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la storia segreta!


Morgil

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ripensando alla storia sulle polemiche sul crocifisso a scuola mi è venuta in mente quesa parte di storia:

 

la statua della vittoria viene tolta dal senato romano

 

Nel Senato Romano - dall'anno 29 avanti Cristo - c'era un altare con la statua della Vittoria: davanti a questa statua i senatori bruciavano incenso e pronunciavano formule rituali prima delle sedute.

 

 

Nel 313 dopo Cristo, l'imperatore Costantino ha dato libertà di culto ai cristiani e ha riconosciuto a tutte le religioni pari

 

dignità. Dopo qualche anno anche molti senatori romani erano di religione cristiana.

 

I senatori pagani però continuavano l'antica tradizione di rendere omaggio alla statua della Vittoria: per loro era non tanto il simbolo del paganesimo, ma il simbolo della "romanità" e la tradizione continuava per mos maiorum, per rispetto delle usanze degli antenati. Questo però offendeva terribilmente i senatori cristiani.

 

Su richiesta dei cristiani l'Imperatore cristiano Graziano, nel 382, ha deciso allora di fare togliere quella statua dal Senato.

 

L'anno dopo, morto Graziano, i Senatori pagani hanno pensato di chiedere al nuovo imperatore, Valentiniano II, di rimettere la statua in Senato, in quel posto dove era stata per più di trecento anni.

Davanti all'imperatore, come rappresentante dei pagani, è andato

 

Quinto Aurelio Simmaco. A difendere la causa dei cristiani è andato invece il vescovo di Milano Ambrogio.

 

Simmaco, grande oratore, ha chiesto di non cancellare le radici pagane dell'Impero romano:

«Chiediamo pace per gli dei della patria... Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento.Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande»

 

Immediatamente Ambrogio ha risposto:

«Quella verità che tu non conosci noi la abbiamo appresa direttamente da Dio!»

 

La statua della Vittoria non è mai più tornata nel Senato di Roma

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Veramente interessante Giò. Non ne sapevo nulla !! Uno dei tanti fatti in cui la Chiesa, invece di dimostrarsi tollerante nei confronti delle altre religioni, come professa, si dimostra determinata a cancellarle per sempre dalla faccia della terra. Un fatto che va ad aggiungersi alle infinite dissacrazioni dei templi e alla loro distruzione, all'inquisizione, alla cancellazione quasi totale della mitologia celtica o alla riscrittura, in chiave ovviamente cristiana, di alcuni racconti, ecc.................

Questa non vuole essere assolutamente una polemica, ma a mio modo di vedere la Chiesa cristiana non è mai stata perseguitata come si vuole far credere, all'inizio della suo storia ovviamente si, ma ha perseguitato ! :huh::huh:

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la chiesa cristiana come molte religioni è stata perseguitata ma ha perseguitato e se già durante l'impero romano c'erano questi episodi immaginati dopo quanto può essere stata intransigente! :huh:

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bellissimi articoli gio...

per quest'ultimo sulla statua della vittoria ti meriti un premio speciale d'antropologia, penso che sia la dimostrazione definitiva della nostra storia del crocifisso :huh:

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Penso che questo articolo possa essere abbastanza interessante :

 

 

MITHRA: IL RIVALE DI GESÙ

 

 

 

 

 

Duemila anni fa, a Roma, iniziava a diffondersi una nuova religione. Praticata nel segreto delle grotte sotterranee, raccontava di un Dio nato il 25 di dicembre da una Vergine. Il suo era un messaggio di fratellanza e solidarietà. Il Dio, prima di lasciare la Terra, convocò i suoi apostoli per un'Ultima Cena, durante la quale spezzò il pane e offrì il vino celebrando la sua ascensione in Cielo, a soli 33 anni.

In pochi secoli, i templi a lui dedicati si moltiplicarono, dalla Palestina fino alla Gran Bretagna. Erano i templi dedicati al Nuovo Dio. Erano i templi dedicati al Culto di Mithra.

 

Quello Mitraico fu un culto misterico, e presenta una serie di analogie impressionanti con il Cristianesimo.

I primi riferimenti documentati risalgono all'anno 68 d.c. Ma Mithra è un nome molto più antico: compare in Iran, India e in Cina oltre tremila anni fa. E l'origine è ancora più remota, probabilmente persiana, precedente anche a Zarathustra. Sintomatica, a questo proposito, l’affermazione dello storico Ernest Renan: "Se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione da qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato Mithraico".

Mithra appare dunque come un rivale di Gesù. Le somiglianze con il Cristianesimo sono talmente tante da far pensare a un vero e proprio plagio. Ma i dubbi sono tanti, al punto che gli storici, ancora oggi, ne discutono.

Mithra era la divinità più diffusa tra le legioni romane. Predicava la fratellanza, la giustizia e la solidarietà. Nei suoi precetti la stretta di mano era un patto indissolubile.

Ecco perché tra militari, schiavi e mercanti aveva grande successo: era tutta gente senza fissa dimora, costretta ad attraversare continuamente l'immenso Impero Romano, persone sradicate dai loro affetti, che potevano fidarsi solo dei propri compagni di viaggio.

 

Pur essendo una religione per soli iniziati, e per soli uomini, il Mitraismo conobbe una diffusione clamorosa. Ce lo confermano i testi degli storici romani, dei filosofi greci e dei padri della Chiesa, che lo descrissero come un culto pericoloso per il Cristianesimo.

Ma la prova più evidente è nei mitrei, i luoghi dove venivano celebrate le messe per Mitra, posti che ci danno un'idea di quanti potessero essere i seguaci del Nuovo Dio dal nome Persiano.

