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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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Hai parole per dire che il sangue,
non è solo di dove sei nato,
che le patrie a cui devi rispetto,
non han padri di un solo colore,
perché storia è tantissimo tempo,
e a memoria non puoi ricordare,
perché terra è potuta esser vista,
fin dai primi occhi aperti a guardare.

Poi d'un tratto ti senti a mancare
d'altro pezzo che avevi nel cuore,
e i discorsi, e le testimonianze,
perdon ogni sapore di senso.
Perché in fondo poi quello che importa
sono gli occhi guardarti felici,
son parole di madri che incontri
fino a quando continui la vita.

sai, c'è un piccolo fiore cresciuto
dei cui semi ti sei innamorato
nel suo campo ti ha sempre ospitato
e famiglia ti ha considerato.
Lo sapevi, sarebbe appassito
liberando ogni petalo al vento
ne hai raccolto una goccia, un frammento,
seppur vuoto ti resterà in petto.

Dormi adesso che vita è passata
tra cent'anni in un solo ricordo,
dormi come si dorme nei sogni
quando in mezzo a chi ami ritorni.

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Amore.
Cercato e perduto,
favole sfiorate,
strade abbandonate.
Sentito e vissuto.

 

Esistere,
costretti alle emozioni,
legati a sensazioni,
difetti da studiare,
virtù da incatenare.

 

Giudizio.
Sguardi riflessi alla mente,
specchi confusi alla gente,
dentro di nudo cucito,
stesso diverso vestito.

 

Vorrei...
Due ali, e nient'altro dal mondo,
per spingermi forte a volare
lontano, il più oscuro profondo,
potermi fermare a guardare.

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Strappa le ali ai tuoi sogni e comincia a volare,
Mettile addosso tra pelle e polmoni incastrate,
spegni ogni volta tra i pugni residue speranze,
soffoca cuori di stelle bruciandole in petto.

 

Ruba la voce del nero da piume di corvo,
Fuoco trasforma da lacrime prese nel vento,
Strade di sangue dipingi a insegnarti la vita,
Bevi taglienti cristalli da coppe di rosso.

 

Ad estasi cieli che aurora ti mostra,
rispondi con putride viscere morte,
e luce ch'è maschera di ogni colore,
rinchiudi nel grigio nascosto ai tuoi occhi.

 

D'istanti d'incanto che mente ricorda,
sfigura i contorni fin dentro le ossa,
copiando a rincorrere il giorno in eterno,
sei pronto a volare finché non c'è nulla.

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Sapessi che amore ti avessi incontrato,
l'ho sempre e soltanto per sempre sperato,
tra carte e parole dal cuore strappate
da un nero profondo, a colori segnate
e descritte da sogno ogni segno, sentito,
qualsiasi disegno avrei fatto, mentito.

Tra passi di nuvole senza ragione,
in mezzo a ruscelli di pura emozione,
che amore ti avessi davvero trovato,
più forte che il tempo abbia desiderato.

Hai scritto il linguaggio che bocca mi urlava,
hai fatto in coraggio che tutto mancava,
trasposto illusioni all'interno canzoni
dimentico pezzi di vita e ragioni,
perché tutto sfuma e la nebbia dirada
se non ti appartiene si perde per strada.

Sapessi che amore ti avessi trovato
sarei dove prima non sono mai stato,
un mondo che basta girarmi di fianco,
dormire ti guardo che non son mai stanco.

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Per tener un po' compagnia al carissimo @hacktuhana che ultimamente, in questa pagina, è solo soletto, butto lì un altro dei racconti ritrovati i giorni scorsi, di quando avevo vent'anni e qualcosa (solo in piccola parte ritoccato adesso). So che è molto brutto: non succede quasi nulla, accidenti. Quell'estate ero rimasta colpita da un artista di strada ed avevo voluto raccontarlo, ma non ero riuscita a costruirci una vera storia: e quindi più che altro ne era venuta fuori un'interminabile descrizione. Che, ora, penso sia uno strazio senza pari. E in più la struttura è come scrivevo a vent'anni; spero di essere cresciuta un po', da allora. Non credo valga neanche la lettura, in realtà. Ma non ho nulla di meglio sottomano, quindi mi lancio lo stesso. Per favore, se dopo mi buttate uova e simili, siate gentili e almeno prendeteli non marci :)
(P.s. i pomodori mi farebbero pure comodo, così evito di fare la spesa. Invece uova ne ho, grazie :D  )

 

IL MIMO

 

(Il bambino non applaudiva mai)

 

 

           La sua arte era cresciuta man mano, mentre da adolescente diventava un ragazzo e poi un giovane uomo, sia coltivandola con lunga, meticolosa dedizione, sia semplicemente perché era già lì, dentro di lui, da sempre, come ogni vero talento. La viveva con semplicità, senza orgoglio: era semplicemente una parte di lui, quella che sentiva la più preziosa e vera. Era il suo linguaggio privilegiato e speciale, il terreno su cui raccontare e liberare le sue emozioni e questo per lui era tremendamente importante, era vitale. Era qualcosa che gli scorreva nelle vene, nel sangue. Era lui stesso. Se un giorno avesse scelto di pensare di avere un’anima, sarebbe stata quella.

 

 

         Forse sarebbe potuto diventare “qualcuno”, gli dicevano spesso; come se fosse importante. Avrebbe potuto, dicevano, se solo avesse scelto la via maestra dei teatri e del nome in locandina. Ma per vivere aveva bisogno di essere libero, e per essere libero aveva bisogno di non avere una gabbia. Non voleva essere “qualcuno”: preferiva essere nessuno, se era necessario, per poter essere chiunque. Non era per mancanza di possibilità, quindi, ma per una libera scelta, che il suo palcoscenico erano diventate le vie e le piazze, nelle lunghe sere d'estate.
          Ma piazze che gli trasmettessero qualcosa. Davanti a monumenti eccezionali, imponenti o sottilmente inquietanti per la quasi eccessiva, secolare bellezza, che toccavano il cuore. Che ricordavano la fatica umana e l’inesorabile scorrere del tempo, quanto l’uomo si era innalzato, a volte, e quanto il tempo lo avesse raggiunto e riportato giù, nella terra, sotto di essa. Ma quanto, anche, di lui fosse rimasto nonostante tutto. Nel ricamo impazzito di gargoyle di una cattedrale gotica, nella possenza silenziosa e deserta di un edificio antico. Al cospetto del lascito di quanti, secoli prima di lui, avevano cercato di comunicare un’emozione, creare una forma di bellezza che durasse mille anni, sfidando il tempo e la morte, lui tesseva la sua, destinata a durare pochi minuti appena e poi dissolversi portata via dal vento, lasciando solo una flebile traccia, un frammento di emozione in qualche cuore e qualche ricordo.

