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Seija

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About Seija

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  • Birthday 10/23/1986

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  1. Il rosso è il colore che domina nelle poesie di Luis Aragon. In politica è stato un membro autorevole e impegnato del partito comunista francese, in letteratura un autore che amava rinnovare. Le sue poesie, piene di passione, sono state spesso trasposte in musica (da George Brassens, Jean Ferrari, ecc) e sono diventate bellissime e celebri canzoni. Il testo della poesia che ho scelto per oggi è giudicato come una delle più belle poesie d'amore di tutti i tempi. Le mani di Elsa diventano l'emblema di un momento di sospensione, di una parentesi armoniosa in un mondo che fa rumore, diventano la radice ed il tramite di un legame che si vorrebbe durasse per sempre. Les mains d'Elsa Donne-moi tes mains pour l'inquiétude Donne-moi tes mains dont j'ai tant rêvé Dont j'ai tant rêvé dans ma solitude Donne-moi tes mains que je sois sauvé Lorsque je les prends à mon pauvre piège De paume et de peur de hâte et d'émoi Lorsque je les prends comme une eau de neige Qui fond partout dans mes mains à moi Sauras-tu jamais ce qui me traverse Ce qui me bouleverse et qui m'envahit Sauras-tu jamais ce qui me transperce Ce que j'ai trahi quand j'ai tressailli Ce que dit ainsi le profond langage Ce parler muet de sens animaux Sans bouche et sans yeux miroir sans image Ce frémir d'aimer qui n'a pas de mots Sauras-tu jamais ce qui les doigts pensent D'une proie entre eux un instant tenue Sauras-tu jamais ce que leur silence Un éclair aura connu d'inconnu Donne-moi tes mains que mon cœur s'y forme S'y taise le mond au moins un moment Donne-moi tes mains que mon âme y dorme Que mon âme y dorme éternellement. Dammi le tue mani per l'inquietudine Dammi le tue mani di cui ho tanto sognato Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine Dammi le tue mani perché io venga salvato Quando le prendo nella mia povera stretta Di palmo e di paura di turbamento e fretta Quando le prendo come neve disfatta Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita Potrai mai sapere ciò che mi trapassa Ciò che mi sconvolge e che m'invade Potrai mai sapere ciò che mi trafigge E che ho tradito col mio trasalire Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo Questo muto parlare dei sensi animali Senza bocca e senz'occhi specchio senza immagini Questo fremito d'amore che non dice parole Potrai mai sapere ciò che le dita pensano D'una preda tra esse per un istante temuta Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio Un lampo avrà d'insaputo saputo Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi Taccia il mondo per un attimo almeno Dammi le tue mani ché la mia anima vi si addormenti Ché la mia anima vi si addormenti per l'eternità.
  2. Se si dovesse indicare una marca specifica della poesia femminile , si potrebbe dire che scrivere poesie è per le donne trovare un luogo depositario dell' autentico. La scrittura femminile in versi è particolarmente, forse più di quella maschile, costruita sulla ricerca della verità: innanzitutto della propria verità, di ciò che nella propria vita è vero; scrivere è riflettere su se stesse, riflettersi, piegarsi dentro e lì dentro guardare, a costo di trovare il buio e l'orrore. È questo estremo "coraggio dello sguardo"che si rivela peculiare. Scrivere poesia è un modo di guardare senza filtri, senza nessuna copertura che in qualche modo addolcisca o veli la verità. È come se la scrittura trovasse una sua via realistica, concreta, fisica, di dizione del mondo: è una parola meno pensata e molto più diretta. Ciò spiega perché spesso ci si trova di fronte ad una espressività molto dura, ad una energia verbale che sfiora la sfrontatezza, la violenza, con un lessico ardito e volutamente provocatorio. Allo stesso modo, non sono affatto escluse le forme dell'ironia e della parodia, in un'opera dissacratoria impietosa, che trova le sue ragioni sempre nell'amore della verità, che conduce a denunciare,a scoprire, a svelare impudicamente. L'urgenza del vero porta a vedere e dire le cose come sono, al di là degli schemi soliti, dei luoghi comuni e anche delle leggi che regolano il mondo, fino all'eversione, alla ribellione verso gli stereotipi, sia letterari sia morali sia politici: fino alla rivoluzione. Questo "spazio dell'autentico" è percorso fino in fondo, fino alle estreme conseguenze: la follia e il suicidio. Lo sguardo dentro di sé può condurre all'abisso, all'inquietante nulla, non più schermato dal filtro delle convenzioni. Se pensiamo all'etimologia della parola autentico capiamo anche di più: il termine greco vuol dire " colui che agisce da sé", "autore", ma anche "autore della morte" e quindi "suicida". Strano che autore e suicida trovino unione in uno stesso vocabolo. Ma certo qualcosa significa il fatto che molte delle poetesse proposte si siano volontariamente date la morte: la