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Seija

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  1. Oggi è tristemente nota come "l' isola dei dannati", un tempo fu la terra madre della lirica monodica, poesia sviluppatasi intorno al VI secolo nell'isola di Lesbo. Secondo il mito fu la testa del cantore Orfeo ( che era stato decapitato dalle donne di Tracia), sospinta dal mare fino alle spiagge di Lesbo, e qui sotterrata a rendere l'isola la culla della poesia lirica. L'isola si accompagna ancora oggi alla fama di Saffo e Alceo, i massimi esponenti della Grecia arcaica di lirica eolica. La loro poesia nasce per rispondere alle esigenze culturali di circoli aristocratici ed elitari, decisamente esclusivi: la comunità femminile del tiaso e i" banchetti degli amici" d' eteria. I due poeti cantavano e rappresentavano due volti di una società, a cavallo tra il VII e il VI secolo a. C., ricca, colta e inficiata da dinamiche politiche: poetessa d'amore Saffo, compositore civile e politico Alceo. La letteratura antica testimonia, anche se in maniera controversa, di un legame biografico fra Alceo e Saffo, e di una presunta passione dell'uomo per la donna. Quello che è certo è che fra i due esisteva una differente interpretazione della figura di Elena di Omero. Alceo la condanna in modo irreversibile perché la giudica fedifraga e adultera, non soltanto del marito, ma anche di valori etici e sociali. La lealtà al marito e alla patria erano i valori fondamentali della mentalità omerica. Saffo, invece, giustifica e perdona la donna perché, vittima di Afrodite, scelse la cosa più bella, cioè il suo amore, scatenando la guerra. La querelle la iniziò sicuramente Alceo con due poesie su Elena. Elena e Thetis È fama che da te per le tue colpe, Elena, a Priamo ed ai suoi figli venne amara pena, e Zeus diede alle fiamme la sacra Ilio. Non tale il figlio d' E'aco, illustre eroe, che alle nozze invitò tutti i beati, dalle stanze di Nereo portò via tenera sposa in caso di Chirone: egli alla vergine sciolse il cinto, e così fiorì l'amore tra Peleo e la Nereide più bella. In capo ad un anno le nacque un figlio, il semidio più forte, gagliardo auriga di cavalle saure: per Elena così caddero i Frigi e cadde tr**a. La follia di Elena (Afrodite) E sconvolse nel petto il cuore a Elena d'Argo, che folle per l'eroe troiano traditore degli ospiti con lui fuggì per mare, e in casa abbandonò la figlia e il talamo sontuoso del marito; indotta a cedere nell'animo all'amore, lei che nacque da Leda e Zeus. ... follia ... e molti dei fratelli ha il nero suolo della piana di tr**a, uccisi in guerra a causa sua, tra i carri rovesciati nella polvere, molti guerrieri dallo sguardo vivido giacquero calpestati, atroce gioia al chiaro Achille. A queste due poesie rispose Saffo con la famosa La cosa più bella-L'amore di Elena. Dicono che sopra la terra nera la cosa più bella sia una fila di cavalieri, o di ospiti, o di navi. Io dico : quello che s'ama. Chiunque può capirlo facilmente: colei che superava di molto tutti i mortali per bellezza, Elena, abbandonò lo sposo e il più eccellente degli uomini _ e fuggì a tr**a per mare. Dimenticò la figlia, dimenticò i cari genitori. Fu Afrodite a sviarla. .... Così ora mi torna alla mente Anattoria lontana. Oh, preferirei rivedere il suo amabile passo, il candore splendente del viso, piuttosto che i carri dei Lidi e battaglie di uomini in armi.