 

 

        Arrivava tardi. Esile, sempre vestito di nero, sottile e flessuoso; il passo quasi senza peso, da ballerino. Posava lo stereo per terra accanto a sé, avviava una musica lenta e con quel sottofondo iniziava a dipingersi senza fretta sul viso lo sfondo neutro che significa niente e tutto, la maschera esangue ed enigmatica del mimo. In tutto il tempo di quel rituale non si guardava neanche attorno, come se avere o non avere un pubblico fosse del tutto irrilevante; i suoi gesti avevano la tranquillità indifferente di chi vive di e per se stesso. E forse questo distacco sereno, questa lontananza, questo sapersi racchiudere, in mezzo ad una folla, in una bolla solo sua, che andava dal suo sguardo allo specchio e da lì di nuovo al suo sguardo, era già una parte del suo fascino, si percepiva quasi come un suo privilegio speciale. Un motivo per cui, senza che neanche la guardasse o proprio perché non la guardava, ne appariva, anzi, totalmente ingaro, indifferente, remoto, la gente si fermava e cominciava a raccogliersi in circolo a pochi passi da lui, in attesa. Senza sapere neanche di che cosa ma per una specie di fascinazione, già avviluppata da una strana fiducia a priori.

Gli piaceva che il suo spettacolo non avesse un inizio preciso, definito. In un certo senso il rito simbolico del trucco ne era già parte, affascinante e sottilmente inquietante, mentre l’individuo scompariva man mano che si dipingeva addosso la maschera che ne cancellava i lineamenti per farlo diventare qualcos'altro, generico e per questo universale: non più lui, il singolo e il particolare, ma l'essenza stessa dell'uomo. Per questo lo eseguiva con gesti eleganti, studiati, e lentissimi: come a voler rallentare il tempo, far sentire a tutti che il suo tempo, il tempo del luogo in cui li avrebbe trasportati, se lo avessero voluto, non era lo stesso del mondo frenetico che scorreva intorno. Era il tempo della sua bolla. Spalmata su tutto il viso la base di cerone bianco, su quella base uniforme iniziava a inventarsi un volto nuovo, con i tratti essenziali e netti che gli avrebbero permesso di amplificare al massimo ogni espressione, depurandola nello stesso tempo di ogni elemento superfluo o contingente. Con una pasta nera tracciava il contorno degli occhi e delle sopracciglia, allungandoli verso l'esterno, esasperandone l'arco in un senso di perenne stupore. Ridisegnava le labbra con un rosso scuro e tagliente, evidenziando le connessure con due tratti netti e sottili, allungati, sensibili ad ogni minimo movimento dei muscoli, trasformando la sua bocca in uno strumento duttile in grado di esprimere, oltre al riso e la sofferenza più elementari con l'espressività caricaturale delle maschere greche, anche le mille sfumature delle emozioni che aveva pazientemente studiato, cercato e costruito per anni. Terminato il trucco restava un lungo istante a fissare la propria immagine nel piccolo specchio, con un’espressione sorpresa, disorientata ed incredula. Come se la vedesse per la prima volta. Provava ad aprire la bocca, inarcare le sopracciglia, guardarsi di lato. Si toccava la guancia con una mano, poi la linea del collo, il collo, il petto, le spalle. Incredulo di essere, come se fosse venuto al mondo in quello stesso momento. E in un certo senso era vero: ogni sera, in quel momento, veniva al mondo per la prima volta. Perché sentiva, in quel momento, profondissimo, il miracolo laico, semplice eppure sconvolgente, dell’essere vivo. E voleva raccontarla a tutti, questa sensazione; gridarla senza parole: IO ESISTO. Tutti voi esistete, camminate su questa terra, per un tempo brevissimo ma che è già tanto, è già un miracolo. Eppure ve ne dimenticate, spesso buttate giorni ed anni senza accorgervene neanche, che siete parte di un privilegio immenso, straordinario, commovente. Così infinitamente fragili ed effimeri, non siete nulla; eppure, per un attimo, siete tutto.

Poi, finalmente, per la prima volta, volgeva gli occhi verso la gente che si era raccolta intorno a lui. Il mondo esterno. Gli altri. Con un movimento circolare della testa si guardava attorno, le labbra dischiuse in segno di stupore, percorrendo ad uno ad uno i visi del pubblico improvvisato e cercando di incrociare lo sguardo di ognuno, con un'espressione affascinata ed immensamente sorpresa: come se ognuno di loro fosse qualcosa di portentoso ed eccezionale, stupefacentemente bello, che vedeva per la prima volta. E ciascuno, nel pubblico, quando arrivava il suo momento di trovarsi trapassato da quello sguardo, avvertiva nettissima, come una scossa, quella stessa sensazione mai più provata da una vita: di essere visto, ma visto davvero. E, di conseguenza, di vedersi, lui stesso, con occhi nuovi, come non gli accadeva da tempo immemorabile. La sensazione di essere unico, speciale, irripetibile nell’universo. Di essere vivo, in quella piazza, in quell'esatto momento, davanti a qualla cattedrale in quella sera di fine estate. Struggentemente, ferocemente, bramosamente vivo.  

Il silenzio, intorno al mimo, diventava assoluto. E allora, lui sapeva che poteva cominciare.

 

 

               Aveva percorso molte strade, nella sua vita, e un'infinità di piazze che neanche ricordava. Ma quell’estate si era innamorato della Francia, dei mostri appartenenti a secoli andati che lo fissavano straniti dalle cattedrali gotiche e delle trattorie dei paesi secondari, tagliati fuori dai grandi itinerari turistici, della musicalità del linguaggio e della pigrizia dei silenzi in cui il tempo sembrava fermo, del buon vino e dell'aria, del profumo della lavanda o del languore sensuale di cespugli di rose già quasi appassite. Così era arrivato ad Avignone, con l'intenzione di fermarsi per alcuni giorni. Le sue giornate erano normali e un po' banali, un desolante hotel ad una stella con vista su un cortile sporco, in cui comunque rientrava solo per dormire; oziosi passi senza meta precisa e pomeriggi caldissimi, soffocanti, abbaglianti di sole riverberato dalla pietra. Ma quando scendeva la sera, allora iniziava il suo giorno.