Boye, la Cvetaeva , la Plath, la Pozzi, la Sexton , la Storni, ecc. Se scrivere poesia, per queste donne autrici, è guardare in faccia la verità, è dire l'autentico e, ancora, è dire senza schermi nella spontaneità fisica del genuino, allora l'approdo alla morte è abbastanza inevitabile. La ribellione alle convenzioni, alla vita comune arriva ad essere, all'estremo, anche ribellione alla vita stessa: rifiuto di vivere. O meglio, la vita, come fu per la Plath e la Sexton ( che si raccontavano a vicenda, e con una certa compiacenza, i loro numerosi tentativi di suicidio), diventa un "lungo corteggiamento"della morte. In tal senso, il suicidio è solo uno dei modi dell' autentico , che dice, anche nel "vero"della vita e non solo della parola, l'estrema carica eversiva e nuda della poesia al femminile. Concludo questa mia piccola rassegna all'insegna dell' "altro sguardo" con la più emblematica delle poetesse dell'autentico: Sylvia Plath. I am Vertical But I would rather be horizontal. I am not a tree with my root in the soil Sucking up minerals and motherly love So that each March I may gleam into leaf, Nor am I the beauty of a garden bed Attracting my share of Ahs and spectacularly painted, Unknowing I must soon unpetal. Compared with me, a tree is immortal And a flower-head not tall, but more startling, And I want the one's longevity and the other's daring. Tonight, in the infinitesimal light of the stars, The trees and the flowers have been strewing their cool odors. I walk among them, but none of them are noticing. Sometimes I think that when I am sleeping I must most perfectly resemble them- Thoughts gone dim. It is more natural to me, lying down. Then the sky and I are in open conversation, And I shall be useful when I lie down finally: Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me. Io sono verticale Ma preferirei essere orizzontale. Non sono un albero con radici nel suolo succhiante minerali e amore materno così da poter brillare di foglie ad ogni marzo, né sono la beltà di un'aiuola ultradipinta che susciti gridi di meraviglia, senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali. Confronto a me, un albero è immortale e la cima d'un fiore, non alta, ma più clamorosa: dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia. Stasera all'infinitesimo lume delle stelle, alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi. Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ci fa caso. A volte io penso che mentre dormo forse assomiglio a loro nel modo più perfetto con i miei pensieri andati in nebbia. Stare sdraiata è per me più naturale. Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio, e sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre: finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
  3. Voto Petyr Baelish... I rimanenti per me sono tutti poco interessanti.
  4. Cecilia Meireles è una delle voci più autorevoli e ascoltate della poesia brasiliana. Unica superstite di quattro figli, perse i genitori in tenerissima età. Venne educata dalla nonna che, fin dall'infanzia, la incoraggiò a scrivere poesie per mitigare la tristezza di essere rimasta orfana. La Meireles crebbe con la convinzione che la morte fosse una presenza costante nella sua vita. Si avvicinò al gruppo Festa di ispirazione neo-simbolista, attivo a Rio de Janeiro negli anni Venti. Aderì con entusiasmo alla corrente spiritualista da cui però si allontanò presto pur conservando nella sua produzione poetica intimismo e introspezione psicologica. Come metodo letterario si prefisse di esplorare il mondo in cui si era suo malgrado ritrovata sola. Lo sentiva effimero, transitorio, sottoposto all'azione implacabile del tempo che diventa tiranno incontrastato dell'esistenza. Le sue liriche sono ricche di musicalità, presentano un'abile tecnica costruttiva e una straordinaria libertà ritmico-formale. Sono permeate da una visione onirica, fantastica che svela la condizione di solitudine con cui ognuno di noi, privato degli affetti più cari, deve confrontarsi. La saudade oltrepassa il confine della nostalgia, dei lutti per diventare raggio di sole, onda azzurra, cielo limpido. La Meireles tracciò un percorso poetico preciso che evidenzia non solo la libertà assoluta del verso, ma anche la padronanza della metrica portoghese classica, parnassiana e simbolista. Porta alle estreme conseguenze l'invenzione della poesia come sentimento trasformato in immagine. Vi dominano la ricchezza del lessico e soprattutto la volontà interiore di abbandonarsi alla saudade amara di una esistenza che si disperde nell' oceano Atlantico. Mare assoluto Da sempre è stato il mare. E moltitudini passate mi spingevano come un'imbarcazione dimenticata. Ora ricordo che parlavamo del tumulto dei venti, di lini, funi, ferri, delle sirene naufragate presso la spiaggia. E il volto dei miei avi periti nei mari d' Oriente, con i loro coralli e perle, e nei mari del Nord, duri di gelo. Allora, è con me che parlano, sono io che devo salpare. Perché non c'è più nessuno, no, non ci sarà più nessuno, tanto disposto ad amare e a rispettare i suoi morti. E devo cercare i miei remoti parenti annegati. Devo portargli reti di preghiere, campi convertiti in vele, barche non terrene con pesci messaggeri e santi del mare. E, mi sento frastornata, risvegliata all'improvviso sulle spiagge tumultuose. E si avvicinano a me, e non mi lasciano neppure guardare la rosa dei venti. <<Avanti! In alto mare! Liberando il corpo dalla fragile lezione della sabbia! In mare! Disciplina umana per l' intrapresa della vita!