  2. La bellezza nella semplicità, questa è la poesia di Sergej Esenin, poeta russo nato a Konstantinovo nel 1895 e morto suicida a Leningrado nel 1925, a soli 30 anni. Bellissimo, romantico, bisessuale, spregiudicato capace di usare sia uomini che donne per raggiungere le sue mete, cerca appoggio presso uomini influenti. Dotato di una personalità romantica, Esenin si innamora di frequente, tanto che arriva a sposarsi per ben 5 volte. Allo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre Sergej sostiene la rivoluzione credendo che avrebbe comportato una vita migliore, ma ben presto si disillude arrivando persino a criticare il governo bolscevico. Nel 1918 fonda una propria casa editrice " Compagnia lavorativa moscovita degli artisti della parola". Nel 1921 mentre visita lo studio di un pittore conosce la celebre ballerina americana Isadora Duncan, che diventa la sua terza moglie. Isadora ha 17 anni più di lui e non conosce una parola di russo e Sergej non conosce l'inglese, ma l'incontro riempie per mesi la sua poesia; la vita con la ballerina è tormentata e difficile, piena di stravaganze e scandali. Esenin accompagna la celebre moglie in tournée in Europa e negli Stati Uniti. La Duncan approfitta del giovane marito spesso ubriaco e drogato, che faceva notizia con le due crisi di rabbia, per ravvivare la sua notorietà in declino. Il matrimonio dura poco. Nel 1925 sposa la sua quinta moglie, Sofia Andreevna Tolstaja, nipote di Lev Tolstoj. La moglie cerca di aiutarlo, ma Sergej non riesce ad evitare un esaurimento nervoso. Nel novembre 1925 è ricoverato in un ospedale psichiatrico dove resta per un mese. Viene dimesso per Natale, ma due giorni dopo si taglia un polso e scrive con il suo sangue la sua ultima poesia, che rappresenta il suo addio al mondo. Si impicca nella stanza di un albergo a San Pietroburgo il giorno dopo. Leggere le poesie di Esenin graffia anima e nervi, provocando piccole, livide ferite. I suoi versi ipnotizzano e straziano, illuminano e gettano nel profondo dove buio e silenzio regnano. La vita è comunque protagonista assoluta, anche quando è negata, assente, anche quando sembra giunta ad una fine già scritta, predestinata. Definito poeta contadino per le due origini rurali, Esenin fece sempre riferimento nei propri componimenti alla Sua Russia, quella terra fatta di cavalli, capanne, villaggi e ricordi. Una Russia davvero madre, riferimento assoluto, porto nel quale tornate e da amare comunque, anche nel cambiamento. Quello di Esenin è il percorso di chi ama la vita e dalla vita viene sopraffatto, in una caduta libera che lo porta a soffrire di allucinazioni e a tentare più vite il suicidio. Sul piatto azzurro del cielo Sul piatto azzurro del cielo C'è un fumo melato di nuvole gialle, La notte sogna. Dormono gli uomini, L' angoscia solo me tormenta. Intersecato di nubi, Il bosco respira un dolce fumo. Dentro l' anello dei crepacci celesti Il declivio tende le dita. Dalla palude giunge il grido dell' airone, Il chiaro gorgoglio dell' acqua, E dalle nuvole occhieggia, Come una goccia, una stella solitaria. Potere con essa, in quel torbido fumo, Appiccicare un incendio nel bosco, E insieme perirvi come un lampo nel cielo. Confessione di un teppista Non tutti possono cantare. Non a tutti è dato cadere Come una mela ai piedi degli altri. È questa la più grande confessione Che possa fare un teppista. Vado a bella posa spettinato, Col capo, come un lume a petrolio, sulle spalle. Mi piace rischiarare nelle tenebre Lo spoglio autunno delle anime vostre. Mi piace che i sassi dell' ingiuria Mi volino addosso, come grandine Di ruttante bufera. Allora stringo solo con le mani più forte La bolla dondolante dei capelli. Ma è così dolce allora ricordare Lo stagno erboso e il fioco stormire dell' alno, Che ho un padre e una madre lontani, Cui non importa di tutti i miei versi, Cui son caro, come un campo e la carne, Come la pioggerella, Che a primavera fa soffici i verdi. Loro verrebbero a infilzarvi Con le forche per ogni vostro grido Scagliato contro di me. Poveri, poveri contadini! Siete certo imbruttiti, E temete il Signore E le viscere palustri. Oh! poteste capire Che vostro figlio È il miglior poeta di Russia! Non vi brinava sul cuore Per la sua vita, Quando