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Made in USA : il topic della Politica Americana

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Com'è facile intuire dal Titolo, ho pensato di dedicare uno spazio apposito alla Politica (rigorosamente Interna, per l'Estera è sufficiente quello Internazionale) Americana

L'idea è quella di un Topic "perpetuo", che vada bene indipendentemente dalla fase clou del momento, senza costringerci ad aprirne ogni volta di nuovi e in modo da avere tutti i nostri contributi in unico luogo, facilmente consultabili. Una discussione in cui potersi concentrare, a piacere, sull'Amministrazione, sul Congresso ma anche sui singoli Stati, la Corte Suprema e così via.

 

Questo primo post servirà da introduzione al mondo Stelle & Strisce. Ne approfitto subito allora per citare un libro eccezionale pubblicato 2 anni fa. Quando l'ho letto è immediatamente diventato uno de miei preferiti in assoluto e non posso che consigliarlo a chiunque sia interessato all'argomento, voglia conoscerlo e sopratutto capirlo, meglio. Lo considero irrinunciabile, illuminante.

 

Risultato immagini per l'isola al centro del mondo"

 

 

 

 

 

 

Passando ora ai possibili argomenti meritevoli d'attenzione in questi mesi:

 

 

  • L'IMPEACHMENT di Trump.

    La Camera dei Rappresentanti (cui spetta il compito di "accusare") lo ha avviato qualche mese fa e tra qualche giorno sarà il turno del Senato (cui spetta il compito di "giudicare"). I Capi d'Accusa definitivi sono  Abuso di Ufficio  e  Ostruzione del Congresso.

    Long story short : Trump è accusato di aver fatto pressioni sulle autorità Ucraine per influenzare l'esito delle Elezioni Presidenziali 2020 (cioè la sua rielezione), tramite il tentativo di far indagare il figlio di Biden, uno dei suoi maggiori avversari. Ci sarebbe anche stato il tentativo di incolpare l'Ucraina e non la Russia (di cui si è occupato nell'anno appena terminato il Mueller Report), di essere stata la potenza straniera che ha interferito nelle Elezioni Presidenziali 2016. 

 

 

 

 

  • LE PRIMARIE Democratiche.

    Sono appena terminati i Dibattiti televisivi tra i vari (molti) Candidati, le elezioni si terranno tra i mesi di Febbraio e Giugno.

 

 

 

 

  • LE ELEZIONI PRESIDENZIALI.

    Ogni 4 anni a Novembre ha luogo il più importante appuntamento politico del Pianeta.

 




Inoltre, per chi come il sottoscritto non è interessato solo e soltanto alle contingenze dell'attualità, potrebbe essere interessante approfondire:

 

  • La "impalcatura" Costituzionale della Repubblica Federale per antonomasia. Vista da una prospettiva giuridica.

 

 

  • La "evoluzione" dei Partiti (Federalista e Repubblicano, Whig e Democratico, Repubblicano e Democratico), sarebbe a dire la traduzione politica della convivenza / contrapposizione presente sin dalla nascita, tra quelle (due) Americhe così profondamente diverse. Vista da una prospettiva storica.

 

 

 

 

 

 

Concludo questo primo post dando un po di "contesto" (e magari fornendo ulteriori spunti).

 

Il 2016 è stato ovviamente e sopratutto l'anno dell'elezione di Trump. Se non erro, quella è stata soltanto la seconda volta nella storia (sicuramente di quella recente, non dovrei sbagliarmi ma vi invito comunque a verificare per maggiore certezza) che il Presidente eletto non ha ottenuto la maggioranza del voto popolare. Più precisamente, circa 3 milioni ( = 2 punti percentuali) in meno, ma in compenso il 56% (304 voti) contro il 42% (227) dei "Grandi Elettori". Presidente ... degli Stati ... Uniti d'America.

N.B. La volta precedente era accaduto nel 2000, primo mandato di Bush figlio a scapito del Vice di Clinton (Bill) e futuro Nobel, Al Gore. In quest'ultimo caso la differenza fu solo di mezzo milione (e mezzo punto percentuale) di voti popolari in favore del candidato democratico. Ma i Grandi Elettori furono appena cinque (l'1%) in più per il candidato repubblicano. Per ottenere questo fu però necessario ricontare i voti, decisivi, della Florida, conquistata con una maggioranza di appena 573 voti da Bush. Si trattò di un evento contestatissimo, che coinvolse la Corte Suprema, accuse di complotto e polemiche.

Poi però ci fu l'11 Settembre, Bush stravinse il secondo mandato e il resto è storia.
!  Mi correggo, nel 2004 Bush battè Kerry per soli 3 milioni (il 2%) dei voti. Cioè le cifre con cui Hillary ha perso (lol). La differenza, grazie al Sistema Elettorale, fu più marcata in termini di Grandi Elettori: 286 (53%) contro 251 (46%).

Curiosamente, in entrambe queste Elezioni Presidenziali, se il Candidato Democratico non avesse "perso" (per giunta nella maniera detta), avrebbe ottenuto il terzo mandato consecutivo per il proprio Partito, cosa che non accade dai tempi di Roosevelt e Truman.



Nel 2017 c'erano in ballo solo due Governatori, "vinti" 2-0 dai Democratici che in particolare hanno riconquistato il New Jersey, ma del resto questo era comunque stato Clintoniano l'anno prima.