>> Il mio sangue s'intende con queste voci forti. La solidità della terra, monotona, ci sembra debole illusione. Vogliamo la grande illusione del mare, moltiplicata nella sua sequela di pericoli. Vogliamo la sua solidità vigorosa, una solidità totale ovunque, un'assenza umana che si opponga al meschino brulicare del mondo, e renda il tempo compatto, libero dalle lotte di tutti i giorni. L' anelito eroico del mare ha il suo polo segreto, che gli uomini avvertono, sedotti e intimiditi. Il mare è solo mare, sprovvisto di legami, si annulla e si ricompone, correndo come un toro blu sulla sua stessa ombra, senza aggredire nessuno con bravura, per diventare dopo la pura ombra di se stesso, vinto da se medesimo. È il suo grande esercizio. Non ha bisogno della metà determinata della terra, lui che è, allo stesso tempo, il danzatore e la sua danza. Possiede un regno di metamorfosi, per esperienza: il suo corpo è il suo stesso giocattolo, e sua eternità ludica non semplicemente gratuita: ma perfetta. Mischia le sue alte incongruenze: cavallo epico, anemone soave, si consegna completamente, sprezzante di tutto, sostiene nel suo prodigioso ritmo giardini, stelle, code di comete, antenne, sguardi, ma è spoglio, cieco, nudo, padrone solo di sé, della sua categorica grandezza spogliata. Non si dimentica che è acqua, nel dispiegare le sue apparizioni: acqua di tutte le possibilità, ma senza debolezza alcuna. E così come acqua mi parla. Mi lancia gridi, come ricordo della sua voce, e stelle increspate, come invito al mio destino. Mi chiama non per cavalcarlo, né per immergermi in lui: ma perché mi converta in lui stesso. È il suo massimo dono. Non vuole trascinarmi come i miei avi di un tempo, né condurmi piano piano, come i miei padri, dai sereni occhi sicuri. Mi accetta solo convertita nella sua natura: plastica, fluida, disponibile, identica a lui, in costante soliloquio, senza esigenze di principio e fine, indipendente da terra e cielo. E io, ch' ero venuta timorosa, in cerca di persone passate, temo di essermi ingannata, che ci siano altri ordini, che non sono stati ben compresi, che un' altra bocca parlava: non solo quella degli antichi morti, e il mare al quale mi mandarono non è solo di questo mare. Non è soltanto questo mare che risuona nelle mie vetrate, ma un altro, che gli assomiglia come si assomigliano i volti dei sogni nel sonno. E fra acqua e stelle imparo a conoscere la solitudine. E rammento la mia eredità di corde ed ancore, e trovo tutto sovrumano. E questo mare visibile solleva in alto per me un volto sorprendente. E si ritrae, dicendomi ciò di cui ho bisogno. Ed è subito una piccola conchiglia brulicante, macchia liquida e instabile, cellula blu che s'inerpica nel regno di un altro mare: ah! del Mare Assoluto. Conchiglia del mare Conchiglia del mare, conchiglia, nella sabbia secca e sporca... <<Sono stata rosa delle onde, della luna e dell'aurora, e qui sto nella sabbia, dove la polvere va consumando il mio dorato fianco, senza azzurri e spume, ora. Va prosciugando il sole il mio cuore bianco, il mio cuore dacqua, divino, divino dove l'origine del mondo dimora. Mi trovo nel vento tutto cristallino, quanto più mi perdo, mi trasformo e fuggo dall' inquieto mondo di un tempo. La mia essenza plastica e pura docilmente si trasfigura e va essendo vita sonora. Morta-viva, in silenzio ruggisco; dalla spiaggia rosa assorbo la profondità e celebro le onde, le lune, l' aurora... le acque che danzano, la spuma che piange...>> Conchiglia del mare, conchiglia, nella sabbia secca e sporca... Spiaggia Sono abitatrice delle sabbie, di alte spume: le navi passano per le mie finestre come il sangue nelle mie vene, come i piccoli pesci nei fiumi... Non hanno vele e hanno vele; e il mare ha e non ha sirene; e io navigo e sto ferma, vedo mondi e sono cieca, perché questo è un male di famiglia, essere di sabbia, di acqua, di isola... E persino senza barca naviga chi al mare è stata destinata. Dio ti protegga, Cecilia, che tutto è mare _ e niente più. Luna avversa Ho fasi come la luna fasi per stare nascosta, fasi per scendere in strada... Perdizione della mia vita! Perdizione della vita mia! Ho fasi per essere tua, e altre per essere sola. Fasi che vanno e vengono, nel calendario segreto che un' astrologo arbitrario ha inventato per me. E svolge la malinconia il suo interminabile fuso! Non mi trovo con nessuno ( ho fasi come la luna...) Se un giorno qualcuno può essere mio non è il mio giorno di essere sua... E quando arriva quel giorno, un altro è sparito...
