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Morgil

la storia segreta!

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ciao ragazzi ho pensato di aprire una sezione in cui postare saggi brani ricostruzioni e quant'altro vi passi per la capoccia sui fatti segreti anzi è + corretto poco conosciuti che la storia dell'uomo ci riserva!

periniziare posto questo che ho trovato molto interessante!

 

PS sarebbe meglio postare soprattuto cose che riguardano la storia antica medievale e moderna ma evitando il 900 che è ancora troppo recente!!ovviamente nn è un imperativo anzi se trovate cose interessanti postatele tranquillamente ma preferirei ci si basasse + su altri periodi!

per iniziare posto questo saggio sulla grecia classica e il buddismo!spero vi interessi! ^_^

 

mi raccomando partecipate numerosi!!! ^_^

 

Dal Partenone a Pataliputra (e ritorno)

 

Il Partenone guarda a Oriente. A Oriente è rivolta tutta la Grecia classica. L'Occidente era allora solo terra di barbari, dove il mondo finiva nell'abisso oltre le Colonne d'Ercole. Le statue degli dei e degli eroi greci, e i templi, erano colorati proprio come quelli indici. A Oriente risiedeva il Gran Re e in quella direzione si mosse la brama di conquista di Alessandro Magno, le cui storie, ammantate di mito, si narrano ancor oggi nei più sperduti villaggi dell'India. Alessandro, poi, discepolo di Aristotele, non era un soldataccio qualunque. Aveva al seguito un gran numero di studiosi e sapienti, desiderosi di ampliare gli orizzonti del loro sapere. E quando l'esercito macedone giunse nella piana dell'Indo, persino la soldataglia andò a rendere omaggio ai templi di Dioniso, riconoscendo come tali, senza bisogno di spiegazioni, quelli dedicati a Shiva.

 

Gli amanti del sapere (che ancor non sapevano d'essere filosofi) erano affascinati dalle scuole ascetiche degli yogi (gymnosophistes). Pirrone, caposcuola degli scettici, era fra i tanti al seguito di Alessandro e in India rimase dieci anni, imparando l'afasia dai muni, dei quali l'impressionarono la forza ascetica e l'indifferenza al dolore. Perciò non deve stupire se elementi del Dhamma del Buddha sono riconoscibili nelle filosofie di Eraclito (il divenire), Democrito (l'atomismo), Epicuro (distruttore della paura degli dei). Il non-dualismo (advaita) influenzò invece Plotino che a sua volta andò in Oriente, qualche secolo dopo, unendosi alla spedizione dell'imperatore Gordiano.

 

In seguito alla spedizione di Alessandro si stabilirono relazioni diplomatiche tra i regni ellenistici e la corte di Pataliputra (oggi Patna), la capitale dell'impero Maurya. Nel III sec. a. C. il grande imperatore buddista Ashoka, in tre dei suoi editti (Editti su Roccia II, V e VII) scolpiti nella pietra e esistenti ancor oggi, dichiarò di aver istituito un ministero di affari religiosi (Dharma-mahamatra), per diffondere il Dhamma (in greco eusebeia). Per promuoverne i principi e la pratica tra le popolazioni inviò missionari anche nel mondo ellenico. Sono menzionati i nomi di cinque re, identificati con Antioco II di Siria (261-246 a.C.), Tolomeo II d'Egitto (285-247 a.C.), Antigono Gonata di Macedonia (276-246 a.C.), Maga di Cirene (300-258 a.C.) e Alessandro d'Epiro (272-258 a.C.). Tutto questo mentre i Romani combattevano le guerre puniche...

 

Non può esserci dubbio alcuno che i missionari di Ashoka diffusero la conoscenza del buddismo in quei regni ellenistici dove il giudaismo era già conosciuto. In Afghanistan è stata ritrovato una stele di Ashoka in cui l'editto era tradotto in greco e aramaico. Un'altra stele riporta lo stesso testo e la sola traduzione in greco. I contenuti di questi editti sono più o meno gli stessi dei Dharmalipi (editti sul Dharma).

 

E poi abbiamo le domande del re Milinda (Menandro) all'arahant Nagasena.

 

La Grande Cronaca di Sri Lanka (Mahavamsa), scritta nel I secolo d. C. ma basata su materiali molto antecedenti, narra che nel I sec. a. C. una delegazione di monaci buddisti provenienti dalla città greca di Alessandria (Yona-nagara Alasanda), capeggiata dall'anziano greco Dhammarakkhita il Grande, assistette alla cerimonia inaugurale del Grande Stupa (ora chiamato Ruvanvali-saya), ad Anuradhaputra, nell'isola di Sri Lanka. Non sappiamo se l'Alessandria qui menzionata sia proprio Alessandria d'Egitto o qualche altra Alessandria; essa era, comunque un'importante città greca in cui esisteva una consistente comunità buddista.

 

Infine una riflessione potrebbe riguardare il monachesimo. È assai probabile che il monachesimo cristiano, e prima di esso quello esseno, siano nati su influenza del monachesimo buddista, dato che è fuor di dubbio che i buddisti furono i primi a istituire monasteri.

 

Non appare perciò azzardato non solo dire che il Buddha ha già salito le scale del Partenone, ma anche che le salì almeno un millennio prima di andare in Tibet, in Cina, in Birmania, in Thailandia e in tutto il resto dell'Oriente. Se dal Partenone si guardava l'Oriente, dalla capitale dell'impero Maurya si guardava allo stesso modo l'Occidente. Se gli interlocutori preferenziali dei greci erano gli indiani, gli indiani ricambiavano di buon grado, per indiscutibile affinità, l'attenzione ai popoli e alle culture indoeuropee della Persia e della Grecia.

