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AemonTargaryen

La poesia del giorno.

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Poetessa innovativa e densa di significati, Karin Boye e' una delle figure centrali del Novecento europeo. Dopo la Prima Guerra Mondiale aderisce al movimento d'ispirazione socialista e pacifista, Clarté. Con i suoi viaggi in Russia, Germania e Grecia, è testimone delle inquietudini del suo tempo, quelle che poi sfoceranno nel romanzo distopico Kallocaina, che raffigura una realtà che vede materializzarsi con l'avvento dei regimi totalitari e la perdita della libertà individuale. Durante la sua giovinezza scopre la propria bisessualità e, da quel momento, la definizione di essa diviene un motivo focale nella sua poetica, seppur non esplicito. In tutta la sua opera si nota la forte necessità di coerenza e verità unita ad un bruciante desiderio di abbandono agli istinti naturali.

La poesia che ho scelto per oggi esprime, attraverso una serie di metafore legate al mondo naturale, un malessere intrinseco e totalizzante. L'insicurezza di chi è ignaro di ciò che lo attende provoca dolore, la novità implica disperdio di energie, oltre che gioia, perché comporta investimento emotivo. Ma, dopo l'incertezza e la paura, arriva la gioia. E quest'incertezza del futuro, descritto con tanta intensità dalla Boye, rispecchia la collisione tra il desiderio di ciò che conosce e ciò che non conosce.

 

Certo che fa male

 

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.

Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

Perché tutta la nostra bruciante nostalgia

dovrebbe rimanere avvinta nel pallore gelato e amaro?

L'involucro fu il bocciolo, tutto l'inverno.

Cosa c'è di nuovo che consuma e dirompe? 

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono, 

male a ciò che cresce

                                      e a ciò che racchiude.

 

Certo che è difficile quando le gocce cadono.

Tremando d'inquietudine, pesanti, stanno sospese,

si aggrappano al ramoscello, si gonfiano, scivolano-

il peso le trascina giù, come provano ad arrampicarsi.

Difficile essere incerti, timorosi e divisi,

difficile sentire il profondo che attrae e chiama,

eppure rimanere ancora e tremare soltanto -

difficile voler stare

                                e voler cadere.

 

Allora, quando infine più niente aiuta

si rompono come esultano i boccioli dell'albero,

allora, quando non le trattiene più alcun timore,

cadono scintillando le gocce del ramoscello,

dimenticano che furono impaurite dal nuovo,

dimenticano che furono in apprensione per il viaggio -

conoscono per un secondo la più grande serenità,

riposano in quella fiducia

                                          che crea il mondo.

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Wislawa Szymborska nell'originale e suggestiva poesia che ho scelto per oggi analizza uno stato di "non amore". La poetessa, come molte persone estremamente sensibili, vive l'amore in modo talmente intenso da non riuscire a vivere serena, per cui ringrazia solo le persone che non ha amato, quelle che  nell'arco della sua vita le sono apparse lontane, indifferenti, e per questo non hanno generato in lei i tormenti propri del sentimento. Ma nella poesia non c'è nessuna rinuncia all'amore, come potrebbe sembrare ad una lettura superficiale. Poiché coloro che amiamo li celebriamo ogni giorno, il pensiero per una volta è rivolto a chi se ne va nel "non visto", nel "non rimpianto", lasciandoci immuni da ogni sofferenza.

 

Ringraziamento

 

Devo molto

a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto

che siano più vicini a un altro.

 

La gioia di non essere io

il lupo dei loro agnelli.

 

Mi sento in pace con loro

e in libertà con loro,

e questo l'amore non può darlo,

né riesce a toglierlo.

 

Non li aspetto 

dalla porta alla finestra.

Paziente

quasi come un orologio solare,

capisco

ciò che l'amore non capisce,

perdono

ciò che l'amore non perdonerebbe mai.

 

Da un incontro a una lettera

passa un'eternità,

ma solo qualche giorno o settimana.

 

I viaggi con loro vanno sempre bene,

i concerti sono ascoltati fino in fondo,

le cattedrali visitate,

i paesaggi nitidi.

 

E quando ci separano

sette monti e fiumi,

sono monti e fiumi

che si trovano in ogni atlante.

 

È merito loro

se vivo in tre dimensioni,

in uno spazio non lirico e non retorico,

con un orizzonte vero, perché mobile.

 

Loro stessi non sanno

quanto portano nelle mani vuote.

 

<<Non devo loro nulla>> -

direbbe l'amore

su questa questione aperta.

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Signora della poesia, adorata come un'icona pop, Patrizia Cavalli è studiata più all'estero che in Italia. In un'epoca di presunta crisi della poesia sono tanti quelli che si identificano nella sua riflessione intorno " ai misteri di ciò che solo in apparenza è chiaro : le ragioni e le condizioni del piacere e del dolore, i mutamenti impercettibili e decisivi che confondono o che intensificano quello che sentiamo e siamo ".

Misteri universali, esposti nell'immediatezza lessicale e sintattica di un linguaggio quotidiano e contemporaneo. Un linguaggio il suo in cui le misure metriche classiche entrano con tanta naturalezza da restare celate, implicite. Ottiene il massimo col minimo delle parole.

 

Da Pigre divinità e pigra sorte 

È tutto così semplice

È tutto così semplice,

sì, era così semplice,

è tale l'evidenza

che quasi non ci credo.

A questo serve il corpo

mi tocchi o non mi tocchi,

mi abbracci o mi allontani.

Il resto è per i pazzi.

 

 

Da L' io singolare proprio mio

Se ora tu bussassi alla mia porta

Se ora tu bussassi alla mia porta

e ti togliessi gli occhiali

ed io togliessi i miei che sono uguali

e poi tu entrassi dentro la mia bocca

senza temere baci disuguali

e mi dicessi: << Amore mio,

ma che è successo?>>, sarebbe un pezzo

di teatro di successo.

 

 

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L' opera poetica di Marianne Moore è una pietra preziosa, che continua a rifulgere di una luce limpida ed inconfondibile. In un'intervista dichiarò che la poesia è << una violenza interna che ci protegge da una violenza esterna >> . Ed a quella "violenza interna" la Moore dedicò la vita.  Fu esemplare per la fedeltà ed il coraggio con cui difendeva il suo mondo fisico e metafisico e per la coerenza con cui credeva nella poesia senza temere di essere considerata inaccessibile.