  5. Le poesie di Renée Vivien, straordinaria poetessa inglese trapiantata in Francia, sono belle, di una bellezza crepuscolare e malinconica, ma autentica e coinvolgente. In Renée Vivien, carattere delicato e sensibile, anche se tremendamente "notturno" e pessimista, il gusto della trasgressione coesisteva con l'istinto della fuga, del ripiegamento interiore, del masochismo non tanto inconsapevole e, in ultima analisi, dell'istinto di autodistruzione. Quest'ultimo è il carattere fondamentale della sua opera poetica e la giusta chiave di lettura per accostarsi ad essa; carattere che ne fa una autrice eminentemente moderna, se è vero che l'inquietudine e la pulsione alla morte sono alla radice stessa della modernità. La Vivien possedeva un fascino strano, in parte sensuale e in parte delicatamente virginale: riflesso sensibile dell' ambivalenza della sua stessa natura, divisa tra il richiamo ardente dei sensi e un'attrazione tutt'altro che di maniera verso il misticismo e la religione, tanto da convertirsi alla fine al cattolicesimo. Les solitaires Ceux-là dont les manteaux ont des plis de linceuls Goûtent la volupté divine d'être seuls. Leur sagesse a pitié de l' ivresse des couples, De l'étreinte des mains, des pas aux rythmes souples. Ceux dont le front se cache en l'ombre des linceuls Savent la volupté divine d'être seuls. Ils contemplent l' aurore et l'aspect de la vie Sans horreur, et plus d'un qui les plaint les envie. Ceux qui cherchent la paix du soir et le linceuls Connaissent la terrible ivresse d'être seuls. Ce sont les bien-aimés du soir et du mystère. Ils écoutent germer les roses sans la terre Et perçoivent l' écho des couleurs, le reflet des sons... Leur atmosphère est d'un gris violet. Ils goûtent la saveur du vent et des ténèbres, Et leurs yeux sont plus beaux que des torches funèbres. Coloro che hanno per mantello lenzuoli funerari provano la voluttà divina di essere solitari. La loro castità ha pena dell'ebbrezza delle coppie della stretta di mano, dei passi dal ritmo lieve. Coloro che nascondono la fronte nei lenzuoli funerari sanno la voluttà di essere solitari. Contemplano l' aurora e l'aspetto della vita senza orrore, e chi li compatisce prova invidia. Coloro che cercano la pace della sera e dei lenzuoli funerari conoscono la spaventosa ebbrezza di essere solitari. Sono i beneamati della sera e del mistero. Ascoltano nascere le rose sottoterra e percepiscono l'eco dei colori, il riflesso dei suoni... Si muovono in un'atmosfera grigio-viola. Gustano il sapore del vento e della notte, hanno occhi più belli delle torce funerarie. Le toucher Les arbres ont gardé du soleil dans leurs branches. Voilé comme une femme, évoquant l'autre fois, Le crépuscule passe en pleurant... Et mes doigts Suivent en frémissant la ligne de tes hanches. Mes doigts ingénieux s'attarder aux frissons De ta chair sous la robe aux douceurs de pétale. L' art du toucher, complexe et curieux, égale Le rêve des parfums, le miracle des sons. Le suis avec lenteur le contour de tes hanches, Tes épaules, ton vol, tes seins inapsises. Mon désir délicat se refuse aux baisers: Il effleure et se pâme en des voluptés blanches. Nei rami gli alberi han conservato il sole. Velato come una donna che evoca l'altrove, Il crepuscolo evapora piangendo... E le mie dita Seguono frementi la linea dei tuoi fianchi. Le dita ingegnose s' attardano ai brividi Della tua pelle sotto la veste di petalo dolce... L' arte del toccare, complessa e strana, è simile Al sogno dei profumi, al miracolo dei suoni. Divengo lentamente il profilo dei tuoi fianchi, Delle spalle, del collo, dei seni inappagati, Il mio desiderio delicato si rifiuta ai baci: Affiora e d' estasi muore nelle voluttà bianche. Roses du soir Des roses sur la mer, des roses dans le soir, Et toi qui viens de loin, les mans de roses! J' aspire ta beauté. Le couchant fait pleuvoir Ses fines cendres d'or et ses poussières roses... Des roses sur la mer, des roses dans le soir. Un songe évocateur tient mes paupières closes. J' attends, ne sachant trop ce que j' attends en vain, Devant la mer venue en m'apportant des roses... O roses dans le ciel et le soir ! O mes roses! Rose sul mare, rose nella sera, tu che vieni da lontano, le mani cariche di rose! Aspiro la tua bellezza. Il tramonto fa piovere le fini ceneri d'oro e le polveri rosa... Rose sul mare, rose nella sera. Un sogno evocatore tiene le mie pupille chiuse. Io attendo, senza ben sapere cosa, attendo invano, davanti al mare simile ad una distesa di scudi di bronzo, ed ecco sei qui, giunta a recarmi le rose... O rose nel cielo e nella sera ! O mie rose!