Il 2018 è stato caratterizzato dalle elezioni di "Metà Mandato" e per di più c'era da eleggere la maggior parte (36 su 50) dei Governatori.
Il Partito Repubblicano è sceso da 26 a 20 mentre quello Democratico è salito da 9 a 16, strappando Stati importanti come l'Illinois, il Michigan e il Wisconsin (pressapoco l'intera regione dei Grandi Laghi). Gli ultimi due in particolare erano stati Trumpiani nel 2016. Per quanto riguarda il Congresso, dopo tanti anni la Camera (eletta ogni 2) è stata conquistata dai Democratici (Maggioranza di 235 a 200) mentre il Senato (di cui si elegge un terzo dei 100 Senatori, sempre ogni 2 anni) è rimasto in mano Repubblicana (Maggioranza passata da 51-49 a 53-47). Bisognare tener conto però che i seggi in ballo erano ben 25-8 in favore dei Democratici.

 

 


Nel 2019 appena terminato, ci sono state le elezioni Governatoriali in Kentucky (R), Lousiana (D) e Mississippi (R). Negli ultimi due Stati ha vinto il Governatore uscente, mentre la patria del pollo fritto (dove nel 2016 aveva vinto Trump) è stata conquistata dal Partito Democratico, che quindi complessivamente ha "vinto" 2-1.
 

 

 
 
Venendo ora agli appuntamenti elettorali del 2020, sarà il turno di Stati (Governatori) con un rapporto di 7-4 in favore dei Repubblicani e anche al Senato i seggi in gioco sono 23-12 in mano loro. Per completezza, bisogna menzionare che nelle ultime 6 elezioni della Camera hanno ottenuto la maggioranza ben 4 volte, perdendola solo nel 2008 (anno della prima Elezione di Obama) e da ultimo nel 2018. Invece per quanto riguarda il Senato, lo hanno controllato per tutte e tre le ultime volte. Ricapitolando, l'Elefante rischia la "catastrofe" e cioè perdere sia l'Esecutivo che entrambi i rami del Legislativo (al Senato ai Dem "basterà" ottenere un +4 per avere la Maggioranza), esattamente l'opposto di quanto avvenuto 4 anni fa. Specularmente, il Partito Democratico "rischia" il controllo totale della Politica (federale) a 12 anni dall'ultima volta.

 

 

         (P)   (S)   (C)

'08)    D     D      D 
'10)            D     R  
'12)    D     D     R
'14)            R     R
'16)    R     R     R
'18)            R     D
'20)    ?      ?      ?




 

 

P.S. Gli ultimi 3 Presidenti hanno sempre conquistato il secondo mandato consecutivo (Clinton, Bush Jr, Obama). L'ultimo a non riuscirci fu Bush padre, che però a sua volta era stato già per tutte e due le volte il Vice di Reagan e terzo Presidente Repubblicano consecutivo, proprio contando i due mandati di Ronald. Insomma, è stato quello del democratico Carter l'ultimo singolo mandato conquistato da un Partito (Democratico in questo caso, dopo i due di Nixon e prima dei due di Reagan appunto). Per trovare il precedente unico mandato di un Democratico tra due Repubblicani (o viceversa), bisogna infatti risalire addirittura agli anni 80/90 del diciannovesimo secolo !
 
Edited by Mar

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Donald Trump vincerà sicuramente le presidenziali anche se non so contro chi. Il candidato "ufficiale" dei democratici potrebbe essere la Warren con Bloomberg come indipendente. Quest' ultimo ha già speso 200 milioni di dollari in spot tv 

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Proseguo nell'analisi dell'habitat politico americano.


Nessun'altra Democrazia della Terra è maggiormente polarizzata di quella degli Stati Uniti d'America. Differenze socio-culturali così nette non si trovano all'interno di nessuno Stato europeo, nè tra i diversi Paesi membri dell'Unione Europea. 
"In nessun altro Paese occidentale la gente è così divisa su questioni fondamentali quali il ruolo del Governo, l'accesso all'assistenza sanitaria, le disparità di ricchezza e la regolamentazione finanziaria, i cambiamenti climatici e la scienza, l'etichetta sessuale e i diritti riproduttivi, la verità letterale della Bibbia, la Guerra e i diritti umani
."
Del resto quale altra Nazione poteva eleggere un Presidente razzista dopo il suo primo Presidente nero?
 

 

Un noto modo di dire recita "Gli Uomini vengono da Marte, le Donne vengono da Venere" ma questo detto sarebbe ancor più vero se riferito alle due anime degli USA, oggi politicamente rappresentate dal Partito Repubblicano e Democratico. Questo "conflitto" (geografico, economico, politico) ancora attuale ma presente ab origine fin dall'epoca delle Tredici Colonie, ha attraversato tutte le fasi della storia americana e non sono ovviamente mancati importanti momenti "caldi", di scontro aperto.

La prima fondamentale distinzione è (stata) quella Nord /Sud, ossia tra gli (ex) Stati industrializzati e quelli delle (ex) Piantagioni. Per quasi 100 anni la convivenza andò avanti grazie al principio "1 Stato (abolizionista) 1 Stato (schiavista)" con riferimento ai nuovi ammessi nell'Unione. Ma la situazione esplose con l'elezione del Repubblicano Lincoln e la conseguente Guerra Civile (o di Secessione che dir si voglia), cioè lo scontro tra gli Stati Uniti (Nordisti) e i Confederati (Sudisti).
Nelle Elezioni del 1860, Lincoln vinse significativamente in tutto il Nord Est, nei Grandi Laghi e sul Pacifico. I Democratici, altrettanto significativamente, si presero l'intera costa atlantica meridionale e l'intero Golfo del Messico. Inutile sottolineare quali fossero i Free States e quali gli Slave States, poi Segregazionisti.