 

Solo nella porzione di scavi relativi a Ostia Antica sono stati ritrovati 18 mitrei su 60 ettari. Ogni Mitreo ospitava tra i venti e i trenta fedeli. Facendo una proporzione si può dunque ipotizzare che nella zona del porto di Roma, su 50mila abitanti1200 erano seguaci di Mitra. I Mitrei nella città di Roma, invece, sono stimati tra mille e duemila, per un totale di oltre 50mila fedeli. E non solo: mitrei sono stati ritrovati praticamente in ogni angolo raggiunto dal dominio dell'Impero Romano.Si suppone che anche l'imperatore Commodo fosse un seguace di Mithra.

Ma cosa c'era nei Mitrei? Quali erano i segreti a cui venivano iniziati i seguaci?

 

Per anni gli storici sono stati convinti che il culto fosse stato importato dall'Iran. Eppure proprio la scena principale raffigurata in ogni mitreo, quella in cui Mitra uccide il Toro, non ha una corrispondenza persiana. Per questo motivo, a partire dal 1971, si sono succedute conferenze internazionali sul culto Mitraico. E oggi, dopo trent'anni di ricerche, c'è chi pensa di aver trovato la chiave per comprendere il culto: l'uccisione del Toro non sarebbe altro che una Mappa del Cielo. Sui soffitti dei Mitrei infatti, è spesso disegnata una volta Stellata.

 

Nel quadro della tauroctonia, poi, sono sempre presenti le seguenti costellazioni: Canis Minor, Hydra, Corvus, e Scorpio.Queste costellazioni hanno una sola cosa in comune: all'epoca dei Romani erano tutte allineate sull'orizzonte celeste.

La Tauroctonia, il quadro o la scultura che troviamo come elemento centrale in ogni mitreo, sembra un monumento creato per ricordare una precisa epoca storica, importante per i fedeli di Mithra: il periodo che va dal 2000 a.c. all'Anno Zero.

 

Per capire come mai, dobbiamo ricordarci che, al tempo dei Romani, la Terra era considerata ferma e al centro di una sfera corrispondente al nostro Universo.

Il cielo, allora, era una sorta di "carta da parati" spaziale che girava intorno alla Terra, trascinando con sé il Sole.

Il punto debole di questa visione del cielo, però era che, con il trascorrere dei secoli, gli equinozi e i solstizi si spostavano senza apparente motivo.

Questa anomalia fu notata dall'astronomo greco Ipparco nel 128 AC. Se oggi la precessione degli equinozi oggi è un fenomeno astronomico ben spiegato, 2000 anni fa per comprenderlo era necessario immaginare l'intervento di un Dio, e questo dio era Mitra, la divinità in grado di spostare l'Universo, facendo ruotare l'intera volta celeste.

L'uccisione del Toro rappresentava simbolicamente lo spostamento dell'equinozio di primavera dalla costellazione del Toro a quella dell'Ariete. Mithra appartiene dunque ad un Paradiso fuori dall'Universo. E spiega ai suoi fedeli cosa c'è oltre le Stelle, oltre la Volta Celeste.

Il Vangelo secondo Marco non è molto diverso. Anche Gesù, come Mithra, risponde alla più profonda domanda degli uomini: Cosa c'è Dopo e Aldilà dell'Universo? "Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui, come una colomba".

 

Cosa ne pensate ?? E' un plagio o sono semplici analogie ?

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no credo che tutte le religioni siano in qualche modo legate il mithraismo e il cristianesimo in particolare,ma nn dimentichiamoci del manicheismo che a mio parere è la somma di tutte le esperienze ellenistiche!!! :huh:

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da oggi per qualche tempo posterò articoli sulle guerre di religione in particolare sulla guerra dei 30 anni una parte storica poco conosciuta ma tra le + cruente e brutali della storia d'europa!

 

BATTAGLIA DI BREITENFELD

 

La battaglia di Breitenfeld si inserisce nel contesto della guerra dei Trentanni, una guerra di religione, cattolici contro protestanti.

 

Gustavo II Adolfo re di Svezia, difensore della causa luterana, era sbarcato in Pomerania, Germania, il 26 giugno 1630, per sostenere la causa protestante dei principi tedeschi. Con sé aveva un esercito efficiente, numeroso e bene armato, e in breve tempo aveva costretto il duca di Pomerania ad unirsi a lui come alleato.

 

L'antefatto che porterà alla battaglia di Breitenfeld fu l'assedio e la presa di Magdeburgo, città strategicamente importante posta a difesa del passaggio sull'Elba, da parte delle truppe imperiali al comando del maresciallo Tilly. Durante questo assedio re Gustavo II aveva inviato in soccorso agli assediati il generale Dietrich von Falkenberg con un contingente di circa tremila soldati, che però non furono sufficienti a contenere l'attacco degli imperiali guidati dal braccio destro di Tilly, Pappenheim, che il 10 maggio 1631 conquistarono la città e per quattro giorni massacrarono i circa trentamila abitanti. Un inutile massacro, nel quale lo stesso Tilly dovette intervenire per salvare il salvabile e fermare quell'orrenda carneficina.

 

La notizia del massacro di Magdeburgo colpì molto Gustavo II Adolfo, il quale si rimproverava di non essere riuscito ad accorrere in tempo per salvare la città. Deciso a vendicare tutto questo, il re svedese, 1l 24 giugno 1631, lascia Spandau e con il suo esercito muove verso l'Elba.

 

Il fatto di Magdeburgo indusse il principe protestante Giovanni Giorgio, Elettore di Sassonia, a firmare, l'11 giugno 1631, un patto con Gustavo II Adolfo e schierarsi con lui.

 

Nella piana di fronte a Breitenfeld, piccolo centro della Germania, il 17 settembre 1631, si trovano schierati di fronte i due eserciti nemici.

 

Da una parte quello svedese-sassone, agli ordini del re di Svezia, con circa cinaquantamila uomini, dall'altra quello imperiale, al comando del maresciallo Jan Tilly, con circa quarantamila soldati. A fianco di Tilly, il generale Pappenheim, considerato ormai il "mostro di Magdeburgo".