 

What are years

 

What is our innocence,

what is our guilt? All are

naked, none is safe. And whence

is courage: the unanswered question,

the resolute doubt, -

dumbly calling, deafly listening - that

in misfortune, even death,

encourage others

and in its defeat, stirs

 

the soul to be strong? He

sees deep and is glad, who

accedes to mortality

and in his imprisonment rises

upon himself as

the sea in a chasm, struggling to be

free and unable to be,

in its surrendering 

finds its continuing.

 

So he who strongly feels,

behaves. The very bird,

grown taller as he sings, steels

his from straight up. Though he is captive,

his mighty singing

says, satisfaction is a lowly

thing, how pure a thing is joy.

This is mortality,

this is eternity.

 

 

 

Che cos'è la nostra innocenza,

che cosa la nostra colpa? Tutti

sono nudi, nessuno è salvo. E donde

viene il coraggio: la domanda senza risposta,

l' intrepido dubbio, -

che chiama senza voce, ascolta senza udire -

che nell'avversita', perfino nella morte,

ad altri dà coraggio

e nella sua sconfitta sprona

 

l'anima a farsi forte? Vede

profondo ed è contento chi

accede alla mortalità

e nella sua prigionia ti leva

sopra se stesso, come

fa il mare dentro una voragine,

che combatte per essere libero

e benché respinto

trova nella sua resa

la sua sopravvivenza.

 

Così colui che sente fortemente

si comporta. L' uccello stesso, 

che è cresciuto cantando, tempra, 

la sua forma e la innalza. È prigioniero,

ma il suo cantare vigoroso dice:

misera cosa è la soddisfazione,

e come pura e nobile è la gioia.

Questo è  mortalità,

questo è eternità.

 

 

 

 

 

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Ho scelto per oggi un poema in prosa di Charles Baudelaire. Si tratta di uno scritto che apre una voragine su quella che è la condizione umana, portando l'attenzione sulla questione, attualissima e fondante di una società che voglia dirsi autenticamente democratica, dell'uguaglianza tra gli esseri umani.

 

Un uomo si ritrova in uno caffè assieme alla sua amante, al termine di una piacevole giornata passata insieme. Il caffè è dipinto come una piccola ma sfarzosa e scintillante realtà. Nessuno, lì, deve pensare all'essenziale, preso dai propri piaceri, da passatempi e futilità che riempiono il tempo libero della loro vita. Ma non si tratta di un momento felice per il poeta, in quanto, quella sera, si ritrova a “odiare” la compagna.

Dall'altro lato della strada vedono un uomo che Hugo annovererebbe tra i miserabili con i suoi due figli, che ammirano lo sfarzo del caffè. È un'istantanea con una carica imaginifica lacerante, che ha una forza di attrazione irresistibile per l'uomo seduto al caffè. Les yeux des pauvres parlano al poeta. Quelli del padre raccontano di un uomo che, meravigliandosi della bellezza di quello sfarzo, si limita a constatare una disuguaglianza alla quale è ormai rassegnato. Gli occhi del più piccolo dei due bambini sono semplicemente incantati dallo sfarzo e incapaci di esprimere a parole le sensazioni provate, trasmettendo l'immenso stupore con un silenzio che all'uomo seduto al caffè potrebbe risultare quasi assordante. Ma gli occhi del bimbo più grande, incantato al pari del fratellino, constatano che si tratta di una casa dove possono entrare soltanto “les gens qui ne sont pas comme nous”. La consapevolezza della propria condizione da parte del bambino è un pugno nello stomaco.

Eppure, nonostante la forza impattante dell'immagine dell'uomo e dei suoi figli, la reazione dei due amanti risulta antitetica. L'uomo è profondamente rammaricato, prova persino vergogna per il suo vivere agiato; la donna trova invece la vista dei poveri insopportabile , chiedendo se non sia possibile farli allontanare dalla loro vista.

Nelle due differenti reazioni, che in fondo non fanno che narrarci una storia antica, è racchiuso tantissimo. L'aspetto forse più forte del quadro delineato dal poemetto risiede nel fatto che entrambe le reazioni sono profondamente umane. Tanto l'empatia verso il proprio simile che non ha niente da parte di qualcuno a cui materialmente non manca nulla, che conduce al senso di colpa e persino alla vergogna (dietro “je me sentais un peu honteux de nos verres et de nos carafes, plus grands que notre soif” c'è tutto un mondo), tanto l'egoismo di chi rifugge dall'interrogarsi sul peso morale delle disparità tra gli uomini o che pur essendone perfettamente consapevole non avverte dentro sé il peso di esse.

 

Nel 1987 i Cure scrissero la canzone How Beautiful You Are, ispirata proprio al poema di Baudelaire.

 

 

Les yeux des pauvres.

 

Ah ! vous voulez savoir pourquoi je vous hais aujourd’hui. Il vous sera sans doute moins facile de le comprendre qu’à moi de vous l’expliquer ; car vous êtes, je crois, le plus bel exemple d’imperméabilité féminine qui se puisse rencontrer.

Nous avions passé ensemble une longue journée qui m’avait paru courte. Nous nous étions bien promis que toutes nos pensées nous seraient communes à l’un et à l’autre, et que nos deux âmes désormais n’en feraient plus qu’une ; — un rêve qui n’a rien d’original, après tout, si ce n’est que, rêvé par tous les hommes, il n’a été réalisé par aucun.

Le soir, un peu fatiguée, vous voulûtes vous asseoir devant un café neuf qui formait le coin d’un boulevard neuf, encore tout plein de gravois et montrant déjà glorieusement ses splendeurs inachevées. Le café étincelait. Le gaz lui-même y déployait toute l’ardeur d’un début, et éclairait de toutes ses forces les murs aveuglants de blancheur, les nappes éblouissantes des miroirs, les ors des baguettes et des corniches, les pages aux joues rebondies traînés par les chiens en laisse, les dames riant au faucon perché sur leur poing, les nymphes et les déesses portant sur leur tête des fruits, des pâtés et du gibier, les Hébés et les Ganymèdes présentant à bras tendu la petite amphore à bavaroises ou l’obélisque bicolore des glaces panachées ; toute l’histoire et toute la mythologie mises au service de la goinfrerie.

Droit devant nous, sur la chaussée, était planté un brave homme d’une quarantaine d’années, au visage fatigué, à la barbe grisonnante, tenant d’une main un petit garçon et portant sur l’autre bras un petit être trop faible pour marcher. Il remplissait l’office de bonne et faisait prendre à ses enfants l’air du soir. Tous en guenilles. Ces trois visages étaient extraordinairement sérieux, et ces six yeux contemplaient fixement le café nouveau avec une admiration égale, mais nuancée diversement par l’âge.

