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Cavalier Stampella

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Ricompensa dei giusti e dei malvagi

 

Ho visto delinquenti morire in pace ed essere sepolti con onore.

Invece quelli che avevano fatto del bene erano dimenticati da tutti.

A volte una condanna contro i criminali non è eseguita subito e per questo gli uomini continuano a compiere delitti.

Si dice: «I cattivi non avranno successo perché avranno il castigo di Dio». Invece questo non è vero. In questo mondo succede che ai buoni toccano le disgrazie, e al contrario i delinquenti se la godono. Le disgrazie dovrebbero colpire i cattivi e i buoni dovrebbero avere un premio: ma non è così.

Tutto questo è assurdo, e allora godiamoci la vita. In questo mondo, non c’è niente di meglio che mangiare, bere e stare allegri. Questo è quello che possiamo fare in questa vita piena di fatiche.

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La figlia del re di Torino

 

 

 

Una volta il re di Torino, avendo deciso di far convolare a giuste nozze la propria figlia, e avendo contemporaneamente uno sposo degno di tanto onore, fece mettere sui muri della città questo avviso:

 

La figlia del re sposerà

colui che donarle saprà

la nave che sola galleggia

senz’acqua e vento veleggia.

 

L’impresa aveva sicuramente le sue difficoltà, ma il figlio minore di un boscaiolo della zona pensò di costruire la nave richiesta dal re di Torino per sposare la principessa e, un bel mattino, assieme ai suoi fratelli, si recò nel bosco per iniziare il lavoro.

Dopo qualche ora il più vecchio dei tre si arrese e si mise a costruire zoccoli, l’altro si mise a intagliare manici d’ombrello e il poverino, rimasto senza aiuto, si diede a vagare pensieroso per la macchia cercando il sistema di portare a buon fine il suo intendimento.

Cammina e cammina a un certo punto incontrò un vecchietto che stava cercando funghi il quale, vedutolo così assorto gli disse:

«T’insegnerò io a costruire quella nave, purché poi tu faccia salire tutte le persone strane che incontrerai prima di arrivare a Torino.»

Il giovane, tra lo stupito e il meravigliato, accettò la proposta dello sconosciuto e, a sera, l’imbarcazione che l’editto regale richiedeva, era bell’e che pronta. Così i due salirono a bordo e veleggiarono verso la reggia superando alberi, siepi, burroni e montagne.

Ad un tratto incontrarono un tizio che procedeva a gambe in su e testa in giù il quale, interpellato sul suo strano modo di camminare rispose:

«Io rifletto sulle cose che gli uomini hanno in testa, ma quando corro vado forte come il vento e nessuno riesce più a prendermi.»

Naturalmente fu issato a bordo. Dopo un po’ incontrarono un tale che stava allegramente divorando due buoi appena arrostiti:

«Aspettate un attimo» gridò questo ai naviganti «finisco di spolpare l’ultimo cosciotto e vengo con voi!»

E così alla brigata si aggiunse un nuovo marinaio che, fatte sì e no due miglia, cominciò a gridare:

«Uomini in vista, uomini in vista!»

Affacciatosi al parapetto, il giovane e i compagni videro un tale che beveva in un fiume e, ad ogni sorsata, ne prosciugava un tratto, mentre più in là, un altro strano individuo ammucchiava nebbia costruendovi cime più alte del Moncenisio. Anche i due sconosciuti vennero fatti salire sulla nave che, va e va, incrociò ben presto altri due tipi a dir poco strani: uno dando grosse pacche alle montagne che si appiattivano e l’altro, con due sacchetti in mano, ne riempiva uno di bel tempo ed il secondo di lampi, diluvi e tempeste. Inutile dire che sulla nave fu fatto posto anche per questi nuovi particolari personaggi e, finalmente, barca, equipaggio e il giovane giunsero in vista di Torino. Prima di entrare in città il vecchietto si trasformò in un calabrone e si piazzò sulla punta della nave; gli altri si nascosero nella stiva mentre il giovane, rimasto solo al governo del mezzo, ormeggiò tra folla stupita e assiepata nel cortile del castello reale e, sceso a terra, si diresse verso il sovrano.

«Sono venuto a prendere la mia sposa» disse con un grande inchino.