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una discussione serie di Giò..... non ci credo ^_^^_^^_^

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una discussione serie di Giò..... non ci credo ^_^^_^^_^

ed è solo l'inizio!ti stupirò! :figo:

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bello!

continuando sul tema del buddismo e dell'oriente: esite un unico manoscritto, purtroppo gravemente danneggiato dal fuoco, che racconta la vita di Orderico da Pordenone il quale si recò in oriente. Una sorta di milione ante litteram

 

Nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (domenicano e poi arcivescovo di genova 1260 circa la data di compilazione della prima stesura) si trova la vita dei santi Barlaam e Giosafat , che altro non è che la vita del buddha giunta in Italia attraverso i viaggiatori orientali (contiene la storia zen dell'uomo che precipitato in un burrore e minacciato da una tigre sopra di sè, una sotto di sè e un topino che rosicchia il ramo a cui si è aggrappato, sceglie di mangiare una fragola)

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non era quella del principe (Buddha) che vive per anni circondato dai piaceri per ordine del padre e poi quando esce vede un vecchio,un malato,un morto e un monaco,visioni che lo spingono alla vita da asceta? mi sembra ne parlasse Borges.

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è la vita del buddha shakiamuni (non so se l'ho scritto giusto): vissuto in un modo di piaceri dove la decadenza non aveva posto, la prima volta che esce dal palazzo di suo padre si renbde conto del dolore del mondo.

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non ho capito il succo d questo post........

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il succo è trovare articoli su parti storiche poco conosciute(possono essere avvenimenti importanti o storie di tutti i giorni)postarli e poi commentarli insieme! ^_^

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dai con tutti gli appassionati di storia nessuno ha nulla di interessante da postare o che cerca qualcosa in particolare???

 

nel frattempo posto un altro saggio molto interessante! :)

 

 

Gli Assassini (origini e decadenza)

 

Gli Assassini sono forse una delle sette più interessanti e misteriose del Medioevo. Alla pari dei Templari, suscitano ancora discussioni tra gli storici e non è stata ancora scritta la parola "fine" alla loro storia. Rimane nell'ombra, tra mille ipotesi, la loro genesi, rimaniamo invece stupiti dal loro potere, addirittura tanto potente da arrivare fino in Francia e da incutere paura al Saladino e i principi occidentali.

 

 

L'origine del nome: "Hashshis-Shin", "Hasan Sabbah" oppure "Heyssessini"?

 

Partiamo dalla probabile origine di questa misteriosa setta che ha tanto influito (secondo me) sui gruppi islamici di combattimento attuali, e questo viaggio lo faremo a tappe.

 

Si sa poco sull'origine degli Assassini, sono nati in Persia ma l'origine del nome è alquanto oscura.

Esistono cinque ipotesi:

 

Le prime due derivano dalla probabile origine del nome "Assassini" dalla parola "Hashshis-Shin" che significherebbe "consumatori di hashish" questo per la probabile consumazione prima e durante la missione della droga conosciuta anche fin troppo bene ai giorni nostri. Ma non viene presa molto in esame, visto che secondo alcuni, non si fa testo di tale cosa nelle fonti mussulmane, ma la discussione rimane ancora aperta

 

La terza ipotesi deriva dell'uso dell'hashish e dagli effetti provocati dalla droga, rendergli schiavi e privi di volere in modo da obbedire ciecamente agli ordini dei superiori, i quali compivano le azioni più truci e orrende. Questa invece, sempre secondo alcuni venne inventata dagli avversari con intento derisorio verso la setta.

 

La quarta ipotesi è appoggiata da un gruppo di studiosi statunitensi, i quali sostengono che il termine Assassini abbia avuto un'origine del tutto differente.

Secondo alcune leggende, un giovane di nome Hasan Sabbah, che cercava il senso della propria vita, sarebbe stato salvato da una malattia che lo portò a un passo dalla morte da una miracolosa guarigione di Dio.

Il giovane, ripresosi, andò dal Califfo del Cairo deciso a ufficializzare e autorizzare il proprio credo di fede israelita in tutta la Persia.

 

 

Così nel 1080 Hasan incominciò a radunare attorno a sè proseliti, che procedendo a una storpiatura del nome "Hasan" si fecero chiamare "Assassini".

 

La quinta ipotesi è quella più lontana da quelle appena enunciate.

 

 

Il nome della setta arriverebbe nientemeno da una popolazione saracena che come raccontato da un inviato del Barbarossa del 1175

"Sappiate che sulle montagne ai confini di Damasco, Antiochia ed Aleppo, c’è una razza di saraceni che nel loro idioma sono chiamati "Heyssessini" (...). Questa stirpe di uomini vive senza legge: in contrasto con la legge dei saraceni si cibano di carne di maiale ed inoltre si uniscono senza distinzione con tutte le donne, comprese le proprie madri e sorelle. Vivono sulle montagne e sono pressoché invincibili perché possono rifugiarsi in castelli ben fortificati. (...) Tra di loro vi è un Signore che desta il più grande timore sia in tutti i principi saraceni, tanto vicini quanto lontani, che nei principi cristiani dei paesi confinanti. E ciò perché li fa uccidere in una maniera straordinaria che è la seguente : sulle montagne possiede molti splendidi palazzi, circondati da mura tanto alte che nessuno vi può entrare se non attraverso una piccola porta sempre ben custodita".

Queste affermazioni, in contrasto netto con quelle precedenti, spiazza tutti e per di più alza ancora un fitto velo sui misteri e sulla origine di questa fantomatica setta.