 

 

           E fu una di quelle sere, che vide per la prima volta il bambino.

 

 

           Come primo numero, sceglieva quasi sempre "Le voyage". Era il suo pezzo preferito, studiato con cura immensa, costruito ed affinato attraverso gli anni, e quella sera lo stava eseguendo al meglio di se stesso. Raccontava il percorso umano attraverso la vita, visto come un cammino durante il quale attraversava una serie di porte che rappresentavano altrettanti passaggi-chiave dell'esistenza. Iniziava aprendo una porta immaginaria e guardandovi oltre con lo stupore  felice del primo sguardo sul mondo. Con tutta la delicatezza di cui era capace cercava di ricostruire l'età del sogno e delle promesse, di ricreare la fiducia, il candore, l'incanto effimero ed irripetibile dell'infanzia, quello che si crede durerà per sempre ed invece è appena un battito di ciglia, una distrazione del tempo. Poi i primi passi del cammino, un po' incerti all'inizio ma lievi e fiduciosi, la schiena la testa alta, lo sguardo limpido e sereno mentre la musica di sottofondo suggeriva grandi spazi e ancora più grandi speranze. La schiena sempre più eretta, silenziosamente, raccontava un ragazzo che cresceva con fiducia, scopriva il lavoro, l'esperienza della fatica sostenuta con la fiduciosa tenacia e la speranza di chi costruisce se stesso e, pensa, il proprio mondo. Poi un incontro –un amore, probabilmente- e la felicità, una promessa di gioia creduta eterna. E invece, durava un attimo appena: poi già il suo viso cambiava,  assumeva un'espressione incredula e poi di disperato sgomento, mentre con il braccio tesocercava invano di trattenere qualcuno che si faceva sempre più lontano, che era rimasto indietro o stava scegliendo un'altra strada. La mano stringeva ancora per un momento un'invisibile altra mano, poi le dita scivolavano, perdevano la presa, si riempivano di niente. Mentre lui, poteva solo andare avanti. Sul suo cammino, che è un cammino che si percorre da soli. Continuava ad avanzare, più stanco; un'altra porta e di nuovo tornava il tema della fatica, ma senza più alcuna gioia né fiducia, solo stanchezza e disillusione. E, man mano, cominciava a sovrapporglisi quello della vecchiaia del corpo e del cuore. Ad ogni nuova porta la schiena si curvava un po’ di più, i passi si facevano pesanti e faticosi, difficili; il viso segnato ogni volta da una nuova sofferenza, lo sguardo sempre più basso e spento. Persino i suoi lineamenti sembravano davvero invecchiare ed appassire attimo per attimo, sotto lo sguardo degli spettatori. Sorpresi ed ammirati, i più giovani; commosso e toccato dritto al cuore chi quella fase del cammino la conosceva per averla vista su una persona amata (e aveva visto, anche, quale ne sarebbe stato l’epilogo, ed ancora non era riuscito a dimenticarlo, non l’avrebbe mai potuto dimenticare), perché la stava percorrendo lui stesso o perché la sentiva, ormai, inesorabilmente vicina.

 

 

               Il numero finiva con la sola porta con cui poteva finire: quella definitiva, inevitabile, fatale. Il mimo la apriva e poi, per la prima volta dall’inizio del numero, arrestava i suoi finti passi sul posto, si fermava: troppo atterrito, troppo fragile ed troppo immensamente solo per quello che stava vedendo, otre quella porta. Faceva cenno di no con il capo, più e più volte, rifiutando di oltrepassarla. E e poi, improvvisamente, trovava un nuovo coraggio, e compiva il passo fatale. Nel breve tempo di quell'ultimo movimento il mimo raddrizzava la schiena ed alzava la testa, tornava improvvisamente fiero, forte e solenne. Superava la soglia –l’ultima, la più difficile, la più solitaria- e tendeva una braccio davanti a sé, la mano aperta. Come per offrire qualcosa o se stesso, o in attesa, o verso qualcosa che solo lui, in quel momento nella piazza, vedeva; e rimaneva così. Così finiva. E ognuno, nel pubblico, a seconda di cosa custodiva nel cuore, aveva la sensazione assurda ma nettissima di vederlo entrato in un grande buio o in una grande luce.
 

 

 

                  Nella notte ai pedi della mole possente e severa del Palais des Papes illuminato da irreali riflettori gialli, con gesti stilizzati ed ampi aveva tessuto la sua magia, l'aveva plasmata adagio con le lunghe mani bianche e l'aveva tenuta sospesa nell'aria come una bolla di sapone iridescente, una cosa di una fragilità totale, assoluta, senza che mai cadesse né scoppiasse.

               Terminato il numero c'era voluto qualche attimo prima che il silenzio si spezzasse e partisse l'applauso. Gli piaceva questo attimo di sospensione, tra l’incanto ed il ritorno alla realtà; amava quel momento  in cui poteva sentire nitidamente ancora sospesa nell'aria l'emozione, e spesso la commozione, delle persone che lo avevano seguito nel suo viaggio, che erano entrate nella sua storia. Allora sapeva di esserci riuscito, di aver trasmesso loro quella sensazione esaltante e particolarissima di sentirsi al centro  di qualcosa – della bolla di sapone, della notte, dell’emozione di quei cinque minuti o, se si avevano vent’anni, della vita intera. Qualsiasi cosa: purchè ne fosse dentro, con ogni battito del proprio cuore, con ogni molecola del proprio corpo. Esattamente al centro.

 

 

                E proprio quella sera, subito dopo "Le voyage", aveva visto il bambino. Poteva avere sui dodici anni. Viso serio e occhi molto neri, assorti; e lo fissava. Tutti nel cerchio attorno a lui seguivano i racconti dei suoi gesti con attenzione affascinata: attirare gli sguardi altrui in un certo senso era il suo mestiere, e molte volte aveva visto uno sguardo brillare improvvisamente di lacrime trattenute e questo gli aveva fatto piacere come un piccolo dono, perché l'emozione era la materia su cui lavorava. Ma il bambino era... diverso. Aveva qualcosa di inquietante.  Sottilmente sgradevole, appena impercettibilmente fuori luogo. Erano sensazioni minime, appena oltre la linea dell’avvertibile; eppure, in qualche modo, nettissime. Se ne stava un po’ in disparte, con un'espressione troppo profonda e troppo dura per la sua età. E continuava a fissarlo in quel modo strano, eccessivo; come se avesse voluto trapassarlo con lo sguardo.