 

Proprio quest'ultimo, commise l'imprudenza di lanciarsi all'attacco con la cavalleria, abbandonando le solide posizioni. Era quello che voleva Gustavo II, grande stratega a cui si doveva l'innovazione della guerra di movimento mediante l'utilizzo di truppe leggere e agili.

 

Il re svedese fece in modo che la carica della cavalleria imperiale si esaurisse e affidò il compito al suo generale Banèr di contenerla. Questi riuscì dapprima a bloccare i cavalieri imperiali e poi a respingerli.

 

Nel frattempo lo stesso Gustavo II, aggirando alle spalle le truppe di Tilly, riuscì ad impadronirsi dell'intera artiglieria nemica posizionata sulle alture circostanti e la puntò contro lo stesso esercito imperiale.

 

A questo punto, alla testa di quattromila cavalieri, il re svedese attaccò al fianco lo schieramento nemico. Pappenheim, ferito, cercò di portare soccorso alle fanterie che si stavano disunendo sotto l'urto del re. Ma ormai la brillante manovra del sovrano aveva risolto la battaglia.

 

Lo stesso maresciallo Tilly, che si stava battendo coraggiosamente malgrado i suoi settantadue anni, era rimasto ferito due volte.

 

L'esercito imperiale lasciò sul campo di battaglia circa dodicimila morti e aveva perduto venti cannoni. Dall'altra parte gli svedesi lamentarono solamente circa mille morti e duemila quelli sassoni.

 

Per il re di Svezia sembrava ora aperta la via di Vienna, ma egli non la seguì e si attestò a Francoforte.

 

Ecco come Golo Mann ricostruisce la battaglia di Breitenfeld nel libro "Wallenstein"

 

"...La battaglia ha un lento avvio, il mattino del 17 settembre, tra Duben e Lipsia, sul Breitenfeld, verso le due infuria appieno, per terminare con il buoi: quarantacinquemila svedesi e sassoni, quasi altrettanti bavaro-imperiali; ma settantacinque cannoni contro ventisei soltanto. Questi gli effettivi. I soldati di Tilly, in gran parte di Wallenstein, al comando degli ufficiali di Wallenstein, sono assai esperti nella guerra; i sassoni, reclutati da poco, non conoscono il mestiere, benchè il loro comandante, Arnim, pretenda di saperlo. Inoltre gli imperiali hanno alle spalle la protezione della grande città di Lipsia, e il sole e il vento: una situazione favorevole. Alla sera i pretesi vantaggi sono svaniti, le truppe di Tilly sono in rotta, prigioniere o uccise; circa diecimila i superstiti. Gli svedesi catturano tutta l'artiglieria nemica, le munizioni, la cassa di guerra e gli stendardi. Grosso modo è successo questo: Pappenheim si spiega verso sinistra con la cavalleria, per avvolgere alle ali il fronte nemico, che ha aperto una conversione a destra, ma così si allontana troppo dal centro del suo fronte e dalla riserva; viene quindi sopraffatto dal "secondo attacco" di Gustavo Adolfo. Tilly con le sue "fortezze di marcia" mette in rotta il quadrato dei "Terzios", cioè i sassoni, ala sinistra dell'avversario, ma così apre il suo centro, in modo che le più mobili brigate svedesi lo assalgono di fianco, con i moschettieri e l'artiglieria leggera, che ha un gioco fin troppo facile con le masse serrate e le squadre di cavalleria, che arrivano da tutte le parti, condotte con perfetta sicurezza contro i goffi giganti, impotenti nella difesa".

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rispondo alla domanda di gio:

il mitraismo è uno splendido esempio delle "analogie"...

il cristianesimo è una religione, una religione non esiste in vacuo, non la trovi già fatta e la adotti: si costruisce col passare del tempo, siccome è una parte culturale evolve e muta...

il cristianesimo è pieno di riferimenti culturali presi, copiati, migliorati, peggiorati o mutuati da cose preesistenti, non solo evoluzione dell'ebraismo.

anche lo gnosticismo ad esempio è stato fondamentale per trasformare il cristianesimo da "setta" a "religione"...insomma di analogie ne potremmo trovare tantissime <_< soprattutto nell'area culturale mediorentiale che è stata iniziatrice della maggior parte delle culture e delle religioni della parte di mondo in cui viviamo :P

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infatti tutto è nato lì,i fondamenti religiosi attuali sono tutti mediorientali non mi avrebbe stupito se ora fossimo tutti manikei o mithraici!anche se quel toro nella religione mithraica mi dava un idea un pò Cretese! <_<

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Non so se centra...

 

La Peste del 1348

 

Verso la fine del XIII secolo si arrestò la crescita demografica che fino a quel momento aveva caratterizzato l'Europa ed ebbe inizio una grave crisi economica che si protrasse per circa un secolo e mezzo. Le cause principali di questa depressione, o almeno quelle più appariscenti, furono essenzialmente tre: le pestilenze, le guerre e i mutamenti climatici.

Per quanto riguarda il clima, in realtà gli esperti tendono ad escludere che nel periodo considerato si sia verificato un eccessivo raffreddamento rispetto al passato; sembra invece che semplicemente si sia registrato un inaspettato incremento delle precipitazioni, con piogge troppo abbondanti proprio in corrispondenza delle semine autunnali e primaverili e nei periodi immediatamente precedenti il raccolto. Si trattò di un elemento ulteriore che andò ad aggiungersi allo squilibrio già in precedenza creato dalla crescita demografica: la produzione dei terreni, coltivati ancora con tecniche arretrate, non era sufficiente a soddisfare il fabbisogno alimentare di tutta la popolazione.

Per quanto riguarda le guerre, esse portarono a saccheggi, incendi e devastazioni, oltre a sottrarre uomini alle attività lavorative e produttive. Mentre nelle epoche precedenti si era trattato di episodi saltuari che non avevano ostacolato comunque una rapida ripresa, nel XIV secolo si venne a creare una situazione anomala poiché diverse regioni europee furono teatro di operazioni militari praticamente senza sosta. Ad aggravare poi questa situazione critica, proprio in questo periodo si incominciò a fare frequente ricorso ad eserciti mercenari, in cui i soldati utilizzavano sistematicamente il saccheggio come strumento per alimentare ed integrare il loro compenso.