 

Il credo e la struttura della setta

 

Per continuare il racconto prendiamo per buona la quarta ipotesi, quella di Hasan.

Mentre la setta prendeva vita, questo fantomatico Hasan creava le basi, la struttura organizzativa. Scelse un sistema a gradi, schema che sarà seguito di pari passo dai Templari e da tutte le società segrete come i Massoni, Carbonari e Rosacrociati. L’iniziato alla setta più saliva nella scala gerarchica più veniva a conoscenza di nuovi misteri e contemporaneamente rinnegava quelli precedenti facendogli fare una sorta di “lavaggio di cervello” che mirava a ottenere la piena sottomissione dell’iniziato. L’ultimo passo del credo “Hasan” era ad arrivare a comprendere che il bene e il male non esistevano in sé, ma in entità astratte non meglio identificate e definite. Si finisce in Paradiso o all’Inferno non in base alle proprie azioni compiute nella vita, come nella religione cristiana, ma in base al proprio Destino. Per potenziare il proprio potere religioso, Hasan estremizzò alcuni Shura Maomettani.

 

 

La gerarchia era così strutturata:

 

 

al grado più basso il Fedele, al quale venivano affibbiate le missioni più pericolose e spericolate, e assuefatti dalla dipendenza da stupefacenti obbedivano ciecamente agli ordini gettandosi nelle imprese più ardite che portavano a compimento in luoghi affollati o in pubblico, arrivando al sacrificio estremo della propria vita. Poi i Laici, i Compagni e infine i Maestri (Giovani e Anziani) stretti collaboratori dell’unico Sommo Maestro o Da-Hi.

 

 

La storia

Nel 1090 Hasan stabilì il suo quartier generale nonché residenza a Khorasan nell’inespugnabile cittadella di Alamut in Persia, il Nido d’Aquila, a 1800 metri d’altezza sul mare. Il primo assassinato fu il gran visir Nizam al-Mulk nel 1092, la cui abilità di stratega e di statista era stata importante per la dinastia selgiuchida in Iran.

 

 

I selgiuchidi tentarono varie volte di sottomettere Hasan ma senza successo. Era davvero una mina vagante nel mondo mussulmano.

 

 

Successivamente alcune sette di Assassini si spostarono in Siria, anche appoggiate da Ridwan di Aleppo, che, sia forse per essersi convertito alle dottrine, sia perché non aveva molta simpatia per i suoi cugini selgiuchidi gli aveva concesso protezione e appoggio; il capo si chiamava Abu Tashir, ed era un orefice siriano che ebbe un’influenza su Ridwan.

 

 

Tancredi di Antiochia, affascinato dalle dottrine oppure pervia della sua amicizia con Ridwan si avvicinò alla setta.

 

 

Nel 1103 ebbe esecuzione la loro prima impresa in Siria con l’omicidio dell’emiro di Homs, Janah ed-Daula. Nel 1106 trucidarono l’emiro di Apamea, Khalaf ibn Mulaib, ma soltanto i franchi di Antiochia ne potevano trarre giovamento da questa morte. In seguito anche il capo dell’esercito ad Aleppo cadde sotto il pugnale degli Assassini.

Nel 1124 muore Hasan, i successori mantennero la politica del primo Sommo Maestro, fino ad Hasan II che nel 1165 decise di rinnegare l’Islam per creare una nuova religione solo a vantaggio degli Assassini. Fu un cataclisma.

Hasan II venne ucciso in un complotto e il gruppo si scisse in due gruppi, gli Assassini Persiani e quelli Siriani, quest’ultimi governati da Sinan ibn Salman ibn Muhammad, uomo geniale e allo stesso tempo infido, che ebbe a confronto due avversari altrettanto scaltri: i Crociati e Saladino.

Si racconta che anche il Saladino fu terrorizzato dalla potenza politica e dalla facilità nell’uccidere chiunque, come è testimoniato in queste parole tramandate da un cronista mussulmano:

"Mio fratello (...) mi narrò che Sinan inviò un messaggero al Saladino (...), ordinandogli di consegnare un messaggio in privato. Il Saladino lo fece perquisire e, quando fu sicuro che non costituisse un pericolo, congedò i presenti facendo restare solo poche persone e gli chiese di dargli il messaggio. Ma egli disse : "Il mio maestro mi ha ordinato di non consegnartelo (se non in privato)". Il Saladino allora allontanò tutti i congregati tranne due mamelucchi, e disse : "Consegnami il tuo messaggio", ed egli replicò :"Mi è stato ordinato di dartelo solo in privato", e il Saladino disse :"Questi due non mi lasceranno. Se vuoi, dammi il tuo messaggio, altrimenti vattene". Egli disse :"Perché non hai allontanato questi due come hai allontanato gli altri ?" Il Saladino rispose : "Li considero come se fossero i miei figli, io e loro siamo una cosa sola." Allora il messaggero si rivolse ai due mamelucchi e disse: "Se vi ordinassi nel nome del mio signore di uccidere questo sultano, voi lo fareste?" Essi risposero di sì e sfoderarono le loro spade, dicendo: "Ordina ciò che desideri". Il sultano Saladino (...) era ammutolito, e il messaggero se ne andò, portando i due con sé.". Dopo questo episodio il Saladino concluse frettolosamente una pace con gli Assassini., dopo due tentativi di omicidio verso il Saladino e dopo che lui stesso per ripicca mise a sacco la Siria. Però alcuni dicono che la pacificazione avvenne per una serie di “favori”, omicidi commissionati dallo stesso Saladino nei confronti dei capi cristiani.