Les yeux du père disaient : « Que c’est beau ! que c’est beau ! on dirait que tout l’or du pauvre monde est venu se porter sur ces murs. » — Les yeux du petit garçon : « Que c’est beau ! que c’est beau ! mais c’est une maison où peuvent seuls entrer les gens qui ne sont pas comme nous. » — Quant aux yeux du plus petit, ils étaient trop fascinés pour exprimer autre chose qu’une joie stupide et profonde.

Les chansonniers disent que le plaisir rend l’âme bonne et amollit le cœur. La chanson avait raison ce soir-là, relativement à moi. Non-seulement j’étais attendri par cette famille d’yeux, mais je me sentais un peu honteux de nos verres et de nos carafes, plus grands que notre soif. Je tournais mes regards vers les vôtres, cher amour, pour y lire ma pensée ; je plongeais dans vos yeux si beaux et si bizarrement doux, dans vos yeux verts, habités par le Caprice et inspirés par la Lune, quand vous me dites : « Ces gens-là me sont insupportables avec leurs yeux ouverts comme des portes cochères ! Ne pourriez-vous pas prier le maître du café de les éloigner d’ici ? »

Tant il est difficile de s’entendre, mon cher ange, et tant la pensée est incommunicable, même entre gens qui s’aiment !

 

*

 

Ah, volete proprio sapere perché oggi vi odio? Per me non sarà difficile spiegarvelo. Ma certo per voi non sarà facile capirlo, perché siete, credo, il più bell'esempio di impermeabilità femminile che si possa incontrare. Avevamo passato insieme un'intera giornata, che mi era parsa breve. Ci eravamo promessi di avere in comune tutti i nostri pensieri, e che le nostre anime sarebbero state ormai un'anima sola: un sogno che dopotutto non ha niente di originale, se non il fatto che pur essendo stato sognato da tutti non è stato realizzato da nessuno.

La sera, un po' stanca, voleste sedervi all'angolo di un nuovo boulevard, davanti a un nuovo caffè ancora pieno di calcinacci, e che già mostrava la gloria dei suoi incompiuti splendori. Il caffè scintillava. Perfino il gas vi esibiva tutto l'ardore di un debutto, e con tutte le sue forze rischiarava i muri di un biancore accecante, le abbaglianti superfici degli specchi, gli ori delle modanature e delle cornici, i paggi dalle guance paffute trascinati dai cani al guinzaglio, le dame che sorridevano al falcone appollaiato sul loro pugno, le ninfe e le dee con frutti, pasticci, cacciagione in capo, Ebe e Ganimede che porgono col braccio teso la piccola anfora per la «bavarese», o l'obelisco tricolore dei gelati mantecati; tutta la storia e tutta la mitologia messe al servizio dell'ingordigia. Proprio davanti a noi, sulla carreggiata, se ne stava impalato un brav'uomo sulla quarantina, la faccia stanca, la barba ingrigita, che teneva per mano un bambino e reggeva sull'altro braccio un esserino troppo debole per camminare. Faceva da bambinaia, e portava i suoi figli, la sera, a prendere un po' d'aria. Cenciosi tutti e tre. Quei tre visi erano straordinariamente seri, e quei sei occhi contemplavano e fissavano il caffè nuovo con pari ammirazione, benché con diverse sfumature a seconda dell'età. Gli occhi del padre dicevano: «Come è bello! Come è bello! Si direbbe che tutto l'oro della povera gente sia venuto a mettersi su questi muri». Gli occhi del bambino: «Come è bello! Come è bello! Ma è una casa dove possono entrare solo quelli che non sono come noi». Quanto agli occhi del più piccolo, erano troppo affascinati per esprimere qualcosa di diverso da una gioia profonda e ottusa. Gli autori di canzoni dicono che il piacere rende l'anima buona e intenerisce il cuore. Per quanto riguarda me, la canzone quella sera aveva ragione. Non solo ero intenerito da quella famiglia d'occhi, ma avevo un po' vergogna dei nostri bicchieri e delle nostre caraffe, più grandi della nostra sete. Giravo il mio sguardo verso il vostro, mio caro amore, per leggervi il mio stesso pensiero; mi tuffavo nei vostri occhi così belli, così bizzarri e dolci, nei vostri occhi verdi, abitati dal capriccio e ispirati dalla Luna, quando mi diceste: «Questa gente, con quegli occhi spalancati come portoni, mi è insopportabile! Non potreste chiedere al maître di allontanarli da qui?». Tanto difficile è capirsi, caro angelo mio! E il pensiero è a tal punto incomunicabile, anche fra coloro che si amano!

 

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Anne Sexton può essere considerata la strega della letteratura americana. Personalità eccentrica ed anticonformista, la "possessed witch" vola di notte e turba i sogni più tranquilli, grida il suo imbarazzo di essere ridotta ad angelo del focolare. Rivendicando fino all'ultimo la sua indipendenza, la Sexton esprime la sua sensualità viva e vitale senza reticenze e falsi pudori, fino al suo ultimo atto di disobbedienza e allo stesso tempo di sconfitta quando il 4 ottobre de 1974 si toglie la vita, inalando monossido di carbonio nel garage della sua abitazione.

 

Her Kind

 

I have gone out, a possessed witch,

haunting the black air, braver at night;

dreaming evil, I have done my hitch 

over the plain houses, light by light:

lonely thing, twelve-fingered, out of 

mind.

A woman like that is not a woman,

quite.

I have been her kind.

 

I have found the warm caves in the

woods,

filled them witch skillets, carvings,

shelves,

closets, silks, innumerable goods;

fixed the suppers for the worms and the

elves:

whining, rearranging the disalingned.

A woman like that is misunderstood.

I have been her kind.

 

I have ridden in your cart, driver,

waved my nude arms at villages going

by,

learning the last bright routes, survivor

where your flames still bite my thigh

and my ribs crack where your wheels

wind.

A woman like that is not ashamed to

die.

I have been her kind.

 

 

In giro sono andata, strega posseduta

ossessa ho abitato l'aria nera, padrona della notte;

sognando malefici, ho fatto il mio mestiere

passando sulle case, luce dopo luce:

solitaria e folle, con dodici dita.

Una donna così non è una donna.

Come lei io sono stata.

 

Ho trovato nei boschi tiepide caverne,

e pentole e amuleti, tavole

e armadietti, infinità d'oggetti

e sete ho ammassato;

per elfi e vermi cene ho preparato:

mugolando ho sistemato le cose fuori posto.

Una donna così non è capita.

Come lei io sono stata.