  6. << Dovremmo definirci le fuori-posto. Stiamo come fuori dal centro. Non ci inseriamo come si deve in nessun ambiente. Alcuni ci stanno stretti, altri larghi.>> Così scriveva Alfonsina Storni. Giovane poetessa argentina, ragazza madre, donna che ribalta la condizione della donna facendosi con gli uomini nel contempo femmina dominata e maschio dominatore. Famosissime le sue liriche, bistrattate dalla critica, in quanto troppo "facili", troppo "tradizionali", che hanno attraversato il tempo dando ragione a chi le ha amate da subito. La grandezza della Storni è tutta nella sua femminilità critica e non leziosa, nel suo femminismo ragionato, pacato, altamente determinato, fatto di scelte e di dolore ma anche di grande amore. Alfonsina Storni fu una figura leggendaria in tutto il Sud America ( solo Frida Kahlo può reggere il confronto con il mito nato intorno alla sua vita e alla sua morte). La sua figura di poetessa ribelle e performer carismatica,di militante socialista, famosa per le sue rubriche ora impegnate ora poetico-sperimentali, la sua audacia di fronte ai grandi interrogativi della modernità così come le sue riflessioni sulla vita nella metropoli e in una società sopraffatta dalle migrazioni, la ferocia nell'autodeterminarsi dimostrata fino alla morte (si suicidò, ammalata di cancro, a Mar de Plata), ha fatto della Storni un simbolo per generazioni di latino americani. Lei stessa giudicò irrilevanti le dicerie che correvano sul suo conto. Si considerava un'artista della parola e voleva solo essere letta. La metropoli era il regno di Alfonsina Storni, che aveva un fiuto formidabile e uno sguardo straordinariamente acuto per cogliere e descrivere i modelli di vita urbani, la propensione al consumo e la maniera in cui uomini e donne si mostravano in pubblico. Metteva in luce il vero e il falso splendore degli anni Venti a Buenos Aires. Pur vivendo in una grande città, provava nostalgia per la natura. I suoi quadri in prosa, come anche le sue poesie, parlano del tributo che il vivere in città richiede agli uomini che si muovono in flussi di pendolari. Voleva essere una donna-uomo, ambiva a diventare una donna autonoma e rivendicava per sé una "morale virile", come spiegò in più di una intervista. Fu il germe dell'autonomia a rendere così preziosi ai suoi occhi i bambini: osservò in loro capacità espressive immediate e incorrotte e una saggezza genuina, costantemente minacciata dal mondo adulto. Inoltre come intellettuale presente sulla scena pubblica spezzò una lancia a favore dell'apertura e della tolleranza in anni in cui pochi osavano schierarsi. Sensibile al proprio tempo, provocava i suoi lettori, rimproverando gli indolenti, i pigri, invitandoli ad avere il coraggio di pensare con la propria testa. La loba Yo soy como la loba. Ando sola y me río Del rebaño. El sustegno me lo gano y es mío Donde quiera que sea, que yo tengo una mano Que sabe trabajar y un cerebro que es Sano. La que pueda seguirme que se venga conmigo. Pero yo estoy de pie, de frente el enemigo, La vida, y no temo su arrebato fatal Porque tengo en la mano siempre pronto un puntal. El hijo y después yo después...