Per quanto riguarda le pestilenze, proprio nel XIV secolo si registrò la più diffusa e terrificante epidemia di tutti i tempi che non soltanto provocò con il suo passaggio migliaia di vittime, ma rimase endemica ricomparendo periodicamente ora in una regione ora in un'altra anche dopo l'intervallo di tempo compreso tra il 1347 ed il 1350 durante il quale la peste devastò l'intera Europa, raggiungendo l'acme in Italia nel 1348. E' impossibile determinare quanti furono i morti provocati da questa sciagura, ma si può affermare che mai un contagio aveva provocato tanti danni: mentre in passato era stato possibile porre rimedio al brusco calo demografico attraverso un abbassamento dell'età di matrimonio e a nuove nascite, dopo la peste del 1348 il recupero fu ostacolato dal carattere frequente delle epidemie che fecero la loro ricomparsa a intervalli di circa dieci anni. Chi ha provato a fare una stima delle vittime ritiene che sia morta una percentuale compresa tra il trenta e il cinquanta per cento della popolazione.

La peste ebbe origine in oriente, con ogni probabilità in Cina, e si diffuse con grande rapidità, raggiungendo nella primavera del 1347 la prima città europea: si trattava di Caffa, in Crimea, che a quel tempo era un centro di commercio dei Genovesi. Nell'estate dello stesso anno l'epidemia aveva già colpito Bisanzio e quasi tutti i porti dell'Europa orientale. Dalle zone colpite numerose persone cercarono di emigrare e di raggiungere aree dove fosse possibile sfuggire al contagio, favorendo così inconsapevolmente la sua diffusione. Ben presto dunque la peste raggiunse i porti occidentali, in particolare la Sicilia, Genova, Pisa e Venezia, e di qui si diffuse in tutta l'Europa.

L'Italia fu il paese in cui il morbo si manifestò con maggiore violenza, lasciando segni indelebili e conseguenze che faranno sentire il loro peso anche nei secoli successivi, tanto che qualche storico ha avanzato la proposta di fissare proprio il 1348 come simbolica data della fine del Medioevo. La paura, la sofferenza e la drammaticità della situazione emergono in modo chiaro e sconvolgente dai racconti dei cronisti dell'epoca.

La prima regione dell'Europa occidentale ad essere colpita dall'epidemia nell'Ottobre 1347 fu la Sicilia. Racconta il francescano Michele da Piazza nella sua Historia Siculorum che a portare il morbo furono dodici galee genovesi che raggiunsero il porto di Messina. Quando i Messinesi intuirono da chi aveva avuto origine il contagio cacciarono le navi, ma ciò non bastò a fermare la peste: da questo momento la morte poteva arrivare improvvisamente. La paura e l'incertezza del domani determinarono un imbarbarimento dei costumi e la moderazione lasciò il campo a comportamenti estremi. Sentimenti come il rispetto e la compassione si affievolirono sempre di più sostituiti da egoismo e timore tanto nei confronti dei vivi quanto nei confronti dei morti. Si cercava di non avere contatti con altre persone che potevano essere infette e numerose città vietarono l'ingresso a chi proveniva da una zona già colpita dalla malattia; tuttavia le numerose eccezioni introdotte a questi divieti non consentirono di evitare i contatti con i malati favorendo il diffondersi dell'epidemia. Il fatto poi che in una città la peste giungesse dopo essere stata importata da un altro Comune accese una forte conflittualità tra le città non ancora colpite e quelle dove il morbo si era già manifestato e infiammò i rancori che già esistevano. Così un medico di Padova, dove il morbo era stato portato da Venezia, pose in apertura del suo Regime contro la peste questa preghiera: "O tu vera guida, tu che determini ogni cosa di questo mondo! Possa, tu che vivi in eterno, risparmiare gli abitanti di Padova e come loro padre fa' sì che nessuna epidemia abbia a colpirli. Raggiungano esse piuttosto Venezia e le terre dei saraceni …".

Se tra Comuni diversi la situazione era tesa, tra coloro che abitavano in una stessa città le cose non andavano meglio. Il carattere improvviso e letale della malattia e terrore di contrarre il morbo da una persona infetta giustificavano il sentimento di sfiducia nei confronti del prossimo. Gli stessi religiosi, che avrebbero dovuto portare gli estremi conforti a chi stava per morire a causa del morbo, nella maggior parte dei casi, per la paura di infettarsi, non svolgevano il proprio compito e ciò contribuiva ad aggravare la situazione poiché uno dei timori più grandi era proprio quello di morire senza essere riusciti a confessarsi e a ricevere l'estrema unzione. Racconta il canonico Giovanni da Parma che "molti si confessavano quando erano ancora in salute. Giorno e notte rimanevano esposti sugli altari l'ostia consacrata e l'olio degli infermi. Nessun sacerdote voleva portare il sacramento ad eccezione di quelli che miravano ad una qualche ricompensa. E quasi tutti i frati mendicanti e i sacerdoti di Trento sono morti …". Se anche chi cadeva malato avesse avuto qualche possibilità di riprendersi superando la fase critica della malattia, il suo destino era segnato per il fatto che egli veniva abbandonato da tutti, non soltanto dagli amici, ma addirittura anche dai familiari. In molte delle opere letterarie che ci parlano del periodo della peste è presente il riferimento al fatto che la moglie non volesse più vedere il marito e addirittura il padre non volesse più avere nulla a che fare con i figli nel caso in cui fossero stati colpiti dalla malattia. Gli ammalati rimanevano abbandonati nelle case da cui arrivavano le invocazioni di aiuto che però rimanevano inascoltate, mentre i parenti più stretti, piangendo, si mantenevano a distanza. Emblematico è il racconto di Marchionne di Coppo Stefani, cronista fiorentino,che riferisce: "… moltissimi morirono che non fu chi li vedesse, e molti ne morirono di fame, imperocchè come uno si ponea in sul letto malato, quelli di casa sbigottiti gli diceano: < Io vo per lo medico > e serravano pianamente l'uscio da via, e non vi tornavano più. Costui abbandonato dalle persone e poi da cibo, ed accompagnato dalla febbre si venia meno. Molti erano, che sollicitavano li loro che non li abbandonassero, quando venia alla sera; e' diceano all'ammalato: < Acciocchè la notte tu non abbi per ogni cosa a destare chi ti serve, e dura fatica lo dì e la notte, totti tu stesso de' confetti e del vino o acqua, eccola qui in sullo soglio della lettiera sopra 'l capo tuo, e po' torre della roba >. E quando s'addormentava l'ammalato, se n'andava via, e non tornava. Se per sua ventura si trovava la notte confortato di questo cibo la mattina vivo e forte da farsi a finestra, stava mezz'ora innanzichè persona vi valicasse, se non era la via molto maestra, e quando pure alcun passava, ed egli avesse un poco di voce che gli fosse udito, chiamando, quando gli era risposto, non era soccorso. Imperocchè niuno, o pochi voleano intrare in casa, dove alcuno fosse malato".