Nel 1192 venne ucciso Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme, grande antagonista di Saladino, che gli spianò la strada verso Gerusalemme. (Poi il seguito sul destino di Gerusalemme lo conoscete benissimo…). Altri affermano che non fu il Saladino a commissionare l’omicidio, ma nientemeno che Riccardo Cuor di Leone, visto che il Plantageneto aveva un motivo e anche più di alibi per voler la morte di Corrado.

E con i Crociati e gli altri ordini? La situazione era rovesciata.

Addirittura gli Assassini dovevano pagare una tassa per non soccombere, e in più promisero di non convertirsi al Cristianesimo, dopo che Sinan tentò molte volte di convertirsi per trarne vantaggio, in modo da mettersi tra cristiani e mussulmani.

 

La decadenza

Verso il 1200 sappiamo che gli Assassini spostarono le attività verso occidente, e ci sono testimonianze di assassini come quello di Raimondo, figlio di Baldovino IV di Antiochia, ucciso in una chiesa a Tolosa, sua città natale. I re e gli imperatori dovevano pagare un tributo annuale alla setta per aver cara la pelle.

Ma come mai spostarono i loro traffici ad occidente?

Ad oriente in contemporanea avveniva la famosa avanzata di Gengis Khan. Erano quasi giunti sulle coste del Mediterraneo e gli Assassini dovevano andar contro la marea mongola.

Nel 1256 la cittadella di Alamut venne cinta d’assedio e espugnata. I pochi sopravissuti si unirono al Sultano del Cairo, ultimo baluardo pronto a contrastare i mongoli, e nei secoli successivi lo servirono nelle campagne di riconquista mamelucca in Medio Oriente contro i selgiuchidi

 

ciao! :D

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assassini...?? uhm ne ho già sentito parlare di recente ma nn mi ricordo dove.....dannazione qlk di voi mi puo aiutare a ricordare????

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assassini...?? uhm ne ho già sentito parlare di recente ma nn mi ricordo dove.....dannazione qlk di voi mi puo aiutare a ricordare????

Secondo me ti riferisci ad Angeli e Demoni... :)

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no è probabile che Rhaegar intendesse il libro Asshassin (non mi ricordo se sia effettivamente scritto così)! :)

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assassini...?? uhm ne ho già sentito parlare di recente ma nn mi ricordo dove.....dannazione qlk di voi mi puo aiutare a ricordare????

Secondo me ti riferisci ad Angeli e Demoni... :D

Quelli di Angeli e Demoni appartengono ad un altra setta del quale mi sfugge il nome. Forse gli Illuminati o una cosa del genere. Mi sfugge :):D

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Gli Hashishin erano chiamati così perchè consumavano grosse dosi di oppio prima di uccidere, perchè spesso era un omicidio-suicidio in quanto erano certi di non uscire vivi dai palazzi dei ricchi... tutto questo almeno stando a Marco Polo e al suo Milione.

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Questa è la storia della Misteriosa Bestia del Gèvaudan, bestia, non ancora identificata, che tra il 1764 e il 1767 seminò il panico fra la popolazione del Gèvaudan e delle regioni vicine.

 

Tanto per capirci, la storia dalla quale ha preso poi spunto prima il libro "Il Patto Dei Lupi", e poi il film.

 

 

LA BÊTE DU GEVAUDAN ( LA BESTIA DI GEVAUDAN )

 

di Alberto Rosselli

 

Storia di un enigma criptozoologico che a distanza di oltre due secoli e mezzo fa ancora discutere gli studiosi di tutto il mondo. Tra il 1764 e il 1767, nella regione francese del Gévaudan, una strana creatura dei boschi fa strage di pastori e contadini. Dopo il ritrovamento dei primi corpi straziati, la colpa di tali massacri viene attribuita agli artigli e ai denti di un grosso lupo. Anche se ben presto, sulla base delle descrizioni fornite dai pochi scampati agli assalti, la terrorizzata popolazione del distretto inizia ad avanzare le più svariate ipotesi, compresa quella che tra le Cevenne e l’Alvernia meridionale si aggiri in cerca di prede un animale ben diverso e ben più temibile di un lupo.

 

Fino dai tempi più remoti, l’uomo ha tramandato storie e leggende a testimonianza della durezza e della imprevedibilità dei suoi rapporti con una natura prodiga di doni ma anche di innumerevoli pericoli, e di terrore. E nell’ambito di queste cronache che affondano le radici nei primordi di tutte le civiltà - anche a dispetto delle diverse situazioni geografiche e delle singole caratterizzazioni socio-culturali e religiose - frequenti appaiono anche i riferimenti, spesso dilatati dall’immaginazione e dalla superstizione, a oscure e temibili entità animali terrestri, acquatiche ed aeree. Creature queste dotate di poteri straordinari e malvagi, al punto da essere state trasformate, non di rado e per una sorta di esorcismo, dagli stessi uomini in idoli meritevoli di rispetto. Molte antiche leggende, ma anche diverse e più attendibili cronache medioevali o moderne riportano infatti alla luce drammatici e completi resoconti relativi all’apparizione di strani e feroci perturbatori della vita di un’umanità già impegnata nella dura lotta per la sopravvivenza. Tra queste cronache, un posto di rilievo spetta a quella della Bête du Gévaudan, il misterioso predatore che, tra l’aprile del 1764 e il giugno 1767 - in Francia, in una vasta area compresa tra gli attuali dipartimenti dell’Haute Loire, Cantal, Ardèche e Lozère - uccise e mutilò orrendamente ben 172 persone. Sulla vicenda relativa a questo indecifrabile mostro esiste infatti una vasta e documentata bibliografia che, in gran parte, trae i suoi spunti da alcuni testi basilari redatti nel XVIII secolo, tra cui la Storia fedele della Bestia del Gévaudan di Henri Pourrat e la dettagliatissima Storia della Bestia del Gévaudan, autentico flagello di Dio dell’abate Pourcher.