coi piedi nudi si bagnava Nelle pozze autunnali? Ora invece cammina in cilindro E scarpe di vernice. Ma vive ancora in lui l' antica foga Del monello campagnolo, Che ogni cosa vuoi rimettere a posto Ad ogni mucca sulle insegne di macelleria Egli manda un saluto di lontano. E incontrando in piazza i vetturini E ricordando l'odore del letame Dei campi natali, È pronto a reggere la coda a ogni cavallo, Come lo strascico d' un abito nuziale. Amo la patria, Amo molto la patria! Anche se copre i suoi salici Rugginosa mestizia. Mi son cari i grifi imbrattati dei maiali E nella quiete notturna la voce Risonante dei rospi. Dei ricordi d' infanzia, Sogno la bruma Delle serate umide d' aprile Il nostro acero pareva Si fosse accoccolato a riscaldarsi Al falò del tramonto. Oh, quante uova rubavo ai nidi dei corvi, Arrampicandomi sui rami! È sempre lo stesso, anche ora, Con la sua cima verde? La sua corteccia è dura come allora? E tu, mio prediletto Fedele cane pezzato?! Per la vecchiaia ora sei stridulo e cieco Ed erri nel cortile, Trascinando la coda penzolante, Senza più riconoscere al fiuto Dove sia la porta e la stalla. Oh, come mi son care quelle birichinate, Quando, rubato alla mamma un cantuccio di pane, Lo mordevo insieme uno alla volta, Senza lasciare cadere una briciola L' uno all'altro. Io non sono mutato. Nel mio cuore non sono mutato. Come fiordaliso nella segale, Gli occhi fioriscono nel volto. Stendendo stuoie dorate di versi, Ho voglia di dirvi una tenera parola Buona notte! A voi tutti buona notte! Più non tintinna nell'erba del crepuscolo La falce del tramonto. Quest'oggi ho tanta voglia di pisciare Dalla finestra mia contro la luna. Luce azzurra, luce sì azzurra! In quest'azzurro persino morire Non duole. Ebbene, che importa Se ho l'aspetto d' un cinico Che si è agganciato al sedere un fanale. Vecchio, buon Pegaso spossato, Ho forse bisogno del tuo morbido trotto? Son venuto come un servo maestro A decantare e celebrare i topi. La mia testa, come agosto, Si effonde in vino di capelli ribelli. Ho voglia d'essere una gialla vela Per il paese verso cui navighiamo. Arrivederci, amico mio, arrivederci Arrivederci, amico mio, arrivederci, Tu sei nel mio cuore Una predestinata separazione Un futuro incontro promette. Arrivederci, amico mio, Senza strette di mano e parole, Non rattristarti e niente Malinconia sulle ciglia: Morire in questa vita non è nuovo, Ma più nuovo non è nemmeno vivere.
  3. Le poesie di Nazim Hikmet richiamano spesso alla mente passaggi lirici e retorici alternativi con epopee narrative che mostrano eventi di un passato lontano o per evocare quelli provenienti dalla vita diretta dell'autore. La poesia Prima che bruci Parigi richiama tantissimi paesaggi e motivi romantici, focalizzando nella mente del lettore precisi momenti, situazioni e talvolta emozioni. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore finché il mio cuore è sul suo ramo vorrei una notte di maggio una di queste notti sul lungosenna Voltaire baciarti sulla bocca e andando poi a Notre-Dame contempleremmo il suo rosone e a un tratto serrandoti a me di gioia paura stupore piange resti silenziosamente e le stelle piangerebbero mischiate alla pioggia fine. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore finché il mio cuore è sul ramo in questa notte di maggio sul lungosenna sotto i salici, mia rosa, con te sotto i salici piangenti molli di pioggia ti direi due parole le più ripetute a Parigi le più ripetute, le più sincere fischietterei una canzone e crederemmo negli uomini. In alto, le case di pietra senza encavi né gobbe appiccicate coi loro muri al chiar di luna e le loro finestre dritte che dormono in piedi e sulla riva di fronte il Louvre illuminato da noi due il nostro splendido palazzo di cristallo. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore finché il mio cuore è sul ramo in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi ci siederemmo sui barili rossi di fronte al fiume scuro della notte per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa - verso il Belgio o verso l'Olanda? - davanti alla cabina una donna con un grembiule bianco sorride dolcemente. Finché ancora tempo, mio amore e prima che bruci Parigi finché ancora tempo, mio amore.