Se a Firenze capitava che spesso i malati rimanessero rinchiusi nelle proprie case a morire, racconta il cronista Lorenzo de Monacis che a Venezia, invece, il governo cittadino decise di incaricare degli addetti affinché passassero per le strade e nelle case a raccogliere i moribondi e i morti, che comunque rimanevano abbandonati per giorni, e li portassero nelle isole di San Marco Boccalama o di San Leonardo Fossamala o a Sant'Erasmo, dove poi sarebbero stati seppelliti in grandi fosse comuni. Fa rabbrividire il pensiero che "molti spiravano su queste imbarcazioni e molti che ancora respiravano rendevano l'anima soltanto in queste fosse".

Ogni famiglia dovette sopportare lutti gravissimi: ad esempio, Francesco Petrarca dovette subire la morte di un figlio e della tanto celebrata Laura, il cronista senese Agnolo di Tura perse addirittura cinque figli. Quelli inferti dal destino e dalla malattia erano colpi che in tempi normali avrebbero gettato in una disperazione insanabile chiunque, ma, in questo periodo particolare, una quotidianità che continuamente riproponeva l'evento della morte ne rese l'idea così familiare da provocare un aumento del coraggio e della resistenza di chi doveva sopportare la scomparsa di un congiunto. In sostanza, era così facile contrarre la malattia e morire che la priorità era sopravvivere e solo in un secondo momento si poteva eventualmente pensare agli altri, compresi parenti ed amici. Per evitare poi che la popolazione fosse travolta da una disperazione e da una depressione sempre maggiori, molti comuni decisero di vietare che si celebrassero i funerali con l'ordinaria cerimonia e, soprattutto, che si suonassero a morto le campane poiché, per usare ancora le parole di Marchionne di Coppo Stefani, all'udirle "sbigottivano li sani, nonché i malati". Agnolo di Tura riferisce: "E non sonavano Campane, e non si piangeva persona, fusse di che danno si volesse, che quasi ogni persona aspettava la morte; e per sì fatto modo andava la cosa, che la gente non credeva, che nissuno ne rimanesse, e molti huomini credevano, e dicevano: questo è fine Mondo".

Si credeva che la malattia fosse una sorta di castigo inviata da Dio allo scopo di

punire la depravazione dei costumi che aveva caratterizzato quest'epoca. Si poté così assistere ad un riaccendersi del fervore religioso della popolazione che portò ad una ripresa del movimento penitenziale nel sud della Francia e nelle città del centro e del nord Europa: una moltitudine di persone scendeva nelle piazze e per le strade, si recava in processione nelle chiese della città e si flagellava pregando e invocando il nome di Cristo e della Vergine Maria affinché proteggessero il mondo che sembrava prossimo alla fine. La mancanza di sufficienti conoscenze mediche determinava poi l'impotenza di fronte alla malattia ed un senso di frustrazione che spingeva a cercare qualcuno a cui fare risalire la causa e la responsabilità del contagio: si pensava che, individuando e punendo i responsabili, l'ira divina si sarebbe placata. Così, come sempre accade, la colpa dell'epidemia venne fatta ricadere sui "diversi" dell'epoca, gli Ebrei, accusati di avvelenare i pozzi delle città e spesso le processioni dei flagellanti si concludevano con una vera e propria caccia agli Ebrei che venivano trucidati senza tenere conto del fatto che anche questi ultimi morivano di peste proprio come tutti gli altri. Si trattò della più grande persecuzione che il popolo ebraico dovette subire, prima dell'olocausto del XX secolo. Il fenomeno delle processioni dei flagellanti e delle cacce agli Ebrei non interessò comunque, almeno in questo periodo, l'Italia e le autorità cercarono di contenerlo, pur con grande fatica, anche nelle zone in cui si verificò a causa di alcune connotazioni eterodosse che portarono ad una sua condanna da parte prima dell'Università di Parigi e poi del Pontefice.

Si diffuse una grande devozione per quei Santi che in qualche modo erano legati alla peste e dei quali si invocava la protezione per sfuggire alla malattia e perché salvassero il mondo da questa immane catastrofe. In modo particolare subì un forte incremento il culto di San Sebastiano in quanto il Santo, rappresentato legato ad una colonna e trafitto dalle frecce, veniva considerato il simbolo dell'umanità trafitta dagli strali della peste, un'immagine già cara agli artisti dell'antichità. Durante le frequenti epidemie successive al 1348 si diffuse anche il culto di San Rocco, che, così vuole la tradizione, mentre si recava in pellegrinaggio a Gerusalemme da Montpellier, incontrò a Roma la peste nera e qui si fermò circa tre anni per assistere i malati. Mentre tornava nella propria città fu vittima egli stesso della peste nei pressi di Piacenza, ma grazie all'aiuto di un cane e di un angelo riuscì a guarire e a riprendere la sua strada. Morì dopo cinque anni di carcere, ingiustamente accusato di spionaggio.