¡Lo que sea! Aquello que me llame más pronto a la pelea. A veces la ilusión de un capullo de amor Que yo sé malograr antes que se haga flor. Io sono come la lupa. Me ne vado sola e rido del branco. Mi guadagno il cibo ed è mio dovunque sia, poiché ho una mano che sa lavorare e cervello sano. Chi mi può seguire venga con me, ma io me ne sto zitta, di fronte al nemico, la vita, e non temo il suo impero fatale perché ho sempre un pugnale pronto in mano. Il figlio e dopo io e dopo... quel che sia! Quel che prima mi chiami alla lotta. Talvolta l'illusione di un bocciolo d'amore che so sciupare prima ancora che diventi fiore. Tú me quieres blanca Tú me quieres alba, me quieres de espumas, me quieres de nácar. Que sea azucena. Sobre todas, casta. De parfume tenue. Corola cerrada. Ni un rayo de luna filtrado me haya. Ni una margarita se diga mi hermana. Tú me quieres nívea, Tú me quieres blanca, Tú me quieres alba. Tú que hubiste todas las copas a mano, de frutos y mieles los labios morados. Tú que en el banquete cubierto de pámpanos dejaste las carnes festejando a Baco. Tú que en lo jardines negros del engaño vestido de rojo corriste al estrago. Tú que el esqueleto conservas intacto no sé todavía por cuáles milagros, me pretendes blanca ( ¡Dios te lo perdone! ), me pretendes casta (¡Dios te lo perdone! ), ¡Me pretendes alba! Huye hacia los bosques, vete a la montaña; limpiate la boca; vive en las cabañas; toca con las manos la tierra mojada; alimenta el cuerpo con raiz amarga; bebe de las rocas; duerme sobra escarcha; renueva tejidos con salitre y agua; Habla con los pájaros y levate al alba. Y cuando las carnes te sean tornadas, y cuando hayas puesto en ellas el alma que por las alcobas se quedó enredada, entonces, buen hombre, pretendeme blanca, pretendeme nívea, pretendeme casta. Tu mi vuoi bianca, mi vuoi spume, mi vuoi madreperla. Che io sia giglio, sopra tutte, casta. Profumo delicato. Corolla chiusa. Né un raggio di luna trapassata mi abbia. Né una margherita si dica mia sorella. Tu mi vuoi nivea. Tu mi vuoi bianca. Tu mi vuoi alba. Tu che tenesti tutte le cappe tra le mani, di frutti e mieli le labbra imbrunite. Tu che nel banchetto ricoperto di pampini il corpo liberasti inebriandoti di Bacco. Tu che nei giardini neri dell'inganno di porpora vestisti ti lasciasti alla strage. Tu che lo scheletro conservi ancora intatto per non so che miracolo, mi pretendi bianca ( Dio te lo perdoni! ) mi pretendi casta ( Dio te lo perdoni! ) mi pretendi alba. Ritirati nei boschi, vattene alla montagna; purificati il labbro, abita una capanna; tocca con le tue mani la terra umida e scura; alimenta il tuo corpo con la radice amara; bevi dalle rocce la brina; rinnova i tessuti con acqua e con salnitro; discorri con uccelli; levati al primo albore. E quando la tua carne ti sarà resa e in essa di sé dimenticata allora, buon uomo, prendimi bianca, prendimi nivea, prendimi casta. Voy a dormir Dientes de flores, cofia de rocío, manos de hierbas, tú, nodriza fina, tenme prestas las sábanas terrasas y el edredón de musgos escardados. Voy a dormir, nodriza mía, acuéstame. Ponme una lampara a la cabecera; una constelación; la que te guste; todas son buenas, bajala un pochito. Déjame sola: oyes romper los brotes... te acuna un pie celeste desde arriba y un pájaro te traza unos compases para que olvides... Gracias. Ah, un encargo: si el llama nuevamente per telefono les dices que no insista, que he salido. Denti di fiori, cuffia di rugiada, mani di erba, tu, dolce balia, tienimi pronte le lenzuola terrose e la coperta a muschio cardato. Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù. Mettimi una luce al capo del letto una costellazione; quella che ti piace; tutte van bene; abbassala un pochino. Lasciami sola: ascolta erompere i germogli... un piede celeste ti culla dall'alto e un passero ti traccia un percorso perché dimentichi... Grazie. Ah, un incarico se lui chiama di nuovo per telefono digli che non insista, che sono uscita...