  4. Umberto Saba cominciò a scrivere in un periodo in cui imperavano dannunzianesimo e Futurismo, ma non si lasciò mai tentare dalle mode e dai miti letterari rimanendo sempre legato ad una concezione molto personale della poesia. Saba faceva della semplicità l'idea portante non solo formale, ma anche ideologica della sua poetica, che si fonda sulla celebrazione del quotidiano, sull'adozione di un linguaggio dimesso: "parole senza storia". Il linguaggio degli "umili" è l'unico modo di fare "poesia onesta"dichiarò egli stesso. La poesia Ulisse è tratta dalla raccolta Mediterranee (1946). Saba ripropone qui il mito di Ulisse associando il suo " viaggio "a quello dell'eroe omerico. Tema centrale è la ricerca, continua e perenne non dell'approdo, ma della "verità". Il mare diventa il suo regno e qui scopre l'intramontabile amore per la vita, un doloroso amore per la vita. Il poeta è consapevole che la vita è intrisa di dolore, ma che solo a questa condizione è vita vera, che proprio per questo vale la pena di amarla. Nella giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate. Isolotti a fior d'onda emergevano, ove raro un uccello sostava intento a prede, coperti d'alghe, scivolosi, al sole belli come smeraldi. Quando l'alta marea e la notte li annullava, vele sottovento sbandavano più a largo, per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore.
  5. Poeta molto prolifico, Ghiannis Ritsos nacque nel 1909 a Monemvassia, villaggio del Peloponneso meridionale; si era sempre definito un "artigiano della parola": interrotti gli studi a 18 anni per la rovina della sua agiata famiglia e un principio di tisi, fu ballerino di avanspettacolo e correttore di bozze, partigiano durante la seconda guerra mondiale e deportato durante il regime dei colonnelli. L' opera poetica di Ritsos mette al centro l' uomo, trovando questo antropocentrismo nel retaggio di tutta l'arte classica greca. L' uomo è capace di orrori indicibili, e lo testimoniano la lotta al nazifascismo, la guerra civile, le divisioni, e al contempo in grado di alte realizzazioni. Allora ecco lo scopo del poeta secondo Ritsos: sperare, affidare a questo rischio le proprie parole, credere possibile un mondo migliore, dominato dalla bellezza. È una follia, come ammetteva lo stesso poeta, ma i poeti devono essere " eterni inconsolabili consolatori del mondo" . Azzurrita' Non scordiamoci mai - disse - i buoni insegnamenti, quelli dell'arte greca. Sempre l'azzurro di fianco al quotidiano. Di fianco all' uomo: l' animale e l'oggetto - un braccialetto al braccio della dea nuda; un fiore caduto al suolo. Ricordate le belle raffigurazioni sui nostri vasi di terracotta - gli dei con gli uccelli e animali, e insieme la lira, un martello, un pomo, la cassa, le tenaglie; oh, e quella poesia in cui il dio, finito il suo lavoro, tira dal fuoco i mantici, raccoglie gli attrezzi uno per uno nella sua cassa d'argento; poi, con una spugna, s' asciuga il viso, le mani, il collo muscolo e l'irsuto petto. Così, pulito e ordinato, esce la sera, appoggiandosi sulle spalle degli adolescenti d' oro - opera delle sue mani dotate di forza, pensiero e voce; esce per strada, più maestoso di tutti, il dio claudicante, il dio lavoratore. Scolorimento Più passa il tempo e più ingrandisce il mare. Contemporaneamente perde i suoi colori, le cime si spezzano una a una. Innumerevoli ancore arrugginiscono sulla terraferma. Quella che chiamano libertà che non fosse perdita? E che sia la perdita l' unico guadagno? Dopo né perdita né guadagno. Niente. Le luci della dogana e della taverna sul mare spente. Solo la notte con le sue stelle false. Gomitolo di piume Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai. Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto, gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani sui ginocchi, mettendo in mostra provocante i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così - dicevi; ricordami così coi piedi sporchi; coi capelli che mi coprono gli occhi - perché ti vedo più profondamente così. Dunque, come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così sotto i bianchissimi meli in fiore in nessun paradiso. Il valore delle cose nude Ridirai la stessa parola nuda quella per la quale hai vissuto e sei morto per la quale sei risorto ( quante volte? ) proprio per nulla. Così tutta la notte tutte le notti sotto le pietre sillaba a sillaba come la fontana che gocciola nel sonno dell'assetato goccia a goccia ancora e ancora sotto le pietre tutte le notti contate sulle dita semplicemente come quando dici : ti amo così semplicemente respirando davanti alla finestra << li - ber - ta' ! >>