Di fronte ad uno scenario apocalittico come quello creato dalla peste, la reazione di gran parte della gente paradossalmente non fu quella di deprimersi e di pregare pentendosi dei propri peccati in vista di una imminente fine del genere umano, ma racconta il Boccaccio nel suo Decamerone che, dopo una prima fase di disperazione e smarrimento, mentre alcuni cercavano di condurre un'esistenza morigerata e di evitare il contatto con altre persone per sfuggire alla malattia, "altri in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l'andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male: e così come il dicevano il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò per l'altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere". La situazione dei costumi non cambiò neppure quando ormai il peggio era passato e i sopravvissuti, invece di ringraziare Dio per averli risparmiati tenendo una condotta conforme agli insegnamenti cristiani, secondo quanto riportato dal cronista fiorentino Matteo Villani nella sua Cronaca, "… trovandosi pochi, e abbondanti per l'eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come se state non fossero, si diedero alla più sconcia e disonesta vita che prima non avieno usata, però che vacando in ozio usavano dissolutamente il peccato della gola, i conviti, le taverne e dilizie con dilicate vivande, e giuochi, scorrendo alla lussuria senza freno, trovando ne' vestimenti strane e disusate fogge e disoneste maniere, mutando nuove forme a tutti li arredi". In realtà la degenerazione dei costumi era già iniziata prima del diffondersi dell'epidemia, ma fu questo evento a provocare una crescita del tenore di vita e del gusto per il lusso, tanto che proprio nel periodo successivo alla peste furono introdotte nuove imposte nelle città per frenare il fenomeno. Dopo la grande paura regnava il desiderio di divertirsi, dovuto anche alla possibilità di sfruttare la grande quantità di sostanze di cui ciascuno poteva disporre, dopo averle ereditate da coloro che erano stati portati via dal morbo. Il già citato Marchionne di Coppo Stefani racconta lo stupore dei sopravvissuti diventati improvvisamente ricchi ed il loro desiderio di abbandonarsi al lusso in queste parole: "E tale che non aveva nulla si trovò ricco, che non pareva che fusse suo, ed a lui medesimo pareva gli si disdicesse. E cominciorno a sfogiare nei vestimenti e ne' cavagli e le donne e gli uomini". Una teoria affascinante, anche se messa fortemente in discussione, sostiene che proprio la peste, favorendo la formazione di ingenti patrimoni e provocando al tempo stesso una riduzione delle possibilità di investimento, abbia creato i presupposti per il sorgere di un periodo come il Rinascimento: il complesso delle condizioni createsi fece sì che il denaro venisse utilizzato per l'acquisto di opere d'arte piuttosto che per finanziare attività produttive.

Molti morivano senza neppure avere il tempo di fare testamento, mentre, nella maggior parte dei casi, erano gli stessi notai ad evitare di recarsi nelle case in cui vi era un malato di peste o addirittura a fuggire dalle città per paura di contrarre la malattia. A volte, vista la gran quantità di lavoro, un notaio coraggioso si limitava a prendere semplici appunti per trascrivere successivamente le ultime volontà in un testamento canonico senza però averne il tempo, colto anch'egli da morte improvvisa. E' bene sottolineare che nell'Italia e nella Francia del XIV secolo la competenza a redigere testamenti efficaci era riservata esclusivamente ai notai, per cui si venne a creare una grande confusione che continuò a produrre i suoi effetti anche nel periodo successivo alla fine della peste con centinaia di cause che produssero il blocco dell'attività dei tribunali.

Come i notai, anche la maggior parte dei medici optò per la fuga dalla città, che dal loro punto di vista era l'unico valido mezzo per evitare il contagio, lasciando il campo libero a curatori improvvisati che vendevano a peso d'oro i loro inefficaci rimedi. Anche Guy de Chauliac, medico personale di papa Clemente VI, tentato, ammise: "Per paura del disonore non osai fuggire. Tormentato continuamente dalla paura, cercai di proteggermi alla meno peggio …". La scelta di fuggire e di isolarsi, condivisa peraltro anche da vari vescovi, di chi soprattutto in quel momento avrebbe dovuto assistere le vittime della peste si può comprendere pensando al fatto che coloro che avevano svolto il proprio dovere avevano a loro volta contratto la malattia morendone. Chalin de Vinario, altro medico avignonese vicino al papa, espone in modo chiaro quella che era l'idea prevalente tra i dottori: "Noi siamo il prossimo di noi stessi. Nessuno di noi è accecato da una tale follia da occuparsi più della salvezza degli altri che della propria, tanto più trattandosi di una malattia così rapida e contagiosa".

Ad approfittare della situazione venutasi a creare furono soprattutto gli ordini religiosi e le confraternite che mai come in questo periodo riuscirono ad accumulare ricchezze grazie ai lasciti testamentari di chi, sentendosi ormai vicino alla morte, cercava in questo modo di ottenere la salvezza della propria anima. Tale arricchimento non fu comunque indolore poiché molti uomini di chiesa che avevano continuato ad occuparsi dei bisognosi morirono di peste, tanto che in molte diocesi i vescovi furono costretti a consacrare sacerdoti giovani che non avevano ancora terminato gli studi necessari, e anche tra i laici, appartenenti alle confraternite che assistevano gli ammalati, le perdite furono altissime, come per esempio nelle Scuole veneziane della Carità e di San Giovanni dove morirono circa trecento confratelli.