La seconda, appariscente differenza nella geografia politica americana è quella tra la Costa (ancora, gli Stati del Nord Atlantico, dei Laghi, del Pacifico) e l'Interno (l'Ovest montagnoso e non solo). Una, inevitabilmente più aperta e proiettata all'esterno, l'altro, naturalmente chiuso in se stesso e portato all'isolamento. Ancora oggi, sia nella mappa elettorale per le Presidenziali del 2016, che nell'ultima generale elezione politica a livello nazionale (quella per la Camera dei Rappresentanti del 2018) è possibile "percepirla" a occhio.


Infine, probabilmente ormai prevedibile se avete colto la ratio di fondo, c'è il contrasto tra Città Campagna, cioè le grandi aree metropolitane e la Rural America. Anche in questo caso non sorprendono le caratteristiche dell'una e dell'altra, moderna e cosmopolita, agricola e conservatrice, ecc. E' esemplare che delle 10 maggiori città usa per popolazione, 8 (di cui le 6 maggiori) hanno un sindaco Democratico (New York, Los Angeles, Chicago, Houston, Phoenix, Filadelfia, Dallas e San Jose), una, la settima (San Antonio), ne ha uno Indipendente ma considerato "progressista", e soltanto una, l'ottava (San Diego) ha un Repubblicano. Più in generale, i democratici controllano ormai la larga maggioranza delle città statunitensi; osservate la mappa della densità abitativa e provate a trovate le differenze con quella delle Presidenziali 2016. Maggiore è tale densità – maggiore è la natura urbana del contesto elettorale – migliore è il risultato dei democratici. La minor densità avvantaggia invece i repubblicani.



Breve estratto da un articolo Treccani di 6 mesi fa, intitolato, guarda caso, La frattura tra città e zone rurali nella politica americana :
 

Cita


(...) il sistema politico statunitense inflaziona il valore dell’elettore degli Stati meno popolati (...). Le aree meno densamente popolate valgono quindi in proporzione molto di più al Congresso, al Senato appunto e in una certa misura anche alla Camera a causa della distribuzione meno efficiente dell’elettorato democratico, che, come abbiamo visto, tende a essere eccessivamente concentrato nelle aree metropolitane. Così come contano maggiormente alle elezioni presidenziali, dove il sistema dei grandi elettori (senatori più rappresentanti) rende alcuni Stati più “pesanti” di altri: per rimanere alla (facile) comparazione tra Wyoming e California, alle presidenziali il voto degli abitanti del primo vale quasi quattro volte più di quello degli abitanti della seconda. Gli effetti sono assai marcati in un sistema a crescente polarizzazione geografica come quello statunitense ed è indicativo che dal 1992 a oggi i repubblicani abbiano vinto il voto popolare in una sola occasione, nel 2004, quando peraltro Bush poté sfruttare l’onda lunga dell’11 settembre e di ciò che ne seguì.
 

 




 

Non poteva esserci collegamento migliore per la seconda parte di questo post, ancora relativa alla "Geografia Elettorale" americana. 

Questa è l'attuale mappa dei Governatori USA; confrontatela con quella della Guerra e noterete come, passano i secoli, ma la doppia anima americana resta. Oppure osservate quella del 2016 (qui la versione col voto dei Grandi Elettori): rispetto a 4 anni fa i Democratici hanno ripreso Stati fondamentali come la Pennsylvania, il Wisconsin e il Michigan. Se saranno capaci di ripetersi alle Politiche (Presidenziali & Congressuali), vinceranno.

 


 

L'elenco che segue è quello dei 12 Stati (quindi circa un quarto del totale) più popolosi e importanti a livello elettorale; tra loro hanno più abitanti e maggiore ricchezza dei restanti 38 messi assieme.


CALIFORNIA (55) 
Il più ricco e popoloso Stato degli USA in assoluto, è oggi una roccaforte Democratica. Negli ultimi venti anni, in 6 elezioni Governatoriali l'unico Repubblicano è stato Arnold (però per due mandati, dal 2003 al 2011).
Alle Presidenziali invece è stata Rossa per l'ultima volta nel 1988 e da allora ce ne sono state altre sette.
Entrambi i suoi Senatori sono Democratici.


 

TEXAS (38) 
Il pezzo pregiato della collezione rossa. Se i Repubblicani sono visti all'estero come lo stereotipo americano, i Texani sono lo stereotipo repubblicano. Ultimo Governatore democratico negli anni Novanta, da allora ne sono passati 25.
Alle Presidenziali era addirittura il 1976, 44 anni or sono.
Entrambi i Senatori sono Rep.


NEW YORK (29)
Lo Stato della Grande Mela è il secondo gigante blu.
I suoi Governatori sono Dem dal 2006, cioè ultime 4 elezioni consecutive.
L'ultimo Presidente Repubblicano a vincerlo è stato Reagan, sempre lui, nel 1984.
Entrambi i Senatori sono democratici.


FLORIDA (29) 
Questo è il primo dei tanti Stati storicamente monopolizzato dal vecchio Partito Democratico "Sudista".
Ultime 6 elezioni Governatoriali vinte da un Rep ed entrambi i Senatori sono Rep.
MA, è il più popoloso dei famigerati Swing States, tanto da aver scelto il blu (per la Presidenza) nel 1996, 2008 e 2012, cioè le ultime tre vittorie Democratiche !


 

ILLINOIS (20) 
Lo Stato della Windy City e di Obama.
Quattro degli ultimi Governatori sono stati Democratici, entrambi i suoi Senatori lo sono e, come la California, da Clinton (1992) in poi ha sempre scelto il candidato democratico.


PENNSYLVANIA (20) 
Gli ultimi due Governatori son stati blu ma storicamente c'è alternanza.
Per la presidenza invece, anche lei era stata rossa per l'ultima volta nel 1988. Poi però c'è stato il 2016! Forse, la vittoria più sorprendente di Trump. Quasi a volerne confermare la natura swing, i Senatori son di entrambi i Partiti.