  6. Paul Celan è tra i poeti più profondi e complessi del Novecento. Per tutta la vita si confronto' con la "sentenza" di Theodor W. Adorno sull'impossibilità di scrivere poesie dopo Auschwitz, lottando fino allo stremo delle forze per affermare il riconoscimento della propria opera, con cui intendeva restituire voce a chi non ne aveva più. La poesia Todesfuge/Fuga di morte è forse la sua più famosa e rappresenta un'emblema dell'elaborazione poetica dell'Olocausto. Scritta nel 1945, finì poi nel suo primo libro noto "Papavero e memoria ", dove il papavero stata per oblio. L' accusa da sempre rivolta a Celan è l'oscurità, ricercata da lui volutamente, col suo linguaggio audace e delicato, visionario, come le sue immaginose metafore e le sue cicliche ripetizioni. Fuga di morte è il più tremendo atto di accusa contro gli sterminatori degli ebrei. Celan adotta lo schema musicale ( Bach ) della fuga, a 4 voci ( le strofe ), con monotonia ossessiva, ma in ogni strofa aggiunge temi nuovi, usando l' iterazione, l' accumulo, il crescendo. L'aguzzino , l'intellettuale, legge Goethe e scrive una lettera, intanto organizza lo sterminio di un gruppo di ebrei. Ecco dunque la contrapposizione tra la bionda ariana Margarete con l'ebrea Sulamith, i cui capelli finiranno in cenere nel forno crematorio. Negro latte dell'alba noi lo beviamo la sera noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte noi beviamo e beviamo noi scaviamo una tomba nell'aria chi vi giace non sta stretto Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d' oro Margarete egli scrive egli s'erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare Negro latte dell' alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera noi beviamo e beviamo Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d' oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell'aria chi vi giace non sta stretto Egli grida puntate più a fondo nel cuor della terra e voi altri cantate e suonate egli estrae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri voi puntate più in fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera noi beviamo e beviamo nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Maestro di Germania grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell'aria così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte noi ti beviamo al meriggio la morte è un Maestro di Germania noi ti beviamo la sera come il mattino noi beviamo e beviamo la morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell'aria egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Maestro di Germania i tuoi capelli d'oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith
  7. Poeta dai toni accesi e dalla ostentazione verbale, ma al tempo stesso di una tristezza disincantata ed elusiva, Corrado Govoni percorse con originalità il complesso universo che si andava muovendo intorno alla "nuova poesia", sorta nella prima quindicina del XX secolo. La sua esperienza letteraria si contraddistingue per uno spiccato eclettismo poetico: simbolismo-liberty di stampo dannunziano, crepuscolarismo, vocianesimo, Futurismo. Govoni passa attraverso tutte le stazioni della passione lirica italiana del primo Novecento, << senza però che mai l'adozione di una tendenza comporti il netto superamento delle precedenti.>> Charlot Con la tua bombetta all'idrogeno piena d'uova di pasqua e canarini; con la tua finanziera rattoppata che hai nelle tasche i resti dell'aquilone impiccato al lampione del sobborgo per rumoroso vertebrato fazzoletto; con la tua giannettina di rabdomante, scettro di re in esilio, bastone del vescovo pazzo, vincastro del pastore; con le tue scalcagnate scarpe buone da far bollire nella pentola nei giorni della carestia; pagliaccio schiaffeggiato dai milioni: girerai sempre l'ironico disco della luna dei poveri col tuo tacco di eterno vagabondo, usignolo fischiato dal silenzio, sull'ipocrito cuore del mondo. La trombettina Ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera quella trombettina di latta azzurra e verde, che suona una bambina camminando scalza, per i campi. Ma, in quella nota sforzata, ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi, c'è la banda d'oro rumoroso, la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini. Come, nello sgocciolare della gronda, c'è tutto lo spavento della bufera, la bellezza dei lampi e l'arcobaleno; nell'umido cerino d'una lucciola che si sfalda su una foglia di brughiera tutta la meraviglia della primavera. Siepe All'odore crudele che viene dalle spine della siepe il tuo sangue amareggia l'amore, e ti diventan gli occhi una luce cattiva pigiata. Sulla tua statua che cammina aprendo una nuova strada nel vento invano battono le mie parole come gocce di rugiada da me scossa. Prego l'erba dell'argine ti venga incontro con la lampada avvelenata del gigaro per far soffrire la tua bocca rossa. Il palazzo dell'anima Triste dimora! Aborti nelle fiale, rachitici e verdastri. Sorridenti bambole sparse ovunque. Sofferenti in vasi d'ambra fior di digitale. Campane di cristallo su agonie di cera, rose maschere di seta annegate nell'acqua ovale inquieta degli specchi, malinconie impagliate. Laggiù la città bianca col suo rombo d'api e il suo fiume di ardente piombo, come un pallido sogno di morfina. Oh crepuscoli tristi d' anilina sulle mura echeggianti di fanfare! Da una finestra si scorge il mare.