  7. Cersei senza dubbio e, per non votare Robertone che non digerisco per niente, voto Cressen .
  8. Anne Sexton può essere considerata la strega della letteratura americana. Personalità eccentrica ed anticonformista, la "possessed witch" vola di notte e turba i sogni più tranquilli, grida il suo imbarazzo di essere ridotta ad angelo del focolare. Rivendicando fino all'ultimo la sua indipendenza, la Sexton esprime la sua sensualità viva e vitale senza reticenze e falsi pudori, fino al suo ultimo atto di disobbedienza e allo stesso tempo di sconfitta quando il 4 ottobre de 1974 si toglie la vita, inalando monossido di carbonio nel garage della sua abitazione. Her Kind I have gone out, a possessed witch, haunting the black air, braver at night; dreaming evil, I have done my hitch over the plain houses, light by light: lonely thing, twelve-fingered, out of mind. A woman like that is not a woman, quite. I have been her kind. I have found the warm caves in the woods, filled them witch skillets, carvings, shelves, closets, silks, innumerable goods; fixed the suppers for the worms and the elves: whining, rearranging the disalingned. A woman like that is misunderstood. I have been her kind. I have ridden in your cart, driver, waved my nude arms at villages going by, learning the last bright routes, survivor where your flames still bite my thigh and my ribs crack where your wheels wind. A woman like that is not ashamed to die. I have been her kind. In giro sono andata, strega posseduta ossessa ho abitato l'aria nera, padrona della notte; sognando malefici, ho fatto il mio mestiere passando sulle case, luce dopo luce: solitaria e folle, con dodici dita. Una donna così non è una donna. Come lei io sono stata. Ho trovato nei boschi tiepide caverne, e pentole e amuleti, tavole e armadietti, infinità d'oggetti e sete ho ammassato; per elfi e vermi cene ho preparato: mugolando ho sistemato le cose fuori posto. Una donna così non è capita. Come lei io sono stata. Sul tuo carro, o cocchiere, son salita, a braccia nude ho salutato paesi che passavano, e le ultime strade luminose, ho conosciuto, sopravvissuta alle tue fiamme che ancora mordono le gambe e alle tue ruote che ancora rompono le ossa. Una donna così non ha vergogna di morire. Come lei io sono stata.
  9. L' opera poetica di Marianne Moore è una pietra preziosa, che continua a rifulgere di una luce limpida ed inconfondibile. In un'intervista dichiarò che la poesia è << una violenza interna che ci protegge da una violenza esterna >> . Ed a quella "violenza interna" la Moore dedicò la vita. Fu esemplare per la fedeltà ed il coraggio con cui difendeva il suo mondo fisico e metafisico e per la coerenza con cui credeva nella poesia senza temere di essere considerata inaccessibile. What are years What is our innocence, what is our guilt? All are naked, none is safe. And whence is courage: the unanswered question, the resolute doubt, - dumbly calling, deafly listening - that in misfortune, even death, encourage others and in its defeat, stirs the soul to be strong? He sees deep and is glad, who accedes to mortality and in his imprisonment rises upon himself as the sea in a chasm, struggling to be free and unable to be, in its surrendering finds its continuing. So he who strongly feels, behaves. The very bird, grown taller as he sings, steels his from straight up. Though he is captive, his mighty singing says, satisfaction is a lowly thing, how pure a thing is joy. This is mortality, this is eternity. Che cos'è la nostra innocenza, che cosa la nostra colpa? Tutti sono nudi, nessuno è salvo. E donde viene il coraggio: la domanda senza risposta, l' intrepido dubbio, - che chiama senza voce, ascolta senza udire - che nell'avversita', perfino nella morte, ad altri dà coraggio e nella sua sconfitta sprona l'anima a farsi forte? Vede profondo ed è contento chi accede alla mortalità e nella sua prigionia ti leva sopra se stesso, come fa il mare dentro una voragine, che combatte per essere libero e benché respinto trova nella sua resa la sua sopravvivenza. Così colui che sente fortemente si comporta. L' uccello stesso, che è cresciuto cantando, tempra, la sua forma e la innalza. È prigioniero, ma il suo cantare vigoroso dice: misera cosa è la soddisfazione, e come pura e nobile è la gioia. Questo è mortalità, questo è eternità.
  10. Signora della poesia, adorata come un'icona pop, Patrizia Cavalli è studiata più all'estero che in Italia. In un'epoca di presunta crisi della poesia sono tanti quelli che si identificano nella sua riflessione intorno " ai misteri di ciò che solo in apparenza è chiaro : le ragioni e le condizioni del piacere e del dolore, i mutamenti impercettibili e decisivi che confondono o che intensificano quello che sentiamo e siamo ". Misteri universali, esposti nell'immediatezza lessicale e sintattica di un linguaggio quotidiano e contemporaneo. Un linguaggio il suo in cui le misure metriche classiche entrano con tanta naturalezza da restare celate, implicite. Ottiene il massimo col minimo delle parole. Da Pigre divinità e pigra sorte È tutto così semplice È tutto così semplice, sì, era così semplice, è tale l'evidenza che quasi non ci credo. A questo serve il corpo mi tocchi o non mi tocchi, mi abbracci o mi allontani. Il resto è per i pazzi. Da L' io singolare proprio mio Se ora tu bussassi alla mia porta Se ora tu bussassi alla mia porta e ti togliessi gli occhiali ed io togliessi i miei che sono uguali e poi tu entrassi dentro la mia bocca senza temere baci disuguali e mi dicessi: << Amore mio, ma che è successo?>>, sarebbe un pezzo di teatro di successo.