 

Sul tuo carro, o cocchiere, son salita,

a braccia nude ho salutato paesi che passavano,

e le ultime strade luminose, ho conosciuto,

sopravvissuta alle tue fiamme che ancora mordono le gambe

e alle tue ruote che ancora rompono le ossa.

Una donna così non ha vergogna di morire.

Come lei io sono stata.

 

 

 

 

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<< Dovremmo definirci le fuori-posto. Stiamo come fuori dal centro. Non ci inseriamo come si deve in nessun ambiente. Alcuni ci stanno stretti, altri larghi.>> Così scriveva Alfonsina Storni. Giovane poetessa argentina, ragazza madre, donna che ribalta la condizione della donna facendosi con gli uomini nel contempo femmina dominata e maschio dominatore. Famosissime le sue liriche, bistrattate dalla critica, in quanto troppo "facili", troppo "tradizionali", che hanno attraversato il tempo dando ragione a chi le ha amate da subito. La grandezza della Storni è tutta nella sua femminilità critica e non leziosa, nel suo femminismo ragionato, pacato, altamente determinato, fatto di scelte  e di dolore ma anche di grande amore.

Alfonsina Storni fu una figura leggendaria in tutto il Sud America ( solo Frida Kahlo può reggere il confronto con il mito nato intorno alla sua vita e alla sua morte). La sua figura di poetessa ribelle e performer carismatica,di militante socialista, famosa per le sue rubriche ora impegnate ora poetico-sperimentali, la sua audacia di fronte ai grandi interrogativi della modernità così come le sue riflessioni sulla vita nella metropoli e in una società sopraffatta dalle migrazioni, la  ferocia nell'autodeterminarsi  dimostrata fino  alla morte (si suicidò, ammalata di cancro, a Mar de Plata), ha fatto della Storni un simbolo per generazioni di latino americani. Lei stessa giudicò irrilevanti le dicerie che correvano sul suo conto. Si considerava un'artista della parola e voleva solo essere letta. La metropoli era il regno di Alfonsina Storni, che aveva un fiuto formidabile e uno sguardo straordinariamente acuto per cogliere e descrivere i modelli di vita urbani, la propensione al consumo e la maniera in cui uomini e donne si mostravano in pubblico. Metteva in luce il vero e il falso splendore degli anni Venti a Buenos Aires. Pur vivendo in una grande città, provava nostalgia per la natura. I suoi quadri in prosa, come anche le sue poesie, parlano del tributo che il vivere in città richiede agli uomini che si muovono in flussi di pendolari.

Voleva essere una donna-uomo, ambiva a diventare una donna autonoma e rivendicava per sé una "morale virile", come spiegò in più di una intervista. Fu il germe dell'autonomia a rendere così preziosi ai suoi occhi i bambini: osservò in loro capacità espressive immediate e incorrotte e una saggezza genuina, costantemente minacciata dal mondo adulto. Inoltre come intellettuale presente sulla scena pubblica spezzò una lancia a favore dell'apertura e della tolleranza in anni in cui pochi osavano schierarsi.

Sensibile al proprio tempo, provocava i suoi lettori, rimproverando gli indolenti, i pigri, invitandoli ad avere il coraggio di pensare con la propria testa.

 

La loba

 

Yo soy como la loba. Ando sola y me río

Del rebaño. El sustegno me lo gano y es mío

Donde quiera que sea, que yo tengo una

mano

Que sabe trabajar y un cerebro que es

Sano.

 

La que pueda seguirme que se venga 

conmigo.

Pero yo estoy de pie, de frente el enemigo,

La vida, y no temo su arrebato fatal

Porque tengo en la mano siempre pronto

un puntal.

 

El hijo y después yo después...¡Lo que sea!

Aquello que me llame más pronto a la

pelea.

A veces la ilusión de un capullo de amor

Que yo sé malograr antes que se haga flor.

 

 

Io sono come la lupa. Me ne vado sola

                e rido

del branco. Mi guadagno il cibo ed è

                mio

dovunque sia, poiché ho una mano

che sa lavorare e cervello sano.

 

Chi mi può seguire venga con me,

ma io me ne sto zitta, di fronte al

               nemico,

la vita, e non temo il suo impero fatale

perché ho sempre un pugnale pronto

               in mano.

 

Il figlio e dopo io e dopo... quel che

                sia!

Quel che prima mi chiami alla lotta.

Talvolta l'illusione di un bocciolo

               d'amore

che so sciupare prima ancora che

               diventi fiore.

 

 

Tú me quieres blanca

 

Tú me quieres alba,

me quieres de espumas,

me quieres de nácar.

Que sea azucena.

Sobre todas, casta.

De parfume tenue.

Corola cerrada.

 

Ni un rayo de luna

filtrado me haya.

Ni una margarita

se diga mi hermana.

Tú me quieres nívea,

Tú me quieres blanca,

Tú me quieres alba.

 

Tú que hubiste todas

las copas a mano,

de frutos y mieles

los labios morados.

Tú que en el banquete

cubierto de pámpanos

dejaste las carnes

festejando a Baco.

Tú que en lo jardines

negros del engaño

vestido de rojo

corriste al estrago.

 

Tú que el esqueleto

conservas intacto

no sé todavía

por cuáles milagros,

me pretendes blanca

( ¡Dios te lo perdone! ),

me pretendes casta

(¡Dios te lo perdone! ),

¡Me pretendes alba!

 

Huye hacia los bosques,

vete a la montaña;

limpiate la boca;

vive en las cabañas;

toca con las manos 

la tierra mojada;

alimenta el cuerpo

con raiz amarga;

bebe de las rocas;

duerme sobra escarcha;

renueva tejidos

con salitre y agua;

 

Habla con los pájaros

y levate al alba.

Y cuando las carnes

te sean tornadas,

y cuando hayas puesto

en ellas el alma

que por las alcobas

se quedó enredada,

entonces, buen hombre,

pretendeme blanca,

pretendeme nívea,

pretendeme casta.

 

 

Tu mi vuoi bianca,

mi vuoi spume,

mi vuoi madreperla.

Che io sia giglio,

sopra tutte, casta.

Profumo delicato.

Corolla chiusa.

 

Né un raggio di luna

trapassata mi abbia.

Né una margherita

si dica mia sorella.

Tu mi vuoi nivea.

Tu mi vuoi bianca.

Tu mi vuoi alba.

 

Tu che tenesti tutte

le cappe tra le mani,

di frutti e mieli

le labbra imbrunite.

Tu che nel banchetto

ricoperto di pampini

il corpo liberasti

inebriandoti di Bacco.

Tu che nei giardini

neri dell'inganno 

di porpora vestisti

ti lasciasti alla strage.