 

OHIO (18) 
Un unico Governatore Dem nelle ultime 8 elezioni (e gli ultimi 3 son stati tutti Rep). Anche qui c'è alternanza nei Senatori.
Ma questo è lo Stato viola per eccellenza. Rosso con Trump, Blu con Obama, Rosso con Bush2, Blu con Clinton, Rosso con Bush1 e Reagan... Since 1896, Ohio has had only two misses in the general election (Thomas E. Dewey in 1944 and Richard Nixon in 1960) and has the longest perfect streak of any state, voting for the winning presidential candidate in each election since 1964, and in 33 of the 37 held since the Civil War. No Republican has ever won the presidency without winning Ohio.


MICHIGAN (16) 
Oggi è Blu, ma in genere nei Governatori c'è grandissima alternanza. Entrambi i Senatori sono Dem.
Alle Presidenziali ha scelto Clinton (lui), è rimasto blu contro Bush, ovviamente ha scelto Obama ma poi non l'altra Clinton. Altro colpo a sorpresa dell'arancione.


 

GEORGIA (16) 
Ex roccaforte dei Dem sudisti, tanto da esserlo rimasta per decenni anche dopo che a livello nazionale il Partito aveva preso tutt'altra strada, Nel XXI secolo ha sempre avuto Governatori rossi, così come lo sono oggi i suoi Senatori. Alle Presidenziali fu Democratica per l'ultima volta con Clinton nel 1992 (ma non in quella successiva).


NORD CAROLINA (15) 
Idem come sopra, anche se l'ultimo Gov è nuovamente un Democratico. I Senatori invece sono Rep. Puzza di swing state? Naah, scelse Obama nel 2008 (ma non in quella successiva) in mezzo a una marea di rosso.


NEW JERSEY (14) 
Il Garden State, nonchè il più densamente abitato di tutti gli USA, non può che essere blu, via.


VIRGINIA (13) 
La Prima Colonia, chiamata così in onore di Elisabetta (morta pochi anni prima). Nonchè lo Stato del Primo Presidente (e del terzo, del quarto e del quinto), in un'epoca in cui il Nord era rappresentato dal Massachusetts (a sua volta Stato del Secondo e Sesto Presidente). Storicamente "Sudista", oggi i suoi Senatori sono Dem, così come gli ultimi due Governatori. Alle Presidenziali è stata blu con Obama e lo è rimasta con la Clinton !

 

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Aggiornamento en passant sull'Impeachment (e non solo).

 

  • La Maggioranza Repubblicana al Senato si è opposta alla richiesta Democratica di ascoltare la testimonianza, tra gli altri, dell'ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale (Bolton), come pure all'acquisizione di importanti documenti dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato. Curioso che un'innocente sotto processo voglia impedire l'acquisizione di prove.

    Se avete otto minuti di tempo e non avete bisogno di sottotitoli: 
     



 

 

Nel frattempo, dal Guardian :

  • Sembra che, pochi mesi prima dell'assassinio (nell'ambasciata saudita ad Istanbul) del giornalista saudita Kashoggi, collaboratore del Washigton Post, di cui è accusato esserne il mandante il principe ereditario saudita Bin Salman  ---  il telefono di Jeff Bezos, boss di Amazon e proprietario del Post, nonchè uno dei più acerrimi "nemici" di Trump, sarebbe stato hackerato dallo stesso Bin Salman (addirittura tramite l'invio di un video infettato, direttamente dal suo telefono personale).

    Recentemente Bezos aveva già accusato Bin Salman&co di essere dietro (la minaccia di estorsione e) la diffusione di dettagli intimi della sua vita privata, compiuta materialmente dal National Enquirer, tabloid scandalistico vicino alle posizioni di Trump.

 

 

 

 

 

 

Il 21/1/2020 at 14:58, osservatore dal nord dice:

@Mardato il tuo interesse, sai cosa si intende quando si dice che il sogno americano è finito? Pure da loro è fermo l'ascensore sociale? 


(Perdonami, ti rispondo solo adesso)
Questa è esattamente una delle domande che ha ispirato e a cui ha cercato di rispondere, il libro che ho segnalato nel post introduttivo.

 

Avendo ben presente il senso prima di tutto psicologico, dell'Eccezionalismo americano (anch'esso ha le sue radici storiche nella originale Genesi del Paese), sono due le prospettive da considerare.


La prima riguarda gli USA come Potenza e il loro   " " " declino relativo " " ".
Queste due parole sono capaci da sole di triggerare fior di intellettuali (prevalentemente conservatori) nonostante la banalità del loro concetto. Molto semplicemente, gli Stati Uniti oggi crescono (tra l'altro più della media UE ma) meno di altre Potenze (diciamo del 2-3% all'anno contro il 5-10%, non ha importanza il dato in se). Roba assolutamente comune a tutte le "Economie Avanzate" e a tutti i "Paesi in via di Sviluppo" (in pratica il G7 vs il G20). Un conto è passare da 95 a 100, altro è passare da 50 a 70. Per giunta oggi gli USA (ma vale lo stesso per l'Italia ecc.) hanno più abitanti e ... più PIL ... di qualunque altra loro versione passata.

Ciò che è diminuita però, peraltro unica cosa che conta, è la "percentuale" in loro possesso in proporzione al resto del Mondo. Duecento milioni di americani del Ventesimo secolo saranno anche stati meno degli attuali trecento, ma avevano un peso maggiore rispetto agli allora tre-quattro miliardi di abitanti complessivi della Terra (oggi 7 e mezzo). Lo stesso vale a maggior ragione per l'Economia. Se negli Anni Quaranta e Cinquanta la tua ricchezza era pari a quella di tutti gli altri Paesi messi insieme, non ha importanza che oggi sia quasi venti volte maggiore se però è scesa a meno di un quinto dell'intera torta mondiale. A peggiorare ancora di più il quadro, stavolta ci sono almeno altre due economie in grado di "dare del tu" a quella Usa: quella UE (comprensiva dell'UK) e sopratutto quella Cinese, la cui ascesa negli Anni Duemila e Duemiladieci (passata da 1/8 circa, a 1/3 e infine al sorpasso, di quella americana) ha infranto ogni record.