La leggenda della Bête du Gévaudan, inizia la prima settimana di aprile del 1764 quando, nei pressi del villaggio di Langogne (località dell’Ardèche), una pastorella intenta ad accudire su un prato la sua mandria di mucche viene aggredita da una grossa belva sbucata dalla foresta. L’animale cerca di azzannare la piccola, ma fortunatamente i suoi animali la contrattaccano mugghiando, salvandole la vita. Rientrata al suo paese, la povera pastorella racconta l’episodio, precisando di essere stata assalita non da un animale qualsiasi ma da “un’enorme belva dal pelo molto folto e rossiccio e dalle zampe dotate di lunghi artigli”. I contadini, ovviamente, non le credono e si convincono che si tratti di un lupo, un animale a quell’epoca piuttosto diffuso in tutta la Francia centromeridionale. Tuttavia, ai primi luglio, nei pressi di Saint-Etienne-de-Lugdarès (una ventina di chilometri a sud est di Langogne), la misteriosa belva si fa di nuovo viva sbranando una contadina quattordicenne, Jeanne Boulet. Poi, in rapida successione, tra luglio e agosto, un’altra ragazzina e due ragazzi vengono attaccati ed uccisi nei pressi di Puy Laurent en Lozère e tra Cheylard-l’Êveque e la foresta di Mercoire, mentre una quarta fanciulla di Masméjean-d’Allier (Gévaudan) viene azzannata, ma lasciata in vita. La poveretta, seppur agonizzante, riferisce di essere stata aggredita da “una bestia orribile, metà lupo e metà tigre, con grandi artigli e lunga coda”. La drammatica testimonianza, che sembra combaciare con quella fornita dalla pastorella di Langogne, mette finalmente in allarme le autorità locali, che organizzano alcune infruttuose battute. Alla fine di agosto, la Bête ricompare nei pressi di Cheylard-l’Êveque e Prades, assalendo e ferendo altri due quindicenni. Nel tardo pomeriggio del 6 settembre, il misterioso animale uccide nei pressi di Arzenc una donna di 36 anni intenta a lavorare nel suo giardino. Dall’esame dei resti dei cadaveri delle vittime, le autorità e la gendarmeria cercano di trarre alcune indicazioni circa le caratteristiche della misteriosa fiera. Contrariamente alle abitudini del lupo, essa non divora la vittima, ma dopo averla dissanguata azzannandola alla gola, le rovista tra le visceri, non disdegnando di fare scempio della testa e del viso. Tra il 16 settembre e il 27 dicembre 1764, gli attacchi si moltiplicano: più di 15 tra ragazzini e donne, per la maggior parte contadini e pastori, vengono uccisi o gravemente feriti dall’animale che subito dopo i suoi attacchi riesce sempre a dileguarsi nel nulla, lasciando sul terreno orme profonde, prive delle tre fossette tipiche della pesta del lupo. Molti contadini della regione iniziano a dare credito alle testimonianze delle vittime circa la mostruosa natura dell’animale e, di conseguenza, il panico inizia a diffondersi tra la popolazione del Gévaudan, obbligando l’intendente della Languedoc, M. Lafont, un avvocato di Mende, a riunire i sindaci e i responsabili della gendarmeria per organizzare una più articolata difesa comune. Dopo avere raccomandato alla popolazione di non allontanarsi troppo dai villaggi ed avere intensificato le battute (alcune centinaia di gendarmi e contadini, armati di moschetti e schioppi setacciano senza alcun successo una vasta area), l’intendente decide di mettere al corrente della cosa Parigi, affinché il governo centrale intervenga con l’invio di uomini da affiancare al capitano dei dragoni Duhamel, che dal 20 novembre, al comando di una squadra di 17 lancieri e 40 soldati a piedi armati di moschetto, sta setacciando, senza risultati apprezzabili, l’intero distretto. Ma all’improvviso, nei pressi del bosco di Chazot, Duhamel riesce finalmente ad individuare la Bête, che riesce tuttavia a sfuggire all’accerchiamento dei suoi armati. Il 22 dicembre, l’ufficiale e i suoi cacciatori se la trovano nuovamente di fronte, a poche decine di metri, e per nulla intimorita. Duhamel le spara con il suo fucile, ma la manca. Anche gli altri uomini aprono il fuoco, ma la belva è ben lesta nello schivare i colpi e nel guadagnare la macchia. In quest’occasione, il capitano dei dragoni ha però il tempo di osservarla: “La Bête de Gévaudan non è certamente un lupo, ma uno strano e sconosciuto ibrido”, riferirà più tardi alle autorità.