O risucchiarlo.

 

 

 

            Due giorni dopo, era in un’altra città. Si stava ancora truccando, quando ebbe la sensazione netta di essere osservato. Sciocchezze, si disse: la gente si fermava a guardarlo, si truccava in quel modo plateale proprio per quello. Eppure, qualcosa dentro di lui in quel momento non accettava quella spiegazione. Ma ogni suo sguardo era studiato, calcolato, prestabilito; non poteva distogliere gli occhi durante il trucco perché avrebbe rovinato l'effetto. Tranne nel momento in ci avrebbe rivolto al pubblico quello sguardo intenso che era parte integrante di ogni suo spettacolo, che stabiliva il primo contatto e trasmetteva un’emozione che costruiva un vincolo, tra lui ed il pubblico. Ma quella sera, per un motivo che non capì neanche lui, non lo fece. Arrivato il momento, semplicemente, lo saltò. Così dovette iniziare subito con "Le voyage", ma si rese presto conto che lo stava eseguendo male, in maniera stranamente fredda,  meccanica. La sensazione fastidiosa di poco prima continuava e lo distraeva, disturbandolo oltremodo. Tanto che, a costo di rovinare il numero –in cui ormai, temeva, non era rimasto molto da rovinare- ad un certo punto si concesse uno sguardo fuori programma. Lo vide solo con la coda dell'occhio, ma lo riconobbe subito. Stessa maglietta chiara, stesso sguardo, stessa sensazone di fuori luogo, di sbagliato: il bambino di Avignone. Che strano, pensò. Ma poi si disse che evidentemente i loro itinerari si erano sovrapposti per caso, e cercò di scacciare il pensiero dalla mente. Risollevò come poteva le sorti del "Voyage", disorientò e divertì il pubblico con lo scherzo della "Gourmandise", infine lo trasportò di nuovo in alto con la solennità dolorosa di "Les mains du voleur". L'applauso finale gli arrivò come un premio e, chissà perché, una liberazione. Una donna anziana con un buffo cappellino infantile volle stringergli la mano mentre gli ripeteva con entusiasmo una parola, una sola, in una lingua incomprensibile; una ragazzina dall'aria anoressica gli venne vicino e gli girò lentamente intorno, per guardarlo meglio, dall’alto in basso, come se fosse un oggetto strano –non si stupì, era abituato a cose ben più strane- mentre due giapponesi lo fotografavano come un monumento caratteristico.  Il bambino, un po' in disparte, non aveva applaudito. Continuava a fissarlo, in viso quella strana espressione lontana da tutto eppure così vicina. Vicina a lui solo, tra tutta la gente che si attardava nella piazza. Come qualcuno o qualcosa che fosse in attesa.

Paziente.

Inesorabile.

 

 

             L' indomani cambiò di nuovo città. In treno si sedette vicino a una coppia di ragazzi che lo riconobbero  e lo salutarono; cercarono di parlarsi, anzi, a modo loro conversarono per un bel pezzo, ma tra russo, inglese, francese, tedesco e spagnolo non riuscirono a trovare una sola parola in comune, quindi nessuno ebbe la più pallida idea di cosa diceva l'altro; comunque spartirono qualche bottiglia di birra, dei panini e molti sorrisi. Scesero poche fermate dopo, e mentre il treno lo portava avanti rimase solo a pensare quanto era bello questo procedere verso un luogo che era ancora solo un nome ma presto sarebbe diventata una parte della sua vita. Ma anche là, quella sera, a quattrocento chilometri da Avignone, trasalì nel vedere, tra il pubblico, il bambino che lo fissava.

 

 

 

              Da un mese, ormai, non viaggiava più, né tantomeno vagava facendosi trasportare dal capriccio del momento: ormai, fuggiva. Poteva spostarsi lungo itinerari assurdi, poteva tornare sui suoi passi, inscatolarsi in un TGV che in quattro ore lo buttava da una parte all'altra della Francia o disegnare traiettorie tortuose su trenini locali che sembravano di latta cambiando ad ogni stazioncina di paese: niente da fare. Lui lo seguiva, lo precedeva, lo fiutava, lo indovinava. A volte mancava per una sera o due, dandogli l'illusione di aver fatto perdere la traccia; ma la sera dopo lo ritrovava puntuale nel pubblico, inesorabile e incomprensibile. Il lento, sognante viaggio lungo le strade della Francia era diventato un incubo. Le sere si succedevano alle sere legate l'una all'altra dal filo sottile e implacabile di quello sguardo uguale, muto, ossessivo, senza altro segno di emozione che una specie di assorta attesa; tra il pubblico benevolo l’unico sguardo crudele che aspetta che l’equilibrista cada e in qualche modo sa che succederà, se lo fisserà abbastanza a lungo. Quello sguardo buio che sembrava scavargli l'anima.

 

 

 

               Era la fine dell'estate. Di sera faceva già freddo; i turisti camminavano in fretta stringendosi nelle giacche a vento leggere e si fermavano meno volentieri Qualcuno restava un attimo a guardarlo, come una parte secondaria del paesaggio, poi se ne andava senza neanche aspettare che il numero fosse finito. Le piazze erano quasi deserte, inospitali, ed era difficile evocare qualche suggestione mentre il vento sollevava sacchetti vuoti e fogli di giornale, si diceva il mimo, ma sapeva che la verità era un altra. La verità era che qualcosa aveva spezzato il suo equilibrio, e questo si coglieva. Era nervoso, distratto da qualcosa fuori di lui. Da qualche sera il bambino non c'era più, per la verità; ma ormai temeva comunque di vederlo comparire da un momento all'altro. Quando avrebbe dovuto apparire assorto in se stesso rovinava tutto per il bisogno di alzare gli occhi sul pubblico per rassicurarsi della sua assenza; i suoi pensieri erano lontani, ma soprattutto non sentiva  più quel che faceva. I suoi numeri si erano ridotti a una ripetizione meccanica di gesti, senza partecipazione né anima. E la gente lo capiva.       

               Finché una sera si trovò a recitare tutto il suo numero da solo, senza che nessuno dei pochi turisti rimasti, neanche per un momento, si fermasse a guardarlo. Allora seppe, con tagliente certezza, che non possedeva più il talento, il carisma, la magia. Che qualcosa si era spezzato. 

Per sempre.

 

           Che non avrebbe più potuto recitare.