Non è affatto scontato però, che il declino relativo si trasformi necessariamente in declino assoluto. L'esempio degli Inglesi (surclassati e sostituiti nel ruolo di Superpotenza globale proprio dagli Americani) o delle altre ex Potenze Coloniali Europee, lo testimonia. Addirittura, in questi casi la qualità della vita di un cittadino europeo è migliorata in misura inversamente proporzionale. E' però necessario un ripensamento strategico del proprio ruolo e delle proprie mosse, iniziare ad agire come un Paese normale (altro trigger per gli amici americani) e non come la Nazione preferita di Dio e della Provvidenza. Quello che invece non si dovrebbe fare, è farsi guidare da ideologie paranoiche, infilare la testa nella sabbia, rifugiarsi nel Passato, eccetera eccetera. America First

Un esempio classico: ancora oggi la spesa militare USA è un terzo di quella globale (la Cina, seconda, spende a sua volta poco più di un terzo degli USA), nonostante la loro economia non lo sia più da un bel pezzo! Semplicemente, non puoi continuare a spendere (men che meno a debito e sacrificando spese statali "classiche" come quella sanitaria e per l'istruzione) e in generale a comportarti, come quando da solo concentravi pressapoco la metà del prodotto mondiale.

 


 

 

Poi c'è la seconda prospettiva, interna. Questa è lo step successivo che avevo già in mente di compiere, dopo aver tentato l'analisi della polarizzazione geografica nella politica americana. Tocca cioè concentrarsi su quella sociale.

 

Uno slogan privo di senso come il Make America Great Again, ne acquista invece uno ben preciso appena ci si ferma a riflettere qual è, l'America che deve tornare Grande (e quale, il Passato in cui lo è stata). Si tratta della working class bianca erede dei farmers che a suo tempo costituirono la fedele base del vecchio Partito Democratico Sudista. Cioè esattamente l'elettorato che i Democratici persero definitivamente col Civil Rights Act di Jhonson (di Kennedy, se non fosse stato fatto fuori).

Se vi è un segmento elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca e dai cui dipendono le sue sorti (politiche ma anche giudiziarie) questo è rappresentato dai maschi bianchi: circa due terzi di loro votarono per lui nel 2016. Il "MAGA" e in generale la radicalizzata comunicazione trumpiano-Repubblicana (cioè quella in salsa Fox News, se non fosse che ormai è stata superata persino quella), ha lo scopo di mantenere mobilitato quel segmento specifico di elettorato bianco che si sente minacciato dal femminismo, dalla istanze non-discriminatorie in generale e che guarda con nostalgia alla vecchia società razzista, maschilista e patriarcale. In pratica, che è terrorizzato all'idea del proprio declino relativo (ancora lui) nella società americana.

A questo punto resta solo da chiedersi (retoricamente) quale sia il periodo di riferimento; forse quello precedente alle lotte per i diritti civili? Gli anni d'oro del Klan e della Segregazione? Oppure direttamente l'epoca precedente alla Guerra Civile, quando le (solite) due Americhe si combatterono anche per decidere se i neri avessero il diritto di non essere schiavizzati? Per la cronaca, alcuni (ex) Stati Sudisti hanno ancora la bandiera Confederata nel proprio stemma, tra cui la Georgia, Stato di MLK (in particolare questa versione usata dal 1956 al 2001) e il Mississippi.
 
 
Linguaggi e politiche ultraconservatrici, reazionarie, xenofobe, discriminatorie, anti-immigrazione e intregrazione, anti-ambientaliste, lo smantellamento dei diritti civili ... è tutto in sintonia con i sentimenti più profondi della base elettorale (composta da legioni di bigotti favorevoli alla pena di morte e alle armi, ma contrari all'aborto e all'eutanasia) concentrata come abbiamo visto nel Sud e nell'Ovest montagnoso, regioni tradizionalmente chiuse, ostili al internazionalismo delle grandi (e multiculturali) aree urbane.
 

Tra l'altro, che la demagogia populista sia stridente rispetto alle scelte politiche compiute (l’assalto alla riforma sanitaria; le politiche fiscali regressive; la deregulation in ambito finanziario), ma efficace nel catturare l’immaginario di questa parte di middle class bianca, spaventata e incattivita, alla ricerca di facili capri espiatori, è uno dei paradossi più marcati di un’epoca di diseguaglianze crescenti e monumentali iniquità: che il malcontento s’indirizzi cioè non verso l’alto ‒ quei redditi altissimi che sono i primi beneficiari dei tagli alle tasse (come la flat tax repubblicana) ‒ ma verso un basso che può essere facilmente “alterizzato” in termini razziali o etnici e che sopratutto è ancora vittima di marcata discriminazione in termini di retribuzione lavorativa, accesso all'istruzione, cure mediche, diritto di voto, eccetera.

 

 

 
 
 

Insomma, quella Americana è ormai una Etnopolitica in cui l'appartenenza elettorale è definita dalla propria Identità, più che dalla concreta azione di governo. Polarizzazione ben spiegata in questo articolo del New York Times. A fronteggiarsi sono il Partito della Minoranza (wasp) contro il Partito delle Minoranze. Maschi, bianchi, religiosi, e le vecchie generazioni, sono in stragrande maggioranza Repubblicani. Donne, neri, ispanici, asiatici, ebrei, non credenti e giovani generazioni, sono oggi in maggioranza Democratici.