 

Tu che lo scheletro

conservi ancora intatto

per non so che miracolo,

mi pretendi bianca

( Dio te lo perdoni! )

mi pretendi casta

( Dio te lo perdoni! )

mi pretendi alba.

 

Ritirati nei boschi,

vattene alla montagna;

purificati il labbro,

abita una capanna;

tocca con le tue mani 

la terra umida e scura;

alimenta il tuo corpo

con la radice amara; 

bevi dalle rocce la brina;

rinnova i tessuti

con acqua e con salnitro;

 

discorri con uccelli;

levati al primo albore.

E quando la tua carne 

ti sarà resa e in essa 

di sé dimenticata 

allora, buon uomo,

prendimi bianca,

prendimi nivea,

prendimi casta.

 

 

Voy a dormir

 

Dientes de flores, cofia de rocío,

manos de hierbas, tú, nodriza fina,

tenme prestas las sábanas terrasas

y el edredón de musgos escardados.

 

Voy a dormir, nodriza mía, acuéstame.

Ponme una lampara a la cabecera;

una constelación; la que te guste;

todas son buenas, bajala un pochito.

 

Déjame sola: oyes romper los brotes...

te acuna un pie celeste desde arriba

y un pájaro te traza unos compases

 

para que olvides... Gracias. Ah, un encargo:

si el llama nuevamente per telefono

les dices que no insista, que he salido.

 

 

Denti di fiori, cuffia di rugiada,

mani di erba, tu, dolce balia,

tienimi pronte le lenzuola terrose

e la coperta a muschio cardato.

 

Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.

Mettimi una luce al capo del letto

una costellazione; quella che ti piace;

tutte van bene; abbassala un pochino.

 

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli...

un piede celeste ti culla dall'alto

e un passero ti traccia un percorso

 

perché dimentichi... Grazie. Ah, un incarico

se lui chiama di nuovo per telefono

digli che non insista, che sono uscita...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le poesie di Renée Vivien, straordinaria poetessa inglese trapiantata in Francia, sono belle, di una bellezza crepuscolare e malinconica, ma autentica e coinvolgente.

In Renée Vivien, carattere delicato e sensibile, anche se tremendamente "notturno" e pessimista, il gusto della trasgressione coesisteva con l'istinto della fuga, del ripiegamento interiore, del masochismo non tanto inconsapevole e, in ultima analisi, dell'istinto di autodistruzione. Quest'ultimo è il carattere fondamentale della sua opera poetica e la giusta chiave di lettura per accostarsi ad essa; carattere che ne fa una autrice eminentemente moderna, se è vero che l'inquietudine e la pulsione alla morte sono alla radice stessa della modernità. La Vivien possedeva un fascino strano, in parte sensuale e in parte delicatamente virginale: riflesso sensibile dell' ambivalenza della sua stessa natura, divisa tra il richiamo ardente dei sensi e un'attrazione tutt'altro che di maniera verso il misticismo e la religione, tanto da convertirsi alla fine al cattolicesimo.

 

Les solitaires

 

Ceux-là dont les manteaux ont des plis de linceuls

Goûtent la volupté divine d'être seuls.

 

Leur sagesse a pitié de l' ivresse des couples,

De l'étreinte des mains, des pas aux rythmes souples.

 

Ceux dont le front se cache en l'ombre des linceuls

Savent la volupté divine d'être seuls.

 

Ils contemplent l' aurore et l'aspect de la vie

Sans horreur, et plus d'un qui les plaint les envie.

 

Ceux qui cherchent la paix du soir et le linceuls

Connaissent la terrible ivresse d'être seuls.

 

Ce sont les bien-aimés du soir et du mystère.

Ils écoutent germer les roses sans la terre

 

Et perçoivent l' écho des couleurs,

le reflet des sons...

Leur atmosphère est d'un gris violet.

 

Ils goûtent la saveur du vent et des ténèbres,

Et leurs yeux sont plus beaux que des torches funèbres.

 

Coloro che hanno per mantello lenzuoli funerari

provano la voluttà divina di essere solitari.

 

La loro castità ha pena dell'ebbrezza delle coppie

della stretta di mano, dei passi dal ritmo lieve.

 

Coloro che nascondono la fronte nei lenzuoli funerari

sanno la voluttà di essere solitari.

 

Contemplano l' aurora e l'aspetto della vita

senza orrore, e chi li compatisce prova invidia.

 

Coloro che cercano la pace della sera e dei lenzuoli funerari

conoscono la spaventosa ebbrezza di essere solitari.

 

Sono i beneamati della sera e del mistero.

Ascoltano nascere le rose sottoterra

e percepiscono l'eco dei colori, il riflesso dei suoni...

 

Si muovono in un'atmosfera grigio-viola.

Gustano il sapore del vento e della notte,

hanno occhi più belli delle torce funerarie.

 

 

Le toucher

 

Les arbres ont gardé du soleil dans leurs branches.

 

Voilé comme une femme, évoquant l'autre fois,

 

Le crépuscule passe en pleurant... Et mes doigts

 

Suivent en frémissant la ligne de tes hanches.

 

Mes doigts ingénieux s'attarder aux frissons

 

De ta chair sous la robe aux douceurs de pétale.

 

L' art du toucher, complexe et curieux, égale

 

Le rêve des parfums, le miracle des sons.

 

Le suis avec lenteur le contour de tes hanches,

 

Tes épaules, ton vol, tes seins inapsises.

 

Mon désir délicat se refuse aux baisers:

 

Il effleure et se pâme en des voluptés blanches.

 

 

Nei rami gli alberi han conservato il sole.

 

Velato come una donna che evoca l'altrove,

 

Il crepuscolo evapora piangendo... E le mie dita

 

Seguono frementi la linea dei tuoi fianchi.

 

Le dita ingegnose s' attardano ai brividi

 

Della tua pelle sotto la veste di petalo dolce...

 

L' arte del toccare, complessa e strana, è simile

 

Al sogno dei profumi, al miracolo dei suoni.

 

Divengo lentamente il profilo dei tuoi fianchi,

Delle spalle, del collo, dei seni inappagati,

 

Il mio desiderio delicato si rifiuta ai baci:

 

Affiora e d' estasi muore nelle voluttà bianche.

 

 

Roses du soir

 

Des roses sur la mer, des roses dans le soir,

Et toi qui viens de loin, les mans de roses!

J' aspire ta beauté. Le couchant fait pleuvoir

Ses fines cendres d'or et ses poussières roses...

 

Des roses sur la mer, des roses dans le soir.

 

Un songe évocateur tient mes paupières closes.