 

 

 

 

           Rimase sgomento, disorientato dal vuoto improvviso che sentiva in sé. Per tanti anni aveva praticato l'arte della comunicazione senza parole, adesso all'improvviso scopriva di non riuscire più a comunicare niente o, molto peggio, di non aver nulla da comunicare. Il silenzio era stato il suo territorio, un contenitore da colmare di emozioni, sensazioni, pensieri. Ora per la prima volta conosceva l'altro silenzio, quello cattivo. Il silenzio del non avere nulla da dire o che valga la pena di essere detto, perché non ci credi più neanche tu. Il silenzio, terribile e sconosciuto, del niente dentro. Rimase a lungo a chiedersi cosa gli fosse successo, in quei giorni. E continuò a chiederselo, a volte, nei lunghi, lenti anni successivi, mentre cercava faticosamente di inventarsi dal nulla un altro modo per vivere, più mediocre, più sicuro e senza più alcun fascino, alcuna magia. Un altro se stesso. Ma in quei primi momenti, in una notte di angoscia e panico, a un tratto aveva avuto l'intuizione folle ma netta che lo strano bambino dagli occhi scuri che lo aveva seguito da Avignone a Mont-Saint-Michel gli avesse, lentamente, rubato l'anima.

 

 

 

                Passarono altri anni ancora, e smise di pensare a quella sciocchezza. Aveva razionalizzato l'episodio del bambino che lo seguiva per tutta la Francia, in quella lontanissima estate della sua giovinezza, come uno scherzo dell'autosuggestione – aiutato da qualche spinello, anche- e fondamentalmente si era rassegnato all'idea che certi voli si fanno da giovani, poi l'ispirazione finisce e si casca per terra, e da lì in poi bisogna continuare camminando. Il periodo magico che aveva creduto la sia vita era stato una parentesi, quella creduta la norma era stata un’eccezione, un prolungamento imprevisto del sogno dell'infanzia: e come tale era finito quando era venuto il momento di crescere. La vita ti illude e poi ti presenta il conto, facendoti pagare cento, mille ogni dieci: non lo aveva racontato tante volte, nel Voyage? E allora, perché aveva creduto di essere un’eccezione? Perché era un artista? Be’, il tempo non guardava in faccia neanche gli artisti, a quanto pareva. Incanto e disincanto, come per tutti. E lui che, illuso, aveva creduto che fosse una cosa che succedeva solo agli altri.

          Proprio come tutti.

 

 

 

             Così era un tranquillo, spento, insignificante commerciante cinquantaquattrenne, titolare di una ferramenta con quattro dipendenti, con pochi capelli quasi bianchi, una pancetta borghese che straripava da tristi pantaloni di tela beige e un fondo di rimpianto messo a tacere a forza da molti anni, quando una sera d'estate arrivò a Bourges. Stava facendo un viaggio tra Francia e Belgio con la moglie e i figli, e dopo cena li aveva portati a vedere da fuori la cattedrale. Su un lato della piazzetta c'era un piccolo gruppo di persone, raccolte in circolo, spalla contro spalla. L'uomo e la sua famiglia si avvicinarono. Al centro del cerchio, un ragazzo con i capelli lunghi suonava il violino. Era  giovane, poco più di vent'anni, assorto, vemente ed intenso. Il fascino della libertà e della bellezza di quell'età magica, jeans strappati ed una semplice maglietta bianca che aderiva al corpo disegnando i muscoli sottili, il vento che gli scompigliava i capelli lunghi e ondulati, scuri, e lo sguardo vellutato e tenebroso che fa innamorare le ragazzine. Ma probabilmente in quel momento non le vedeva neanche, perché era solo ed altrove, del tutto preso dalla sua musica.  L'ex mimo provò una fitta dura di rimpianto, perché capiva che il ragazzo col violino possedeva, in quello stesso momento, ciò che lui aveva perso vent'anni prima: il ragazzo col violino, lì a pochi passi da lui, in quell'estate e quella sera stava vivendo il suo momento magico.  Ne era nel centro esatto, nel cuore pulsante della sua vita.

              Convinto ed illuso, sicuramente, anche lui, che sarebbe durato per sempre.

 


               Con amarezza l'uomo guardò i visi del piccolo pubblico, sempre diverso e sempre uguale, in un certo senso tanto familiare perchè  molto, troppo tempo fa, in quella che, anche se si trattava di meno di tre decenni, ormai sembrava un’altra vita, soltanto sognata o forse addirittura quella di un altro, era stato il suo stesso pubblico. I visi attenti, assorti e incantati dal violinista che suonava nel vento. E poi, all'improvviso, trasalì.

 

 

              Non era cambiato, né per lui gli anni erano passati (e perché avrebbero dovuto?). Quasi impercettibilmente in disparte, assorto e implacabile, il bambino fissava il violinista con i suoi profondi, strani, inquietanti, avidi occhi scuri.  

 

 

 

18 Ago, 2 di notte

(accidenti all'insonnia)

 

 

P.S. Il mimo esisteva davvero, e così i suoi tre numeri citati e descritti. L’avevo visto a vent’anni o poco più, , una dolcissima, tiepida ma ventosa sera d’estate, ad Avignone, nella Place du Palais. I suoi numeri erano i tre citati. La musica di "Le voyage" era il tema di Mission.

 

 

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Ancora io. Non so neanche se questo si può definire racconto. So che è nato da una riflessione mia ma, soprattutto, dalla splendida frase di un amico.
Non so se quello che ho scritto valga qualcosa: probabilmente no, è solo un goffo abbozzo buttato giù di getto, troppo in fretta, e su una idea esilissima. La sola bellezza è nell'ultima frase... quella che appartiene, appunto, ad un'altra persona.

 

 

POLVERE

 

Erano partiti dal rifugio alle 4 del mattino, come al solito, cercando di non fare rumore per non svegliare quelli che, con in programma scalate meno impegnative, si sarebbero alzati un po’ dopo. Loro, i cinque di sempre: Luigi, Andrea, Gemma, Luca e lui, Mauro. Fuori, li accolse una notte tersa di inizio settembre. Il silenzio, rotto solo dai passi ovattati, che in quel primo tratto erano ancora smorzati dal fondo dell'esile sentiero polveroso, era così assoluto da dare al cervello, assuefatto ai rumori, una sensazione quasi straniante, come di sordità. La temperatura era già pungente a quell’altitudine ed a quell’ora, l’aria limpida, netta e tagliente come cristallo. Sopra di loro si spalancava vertiginosa la volta stellata percorsa dalla scia della Via Lattea che tante volte avevano guardato con commosso supore, sentendosi un nulla, una briciola pensante persa nell’immensità. Finchè, scalata dopo scalata, notte dopo notte, era diventata qualcosa di quasi familiare, per quanto si possa mai avere familiarità con l’infinito.