  8. L' esistenza di Sara Teasdale trascorse fra problemi di salute che non le permisero di frequentare regolarmente una scuola pubblica e amori che credeva eterni, ma che non erano per lei. Scoprì tardi ( quattro anni prima del suicidio ) la sua omosessualità, che forse rimase latente per troppi anni trasformandosi in un fardello troppo pesante per la sua fragile mente. Cominciò a scrivere durante gli anni dell' adolescenza. La sua prima pubblicazione è datata 1907, ma scrisse molte liriche che vennero date alle stampe soprattutto nel decennio successivo e che la fecero conoscere per l'intensità dei versi. Nel 1918 con Love Song vinse il suo primo Pulitzer Prize di poesie. Per oggi ho scelto Winter Stars, in un mondo dove tutto cambia, e non in meglio, si può far affidamento solo sulla bellezza delle immutabili stelle. I went out at night alone; The young blood flowing beyond the sea Seemed to have drenched my spirit's wings- I bore my sorrow heavily. But when I lifted up my head From shadows shaken on the snow, I saw Orion in the east Burn steadily as long ago. From windows in my father's house, Dreaming my dreams in winter nights, I watched Orion as a girls Above another city's lights. Years go, dreams go, and youth goes too, The world's heart breaks beneath its wars, All things are changed, save in the east The faithful beauty of the stars. Sono uscita di notte, da sola: Il sangue giovane che scorreva al di là del mare Sembrava aver infradiciato il mio spirito- Duramente sopportavo il mio dolore. Ma quando ho sollevato la testa Dalle ombre tremanti sulla neve, Ho visto Orione, verso est, Brillare costante come un tempo. Dalle finestre della casa di mio padre, Sognando i miei sogni nelle notti d'inverno, Guardavo Orione quand'ero bambina Al di sopra delle luci di un'altra città. Passano gli anni, passano i sogni, passa anche la giovinezza Il cuore del mondo sotto il peso delle sue guerre si spezza, Tutto è cambiato, tranne, verso est, La fedele bellezza delle stelle.
  9. Tra le raccolte di poesie di Wystam Hugh Auden un posto molto particolare spetta ad Un altro tempo. Il periodo della composizione abbraccia la vigilia e gli inizi della seconda guerra mondiale, e comprende i giorni di una decisione drammatica nella vita del poeta: lasciate l'Inghilterra e stabilirsi negli Stati Uniti. Auden interpreta da poeta non solo l'invasione tedesca della Polonia, ma anche la scomparsa di figure come Yeats e Freud. Freud.Un altro tempo è tipicamente audeniano anche perché alterna liriche metafisiche ad altre cosiddette light, che sono tra le sue più famose; e perché l'omaggio ai grandi del passato ( Meville, Rimbaud, Voltaire ) non escluda l'attenzione per le piccole creature del presente. Another Time For us like any other fugitive, Like the numberless flowers that cannot number And all the beasts that need not remember, It is to-day in which we live. So many try to sai Not Now, So many have forgotten how To say I Am, and would be Lost, if they could, un history. Bowing, for instance, with soch old-world grace To a proper flag in a proper place, Muttering like ancients as they stump upstairs Of Mine and His or Our and Theirs. Just as if time were what they used to wice When it was gifted with possession stice, Just as if they were wrong In no more wishing to belong. No wonder then so many die of grief, So many are so lonely as they die; No one has yet believed or liked a lie: Another time has other lives to live. Per noi come per gli altri esiliati, come per gli incontabili fiori che non sanno contare e tutti gli animali che non devono ricordare, è oggi che viviamo. Tanti provano a dire Non Ora, tutti hanno dimenticato come si dice Io Sono, e di sarebbero persi, se avessero potuto, nella storia. Per esempio, chinandosi con grazia antiquata alla bandiera giusta nel posto giusto, borbottando come vecchi mentre s'arrampicano per le scale del Mio e del Suo o del Nostro e del Loro. Proprio come se il tempo fosse quel che volevamo quando ancora era dato in dono e in possesso, proprio come se avessero torto a non desiderare più di appartenere. Nessuna meraviglia se tanti muoiono di dolore, tanti sono così soli quando muoiono; nessuno ha ancora creduto o gradito una bugia: un altro tempo ha altre vite da vivere.
