. Gustavino allora ne fa una versione piano e contralto, poi nel '52 deposita una versione per coro e voci. Per chi ama la poesia spagnola e odia la guerra, la colomba diventa il simbolo di una pace sempre rimandata e messa in discussione. Nel '63 Alberti viene in Italia e qualche anno dopo Luis Enriquez Bacalov (collaboratore Fonit Cetra e Rca ) ottiene da Alberti di rivedere l'arrangiamento di Gustavino facendolo più serrato e incisivo. Per Sergio Endrigo è una sfida originale. Sforna quindi una versione italiana  molto rispettosa di quella "argentina". Ha voglia di sganciarsi dal ruolo di autore malinconico e legato all'amore: ma, a sentire Alberti in quegli anni, anche la Colomba è in realtà un testo d'amore, per un amante che confessa i propri limiti, ma non riesce a offrire una certezza al rapporto. In parallelo la Paloma con arrangiamento italiano diventa un successo di tutta l'America Latina, grazie a Joan Manuel Serrat.

 

Se equivocó la paloma.

Se equivocaba.

Por ir al norte, fue al sur.

Creyó que el trigo era agua.

Se equivocaba.

 

Creyó que el mar era el cielo;

que la noche, la mañana.

Se equivocaba.

 

Que las estrellas, rocío;

que la calor; la nevada.

Se equivocaba.

 

Que tu falda era tu blusa;

que tu corazón, su casa.

Se equivocaba.

 

( Ella se durmió en la orilla.

Tú, en la cumbre de una rama. )

 

 

Si sbagliò la colomba.

Si sbagliava.

Per andare al nord fuggì al sud.

Credette che il grano fosse acqua.

Si sbagliava.

 

Credette che il mare fosse cielo;

e la notte la mattina.

Si sbagliava.

 

Credette che le stelle fossero rugiada;

e il calore neve.

Si sbagliava.

 

Credette che la tua gonna fosse una blusa

e il tuo cuore la sua casa.

Si sbagliava.

 

( Lei si addormentò sulla spiaggia.

Tu, sulla cima di un ramo.)

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Antonio Machado, come altri autori della Generazione del '98, con la sua poesia cerca di risvegliare le coscienze degli spagnoli in un momento di crisi politica ed esistenziale del Paese. Tra le sue opere maggiori c'è Campos de Castilla (1912), appartenente alla seconda fase della sua esperienza politica, in cui si sente forte la meditazione nel rapporto tra la dimensione dell'effimero e quella dell'eterno. I suoi versi in questa raccolta sono proiettati al "fuori", osservando con occhi spalancati il paesaggio castigliano e gli uomini che lo abitano. L'esperienza di Machado vissuta in terra castigliana diventa esperienza letteraria. Egli sceglie gli aspetti eroici e mitici per descrivere la Castiglia. Nelle qualità di questa terra, egli indica la possibilità di superare lo stato di marasma in cui la Spagna si trovava a livello politico e sociale. Leggere Machado significa godere della bellezza della parola e della verità.

La poesia che ho scelto per oggi è contenuta nella sezione Proverbios y cantares (poesia indicata con il numero XXIX) e conosciuta come Caminante no hay camino.

Antonio Machado pensa al cammino dell'essere umano. Il fonema "camino" per la cultura spagnola possiede una forte connotazione semantica: è il fato a cui non ci si può ribellare, è il cammino per Santiago di Compostela che rappresenta il sentiero per giungere al dio cristiano, è il disegno divino che sta in mente Dei. Machado si ribella a questa credenza, pensa che una strada già tracciata non esista. La poesia è un'esortazione a vivere appieno e a non sottrarci alle scelte: il punto dove siamo non è nient'altro che il luogo dove i nostri passi ci hanno portato. È una poesia per quei momenti della vita che impongono coraggio, la poesia adatta per quando ci si trova su un burrone e non si sa se saltare o no.

 

Todo pasa y todo queda

pero lo nuestro es pasar,

pasar haciendo caminos,

caminos sobre la mar.

 

Nunca perseguí la gloria,

ni dejar en la memoria,

de los hombres mi canción;

yo amo los mundos sutiles,

ingrávidos y gentiles

como pompas de jabón.

 

Me gusta verlos pintarse de sol y grana,

volar bajo el cielo azul,

temblar súbitamente y quebrarse...

Nunca perseguí la gloria.

 

Caminante son tus huellas el camino y nada más;

Caminante, no hay camino se hace camino al andar.

 

Al andar se hace camino

y al volver la vista atrás

se ve la senda que nunca

se ha de volver a pisar.

Caminante no hay camino sino estelas en la mar...

 

Hace algún tiempo en ese lugar

donde hoy los bosques de visten de espinos

se oyó la voz de un poeta gritar

Caminante no hay camino, se hace camino al andar...

 

Golpe a golpe, verso a verso...

 

Murió el poeta lejos del hogar

le cubre el polvo de un país vecino.