 

All’aurora, già da molto entrati nella zona rocciosa, si erano fermati per mangiare qualcosa prima della parte più impegnativa, la scalata vera e propria, in cordata. Anche quello era quasi un rituale, un pretesto per assaporare il momento che, insieme a quello in cui sarebbero arrivati sulla vetta, era il più prezioso e magico di tutta la giornata. Si erano seduti uno accanto all’altro, volti verso la direzione in cui il cielo iniziava a bordarsi di un celeste più chiaro, rosato, come un promessa o una speranza. Luca era nel posto centrale. Quante volte avevano vissuto quel momento, nelle loro vite, loro cinque, tutti insieme? Si erano conosciuti a poco più di vent’anni, incontrandosi per caso in un rifugio. Erano con gruppi diversi, ma per qualche motivo avevano legato subito. Quel giorno era nato il loro gruppo, che esisteva ormai da... quanto? Quarant’anni?
Erano silenziosi, quella notte che sfumava lentamente nel giorno. Ma non era una novità: da molto il tempo delle risate e delle chiacchiere infinite era sfumato adagio in un’età più quieta, composta; insieme alla consapevolezza di conoscersi talmente bene, ormai, da non aver più bisogno di tante parole, per stare insieme. Per sentirsi insieme.
A un certo punto Andrea –il logorroico ed il profondo, quello che chiamavano “il filosofo” ma in realtà con ironia, riferendosi, più che alle sue strampalate citazioni di Pascal, alla serie di sciocchezze surreali ed esilaranti che diceva quando, al ritorno, alzava appena un po’ il gomito, e di cui poi lui stesso rimaneva tra il divertito e l’imbarazzato-  aveva provato ad avviare una conversazione, ma nessuno aveva accolto il suo tentativo; le sue parole erano cadute nel vuoto, portate via dall’aria pungente e purissima.

 

Quando il sole aveva illuminato i loro visi, Mauro aveva pensato a quanto fosse magico, commovente e insieme totalmente illusorio, falso, finto, quel momento. Quel momento in cui il sole sembrava sorgere per la prima volta al mondo, come se ogni cosa –le montagne intorno, l’aria ancora incontaminata dall’uomo, la vita stessa- fosse stata appena creata, proprio quella notte. Apposta per loro. Per te. Quel momento in cui il giorno che si ti si apriva di fronte come se fosse il primo al mondo, inventato apposta per offrirtelo, il miracolo solo tuo di un dono straordinario e di un valore immenso. Quante volte, a vent’anni, aveva rabbrividito di pura felicità, in istanti come quello? Quante volte, a vent’anni, ci aveva creduto, a quella promessa?

Sì, appunto: a vent’anni.
Poi, la vita ti cambia. Succede qualcosa che ti strappa il velo dagli occhi; e da quel giorno, da quell’attimo, niente è più come prima.
Niente.

Da tempo, in quel momento che una volta lo colmava di goia e gratitudine, davanti alla potenza imponente delle montagne, più che altro pensava che il pianeta abbia i suoi meccanismi di difesa ed autoregolazione. E che, quando sarà arrivato il giorno in cui l’umanità avrà esagerato, con sconvolgimenti ed inquinamento, il pianeta semplicemente se la scrollerà dalle spalle, come un elemento estraneo, un parassita divenuto troppo fastidioso. E, passato un tempo imprecisato -breve o lungo, non avrà alcuna importanza, se non ci sarà più l’uomo a misurarlo; perché il tempo è una necessità dell’uomo, che deve misurare la propria durata così effimera-  tornerà la stessa di sempre. Pura. Immensa. Sana.
 

Le loro bandane colorate contrastavano, ormai, con i capelli bianchi ed il pizzetto, ma le rughe fitte agli angoli degli occhi e la pelle scura, quasi bruciata, raccontavano una vita di consuetudine con quelle altitudini e quell’ambiente. L’aria rarefatta cominciava a farsi sentire, e il fatto di non avere più vent’anni, un pochino, anche. Ma erano vecchi animali da soma, stambecchi con due sole zampe finalmente nel loro vero mondo; fisici temprati da decenni di roccia e scalate: un po’ più lenti di una volta, ma più esperti, più forti e temprati e molto, molto più testardi. La presa era salda, la sincronia dei gesti assoluta. Ogni movimento era perfetto, eseguito mille volte da muscoli diventati macchine per arrampicarsi, privo della minima sbavatura o esitazione.

 

Quando arrivarono sulla vetta, rimasero fermi e silenziosi a lungo, nel vento sferzante e tesissimo dei 3800 metri, che faceva gonfiare e sbattere le giacche a vento –rosso, giallo, blu, fucsia, celeste: la sola macchia di colore nell’immensità di pietra grigia già interrotta, qua e là, da chiazze candide di neve- per riprendere fiato. Sotto di loro, maestoso, possente, si dispiegava lo spettacolo da togliere il fiato del mare di cime minori, ripide, aguzze come lame. La bellezza eterna ed immobile. Enorme, soverchiante. Indifferente.

Ancora una volta, amici da una vita, non avevano avuto bisogno di parole, per capirsi. E sapere che per tutti la stanchezza era in realtà solo un pretesto, una scusa per rinviare il momento.

Fu Luigi, il taciturno, l’uomo deciso, quello che da sempre rompeva gli indugi quando diventavano dei vicoli ciechi, che raccolse la scatola di latta che avevano posato al centro del loro gruppo. Una scatola di biscotti, quei vecchi biscotti al burro dalla confezione tonda che una volta si trovavano in tutti i supermercati e che portavano sempre con loro, nelle scalate, quando erano giovani, ancora lievi e ignari della vita. Era stata una scelta precisa di Luca, in quel suo modo di essere che non sapevi mai se era dissacrazione ironica o sentimento dei più commossi e profondi. Se l’avesse detta a parole, quella cosa, l’avrebbe detta con il suo eterno mezzo sorriso divertito, e tu saresti rimasto a chiederti se stava parlando sul serio o scherzando. E, probabilmente, non l'avresti mai saputo.