«Andiamoci piano» ribadì il re poco convinto di ciò che aveva visto «prima dovrai portarmi una bottiglia di allegria, e questa si trova centomila miglia lontano da qui.»

Dalla stiva della nave, l’uomo più veloce del vento, sentì i discorsi dei due, in un attimo fu sul posto, prese la bottiglia ed era già lì per tornare ma fu fermato da una strega, serva del re, che, mutatasi in una montagna enorme, gli sbarrò il passo. Allora saputa la cosa, intervenne quello dei ceffoni alle montagne e, con una sberla gigante, spalò via la strega permettendo all’amico di giungere al cospetto del giovane e del re con la bottiglia di allegria.

Il sovrano tuttavia, sempre meno convinto da tutto ciò che stava accadendo e sempre più timoroso di dover dare la figlia in sposa a chissà quale diavolo, incalzò:

«Ti darò mia figlia in moglie solo se mangerai tutto ciò che i miei cuochi prepareranno in una giornata.»

Per il mangiatore di buoi e il bevitore di fiumi fu una gran festa e, in men che non si dica, sbaffarono intingoli, pietanze, dolci e fiumi di allegro vinello, anzi il primo, che aveva ancora un po’ di appetito, divorò anche il tavolo e le sedie.

Il re, a quella vista, fu colto da malore, ma pose un’altra condizione:

«Avrai mia figlia solo se la riconoscerai in mezzo ad altre trecento donne.»

Questo si rivelava un bel pasticcio per il povero giovane, ma il vecchietto calabrone, svolazzando all’orecchio del ragazzo gli suggerì:

«Mettimi sotto il tuo cappello e, quando te lo leverai, io volerò sulla testa della figlia del re, così potrai riconoscerla.»

Così fu fatto e cosi si gabbò il re il quale, con grande dispiacere, dovette cedere e lasciare che il giovane partisse con la sua adorata figlia. Però, appena li vide uscire da Torino, mandò i suoi soldati all’inseguimento degli sposi col compito di acciuffare quel malandrino e cacciarlo nella più buia delle celle del reame. I soldati stavano quasi per prendere il coraggioso giovane quando, dalla stiva della nave, comparve l’uomo che ammucchiava la nebbia: ne mise assieme tanta da non vedersi a un metro dal naso e, aiutato dall’uomo del buono e del cattivo tempo, cominciò a scaraventare tuoni, fulmini e grandini così grosse che parevano meloni e i soldati non capirono più niente e i due giovani favoriti da tutto questo pandemonio furono in grado fuggire.

Il re desisté e finalmente si poterono celebrate le nozze.

Si diede un pranzo ricco di ogni ben di Dio e vissero a lungo… felici e contenti.

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Morsi e Rimorsi

da il "Buongiorno"

di Massimo Gramellini

 

 

Speriamo che la Nazionale non sia lo specchio della Nazione, altrimenti dovremmo tutti imitare Prandelli & Abete e dimetterci irrevocabilmente da noi stessi. Ieri l’immagine dell’Italia nel mondo era una combriccola di abulici che faticavano a mettere insieme tre passaggi di fila, figuriamoci un tiro in porta. Quattro anni fa avevano perso i vecchi e si invocò il ricambio generazionale. Ma quattro anni dopo hanno perso soprattutto i giovani, il cui simbolo è l’indisponente Balotelli, un eterno incompiuto spacciato per fuoriclasse da un sistema mediatico che ha smarrito il senso delle proporzioni. Persino il mio Immobile, che in Italia si era aggirato per le aree di rigore come un lupo mannaro, sembrava un barboncino al guinzaglio della difesa uruguagia.

 

Certo, l’arbitro dal cognome recidivo (Moreno), l’espulsione esagerata di Marchisio e il comportamento da roditore di Suarez, che ha affondato i suoi incisivi nella pellaccia di Chiellini. Ma il lamento è un diritto che va meritato. E questa Italia depressa e deprimente, senza talento né carattere, merita soltanto di tornarsene a casa e ricominciare daccapo, con meno squadre e meno stranieri, come accadde dopo la Corea del 1966. Quando fummo eliminati al primo turno per la seconda volta consecutiva, proprio come adesso, e Gianni Brera scrisse: «La difesa sballata, il centrocampo endemicamente fioco, l’attacco composto di gente molto sollecita a impaurirsi. E dove credevamo di andare?». Più che un’analisi, una profezia.