Intanto, in Francia, l’animale è già diventato una leggenda. L’incredibile numero delle vittime, la modalità delle aggressioni e, soprattutto, le paurose descrizioni della fiera, contribuiscono a creare un vero caso (nel novembre 1764, a Parigi, la libreria Deschamps espone la prima raffigurazione pittorica di fantasia della Bête intenta a divorare una fanciulla), a tal punto che lo stesso Luigi XV inizia ad interessarsi personalmente alla questione. Il sovrano ordina a Monsieur Denneval - un gentiluomo normanno, capo dei “lupattieri” del re, che vanta l’abbattimento di ben 1.274 lupi - di recarsi nel Gévaudan assieme ai suoi figli, a sei assistenti e ad una torma di feroci cani da caccia. Attraverso uno speciale editto (quello del 27 gennaio 1765), Luigi XV promette inoltre 6.000 livres di premio all’abbattitore del mostro. Effettivamente, le descrizioni che, aggressione dopo aggressione, vengono raccolte per bocca dei superstiti risultano sconcertanti. Tutti gli scampati agli attacchi della Bête , ma anche i militari e i battitori, sembrano concordare sul fatto che non si tratti affatto di un lupo, ma di una creatura straordinaria. L’animale sembra essere, innanzitutto, di taglia molto più grossa rispetto ad un canide. Alcuni arrivano a dire che le sue dimensioni si avvicinano a quelle di un mulo, di un asino o di un vitello. La fiera, ricoperta da un manto piuttosto lungo, rossiccio e striato sul dorso, avrebbe una specie di gobba. La sua grossa testa, con orecchie appuntite e pelose, le grosse fauci con denti acuminati, darebbero l’idea di un felino. Le zampe, dotate di sei lunghi artigli, potrebbero appartenere ad un puma, ad una tigre o ad una leonessa. Ma la caratteristica veramente unica di questo strano esemplare parrebbe la postura. Quasi tutti gli scampati giurano di avere visto l’animale, poco prima dell’attacco, drizzarsi sui possenti arti posteriori emettendo dalle fauci una specie di ruggito simile al nitrito di un cavallo spaventato.

Ce ne è abbastanza per fare scuotere il capo all’esperto Monsieur Denneval e ai suoi collaboratori. Sulle prime, i “lupattieri” del re - nonostante la testimonianza dello stesso Duhamel - non credono affatto a questi resoconti e propendono per l’ipotesi di un grosso lupo, anche perché quasi tutte le aggressioni si sono verificate sul fare della sera, l’ora in cui questo tipo di animale è solito cacciare. Essi attribuiscono le colorite descrizioni dei sopravvissuti allo stato di panico e all’ignoranza. Anche se non sanno darsi spiegazioni circa le modalità di attacco dell’animale e la sua propensione ad azzannare alla gola le vittime e a decapitarle, non prima di averle dissanguate. Anche le devastanti ferite inferte dalla bestia appaiono, in realtà, diverse da quelle provocate da un lupo qualsiasi: oltre ad usare i denti, la bestia lacera profondamente i tessuti con gli artigli, proprio come un felino.

Nell’inverno 1764-1765, Denneval indaga a fondo, raccoglie prove, esamina i resti delle vittime, studia le tracce lasciate dalla Bête ed organizza nuove battute, tutte però senza esito. Il 1° gennaio 1765, sui monti del Margéride, tra l’Haute-Loire e la Lozère, viene abbattuto un grosso lupo. Si grida alla vittoria, ma il 12 dello stesso mese, nei pressi di Coutasseire, sette coraggiosi ragazzini si vedono costretti ad affrontare la Bête, sbucata all’improvviso da un fitto bosco, soltanto con qualche coltello ed alcuni bastoni. L’animale sbrana un paio di fanciulli, ma alla fine, grazie all’ardimento dei fanciulli che non esitano a colpirlo ripetutamente, esso è costretto a ritirarsi nella foresta.

L’episodio scuote le coscienze della popolazione e frusta l’orgoglio dei “lupattieri” che intensificano le loro battute, iniziando ad utilizzare anche trappole, tagliole ed esche al veleno: soluzione, quest’ultima, che viene ben presto abbandonata a causa della morte di molti cani utilizzati dagli stessi cacciatori per inseguire la Bête. Poche settimane più tardi da Parigi giungono addirittura alcune compagnie di dragoni a cavallo a dare man forte ai cacciatori. Ma la belva, per nulla intimorita da questo sempre più vasto dispiegamento di forze, continua ad imperversare nella regione, coprendo lunghe distanze, effettuando agguati nelle zone più disparate e, pur prediligendo le aree boscose e lambite da corsi d’acqua, avvicinandosi sempre più ai centri abitati. Il 16 aprile 1765, la Bête attacca per la prima volta un uomo a cavallo e il 1° maggio un gentiluomo, Monsieur de La Chaumette, se la ritrova addirittura alla finestra della sua fattoria. De la Chaumette, con alcuni uomini, si arma e a quanto pare la riesce a ferire l’animale, senza però ucciderlo. Sul terreno vengono trovate abbondanti tracce di sangue. Il gentiluomo riferisce la notizia a Monsieur Denneval. Forse - pensa quest’ultimo - l’animale è andato a morire nel fitto della boscaglia. Purtroppo, si tratta di una vana speranza. Il giorno seguente, la Bête ricompare, infatti, a pochi chilometri dall’abitazione del nobile, facendo a pezzi una donna di cinquant’anni. Alcuni hanno addirittura l’impressione che questa astuta bestia sia ritornata sul posto con il proposito di vendicarsi. Non pochi iniziano a pensare che l’animale sia dotato di poteri soprannaturali. I curati della regione vedono nella Bête uno strumento del demonio ed organizzano processioni per allontanare il maleficio e per chiedere aiuto al Signore.