Luigi tacque a lungo, assorto, il viso come una maschera indecifrabile, come sempre. Nessuno sapeva  quali sentieri solitari stessero percorrendo i suoi pensieri ed il suo cuore, in quel momento. Non lo sapevano quasi mai, del resto. Poi “Addio, Luca”, disse soltanto.
La scatola passò ad Andrea. Aveva gli occhi lucidi, la voce gli tremava quando disse “Luca, compagno di cammino ed amico amato. Ti riconsegniamo alle montagne che ami. Al tutto da cui provieni, e a cui ritorni”. Ma le ultime parole non si udirono quasi perché la voce si spezzò a metà, si persero nel vento. Con un gesto goffo passò la scatola a Gemma. Goffo proprio perché era lei, Gemma. Nessuno avrebbe indovinato, nella donna di mezza età mascolina, il fisico tozzo ed i capelli bianchi, dritti, tagliati corti, senza nessuna concessione all’estetica, la bellezza quasi insostenibile che era stata. Tutti, nel gruppo, erano stati innamorati di lei, tra i venti e i trent’anni; tutti avevano fatto un tentativo. Inutile; tranne che per Luca. Era stata la sua ragazza per due anni. Nessuno aveva saputo esattamente perché si avessero rotto, a un certo punto; ma erano rimasti grandi amici, non avevano saltato una sola escursione insieme. Neanche quando erano in crisi, neanche quando si erano appena lasciati. E anche dopo, ogni loro gesto, ogni loro sguardo era sempre stato qualcosa di personale, privato, speciale tra loro due, colmo di complicità e affetto; di una dolcezza che né il tempo, nè altri compagni di vita ed altri amori avevano mai potuto anche solo offuscare.
Gemma non disse nulla. Una lacrima le scendeva su una guancia; lei lasciò che scendesse. Per un attimo strinse la scatola così forte che gli altri pensarono che non sarebbe mai riuscita a lasciarla andare; invece si riscosse e la passò a Mauro.

 

In realtà avevano chiesto a Gemma se voleva farlo lei, l’ultimo gesto: sembrava la cosa più giusta, a tutti. Ma lei aveva risposto “non me la sento”. Questo aveva dato loro, pienamente e nel modo più netto e duro, la misura esatta di cosa stava accadendo. Gemma che “non se la sentiva”. Gemma che, da giovane, se non ne avessero frenato continuamente le iniziative allegramente suicide, li avrebbe mandati cento volte a sfracellarsi in cordata in qualche burrone, proponendo i passaggi più difficili per puro divertimento e sfida, gli occhi che le brillavano come quelli di una bambina mentre insisteva “dai... sarà bellissimo! Solo per questa volta. Daaaai!”, o insistendo per fare la via Sud in condizioni meteo proibitive, che per il suo ottimismo incosciente ed ostinato erano sempre e solo “due gocce di passaggio”, anche se dopo dieci minuti si scatenava un diluvio di grandine e pietre che scaricavano dall’alto della parete.
Così, era toccato a Mauro. Prese da Gemma la scatola e pensò a quanto appariva irreale ed assurdo, tutto quanto: era la cosa più ovvia del mondo, l’unica prevedibile, di tutta la vita; eppure mai lo avrebbero immaginato, quel momento.  Trovarsi un giorno lì, trovarsi lui, in quel luogo tanto amato, con tra le mani una scatola ammaccata di biscotti danesi contenenti le ceneri di suo fratello. Chissà dove li avevano mangiati, i biscotti in quella scatola. Con quali discorsi scherzosi. Con quali risate.

 

Eppure, si rese conto in quel momento esatto,  che si sarebbe dovuto sentire colmo, straripante di dolore –e lo era stato, fino ad un minuto prima- ma, adesso, non lo era. Commosso, sì, profondamente, in ogni remoto angolo del cuore. Ma il dolore, quello, taceva, per la prima volta in tanti giorni. In tanti anni, forse. Lassù, al di sopra di tutto, lontano da tutto, a due passi da un Dio che tanto aveva cercato e sperato esistesse ma forse era solo una vana chimera, ma al cospetto di tanta pura, sterminata bellezza. Non sporcata dalla meschinità umana, trionfante e libera. Dio o non Dio, quello era un tempio, il suo tempio. La schiacciante, vasta, assoluta, indifferente bellezza del mondo, un'armonia che neanche la bruttura dell'essere umano è mai riuscita ad offuscare. Qualcosa che ci sovrasta, tanto grande rispetto a noi, formichine striscianti ed effimere;  miracolo silenzioso ed immobile. Che esiste da sempre, prima di noi, e continuerà ad esistere  quando ce ne saremo andati: un pensiero che gli faceva paura ma, insieme, lo confortò. Offrendogli un senso di distacco dalle loro piccole, insignificanti vicende, che sembrano tutto ma passeranno in un nulla, e di continuità. Di appartenenza a qualcosa di tanto più grande, colossale, eterno. Un "tutto" da cui lui stesso, Luca, tutti gli altri si erano distaccati solo per un momento, come curioso aggregato vivente di atomi e cellule, per poi ritornarci: e anche questo, in qualche modo, poteva essere il Dio che cercava, che aveva cercato per tutta la vita.

 

Attese un momento in cui il vento fu ancora più forte, e poi aprì a scatola e ne versò, semplicemente, il contenuto. Affidandolo all’aria e al cielo; al tutto ed al nulla. E il vento sollevò la polvere grigia e se ne impadronì. Una parte si disperse subito, altra rimase ancora visibile per qualche momento, in mulinelli vorticanti e sempre più indefiniti, rarefatti e difficili da distinguere con lo sguardo, mentre suo fratello diveniva tutt’uno con l’aria. Luca, diventato nulla. Provò una fitta di dolore intenso, lacerante, feroce. Ma anche, accanto ad esso, ancora quell’improvvisa, sorprendente, sconosciuta, nuova serenità.

E lì, in quel momento, con una vecchia scatola da biscotti vuota tra le mani e ben altro vuoto dentro il cuore, improvvisamente sentì che la vita era meravigliosa proprio perché era così breve, effimera, immensamente fragile; spesso difficile ed a volte colma di dolore. Che era sacra, e lo era in sé, semplicemente; indipendentemente dall’esistenza del Diotanto cercato ma in cui solo una parte di lui riusciva a credere.

E che è la notte, che ti fa comprendere il giorno.

 

“Ciao, Luca”, disse, semplicemente.