Il primo è sempre più omogeneo e compatto, asserragliato letteralmente nelle sue roccaforti montane, sensibile al discorso identitario (rappresentandone sostanzialmente una sola). Al contrario, il secondo è più pluralista e divers(ificat)o che mai, motivo per cui è più sensibile alla questione sociale della discriminazione e del razzismo. Si tratta di spaccature culturali profonde, difficili da sanare, destinate a causare ulteriore risentimento, aggressività e scorrettezza. L'allineamento tra preferenza politica e identità personale non può che dar vita a "scontri di civiltà" sempre più tribali, perchè è più facile demonizzare il tuo avversario se è completamente diverso da te.


L’elezione del bianco, ricchissimo, misogino e suprematista, è il segno della reazione repubblicana (cioè dell'incapacità di far fronte) alla stagione riformista del primo presidente nero (a sua volta conseguente all'abisso raggiunto nel "decennio perduto" dei due mandati di Bush jr) e alla possibile presidenza di una donna. Nella visione trumpiano-Repubblicana, il riscatto dell'America nel Mondo e dei Maschi bianchi in America, viaggiano di pari passo.

 

 

Com'è confermato dai numeri, lo schieramento di chi si oppone a questa deriva è grande e vivace, ed è anche già maggioranza popolare nel Paese. Ma non è ancora sufficientemente maggioranza "diffusa" per non soffrire le forche caudine del sistema elettorale. Non è chiaro invece quale sia la visione a lungo termine dell'establishment repubblicano, ma il corso attuale non è sostenibile. Per il momento, il piano sembra essere quello di rimediare alla minorità con politiche di gerrymandering, distorsione e soppressione del voto, complicando i meccanismi di iscrizione ai registri elettorali (le regole sono scelte Stato per Stato da chi governa con finalità di convenienza politica, ai repubblicani conviene scoraggiare la partecipazione).

 

Quasi certamente l'elezione del 2020 vedrà ancora una volta (la settima nelle ultime 8) la maggioranza del voto popolare favorevole ai Democratici. Bisogna solo scoprire se la differenza sarà maggiore o minore dei 3 milioni del 2016. Nell'elezione per la Camera del 2018 è stata quasi di 10 (cioè più dell'8%), più elevato margine mai ottenuto in una elezione di Midterm.

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6 hours fa, Mar dice:

Tra l'altro, che la demagogia populista sia stridente rispetto alle scelte politiche compiute (l’assalto alla riforma sanitaria; le politiche fiscali regressive; la deregulation in ambito finanziario), ma efficace nel catturare l’immaginario di questa parte di middle class bianca, spaventata e incattivita, alla ricerca di facili capri espiatori, è uno dei paradossi più marcati di un’epoca di diseguaglianze crescenti e monumentali iniquità: che il malcontento s’indirizzi cioè non verso l’alto ‒ quei redditi altissimi che sono i primi beneficiari dei tagli alle tasse (come la flat tax repubblicana) ‒ ma verso un basso che può essere facilmente “alterizzato” in termini razziali o etnici e che sopratutto è ancora vittima di marcata discriminazione in termini di retribuzione lavorativa, accesso all'istruzione, cure mediche, diritto di voto, eccetera.

Io rimango sempre stupito da quegli americani che osannano il darwinismo economico (del tipo che se non hai l'assicurazione sanitaria ti lasciano morire senza storie) quando poi molti di loro sono a un passo della povertà e tra mutui, college, prestiti è un attimo finirci

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Domani Martedì 3 Febbraio prenderanno il via in Iowa le Primarie Democratiche. Esattamente un mese dopo ci sarà il "Super Tuesday", cioè l'appuntamento più importante per numero di Stati e delegati assegnati, tra cui quelli di California, Texas e Virginia (ma lo sfidante di Trump non sarà comunque ufficializzato definitivamente prima di Maggio - Giugno).

 

 

Nei post precedenti abbiamo visto come, se i Repubblicani sono inesorabilmente diventati il partito di un’America piuttosto omogenea, bianca, anziana, religiosa, rurale, molto conservatrice e minoritaria, i Democratici rappresentano invece un’America assai diversificata per gruppi etnico-razziali, regionali e d’interesse: urbana, secolarizzata, giovane, progressista e maggioritaria. Tuttavia sono costretti a muoversi con maggiore cautela, tenendo conto della loro forte anima moderata oltre a quella più liberal*, a maggior ragione se vogliono vincere in un sistema politico-elettorale che sembra costruito per penalizzarli.

*Nel contesto americano, indica una tendenza ideologica di liberalismo sociale che mette insieme forti libertà civili e deciso intervento statale nell’economia di mercato. In termini europei, è più simile al riformismo socialdemocratico che non al liberalismo classico.


Usando le parole di un esperto in materia, i Dem "sono una coalizione molto ampia, per vincere le elezioni nazionali devono convincere gli afro-americani della South Carolina e i bianchi del New Hampshire, i cattolici irlandesi di Boston e gli agnostici di San Francisco, gli ebrei di New York e i musulmani del Michigan, gli hacker della Silicon Valley e la working class ispanica, i lavoratori sindacalizzati del Midwest e le donne middle-class dei suburb, quelle bianche e quelle di colore. Devono ispirare i progressisti senza allarmare i moderati, e viceversa, blandire i moderati senza far scappare troppi progressisti. Sono quindi costretti al compromesso politico programmatico e alla complessità del messaggio, in un ambiente discorsivo molto più aperto di quello Repubblicano alla varietà delle fonti d’informazione, alla critica, alla petulante scontrosità, alla rissa intra-partito".