Gli apparati pubblici si trovarono invece ben presto in ginocchio in quanto non soltanto la malattia aveva provocato la morte di gran parte dei contribuenti riducendo drasticamente le entrate, ma aveva messo in pericolo lo stesso funzionamento dello Stato. L'elevata mortalità rischiò di bloccare l'attività degli organi pubblici che non riuscivano a raggiungere il quorum necessario per adottare delle decisioni. Questa situazione di stallo portò a Bologna addirittura ad un tentativo di colpo di stato represso con la forza. Contribuiva poi al dissesto delle casse dello Stato il fatto che la morte o la fuga di medici, notai, insegnanti e militari di professione obbligava le città a reclutare personale di questo tipo anche forestiero con una vertiginosa crescita dei compensi dovuta alla sproporzione tra domanda ed offerta.

Una conseguenza importante della elevata mortalità è costituita dal fatto che mentre nel momento in cui la crescita demografica aveva raggiunto il suo apice le città erano diventate tutte un groviglio di case piccolissime, dopo la peste lo spazio a disposizione di ogni persona era cresciuto enormemente. Questo fatto, unito alle maggiori possibilità economiche di gran parte della popolazione, portò alla riunione in un'unica struttura di più abitazioni e alla creazione di grandi palazzi: i sopravvissuti volevano vivere in spazi più ampi e per questo avviarono una risistemazione edilizia che mutò radicalmente il volto delle città.

Tuttavia, la ricchezza improvvisamente raggiunta si rivelò a lungo andare un'illusione. Le possibilità economiche dei sopravvissuti all'epidemia subirono una crescita non soltanto grazie ai lasciti dei defunti, ma anche grazie ad un aumento dei compensi spettanti a tutti i lavoratori, compresi quelli che svolgevano le mansioni più umili. Era normale: la morte di molti lavoratori aveva provocato una diminuzione dell'offerta rispetto alla domanda e di conseguenza un aumento dei salari. Tuttavia nell'arco di pochi anni la crescita dei costi di produzione determinò un vertiginoso aumento del costo della vita andando ad annullare i vantaggi creati dal precedente aumento della ricchezza. Ad influire poi sull'andamento dei prezzi c'era anche la grave crisi attraversata dal settore agricolo determinata non soltanto dalla scarsità di manodopera, ma anche dalla scarsa produttività dei terreni.

In generale, la grande peste del 1348 non soltanto determinò cambiamenti radicali nell'aspetto delle città o nei patrimoni dei sopravvissuti, ma, cosa ben più importante, mutò il modo di pensare degli uomini del tempo. Il gusto per il lusso e per il divertimento diffusosi subito dopo il contagio, nasceva dal fatto che l'esperienza della peste aveva evidenziato in modo drammatico l'incertezza del domani, tanto che ai più sembrava senza senso preoccuparsi del futuro investendo i propri averi in nuove attività produttive o nell'educazione dei figli. Il patrimonio veniva così utilizzato essenzialmente per il soddisfacimento del proprio piacere personale e il capitale accumulato in conseguenza della peste venne nella maggior parte dei casi sperperato. Tuttavia, gli effetti della nuova concezione della vita nata durante l'infuriare del flagello non furono del tutto negativi: se certamente non si può attribuire esclusivamente alla grande peste il merito del rinnovamento culturale che caratterizzò il periodo successivo, essa, cambiando la mentalità dei sopravvissuti, diede comunque un contributo fondamentale al sorgere di quelle che saranno tra le epoche più fiorenti della nostra storia, cioè l'Umanesimo ed il Rinascimento.

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uff...è stata dura ma l'ho letto tutto!!!! <_<

come nn sai se centra???certo che centra!!!hai postato un ottimo saggio Trudy!

la peste del 48 è molto importante! :stralol:

PS potresti mettere il titolo?così ci si può fare l'idea di quello che c'è scritto senza doverlo leggere tutto! :stralol:

mi raccomando continuate a seguire la rubrica!dopo vi posto i ulteriori saggi sulla guerra dei 30 anni!! :stralol:

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visto che ho intenzione di esporre saggi e articoli che parlano della guerra dei 30 anni posto questo articolo che in pratica è un riassunto di tutta la guerra!

spero possa essere utile... <_<

 

LA GUERRA DEI 30 ANNI (1618-1648)

 

L'Imperatore MATTIA II aveva vietato che venissero erette in Boemia (cioè Cecoslovacchia) alcune chiese protestanti, provocando così la reazione del popolo boemo al punto tale che, quando i magistrati imperiali si recarono a Praga per dirimere la questione, li gettarono dalla finestra del castello (DEFENESTRAZIONE DI PRAGA).

 

La guerra è tradizionalmente divisa in quattro periodi:

 

1) boemo-palatino (1618-25); 2) danese (1625-29); 3) svedese (1630-35); 4) francese (1635-48).

 

1°,2°,3° favorevoli all'Austria; alla fine però, nel 4° vince la Francia. Vediamoli meglio.

 

 

 

1) L’imperatore Mattia II morì l’anno dopo la defenestrazione di Praga (1619). Il cugino di Mattia, l’imperatore Ferdinando II, aiutato dalla Spagna e dalla Lega cattolica, condusse la guerra con energia. Contro di lui i Boemi elessero loro re Federico V, elettore del Palatinato e capo dell'Unione Evangelica. Furono sconfitti nella battaglia della Montagna Bianca (1620) presso Praga.

 

2) La vittoria sui Boemi dell'imperatore apparve minacciosa agli stati vicini, in particolare a Cristiano IV, re di Danimarca, parente di Federico V. Allora Cristiano IV intervenne a favore dei protestanti. Fu però sconfitto e costretto alla PACE DI LUBECCA (1629). L’imperatore Ferdinando II emanava l'EDITTO DI RESTITUZIONE (1629), con cui obbligava i protestanti a restituire i benefici ecclesiastici ottenuti dopo la Pace di Augusta. Affidava inoltre a WALLENSTEIN il Ducato di Mecklenburgo sul Baltico

 

3) Il Wallenstein aveva mire espansionistiche e minacciò la Svezia. Attaccò la città libera di STRALSUNDA, che chiese quindi aiuto alla Svezia. Gustavo Adolfo di Svezia vinse in un primo momento il TILLY e proseguì verso Vienna. Ma il Wallenstein lo fermò a LÜTZEN (1632) e sul campo di battaglia il re svedese morì. Ferdinando II fece poi assassinare il Wallenstein nel castello di Eger (1634). Alla fine vi fu la Pace di Praga (1635) in cui i protestanti si sottomisero all'impero.