Al alejarse le vieron llorar.

<<Caminante, no hay camino, se hace camino al andar...>>

 

Golpe a golpe, verso a verso...

 

Cuando el jilguero no puede cantar

cuando el poeta es un peregrino,

cuando de nada nos sirve rezar.

Caminante no hay camino, se hace camino al andar.

 

Golpe a golpe, verso a verso.

 

 

Tutto passa e tutto resta,

però il nostro è passare,

passare facendo sentieri,

sentieri sul mare.

 

Mai cercare la gloria,

né di lasciare alla memoria

degli uomini il mio canto,

io amo i mondi sottili,

lievi e gentili,

come bolle di sapone.

 

Mi piace vederle dipingersi

di sole e scarlatto, e volare

sotto il cielo azzurro, tremare

improvvisamente e disintegrarsi...

Mai cercare la gloria.

 

Viandante, sotto le tue orme

il sentiero e niente più;

Viandante, non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando.

 

Camminando si fa il sentiero

e girando indietro lo sguardo

si vede il sentiero che mai più

si tornerà a calpestare.

 

Viandante non esiste il sentiero,

ma solamente scie nel mare...

Un tempo in questo luogo dove

ora i boschi si vestono di spine,

si udì la voce del poeta gridare

<<Viandante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...>>

 

Colpo a colpo, verso a verso...

 

Il poeta morì lontano dal focolare.

Lo copre la polvere di un paese vicino.

Allontanandosi lo videro piangere.

<<Viandante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...>>

 

Colpo a colpo, verso dopo verso...

 

Quando il cardellino non può cantare.

Quando il poeta è un pellegrino,

quando non serve a nulla pregare.

<<Viandante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando...>>

 

Colpo a colpo, verso dopo verso.

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Era il 1958 quando Lawrence Ferlinghetti affermava :" La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata "poesia di strada". Perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico, dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico. Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa." Queste parole sono forse il manifesto migliore di tutto il movimento Beat.

Ferlinghetti, cent'anni (nato il 24 marzo del 1919), quaranta libri, sessant'anni di dipinti, e una libreria aperta al 261 di Columbus Avenue, San Francisco: la Città Lights Books, nome ispirato a Charles Chaplin, Luci della città, e col permesso di usarlo rispettosamente chiesto allo stesso Chaplin.

Poeta dell'arte insorgente, lui che ha sempre saputo raccontarlo coi suoi versi - cascate di sprizzi luminosi e pietre rotolanti, maestro indiscusso dell' enjambement che poi è il senso della sua visione del mondo, il correlativo poetico della sua idea intima delle cose, che sono ricche e frante, continue ed interrotte, uniformi e difformi, il mondo nella sua varietà complessa e giocosa.

L' italo-franco-portoghese-americano Lawrence Ferlinghetti è un viaggiatore vagabondo sempre capace di succhiare la vita goccia a goccia, un cosmopolita senza dogmi né frontiere.

"Tutto quello che ho sempre voluto fare, era dipingere luce sui muri della vita", ama ripetere, e questo dice tutto del suo approccio al reale: una sorta di meditazione lirica di ciò che è autenticamente umano e allo stesso tempo tende all'eterno, un canto che tiene dentro incontri, parole, paesaggi e, soprattutto, desiderio. "La poesia è l'ultimo rifugio dell'umanità nei tempi bui".

La poesia scelta per oggi è Pity the nation (after Khalil Gibran). Scritta nel 2007 in occasione del cinquantennio del libro On the road di Kerouac ispirandosi ai versi del poeta libanese Kahlil Gibran. Parole fortissime e quanto mai attuali.

 

Pity the nation whose people are sheep

And whose shepherds mislead them

Pity the nation whose leaders are liars

Whose sages are silenced

And whose bigots haunt the airwaves

Pity the nation that raises not its voice

Except to praise conquerers

And acclaim the bully as hero

And aims to rule the world

By force and by torture

Pity the nation that knows

No other language but its own

And no other culture but its own

Pity the nation whose breath is money

And sleeps the sleep of the too well fed

Pity the nation oh pity the people

Who allow their rights to erode

And their freedoms to be washed away

My country, tests of thee

Sweet land of liberty!

 

 

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore

e i cui pastori sono guide cattive

Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi

i cui saggi sono messi a tacere

e i cui fanatici infestano le onde radio

Pietà per la nazione che non alza la propria voce

tranne che per lodare i conquistatori

e acclamare i prepotenti come eroi

e che aspira a comandare il mondo

con la forza e la tortura

Pietà per la nazione che non conosce

nessun'altra lingua se non la propria

nessun'altra cultura se non la propria

Pietà per la nazione il cui fiato è denaro

e che dorme il sonno di quelli con la pancia troppo piena

Pietà per la nazione - oh, pietà per gli uomini

che permettono che i propri diritti vengano erosi

e le proprie libertà spazzate via

Patria mia, lacrime di te

dolce terra di libertà!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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