 

 

Comè noto e per ovvi motivi, il baricentro politico USA è sempre stato meno spostato a sinistra rispetto a quello dei Paesi europei. Ancora oggi il termine 'Socialist' è quasi tabù, un sinonimo di 'Comunist' (che a sua volta suona pressapoco come anti-American), usato semmai come provocazione dalla retorica repubblicana. Negli ultimi anni c'è però stata una (relativa) radicalizzazione di millenials, donne e minoranze varie, anche come forma di reazione al revanscismo bianco trumpista, di rigetto per l’establishment, oltre che all'aumento della difficoltà materiale (percepita o reale) di garantirsi un futuro sicuro.

 


E anche in queste Primarie si sta riproponendo la "frattura" politica dello scontro Sanders vs Clinton (cioè tra la sinistra e il centro per dirla grossolanamente), soprattutto nel dibattito su sanità, istruzione, fiscalità. Il rovescio della medaglia dato da un partito meno coeso ideologicamente (e non solo), che ha nella sua ricca diversità tanto una forza quanto una vulnerabilità elettoralmente pericolosa, sono proprio le possibili (eufemismo) scorie lasciate da questa perenne tensione.

 

Vediamo i Candidati principali.

 

 

Joe Biden 
77 anni, già Senatore, Vice-Presidente di Obama (del cui popolare lascito tra i dem, può ovviamente farsi scudo più di tutti), è il candidato maggiormente apprezzato dall’establishment del Partito, dagli elettori più anziani e dagli afroamericani. Nonostante le gaffe e gli strafalcioni in cui pare inciampare nei dibattiti televisivi, era considerato da tutti il front runner e il favorito delle primarie, da prima ancora di candidarsi ufficialmente. La sua esperienza nelle istituzioni e il suo profilo moderato convincono l’elettorato democratico che sarebbe il candidato più avvantaggiato nella sfida contro Trump. Per coincidenza, proprio come successo a "Crooked Hillary" sul finire del 2016, anche la sua nomination rischia di essere ostacolata dalla infondata accusa trumpiana di corruzione (sapete no, Ucraina, Impeachment).

Rappresenta meglio di tutti la vecchia guardia, quella maggiormente attenta alle implicazioni istituzionali (non a caso è la stessa di cui fa parte Nancy Pelosi, Speaker della Camera, che per diversi mesi ha rifiutato l'idea dell'Impeachment sull'assunto che il Senato non l'avrebbe mai votato e dunque il risultato concreto sarebbe stato solo un ulteriore compattamento Repubblicano intorno a Trump), elettorali (conscia dell'importanza degli Swing States, sopratutto per il Senato e la Presidenza) ed economiche ("si ok bella idea, ma come la finanzi?"), delle diverse scelte politiche.

Curiosità: un suo ricorrente slogan da campagna elettorale, pensato per accreditarsi ulteriormente in vista delle presidenziali, è "I'll beat him like a drum", traducibile in "lo suonerò (batterò) come un tamburo". In inglese ovviamente c'è l'assonanza Drum / Trump e volendo pure quella tra Trump e Trumpet (tromba).

 

 

 

 

Bernie Sanders 
78 anni, "burbero ma onesto" senatore indipendente (fino al 2016) del Vermont, gradito soprattutto fra i giovani e nei centri urbani, noto per le sue proposte radicali nel contesto USA (Medicare for All, l’estensione della copertura sanitaria gratuita a tutti i cittadini, Green New Deal, il piano di riconversione ecologica dell’economia con investimenti in fonti rinnovabili). Protagonista già nelle precedenti primarie, anche questa volta parte come secondo nei sondaggi. Va detto che la sua campagna elettorale non è stata affatto tranquilla (compreso un attacco di cuore) ma ha comunque raccolto endorsement importanti come quello di Emily.

Comunque sia e com'è noto, Bernie è il maggiore rappresentante politico (a sinistra) del populismo anti élite-estabilishment in voga tra l'elettorato. La nuova generazione super progressista che lo appoggia è invece impersonificata dalla giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, nota per i numerosi attacchi allo stesso Partito Democratico, recentemente definito una “tenda troppo grande” (dove non si capisce bene chi sia di troppo, se i centristi o lei); ha anche dichiarato che in qualunque altra Nazione della Terra lei e Biden non starebbero nello stesso Partito e ha accusato Buttigieg di essere, di fatto, un repubblicano mascherato. 

N.B. Se queste nuove leve accusano la vecchia guardia di essere troppo cauta e compromessa, a loro volta vengono considerate troppo ingenue politicamente e radicali ideologicamente ("tea party of the left"), specie alla luce del particolare sistema politico americano.


 

 

 

Curiosamente, entrambi i due più importanti candidati democratici, Biden e Sanders appunto, sarebbero i Presidenti più vecchi di sempre (record già detenuto da Trump, eletto a 70 anni), per entrambi questa sembra essere insomma l'ultima chance. Nel 2016 Sanders ha perso contro la candidata poi sconfitta (che a sua volta, la prima volta aveva perso, però contro il futuro Presidente eletto), mentre su Biden aleggia uno dei grandi What If della politica: se si fosse candidato lui, da Vicepresidente uscente, al posto di Hillary, Trump avrebbe vinto comunque? Il timore (mettendosi nei suoi panni) è che abbia perso il momento buono. Va anche detto però, che dopo Johnson, Nixon e Ford (tutti e tre già VP), dei successivi 7 Presidenti, 4 erano ex Governatori, mentre soltanto uno (il solito Bush padre) è stato eletto da Vice uscente.