In tutta la Francia il panico dilaga, ed oltre i confini del regno iniziano a montare le prime sarcastiche polemiche circa l’inefficienza dei sistemi adottati per debellare il misterioso flagello del Gévaudan. Nella fattispecie è la stampa inglese (sempre molto critica nei confronti della società francese) a dileggiare con maggiore sarcasmo i “lupattieri” e i dragoni di Luigi XV. Nel maggio 1765, dopo che la Bête ha fatto fuori altre sette persone, un giornale di Londra annuncia - con una buona dose di maligna esagerazione - che “un esercito di 120.000 soldati francesi da mesi viene tenuto in scacco da un grosso lupo”. E’ troppo. Luigi XV decide di sostituire Denneval con Antoine de Beauterne, il suo ufficiale porta fucile, che vanta anch’egli una vasta conoscenza in materia di caccia. Il 20 giugno, de Beauterne (assistito dai suoi figli, da sei tiratori scelti e da altrettanti aiutanti) inizia anch’egli il suo safari nel Gévaudan. Il 4 luglio, nei pressi del villaggio di Broussolles, la Bête divora la sua ennesima vittima. De Beauterne esamina il cadavere e nei suoi pressi scopre le tracce di un lupo di dimensioni straordinarie. Verso la metà di settembre, l’animale viene avvistato lungo il corso del fiume Allier, a ridosso del villaggio di Pommier. Il 18, il cacciatore del re, assistito da 40 tra i più abili tiratori della regione, incrocia finalmente la fiera, che viene colpito ripetutamente alla testa e al corpo da una micidiale scarica di proiettili. Si tratta, effettivamente, di un lupo di taglia veramente notevole, con folto pelo e strane striature sul dorso. L’animale, che pesa ben 130 libbre contro le 50 di un lupo normale, viene ripulito, impagliato e trasportato a Parigi per essere mostrato alla corte. L’intera regione dell’Auvergne tira un sospiro di sollievo e de Beauterne viene portato in trionfo.

Ma la festa dura ben poco. Lunedì 2 dicembre 1765, sui rilievi di Margeride, due giovani contadini al pascolo con le loro mucche vengono sbranati da una belva. La notizia si diffonde rapidamente e il re si adira con de Beauterne. Ovviamente, il grosso lupo impagliato ed esposto nei saloni di Versailles non è la Bête. Come in un incubo, gli attacchi del misterioso animale riprendono a ritmo sostenuto, gettando nella disperazione la popolazione del Gévaudan che ormai si credeva al sicuro.

Tra la primavera e l’inizio estate del 1766, l’animale uccide una dozzina tra pastori e contadini. Il 18 giugno, dopo l’ultima aggressione ad un ragazzino, un anziano contadino della frazione di Darmes (Besseyres-Saint-Mary), tale Jean Chastel, viene convocato, assieme a 12 cacciatori, dal marchese d’Apcher, intenzionato a promuovere l’ennesima battuta. Jean Chastel, assistito dai suoi tre figli e da una muta di cani, si reca a perlustrare un vasto bosco. Poche ore dopo, in località Sogne-d’Auvers, Chastel decide di fermarsi e di appostarsi tra gli alberi con i suoi. Il tempo di rilassarsi ed ecco che dalla macchia sbuca fuori la Bête. L’animale punta Chastel, ma l’anziano e coraggioso contadino imbraccia con calma il fucile e fa fuoco da breve distanza, colpendo la belva che rivela essere un grosso lupo di 100 libbre di peso. Le campane dei villaggi suonano a festa, e come Antoine de Beauterne anche Chastel trascina la sua preda di paese in paese per mostrarla alla gente. Poi, senza farla prima imbalsamare, la carica su un carro e la fa trasportare a Parigi dove, tuttavia, l’animale giunge in avanzato stato di putrefazione. I buffoni di corte trovano il modo per dileggiare il vecchio contadino (“dalla straordinaria puzza che emana si deduce che la Bête infernale sia proprio questa”). Tuttavia, il re fa consegnare al povero vecchio un premio di 72 livres.

Verso l’inverno del 1766, nel Gévaudan le aggressioni di contadini da parte di belve feroci iniziano a diradarsi progressivamente, fino a cessare completamente alla metà dell’anno seguente. E dall’estate del 1767 gli avvistamenti di strani animali cessano del tutto, lasciando però moltissimi interrogativi e dubbi. Nell’arco di tre anni, la Bête ha sbranato oltre 100 persone (certi sostengono 172), tre quarti dei quali bambini e adolescenti ed un quarto donne. Al contrario, nessun uomo adulto - e cosa ancora più strana, nessun capo di bestiame - risulta essere stato ferito o ammazzato. Le ipotesi circa la natura della Bête diventano uno degli argomenti più dibattuti di Francia, aprendo una querelle destinata a perpetuarsi fino ai giorni nostri. Nei salotti di corte e nelle osterie dei villaggi, i “partiti” sostenitori delle più svariate tesi si moltiplicano molto rapidamente. C’è chi sostiene che la Bête altro non sia che un grosso lupo, nella fattispecie quello ucciso da Chastel (dopo l’abbattimento dell’animale, il vecchio contadino dalla mira infallibile raccontò, tra l’altro, che il lupo da lui ucciso “si muoveva con metodo e criterio, proprio come un animale addomesticato ed addestrato dall’uomo”), anche perché con la sua eliminazione terminò il periodo di terrore, e c’è chi sostiene che si trattasse di un branco composto da almeno tre grossi lupi. Tesi, quest’ultima, sostenuta anche da alcuni zoologi contemporanei.