 

4) La Francia era preoccupata (c’era in quel periodo già Richelieu). Si alleò allora con la Svezia, i Paesi Bassi e il duca di Savoia: nel 1635 dichiarò guerra alla Spagna e Impero. Dapprima la Francia fu in difficoltà, poi rimontò con la vittoria a ROCROI (1643) e conquistò l’Artois e l'Alsazia. Intanto Ferdinando III (Ferdinando II intanto era morto) firmò con Francia e Svezia la PACE DI WESTFALIA (1648) che segnò la fine della guerra e nello stesso tempo della potenza degli Asburgo. Fu ancora confermata la Pace di Augusta (1555: il sovrano doveva rispettare le minoranze religiose nei loro Stati; i beni protestanti non erano restituiti alla Chiesa.

 

La Pace ebbe due importanti conseguenze: contro la Chiesa cattolica fu ribadito e proclamato il principio della libertà religiosa; contro l'Impero la pace segnò un passo ulteriore verso l’indipendenza dei principi nei confronti dell’imperatore e del potere centrale.

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ecco la situazione della francia prima della gurra dei 30 anni:

 

Le guerre di religione in Francia (1562-1598)

 

In Francia, dopo la morte del figlio di Francesco I, Enrico II, prese il potere Caterina de' Medici, visto che i figli del re erano minorenni. Questa regina era abile e intelligente, ma avversata dai francesi per la sua origine italiana e per il suo gusto per il lusso e per i costumi italiani. Così la debolezza della corona permise il nascere di lotte per il potere intestine. Infatti al tentativo di Caterina di conservare il trono per i figli, si verificavano per tutta risposta complotti e soprattutto due famiglie appartenenti a rami secondari della famiglia reale cominciarono a covare l'aspirazione di subentrare alla vecchia casa regnante. Nelle regioni settentrionali si affermò la figura di Alberto di Guisa mentre al Sud Antonio di Borbone, re di Navarra.

Inoltre in Francia prese piede la diffusione del calvinismo sia tra parte della nobiltà feudale decaduta sia tra la borghesia. Tali fedeli vennero definiti ugonotti. La cosa ben presto sfociò in campo politico, visto che i pretendenti al trono erano di fede opposto: cattolici i Guisa, ugonotti i Borbone. Possiamo quindi vedere come i massacri che seguiranno saranno soprattutto di matrice politica e non religiosa.

Caterina de' Medici mantenne una posizione ambigua: da una parte non sostenne i Borbone, ugonotti e quindi eretici visto che lei era cattolica, d'altra parte non favorì neppure i Guisa, per paura di essere spodestata. Comunque la sovrana emanò, per uscire da questa complicata situazione, l'editto di San Germano, nel quale concesse libertà di culto agli ugonotti purché risiedessero fuori le mura cittadine, allo scopo di dividere le due fazioni. Ma il progetto non riuscì, visto che i cattolici il 1° marzo del 1562 risposero con il massacro di Vassy, a seguito del quale vennero uccisi 70 ugonotti. Da questo episodio nacquero le guerre di religione in Francia, che durano, pur con vari intervalli, fino al 1598. Nel 1570 venne emanato un secondo editto di San Germano, con il quale si concedeva nuovamente agli ugonotti il diritto di libertà di culto e in più si concedeva loro per due anni l'uso di alcune piazzeforti per difendersi da eventuali attacchi dei cattolici, di cui la più importante era l'inespugnabile La Rochelle. Un altro evento fondamentale è la strage degli Ugonotti ordinata da Caterina de' Medici, quando ormai la coalizione protestante sembrava essere ad un passo dalla vittoria e quindi dalla realizzazione di un progetto di fare della Francia il centro di una coalizione antispagnola. Nella Notte di San Bartolomeo (24 - 25 Agosto 1572) vennero trucidati i maggiori rappresentanti degli ugonotti nelle stesse sale del palazzo reale, dove si erano riuniti per la celebrazione delle nozze del loro capo, Enrico di Borbone. La strage continuò anche nei gironi successivi anche nel resto del paese e le vittime furono migliaia.

Le cose peggiorarono notevolmente quando prese il potere il terzogenito di Caterina, Enrico III, poiché era rimasto senza eredi e quindi si riaprì una nuova lotta per la successione e come contendenti ci furono Enrico di Guisa, capo dei cattolici, ed Enrico di Borbone, capo degli ugonotti. Scoppiò così un conflitto, definito la guerra dei tre Enrichi, che portò all'uccisione prima di Enrico di Guisa nel 1588 per ordine del re e poi nel 1589 di Enrico III da parte un esaltato domenicano, che lo uccise perché lo ritenne colpevole di essersi troppo avvicinato ad Enrico di Borbone. Quest'ultimo fu nominato proprio dal morente re suo legittimo successore e salì al trono col nome di Enrico IV. Ma i cattolici non lo sostennero e anzi gli bloccarono l'accesso a Parigi fino al 1593, quando lui si decise a convertirsi al cattolicesimo (famosa la frase: "Parigi val bene una messa"). Il tale modo egli sperava di ricompattare il paese sotto la sua figura, mettendo da parte i contrasti religiosi che erano all'origine di tante sanguinose stragi. La sua opera di pacificazione terminò nel 1598, quando nel 1598 emanò l'editto di Nantes, con il quale garantiva agli ugonotti piena libertà di culto e uguaglianza di diritti civili e politici, rendendo così per la prima volta legale il principio di libertà religiosa, discostandosi dal principio del cuius regio eius religio che vedrà una definitiva sconfitta a partire dalla pace di Westafalia, mezzo secolo dopo.

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