J' attends, ne sachant trop ce que j' attends en vain,

Devant la mer venue en m'apportant des roses...

 

O roses dans le ciel et le soir ! O mes roses!

 

 

Rose sul mare, rose nella sera,

tu che vieni da lontano, le mani cariche di rose!

Aspiro la tua bellezza. Il tramonto fa piovere

le fini ceneri d'oro e le polveri rosa...

 

Rose sul mare, rose nella sera.

 

Un sogno evocatore tiene le mie pupille chiuse.

Io attendo, senza ben sapere cosa, attendo invano,

davanti al mare simile ad una distesa di scudi di bronzo,

ed ecco sei qui, giunta a recarmi le rose...

 

O rose nel cielo e nella sera ! O mie rose!

 

 

 

 

 

 

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Dial-A-Poem è stato un servizio multimediale ideato nel '68 attraverso il quale chiunque, chiamando un numero di telefono dedicato, avrebbe potuto ascoltare una poesia. Solo uno dei tanti sprazzi della grande creatività di John Giorno.

 

images-2-2.jpg

 

Un uomo che ha vissuto e fatto vivere la poesia in molti modi. Una vera leggenda.

 

 

Scum & Slime.

 

Optimism,
trust,
fearless
authority,
and disaster


eating filth
and transforming it,
with white
intentions,
into black
compassion,


I want to be
filthy
and anonymous
I want to be filthy
and anonymous
I want to be filthy
    and anonymous


Open your eye lids
and see it looks good,
drinking poison
and in each sip
on your lip
is wisdom
mind.


I like warm air
going over
my skin,

billions
of world
systems,


your body is
crawling
and crashing
into the surf.


Pouring
money
down
another
hole
pouring money
down another hole
pouring money down
another hole,
and keep it
hidden.


When Adam
and Eve
were in the Garden of Eden,
God asked Eve
not to do
two things,
not to eat
the fruit
and not to go swimming,
so she ate
and went for a swim,
that’s why
the ocean smells
of fish.


You and I are
sleeping on
a cement
and linoleum
kitchen floor,


you look like
a television set
sitting on
a refrigerator,


I would crawl
through a mile of shit
to suck off
the last guy
who fucked her.


We don’t take
drugs no more,
we sit around
praying for money,
don’t do anything drastic,


when you’re with
a lover
you have no
control
when you’re with a lover
you have no control
when you’re with a lover
     you have
no control,


I want to be
filthy
and anonymous,
scum
and slime.


What’s going on
in here,
it looks like
everyone is
underwater,
give me
a break,
I’m dead
and I’m asleep.

 

 

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Cecilia Meireles è una delle voci più autorevoli e ascoltate della poesia brasiliana. Unica superstite di quattro figli, perse i genitori in tenerissima età. Venne educata dalla nonna che, fin dall'infanzia, la incoraggiò a scrivere poesie per mitigare la tristezza di essere rimasta orfana. La Meireles crebbe con la convinzione che la morte fosse una presenza costante nella sua vita. Si avvicinò al gruppo Festa di ispirazione neo-simbolista, attivo a Rio de Janeiro negli anni Venti. Aderì con entusiasmo alla corrente spiritualista da cui però si allontanò presto pur conservando nella sua produzione poetica intimismo e introspezione psicologica. Come metodo letterario si prefisse di esplorare il mondo in cui si era suo malgrado ritrovata sola. Lo sentiva effimero, transitorio, sottoposto all'azione implacabile del tempo che diventa tiranno incontrastato dell'esistenza.

Le sue liriche sono ricche di musicalità, presentano un'abile tecnica costruttiva e una straordinaria libertà ritmico-formale. Sono permeate da una visione onirica, fantastica che svela la condizione di solitudine con cui ognuno di noi, privato degli affetti più cari, deve confrontarsi. La saudade oltrepassa il confine della nostalgia, dei lutti per diventare raggio di sole, onda azzurra, cielo limpido.

La Meireles tracciò un percorso poetico preciso che evidenzia non solo la libertà assoluta del verso, ma anche la padronanza della metrica portoghese classica, parnassiana e simbolista. Porta alle estreme conseguenze l'invenzione della poesia come sentimento trasformato in immagine. Vi dominano la ricchezza del lessico e soprattutto la volontà interiore di abbandonarsi alla saudade amara di una esistenza che si disperde nell' oceano Atlantico.

 

Mare assoluto

 

Da sempre è stato il mare.

E moltitudini passate mi spingevano

come un'imbarcazione dimenticata.

 

Ora ricordo che parlavamo

del tumulto dei venti,

di lini, funi, ferri,

delle sirene naufragate presso la spiaggia.

 

E il volto dei miei avi periti

nei mari d' Oriente, con i loro coralli e perle,

e nei mari del Nord, duri di gelo.

 

Allora, è con me che parlano,

sono io che devo salpare.

Perché non c'è più nessuno,

no, non ci sarà più nessuno,

tanto disposto ad amare e a rispettare i suoi morti.

 

E devo cercare i miei remoti parenti annegati.

Devo portargli reti di preghiere,

campi convertiti in vele,

barche non terrene

con pesci messaggeri

e santi del mare.

 

E, mi sento frastornata,

risvegliata all'improvviso sulle spiagge tumultuose.

E si avvicinano a me, e non mi lasciano neppure guardare la rosa dei venti.

<<Avanti! In alto mare!

Liberando il corpo dalla fragile lezione della sabbia!

In mare! Disciplina umana per l' intrapresa della vita!>>

 

Il mio sangue s'intende con queste voci forti.

La solidità della terra, monotona, 

ci sembra debole illusione.

Vogliamo la grande illusione del mare,

moltiplicata nella sua sequela di pericoli.

 

Vogliamo la sua solidità vigorosa,

una solidità totale ovunque,

un'assenza umana che si opponga al meschino brulicare del mondo,

e renda il tempo compatto, libero dalle lotte di tutti i giorni.

 

L' anelito eroico del mare ha il suo polo segreto,

che gli uomini avvertono, sedotti e intimiditi.

 

Il mare è solo mare, sprovvisto di legami,

si annulla e si ricompone,

correndo come un toro blu sulla sua stessa ombra,

senza aggredire nessuno con bravura,

per diventare dopo la pura ombra di se stesso,

vinto da se medesimo. È il suo grande esercizio.

 

Non ha bisogno della metà determinata della terra,

lui che è, allo stesso tempo,

il danzatore e la sua danza.

 

Possiede un regno di metamorfosi, per esperienza:

il suo corpo è il suo stesso giocattolo,

e sua eternità ludica

non semplicemente gratuita: ma perfetta.