Ma come in tutti i casi misteriosi in cui la leggenda tende a farsi largo tra le maglie della verità scientifica, sulla Bête fioriscono anche le più svariate e colorite interpretazioni. Verso l’inizio del XX secolo, alcuni pubblicisti francesi e inglesi ipotizzarono che dietro la Bête si celasse un serial killer (una specie di Jack lo Squartatore); mentre altri - ancora più fantasiosi - sostennero che si trattasse o di un orripilante ominide, dotato di pelliccia, denti a sciabola e forza erculea, saltato fuori da una delle tante grotte preistoriche presenti nella regione del Gévaudan; o forse di un mostruoso essere selvaggio allevato ed allattato dai lupi come Romolo e Remo e da essi addestrato a fare fuori piccoli ed indifesi cristiani. Sempre nel Novecento, altri studiosi ed appassionati di vicende misteriose si sono lanciati addirittura in interpretazioni alla X-Files, ipotizzando giganteschi vampiri pelosi a quattro zampe, assetati di sangue (effettivamente la Bête era solita dilaniare il collo delle sue vittime) o mutanti esseri alieni. Ma nella bagarre si sono buttati anche politologi e sociologi, sostenendo che dietro la Bête si nascondesse niente meno che una strage di stato, ordita da Luigi XV ai danni di una popolazione, quella dei dipartimenti francesi centromeridionali, che in passato aveva dato un certo appoggio agli ugonotti protestanti.

Accantonando, seppure con rispettoso beneficio di inventario, queste ultime bizzarre supposizioni, agli scettici ed ai raziocinanti non rimane che ascoltare la parola dei naturalisti, dei biologi e dei più seri esperti di criptozoologia, gli unici, in realtà, a possedere gli strumenti tecnici e scientifici utili a diradare le nebbie dell’ignoranza e della superstizione. Come ha scritto Lino Penati, che nel 1976 ha esaminato con attenzione e la dovuta prudenza l’enigma del Gévaudan, “alla luce delle più attendibili testimonianze dell’epoca - prima fra tutte quella del curato d’Aumont, autore di una particolareggiata memoria - si è portati ad escludere che la Bête potesse essere un lupo. Il sinuoso corpo dell’animale, le sue considerevoli dimensioni, il pelo rossiccio bruno, gli artigli, la coda lunga quattro piedi, la grossa testa, le orecchie a punta e le zanne, farebbero pensare ad un felino, magari ad una grossa lince, anche se in proposito sussistono non pochi dubbi”. Attaccata dai cani, la Bête, infatti, non ha mai tentato di rifugiarsi su un albero, come appunto avrebbe fatto un felino. Senza scartare a priori l’ipotesi di una grossa lince (animale che però non supera quasi mai i 35 chili di peso), alcuni studiosi contemporanei hanno azzardato anche la possibilità che dietro la Bête potesse agire un ghiottone (Gulo gulo) o un licaone: animali che tuttavia, per le loro contenute dimensioni e per la loro particolare distribuzione geografica (il licaone vive in Africa), male si adattano ad alcun reale paragone con la belva del Gévaudan.

Più plausibile risulta, invece, l’ipotesi (avanzata dal biologo americano C. H. D. Clarke, grande esperto di lupi ed affini) che la Bête fosse un ibrido tra un grosso cane, ad esempio un molosso, ed un lupo. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe, tra l’altro, l’abbattimento, avvenuto nel 1884 in Francia, ad Argenton, di un gigantesco ibrido cane-lupo di quasi 80 chilogrammi di peso. Sempre secondo Penati non sarebbe però da escludere un’ultima ipotesi, fino ad oggi mai prospettata. “E se la Bête du Gévaudan fosse stata un esemplare isolato o una coppia di tigri del Caucaso? I dati - sostiene Penati - sembrerebbero infatti concordare: le dimensioni, le fauci, il colore del lungo manto striato, sono elementi tipici di questo grosso felino. E in fin dei conti, fino dall’epoca preistorica, molte delle specie animali provenienti dall’Asia sono finite quasi tutte per approdare nel sud della Francia, nel “ridotto” delle Cevenne”.

Ma senza bisogno di scomodare la tigre del Caucaso (purtroppo estinta), non sembrerebbe del tutto peregrina un’ultima, simile seppur più banale ipotesi: quella di una tigre, di una leonessa o di un giaguaro fuggito da qualche circo ambulante o lasciato libero di proposito da un bizzarro ecologista ante litteram. In fondo, non moltissimi anni fa, nelle campagne intorno a Roma per settimane si aggirò una pantera nera, anche se al contrario della Bête, questo felino non provocò tra la popolazione alcun disagio ma, al contrario, un’ondata di spontanea (e forse eccessiva) solidarietà nei suoi confronti. Al punto da diventare il simbolo di un movimento studentesco in verità piuttosto velleitario e comunque molto più attratto dai miti ribelli e libertari della foresta che non dai più convenzionali, magari meno emozionanti, ma sicuramente più utili libri di testo.

 

FINE

 

BIBLIOGRAFIA

Abel Chevalley, La Bête du Gévaudan Editions J’ai Lu 1972

René de Chantal, La fin d’une énigme, la Bête du Gévaudan La Pensée Universelle 1983

Henri Pourrat, Histoire fidèle de la bête en Gévaudan Jeanne Laffitte 2ème édition 1985

Félix Buffiere, La bête du Gévaudan, une grande énigme de l'histoire Deuxième édition 1994

Abbé Poucher, Histoire de la Bête du Gévaudan , édition Laffitte Reprints, 1996

Historia, La bête du Gévaudan: enquete sur des meurtres en série, n. 650, Febbraio 2001

Lino Penati, Verità e leggende sul lupo europeo, Storia Illustrata, n.229, dicembre 1976

Helga Hofmann, Mammiferi, Editoriale Giorgio Mondadori, 1990

Michel Louis, La bête du Gévaudan, l’innocence des loups, Perrin, réédition, 2001

Francois Fabre, La bête du Gévaudan, édition complétée par Jean Richard, De Borée, 2000

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