Ma, dentro di lui, un’altra frase prendeva forma, senza che sapesse come, né da dove provenisse: “Le nostre vite sono finite, sono un aggregato di molecole con una durata limitata e una scadenza: ma, proprio per questo, siamo parte dell'infinito."

 

 

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Conta tutte le scale da cui cadi
e le ferite chiudile agli armadi,
dove nascondi tutte le emozioni
che lasci uscire, un mondo di ragioni.

Sacchi di sabbia accendi, col pennello
colora la tua rabbia, dal coltello
che sgorga sangue, scritto sulla pelle
dove compaion segni, con le stelle.

Ridi del cuore immagini a canzone
che inventerai ogni volta in delusione,
stringi nel petto quanto senti adesso,
foss'anche niente in pugno che un riflesso.

Prendi quel tuo sorriso tra le mani,
conducilo ad esplodere al domani,
tra carta in pezzi, ruggine ed inchiostro,
e cento e mille maschere di mostro.

Dal vento lascia correre le dita,
affida al condannato la tua vita
e sentirai che poi il momento è giunto
per poter dire addio, chiuso da un punto.

Rimane sia il silenzio che il cappello
a salutare strofa e ritornello,
l'ultima nota perde la battuta
togliendo il tempo...

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Facciamone n'altra va... 

 

... 

 

Infine mi arrendo,
Ruri che il vento disperde. 
Musi che il tempo trasforma di macchia. 
Piume perdute innocenti. 

Mi arrendo tra pugni caduti, 
tra segni di ferro alle vene arrivati, 
coi passi di rabbie ferite,
tradite
dagli occhi che han chiuso ogni sguardo. 

Mi arrendo agli eventi del vento in tempesta,  
che mai sia riuscito ad avere le ali, 
nemmeno a sognarne ogni istante, 
sia polvere adesso a volare
per me, 
che nel nulla rimane.

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Ti ho vista negli occhi,
quel ghiaccio colore oscurato,
se sciolto tra lacrime dense,
possa cadere per ogni peccato.

Se incontri una vita che sogni
venirti di fronte offuscando contorni,
la forza di farla fermare
potrebbe restare in silenzio,

e forse per sempre.

Eppure quell'attimo scritto,
smaschera essenze all'interno,
al tocco di un punto,
che toglie,
certezze e speranze,
ogni cosa a cui hai dato i tuoi sensi.

Oh stanza senza luce,
che adesso ti ergi attaccata alle ossa,
inutile a chi vuol vedere,
ostacolo a chi vuol fidarsi degli occhi a capire,
potente fin quando l'oscuro rimane,
sinuosa tra crepe di bianco a coprire.

Segui ogni singolo volo di sogno,
portalo ai giorni a colpire nel petto,
prega l'incanto che al mondo li incarna,
ti mostri che vita non abbia corrotto.

Perché quel qualunque che ha fatto fiorire,
ne speri per sempre, che no!
Non scompaia.

La stanza che assenza di luce compone,
ti ha preso a metafora
e ti ha trasformato.

Ma tu fai pure luce!
Vedrai che la stanza scompare.

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C'era un uomo a colore di donna,
aveva vestiti di rosa sgualciti,
e piccole perle nascoste alla pelle,
perché poi mostrare a chi guarda il silenzio,
non porta che chiodi fissati alla croce,
convinte le forme d'icone inventate
trasposte da roccia di massi sul petto,
per ogni parola a ripeter concetto.

 

C'era un uomo che donna sognava
sentirla di dentro ad avere coscienza,
avente fattezze riflesse allo specchio,
qualunque parete si portasse addosso,

era una donna che stava in prigione,
nascosta da sabbie a tempesta a fermare
finanche gli sguardi di voglia a capire,
persino gli intenti più puri a sentire.

 

C'era una donna, aveva soltanto
da sentire il vento a portarle emozione,
da chiedersi quale, il suo sentimento, 
perché gli insegnassero il suo pentimento?

Era sì libera dentro le stelle,
era contenta un riflesso di mente,
era piovuta da lacrime eterne,
che si dissolse giudizio alla gente.

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Ferite di guerra.
Cadaveri e terra.
Sepolte le tombe.
Cervelli le bombe.
Di vacui richiami
negli occhi, chi ami.
Nel cuore ti mordi
dall'odio, ricordi.
La luna ribelle
rubate le stelle.
Ferite di guerra.
Cadaveri e terra.

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Colora il pennello pittore, di voce
che musica ti esca, dal cuore alla luce,
scolpisci ed intaglia l'amore d'eterno
di piume e di fiori, di bianco d'inverno,
cantando rapito disegna di stelle
che scoppino allegre, creando scintille
tra cieli di prati, cui il sole si culla,
cent'anni in ricami per sogni a fanciulla
da te nascerebbe bellezza, danzando
dei passi, faresti parlare, inventando
creatura di strisce infinite, ribelle,
al dio di cui soffia di argilla e di pelle,
lo so, toglieresti ogni verso a creare
quel giorno che terra poi cadde a volare.

 

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Sei tu che mi hai dato l'amore per sempre, passando per caso, sì semplicemente,
hai dato pulsione ad un cuore sommerso,
convinto ogni giorno di saper di niente

Se un gioco che un dio ha voluto provare,
o scherzo destino a poter osservare
per quanto avrei chiesto chi fossi nel mondo,
fantasma, miraggio, pagliaccio balordo.

Ogni mio sentimento, anche il fiato del cuore,
rimetterei in pegno a poterti aiutare,
ché bella cui il cielo dovrebbe creare
più grande destino a doverti abbracciare.

Perché non importa chi dentro i tuoi occhi
ti desse certezza di quanto tu cerchi,
che sia vero amore che attorno ti avvolga
e il mio sacrificio, si sappia non valga.

Eppur non ho mai concepito il coraggio
che tu possa mai camminare al mio fianco.
Sarebbe di un uomo, cui sogno si avvera
ma è solo un buffone che canta e che spera.

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@hacktuhana carissimo, sei grande. E non solo per la statura fisica. No no. :)

p.s. ci sentiamo tutti (quellu come noi, voglio dire) dei nulla, buffoni che qualche volta -e solo qualche volta, quando la vita ce lo concede, nei nostri momenti mgliori- cantano e sperano. Sulle speranze ho poco da dire, purtroppo; o meglio, avrei moltissimo, ma non sarebbe molto confortante. Ma il canto... quello, a volte, arriva sorprendentemente in alto. Alla faccia di tutto. Nonostante tutto.

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