 

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Telemaco senza fili

da il Buongiorno

di Massimo Gramellini

Hai venti minuti per parlare davanti a una platea di europarlamentari gentilmente offerti da un’azienda di surgelati. Puoi berlusconeggiare, ribadendo lo stereotipo dell’italiano simpatico, furbo e un po’ cafone. Oppure mariomonteggiare, ipnotizzando con dei mantra numerici un pubblico che non chiede di meglio per continuare a dormire in pace. Potresti persino enricoletteggiare e produrti in una lista di promesse di buon senso che qualunque presidente di turno dell’Unione Europea ripete senza sosta da vent’anni. Invece, essendo Renzi e non facendoti difetto l’autostima, decidi di renzeggiare. Evochi lo spirito dei tuoi idoli Blair e Obama – nessuno dei due, guarda caso, centroeuropeo – e ti produci in un monologo carico di valori, passioni, riferimenti storici e letterari. Avendo letto il libro omonimo dello psicanalista Recalcati, attingi a «Il complesso di Telemaco» ed elevi il figlio di Ulisse che cerca di meritarsi l’eredità a simbolo della tua idea di Europa. Il problema è che lo stai dicendo proprio all’assemblea dei Proci, che oggi non sono i principi di Itaca e neppure i politici italiani che ogni giorno costringono Penelope Boschi a fare e disfare la tela delle riforme. Sono i burocrati di Strasburgo, i ragionieri di Berlino e gli eurofobi di Farage e Le Pen: tutta gente molto prosaica e prevenuta, che da te vorrebbe sapere soltanto una cosa: quando pagherai i debiti, affamando sempre di più quegli scansafatiche baciati dal sole dei tuoi connazionali.

Per fare fuori i Proci che il destino ti ha dato in sorte un bel discorso purtroppo non basta. Come Telemaco, avresti bisogno dell’esperienza di Ulisse. Invece hai solo D’Alema.

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COME CAMBIEREBBE IL MONDO SE PRENDESSIMO SUL SERIO GAME OF THRONES

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DISCLAIMER: Il post NON contiene spoiler sulla quarta stagione, ma sulle prime tre sì. Occhio!

 

 

 

 

#1. Avere un livello C1 di lingua dothraki fa curriculum.

#2. Camerette tassativamente separate per fratelli e sorelle.

#3. Le persone molto basse rischiano ripetutamente di essere uccise.

A Chiambretti, Giovinco e Pupo viene assegnata la scorta.

#4. La Lega Nord vince le elezioni con lo slogan “Rimandiamo a casa gli Estranei!”

#5. Renzi per sostituire Letta come Primo Cavaliere del Re non si limita a fregargli il posto, ma per sicurezza lo fa decapitare.

#6. Impennata di iscrizioni alle squadre giovanili di equitazione e scherma.

#7. La procura indaga i draghi di Daenerys per i roghi estivi nell’Italia meridionale.

#8. Dolce & Gabbana lanciano la loro linea di mantelli dorati.

#9. Emerge che Lord Varys si traveste e indossa parrucche. In queste occasioni lavora a Radio Deejay e si fa chiamare Platinette.

#10. La minaccia “Se non migliori i voti a scuola, ti metto in punizione!” diventa un più efficace “Se non migliori i voti a scuola, ti arruolo nei Guardiani della notte!”

#11. Viene trovato rimedio all’annoso problema delle lungaggini della giustizia risolvendo le cause pendenti tramite duello.

#12. Battaglia del movimento contro l’aborto affinché anche l’ombra assassina partorita da Melisandre sia considerata “vita”.

#13. Polemica delle associazioni LGBT contro gli anti-abortisti: quello spirito ha ucciso Renly, era omofobo.

#14. All’antidoping Brienne risulta positiva agli steroidi anabolizzanti.

#15. Theon Greyjoy viene affidato ai servizi sociali.

#16. Licenziate tutte le baby-sitter, da domani i bambini al parco li controlla un meta-lupo.

#17. Le agenzie di rating danno la tripla A ai Lannister per la loro affidabilità nel pagare i propri debiti.