 

Mischia le sue alte incongruenze:

cavallo epico, anemone soave,

si consegna completamente, sprezzante di tutto,

sostiene nel suo prodigioso ritmo

giardini, stelle, code di comete, antenne, sguardi,

ma è spoglio, cieco, nudo, padrone solo di sé,

della sua categorica grandezza spogliata.

 

Non si dimentica che è acqua, nel dispiegare le sue apparizioni:

acqua di tutte le possibilità,

ma senza debolezza alcuna.

 

E così come acqua mi parla.

Mi lancia gridi, come ricordo della sua voce,

e stelle increspate, come invito al mio destino.

Mi chiama non per cavalcarlo,

né per immergermi in lui:

ma perché mi converta in lui stesso. È il suo massimo dono.

 

Non vuole trascinarmi come i miei avi di un tempo,

né condurmi piano piano,

come i miei padri, dai sereni occhi sicuri.

 

Mi accetta solo convertita nella sua natura:

plastica, fluida, disponibile,

identica a lui, in costante soliloquio,

senza esigenze di principio e fine,

indipendente da terra e cielo.

 

E io, ch' ero venuta timorosa,

in cerca di persone passate,

temo di essermi ingannata,

che ci siano altri ordini, che non sono stati ben compresi,

che un' altra bocca parlava: non solo quella degli antichi morti,

e il mare al quale mi mandarono non è solo di questo mare.

 

Non è soltanto questo mare che risuona nelle mie vetrate,

ma un altro, che gli assomiglia

come si assomigliano i volti dei sogni nel sonno.

E fra acqua e stelle imparo a conoscere la solitudine.

 

E rammento la mia eredità di corde ed ancore,

e trovo tutto sovrumano.

E questo mare visibile solleva in alto per me 

un volto sorprendente.

 

E si ritrae, dicendomi ciò di cui ho bisogno.

Ed è subito una piccola conchiglia brulicante,

macchia liquida e instabile,

cellula blu che s'inerpica

nel regno di un altro mare:

ah! del Mare Assoluto.

 

 

 

Conchiglia del mare

 

Conchiglia del mare, conchiglia,

nella sabbia secca e sporca...

 

<<Sono stata rosa delle onde, della luna e dell'aurora,

e qui sto nella sabbia, dove

la polvere va consumando il mio dorato fianco,

senza azzurri e spume, ora.

 

Va prosciugando il sole il mio cuore bianco,

il mio cuore dacqua, divino, divino

dove l'origine del mondo dimora.

 

Mi trovo nel vento tutto cristallino,

quanto più mi perdo, mi trasformo e fuggo

dall' inquieto mondo di un tempo.

 

La mia essenza plastica e pura

docilmente si trasfigura

e va essendo vita sonora.

 

Morta-viva, in silenzio ruggisco;

dalla spiaggia rosa assorbo la profondità

e celebro le onde, le lune, l' aurora...

le acque che danzano, la spuma che piange...>>

 

Conchiglia del mare, conchiglia,

nella sabbia secca e sporca...

 

 

 

Spiaggia

 

Sono abitatrice delle sabbie,

di alte spume: le navi

passano per le mie finestre

come il sangue nelle mie vene,

come i piccoli pesci nei fiumi...

 

Non hanno vele e hanno vele;

e il mare ha e non ha sirene;

e io navigo e sto ferma,

vedo mondi e sono cieca,

perché questo è un male di famiglia,

essere di sabbia, di acqua, di isola...

E persino senza barca naviga

chi al mare è stata destinata.

 

Dio ti protegga, Cecilia,

che tutto è mare _ e niente più.

 

 

Luna avversa

 

Ho fasi come la luna 

fasi per stare nascosta,

fasi per scendere in strada...

 

Perdizione della mia vita!

Perdizione della vita mia! 

Ho fasi per essere tua,

e altre per essere sola.

 

Fasi che vanno e vengono,

nel calendario segreto

che un' astrologo arbitrario 

ha inventato per me.

 

E svolge la malinconia

il suo interminabile fuso!

Non mi trovo con nessuno

( ho fasi come la luna...)

 

Se un giorno qualcuno

può essere mio

non è il mio giorno

di essere sua...

E quando arriva quel giorno,

un altro è sparito...

 

 

 

 

 

 

 

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Ho l’impressione che nelle poesie io diventi più intimo, più vulnerabile in modi che spesso nei racconti non mi permetto.
 
Ripropongo, dopo lungo tempo, Raymond Carver. La sua poetica non si contraddistingue tanto per una grande tecnica quanto per la disarmante, cruda sincerità dell’autore. Un approccio che è proprio anche dei suoi scritti in prosa. I non sempre elegantissimi enjambement di The Jungle stanno a ricordare che Carver non tira certo di fioretto, ma trovo che alcuni dei suoi affondi siano comunque memorabili: storie, fotografie, ossessioni, dettagli.
 
The Jungle.
 
"I only have two hands,"
the beautiful flight attendant
says. She continues
up the aisle with her tray and
out of his life forever,
he thinks. Off to his left,
far below, some lights
from a village high
on a hill in the jungle.  
 
So many impossible things
have happened,
he isn't surprised when she
returns to sit in the
empty seat across from his.
"Are you getting off
in Rio, or going on to Buenos Aires?"  
 
Once more she exposes
her beautiful hands.
The heavy silver rings that hold
her fingers, the gold bracelet
encircling her wrist.   
 
They are somewhere in the air
over the steaming Mato Grosso.
It is very late.
He goes on considering her hands.
Looking at her clasped fingers.
It's months afterwards, and
hard to talk about.
 
 
*


“Non ho che due mani”,
dice la bellissima hostess.
Si allontana tra i sedili
con il vassoio e così
esce per sempre dalla sua vita,
pensa lui. Alla sua sinistra,
molto sotto, occhieggiano le luci
in un villaggio sulla cima di un colle
nel cuore della giungla.


Tante di quelle cose impossibili
sono successe
che lui no si meraviglia quando
la vede tornare e sedersi
nel posto vuoto della fila accanto.
"Lei scende a Rio
oppure prosegue per Buenos Aires?"


Di nuovo mette in mostra
un paio di bellissime mani.
Gli anelli d’argento massiccio che
le imprigionano le dita, il braccialetto d’oro
che le circonda il polso.


Sono in aria da qualche parte
sopra i vapori del Mato Grosso.
È tardissimo.
Lui continua a contemplarle le mani.
A fissarle le dita intrecciate.
Sono passati mesi, eppure
è ancora difficilissimo parlarne.