  10. Nel 1957 Mario Luzi pubblica Onore del vero. Nato a Castello, presso Firenze, nel 1914, Luzi si è ritagliato un posto importante nella storia della letteratura italiana del XX secolo: attivo sostenitore della cultura ermetica e cattolica, è poeta spesso oscuro, talvolta difficile, ma sempre animato da una grande tensione intellettuale ed emotiva che cerca il perché delle cose, il senso dell'esperienza e della civiltà umana. La sua prima raccolta poetica La barca è del 1935. Da allora il poeta sembra muoversi principalmente sul binario dell'ermetismo fiorentino: la sua parola anela ad una verità segreta e inafferrabile, e si esprime con immagini balenanti e sfuggenti. Con Onore del vero si ha un passaggio dall'ermetismo al realismo. Senza approdare a nessuna ideologia veramente realista, il poeta riconosce fino in fondo il valore della realtà, scoprendo la verità nelle cose più povere e fragili, nelle occasioni più banali della vita quotidiana, nei gesti semplici di cui afferma l'onore. E attingendo ad una lunga tradizione di ascendenza classica, Luzi ritrova il valore delle cose vere e semplici nella vita contadina, di cui esalta l'ambiente, le radici e lo stile di vita povero ed essenziale. È un mondo nel quale si crea grande condivisione e solidarietà nella piena accettazione di una vita cristiana e sofferente, che qualche volta trova la possibilità di viaggiare con la fantasia e immergersi direttamente in episodi del passato o della storia sacra, riflessi di una religiosità latente che alberga nell'animo del poeta. Un animo, in ogni modo, da cui emerge sofferenza e amarezza. Da Onere del vero emerge l'inquietitudine di un uomo in piena crisi novecentesca: ed è certamente il testamento letterario più importante di uno scrittore che crede ancora nel valore pieno della poesia. Nella poesia scelta per oggi, il poeta descrive una giornata invernale in montagna mentre soffia la tramontana. Vivida è la sofferenza che il poeta, simbolo di tutta l'umanità, prova ogni giorno quando si è soli e tristi e subisce l'inclemenza del clima che diventa il simbolo della natura ostile verso gli uomini. Il poeta cerca spontaneamente Dio di sua volontà perché desidera che la sua presenza dia un senso alla sofferenza degli uomini. Come tu vuoi La tramontana screpola le argille, stringe, assoda le terre di lavoro, irrita l'acqua nelle conche; lascia zappe confitte, aratri inerti nel campo. Se qualcuno esce per legna, o si sposta a fatica o si sofferma rattrappito in cappucci e pellegrine, serra i denti. Chi regna nella stanza è il silenzio del testimone muto della neve, della pioggia, del fumo, dell'immobilità del mutamento. Sono qui che metto pine sul fuoco, porgo orecchio al fremere dei vetri, non ho calma né ansia. Tu che per lunga promessa vieni ed occupi il posto lasciato dalla sofferenza non disperare o di me o di te fruga nelle adiacenze della casa, cerca i battenti grigi della porta. A poco a poco la misura è colma, a poco a poco, a poco a poco, come tu vuoi, la solitudine trabocca, vieni ed entra, attingi a mani basse. È un giorno dell'inverno di quest'anno, un giorno, un giorno della nostra vita.
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