#18. Daenerys è inserita tra Martin Luther King e Gandhi nel pantheon dei grandi personaggi che hanno combattuto contro le discriminazioni.

#19. “Novella 2000″ affida a ser Jorah alcune pagine in cui il cavaliere risponde ai lettori. La rubrica si chiama “Cuori friendzonati”.

#20. Matrimoni rigorosamente a porte chiuse.


 

 

 

 

Autore

Agostino Bertolin

Fonte: oltreuomo.com

http://oltreuomo.com...ame-of-thrones/

 

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Il fondoschiena di Botero sconvolge la processione

Una carovana di figurine indimenticabili nel Salernitano, un caffè dove i miracoli sono di casa (fino all’ultima tazzina).

 

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Avete presente i floridi personaggi che popolano i quadri e le sculture dell’artista colombiano Fernando Botero? Al loro confronto le modelle di Rubens fanno la figura di anoressiche. Ora immaginate un suo nudo di donna scolpito in un blocco di marmo di tre tonnellate, la «Maya tropical», con un fondo schiena «per estensione secondo solo alla provincia di Salerno». Questa meraviglia compare nel giro di una notte di luglio sulla piazza di Bauci, un piccolo borgo inerpicato sulla costiera salernitana, a picco sul mare. L’hanno collocata proprio di fronte alla chiesa parrocchiale dedicata alla patrona del paese, Sant’Eufrasia, che sarà celebrata con una processione l’ultimo giorno del mese.

 

L’arrivo della scultura mette in moto una spassosa commedia sentimentale messa in scena da Franco Di Mare, popolata da figurine indimenticabili. A iniziare da don Enzo, il parroco che esige la rimozione immediata della statua messa lì da un improvvido assessore alla cultura; il sindaco Rocco Casillo sarebbe anche d’accordo, purtroppo sono finiti i soldi, spesi tutti per allestire la mostra dedicata al maestro di Bogotà. Siamo solo all’inizio di una sequenza di fuochi d’artificio che svelano una comunità i cui abitanti sanno tutto di tutti, dove Adelaide Strazzullo, facente funzione di perpetua, è conosciuta come Radio Bauci. Completano il quadro delle fonti: il blog «Vite parallele» creato dal professor Gaspare Mangiafico per rivalsa contro gli amministratori che non vogliono avvalersi del suo aiuto e Michele Gargiulo, detto Michele iPhone per la sua capacità di raccogliere e diffondere notizie sui paesani.

 

Michele è il titolare del bar Arturo, «il caffè dei miracoli» che dà il titolo al romanzo. La sua nomea è dovuta a tre eventi, giudicati miracolosi, accaduti negli anni passati: l’innesco inesploso di una mina tedesca nel ’43, la caduta di una campana e un marito armato di pistola che non riesce a trovare la moglie fedifraga nascosta nel cesto della biancheria sporca. Il locale è il punto focale del reticolo di una trama che non raccontiamo. Dove a salvarsi sono le donne, caritatevoli e ricche di un buon senso che non trova udienza presso gli uomini. A cominciare da Elvira Neri, capo divisione al ministero dei Beni culturali a Roma; trascorrendo le vacanze nel suo paese natale spende invano la sua sagacia nel trovare soluzioni ai guai dell’amministrazione e scopre «la felicità irragionevole e perfetta» generata dal doversi occupare temporaneamente di una neonata, trovata in una scatola ai piedi della Maya tropical.

 

L’allegra ferocia di Franco Di Mare (10 con lode per la scelta dei nomi) si scatena nel disegno degli amministratori locali, così stolti da buttare per aria, per reciproci sospetti e vecchi rancori, un cospicuo finanziamento dell’Unione Europea (sono in buona compagnia). L’ha procurato Elvira che non ricorda più il nome «di quel vecchio ministro che aveva detto che con la cultura non si mangia». Il sindaco Rocco Casillo minaccia: «a Bauci sgancio la bomba atomica, come fece quello a Waterloo» e ricorda sempre una frase di sua madre: «Chi comanda non fa errori». Davide Ferrigno, professore di lettere, il giovane assessore alla cultura, «a differenza del pelide Achille, non adduceva lutti nemmeno alle mosche. Per dirla tutta, trasaliva all’apparire della sua stessa ombra».