 

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Se si dovesse indicare una marca specifica della poesia femminile , si potrebbe dire che scrivere poesie è per le donne trovare un luogo depositario dell' autentico. La scrittura femminile in versi è particolarmente, forse più di quella maschile, costruita sulla ricerca della verità: innanzitutto della propria verità, di ciò che nella propria vita è vero; scrivere è riflettere su se stesse, riflettersi, piegarsi dentro e lì dentro guardare, a costo di trovare il buio e l'orrore. È questo estremo "coraggio dello sguardo"che si rivela peculiare. Scrivere poesia è un modo di guardare senza filtri, senza nessuna copertura che in qualche modo addolcisca o veli la verità. È come se la scrittura trovasse una sua via realistica, concreta, fisica, di dizione del mondo: è una parola meno pensata e molto più diretta. Ciò spiega perché spesso ci si trova di fronte ad una espressività molto dura, ad una energia verbale che sfiora la sfrontatezza, la violenza, con un lessico ardito e volutamente provocatorio. Allo stesso modo, non sono affatto escluse le forme dell'ironia e della parodia, in un'opera dissacratoria impietosa, che trova le sue ragioni sempre nell'amore della verità, che conduce a denunciare,a scoprire, a svelare impudicamente. L'urgenza del vero porta a vedere e dire le cose come sono, al di là degli schemi soliti, dei luoghi comuni e anche delle leggi che regolano il mondo, fino all'eversione, alla ribellione verso gli stereotipi, sia letterari sia morali sia politici: fino alla rivoluzione.

Questo "spazio dell'autentico" è percorso fino in fondo, fino alle estreme conseguenze: la follia e il suicidio. Lo sguardo dentro di sé può condurre all'abisso, all'inquietante nulla, non più schermato dal filtro delle convenzioni.

Se pensiamo all'etimologia della parola autentico capiamo anche di più: il termine greco vuol dire " colui che agisce da sé", "autore", ma anche "autore della morte" e quindi "suicida". Strano che autore  e suicida trovino unione in uno stesso vocabolo. Ma certo qualcosa significa il fatto che molte delle poetesse proposte si siano volontariamente date la morte: la Boye, la Cvetaeva , la Plath, la Pozzi, la Sexton , la Storni, ecc.

Se scrivere poesia, per queste donne autrici, è guardare in faccia la verità, è dire l'autentico e, ancora, è dire senza schermi  nella spontaneità fisica del genuino, allora l'approdo alla morte è abbastanza inevitabile. La ribellione alle convenzioni, alla vita comune arriva ad essere, all'estremo, anche ribellione alla vita stessa: rifiuto di vivere. O meglio, la vita, come fu per la Plath e la Sexton ( che si raccontavano a vicenda, e con una certa compiacenza, i loro numerosi tentativi di suicidio), diventa un "lungo corteggiamento"della morte.

In tal senso, il suicidio è solo uno dei modi dell' autentico , che dice, anche nel "vero"della vita e non solo della parola, l'estrema carica eversiva e nuda della poesia al femminile.

Concludo questa mia piccola rassegna all'insegna dell' "altro sguardo" con la più emblematica delle poetesse dell'autentico: Sylvia Plath.

 

I am Vertical 

 

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

Sucking up minerals and motherly love

So that each March I may gleam into leaf,

Nor am I the beauty of a garden bed 

Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

And a flower-head not tall, but more startling,

And I want the one's longevity and the other's daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

The trees and the flowers have been

strewing their cool odors.

I walk among them, but none of them are noticing.

Sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them-

Thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

Then the sky and I are in open conversation,

And I shall be useful when I lie down finally:

Then the trees may touch me for once,

and the flowers have time for me.

 

 

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno così da poter brillare di foglie ad ogni marzo, 

né sono la beltà di un'aiuola

ultradipinta che susciti gridi di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima d'un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

 

Stasera all'infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ci fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno,

i fiori avranno tempo per me.

 

 

 

 

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Il rosso è il colore che domina nelle poesie di Luis Aragon. In politica è stato un membro autorevole e impegnato del partito comunista francese, in letteratura un autore che amava rinnovare. Le sue poesie, piene di passione, sono state spesso trasposte in musica (da George Brassens, Jean Ferrari, ecc) e sono diventate bellissime e celebri canzoni.

Il testo della poesia che ho scelto per oggi è giudicato come una delle più belle poesie d'amore di tutti i tempi. Le mani di Elsa diventano l'emblema di un momento di sospensione, di una parentesi armoniosa in un mondo che fa rumore, diventano la radice ed il tramite di un legame che si vorrebbe durasse per sempre.

 

Les mains d'Elsa

 

Donne-moi tes mains pour l'inquiétude

Donne-moi tes mains dont j'ai tant rêvé

Dont j'ai tant rêvé dans ma solitude

Donne-moi tes mains que je sois sauvé

 

Lorsque je les prends à mon pauvre piège

De paume et de peur de hâte et d'émoi

Lorsque je les prends comme une eau de neige

Qui fond partout dans mes mains à moi

 

Sauras-tu jamais ce qui me traverse

Ce qui me bouleverse et qui m'envahit

Sauras-tu jamais ce qui me transperce

Ce que j'ai trahi quand j'ai tressailli

Ce que dit ainsi le profond langage

Ce parler muet de sens animaux

Sans bouche et sans yeux miroir sans image

Ce frémir d'aimer qui n'a pas de mots

 

Sauras-tu jamais ce qui les doigts pensent

D'une proie entre eux un instant tenue

Sauras-tu jamais ce que leur silence

Un éclair aura connu d'inconnu

 

Donne-moi tes mains que mon cœur s'y forme

S'y taise le mond au moins un moment

Donne-moi tes mains que mon âme y dorme

Que mon âme y dorme éternellement.

 

 

Dammi le tue mani per l'inquietudine

Dammi le tue mani di cui ho tanto sognato

Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine

Dammi le tue mani perché io venga salvato

 

Quando le prendo nella mia povera stretta

Di palmo e di paura di turbamento e fretta

Quando le prendo come neve disfatta

Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

 

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa

Ciò che mi sconvolge e che m'invade

Potrai mai sapere ciò che mi trafigge

E che ho tradito col mio trasalire

 

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo

Questo muto parlare dei sensi animali

Senza bocca e senz'occhi specchio senza immagini

Questo fremito d'amore che non dice parole

 

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano

D'una preda tra esse per un istante temuta

Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio

Un lampo avrà d'insaputo saputo

 

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi

Taccia il mondo per un attimo almeno

Dammi le tue mani ché la mia anima vi si addormenti

Ché la mia anima vi si addormenti per l'eternità.  

 

 

 

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