 

 

 

 

Pete Buttigieg
L' "homo novus", 38enne sindaco prodigio di una cittadina in Indiana, omosessuale e "veterano" della guerra in Afghanistan. Per il suo posizionamento politico e la giovanissima età, lo hanno paragonato al giovane Barack Obama 2007-2008. La minore notorietà può essere una zavorra, sopratutto per il grande peso che l’elettorato dem moderato attribuisce alla electability, la capacità di sconfiggere Trump alle presidenziali. In ogni caso è esponente della nuova guardia progressista, giunta alla ribalta sull'onda degli anni Obamiani appunto.

 

 

 

Elizabeth Warren
L'unica donna rimasta in corsa tra i big, senatrice del Massachusetts, ex professoressa di diritto ad Harvard, repubblicana fino al 1996, oggi sostenitrice di politiche dal forte stampo liberal (inteso alla maniera americana ovviamente). In pratica è la versione di sinistra della Clinton, proprio come Hillary si sta scontrando sopratutto con Sanders (in questo caso perchè occupano spazi politici simili, anzichè opposti) e proprio come lei rischia di soffrire per la sindrome Lisa Simpson, cioè l'immagine da "nerd" e la "puzza" di élite.

 

 

 

Rispetto ai candidati della prima ora, l'outsider è l’imprenditore multimiliardario ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, nel cui passato politico c'è praticamente di tutto (Dem, Rep, Indipendente, ancora Dem). Potrebbe sembrare facile metterlo in relazione ad un altro ricchissimo imprenditore newyorkese, in realtà la sua ricorda un'altra situazione, forse meno nota, cioè la candidatura da indipendente del miliardario texano Ross Perot nel 1992, che di fatto contribuì alla sorprendente vittoria di Clinton contro il primo Presidente Bush (come abbiamo visto, l'ultimo incumbent a non essere rieletto). 

 

 

 

 

Concludendo, forse più di qualunque altra elezione presidenziale passata, i democratici vorrebbero trasformare quella del 2020 in una sorta di referendum – civico, morale e in ultimo politico – su Trump e il trumpismo, convinti che una maggioranza di americani non possa più tollerare un presidente grossolano, violento e divisivo come l’attuale inquilino della Casa Bianca. Il rischio è che dopo soli 4 anni, così come già successo nel 2016 dopo gli otto anni di mandato Democratico, l'elettorato non sia ancora abbastanza maturo per il discorso "meglio un qualunque Presidente Democratico, rispetto al pericolo del Trump II"

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Vengono in mente 2 questioni dall'ultimo post:

1)  come mai Bloomberg entra in gioco solo dal super Tuesday? 

2) per quale che ne so, le proiezioni indicano che in futuro  in bianchi in America diminuiranno sempre più mentre gli ispanici saranno il gruppo con maggiore crescita. Come affronterà il futuro un partito repubblicano sempre più schiacciato su quelle categorie che conteranno sempre meno? 

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I caucus dell'Iowa hanno fatto sembrare le primarie PD un modello di efficienza.

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Al di là dei problemi di questo giro, è il sistema stesso del caucus che andrebbe rivisto. O anche abbandonato.

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Nel frattempo il Senato ha salvato Trump dall'Impeachment : 

52 - 48  i voti  Non Colpevole / Colpevole, per l'accusa di Abuso di Potere.
53 - 47  i voti  Non Colpevole / Colpevole, per l'accusa di Ostruzione del Congresso.

(In entrambi i casi ne sarebbero serviti 67 su 100, per condannare).

 

 

E questo è il nuovo tweet fissato sul profilo del Presidente degli Stati Uniti d'America.

 

 

 


 

L'unico Repubblicano ad aver votato favorevolmente, soltanto per uno dei due capi d'accusa, è stato Mitt Romney. Ed è curioso che le uniche due importanti personalità politiche repubblicane ad essersi opposte a Trump (e viceversa), siano state proprio le precedenti due candidature presidenziali (l'altro ovviamente era stato John McCain).

 

 

 

475px-Us_senate_116th_congress.svg.png

 

Questo è lo stato dei 100 seggi Senatoriali 2018-2020.
I due gialli sono "Indipendenti" filo Democratici, in particolare quello del Vermont è Bernie Sanders.

 

 

 

 

 

Il 3/2/2020 at 20:16, osservatore dal nord dice:

come mai Bloomberg entra in gioco solo dal super Tuesday? 

 


Semplificando al massimo l'intricata procedura Primarie/Caucus : perchè si è candidato tardi(ssimo) e non ha quindi avuto "diritto" di partecipare ai primi 4 appuntamenti (di Febbraio). 

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Con gli appuntamenti in Iowa e New Hampshire alle spalle, le sorprese sono già molte :

Biden in grande crisi, disperatamente in attesa del voto afroamericano e del Super Tuesday (dopodichè potrebbe addirittura ritirarsi). Al momento è persino dietro la Amy Klobuchar, candidata cui non ho fatto alcun cenno nei precedenti post!
Buttigieg e Sanders sono stati primo, secondo e viceversa, accumulando pressapoco le stesse percentuali, voti e delegati. Di questa situazione frammentata potrebbe approfittarne proprio Bloomberg, la cui invisibile presenza si fa inevitabilmente sentire.

 

Il 22 Febbraio tocca al Nevada e una settimana dopo alla Sud Carolina, ultimi due Stati prima dell'attesissimo e decisivo 3 Marzo.

 

 


Intanto la Treccani dedicherà fino a Novembre la sezione speciale USA2020, con tantissimi articoli e approfondimenti da non perdere sulle Primarie e le Presidenziali.

 

 

 

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Quello che c'è da capire è come mai il voto "moderato" in NH si è spaccato tra Butti e Klobu invece di andare solo sul primo, che dopo l'Iowa sembrava il cavallo vincente di quell'ala.

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