 

Ma non tutto è perduto a Bauci, il borgo ritornato in letargo dopo che i turisti estivi se ne sono andati; sono sbocciate due imprevedibili storie d’amore, l’umanità di un giovane maresciallo dei carabinieri ha rimediato ai pasticci provocati da due ragazzine per aiutare un’amica nei guai e noi chiudiamo il libro sorridenti e rasserenati.

 

 

BRUNO GAMBAROTTA

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I 20 punti di "come cambierebbe il mondo se prendessimo sul serio game of thrones" sono i più divertenti. In stile David Lettermann show, ah ah ah!

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A’ Socrate

 

Nell'antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

«Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?»

«Un momento» rispose Socrate. «Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci».

«I tre setacci?»

«Ma sì» continuò Socrate. «Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?»

«No... ne ho solo sentito parlare...»

«Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?»

«Ah no! Al contrario»

«Dunque» continuò Socrate, «vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell'utilità. E' utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?»

«No, davvero.»

«Allora» concluse Socrate, «quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?»

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Tripudio al Gelato

 

Massimo rispetto per i gelatai di Torino, i migliori del mondo.

Ma quanti sono? Ogni tre negozi c’è una gelateria o una banca o una serranda abbassata con la scritta “Vendesi”. Come ho fatto a sopravvivere per decenni in una città dove c’erano tre o quattro gelaterie in tutto? Questa moltiplicazione dell’offerta si spiega con il fatto che è più semplice fabbricare gelati che automobili.

Quintali di gelato ogni giorno; ma c’è poi tutta questa domanda da parte dei torinesi? Ebbene sì! E non solo da parte di pazienti reduci da un’estrazione di un dente o di una tonsillectomia.

 

L’ho costatato lo scorso week end visitando in piazza Solferino il “Gelato Festival”, affollato a ogni ora da una folla allegra ed eccitata, concentrata a scavare nel bicchierino e a leccare i vari gusti in gara per andare alla finale europea che si giocherà in ottobre a Firenze. E tutti in fila a votare; la politica dovrebbe imparare dal Festival come si fa a eliminare l’astensionismo, collegando ogni lista a un gusto di gelato. Ha vinto il “Persi Pien” (la Pesca Ripiena) di Pralormo, meritatamente.

In gara c’erano anche il Gusto di Papa Francesco e il sorbetto Don Bosco; fra gli ingredienti di quest’ultimo c’è la rosa canina, citata in italiano poiché in piemontese non è altro che il “gratacui”. Possiamo immaginarci un cliente che ordina tre gusti: Papa Francesco, mango e fragola?

Si potrà ordinare il gusto del Papa anche in Quaresima?

Perché non c’era anche il gusto del sagrestano, quello del chierichetto o della perpetua?

Nessuno ha pensato a proporre il Gusto del Sindaco; l’avessero chiesto a me avrei creato una crema a base di arrosticini, yogurt e rafano.

 

Anni fa a Torino ci fu un pioniere, all’angolo di via Cernaja, che si lanciò nel gelato al gorgonzola, alla barbera e altri gusti mai sperimentati prima; era in anticipo sui tempi e ha dovuto chiudere. La nuova frontiera sarà il gelato personalizzato, come già succede con il profumo, il tabacco da pipa, l’inchiostro per la stilografica. Si andrà dal maestro gelataio e gli si chiederà di combinarlo; se la strada è quella indicata dai gusti del Papa e di don Bosco, gli ingredienti saranno i ricordi d’infanzia: il “dulce de leche” e la Freisa d’Asti.

So già cosa chiederò per il mio gusto: pane burro e acciughe, lumache alla parigina e soma d’aj.

 

 

Glossario:

 

Soma d’aj = Una bruschetta con sopra strofinato uno spicchio d’aglio, un po’ di sale e olio extra vergine d’oliva.

 

Persi Pien = Le pesche ripiene al forno, (sono un dessert tipico Piemontese) da mangiare al cucchiaio sia calde che fredde. Sono delle pesche gialle, mature ma ancora sode divise a metà senza nocciolo e riempite con un composto di amaretti e cioccolato.

La cottura al forno ammorbidisce le pesche e darà vita ad un dessert molto particolare.

I miei nonni me li preparavano ogni anno per la festività di San Lorenzo.

 

Gratacui = Gratta c**o.

 

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