  11. Wislawa Szymborska nell'originale e suggestiva poesia che ho scelto per oggi analizza uno stato di "non amore". La poetessa, come molte persone estremamente sensibili, vive l'amore in modo talmente intenso da non riuscire a vivere serena, per cui ringrazia solo le persone che non ha amato, quelle che nell'arco della sua vita le sono apparse lontane, indifferenti, e per questo non hanno generato in lei i tormenti propri del sentimento. Ma nella poesia non c'è nessuna rinuncia all'amore, come potrebbe sembrare ad una lettura superficiale. Poiché coloro che amiamo li celebriamo ogni giorno, il pensiero per una volta è rivolto a chi se ne va nel "non visto", nel "non rimpianto", lasciandoci immuni da ogni sofferenza. Ringraziamento Devo molto a quelli che non amo. Il sollievo con cui accetto che siano più vicini a un altro. La gioia di non essere io il lupo dei loro agnelli. Mi sento in pace con loro e in libertà con loro, e questo l'amore non può darlo, né riesce a toglierlo. Non li aspetto dalla porta alla finestra. Paziente quasi come un orologio solare, capisco ciò che l'amore non capisce, perdono ciò che l'amore non perdonerebbe mai. Da un incontro a una lettera passa un'eternità, ma solo qualche giorno o settimana. I viaggi con loro vanno sempre bene, i concerti sono ascoltati fino in fondo, le cattedrali visitate, i paesaggi nitidi. E quando ci separano sette monti e fiumi, sono monti e fiumi che si trovano in ogni atlante. È merito loro se vivo in tre dimensioni, in uno spazio non lirico e non retorico, con un orizzonte vero, perché mobile. Loro stessi non sanno quanto portano nelle mani vuote. <<Non devo loro nulla>> - direbbe l'amore su questa questione aperta.
  12. Senza alcun dubbio il primo voto va a Jorah Mormont. Il secondo, nonostante detesto dal profondo i fanatici, è per l' Alto Passero.
  13. Poetessa innovativa e densa di significati, Karin Boye e' una delle figure centrali del Novecento europeo. Dopo la Prima Guerra Mondiale aderisce al movimento d'ispirazione socialista e pacifista, Clarté. Con i suoi viaggi in Russia, Germania e Grecia, è testimone delle inquietudini del suo tempo, quelle che poi sfoceranno nel romanzo distopico Kallocaina, che raffigura una realtà che vede materializzarsi con l'avvento dei regimi totalitari e la perdita della libertà individuale. Durante la sua giovinezza scopre la propria bisessualità e, da quel momento, la definizione di essa diviene un motivo focale nella sua poetica, seppur non esplicito. In tutta la sua opera si nota la forte necessità di coerenza e verità unita ad un bruciante desiderio di abbandono agli istinti naturali. La poesia che ho scelto per oggi esprime, attraverso una serie di metafore legate al mondo naturale, un malessere intrinseco e totalizzante. L'insicurezza di chi è ignaro di ciò che lo attende provoca dolore, la novità implica disperdio di energie, oltre che gioia, perché comporta investimento emotivo. Ma, dopo l'incertezza e la paura, arriva la gioia. E quest'incertezza del futuro, descritto con tanta intensità dalla Boye, rispecchia la collisione tra il desiderio di ciò che conosce e ciò che non conosce. Certo che fa male Certo che fa male, quando i boccioli si rompono. Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera? Perché tutta la nostra bruciante nostalgia dovrebbe rimanere avvinta nel pallore gelato e amaro? L'involucro fu il bocciolo, tutto l'inverno. Cosa c'è di nuovo che consuma e dirompe? Certo che fa male, quando i boccioli si rompono, male a ciò che cresce e a ciò che racchiude. Certo che è difficile quando le gocce cadono. Tremando d'inquietudine, pesanti, stanno sospese, si aggrappano al ramoscello, si gonfiano, scivolano- il peso le trascina giù, come provano ad arrampicarsi. Difficile essere incerti, timorosi e divisi, difficile sentire il profondo che attrae e chiama, eppure rimanere ancora e tremare soltanto - difficile voler stare e voler cadere. Allora, quando infine più niente aiuta si rompono come esultano i boccioli dell'albero, allora, quando non le trattiene più alcun timore, cadono scintillando le gocce del ramoscello, dimenticano che furono impaurite dal nuovo, dimenticano che furono in apprensione per il viaggio - conoscono per un secondo la più grande serenità, riposano in quella fiducia che crea il mondo.
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