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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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L'uomo carrello
porta un po' tutto,
micio e fringuello
bello o anche brutto.
Porta un gioiello,
un fiore e un frutto,
fa un ritornello,
gli scappa un rutto.

L'uomo carrello
fa un po' di tutto,
aspetta il tempo,
bello o anche brutto.
Spera che nuvola
copra, ogni sole,
perché non ama
il mondo di sopra.

Odia ogni viso
che abbia un sorriso,
tra bimbi e festa
scoppia di testa.
Sa che non conta
quello che pensa,
ascolta, arreso,
chi lo detesta.

L'uomo carrello
è innamorato,
porta nel cuore
buio e peccato,
tante le gioie,
ricordi e inverni,
dove nasconde
maschera e sangue.

L'uomo carrello
porta un po' tutto,
forse anche il mondo,
bello o anche brutto.

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E non resta che il tempo,
a perdersi tra strappi di rami,
secchi, spostati da respiri,
desideri che a nascere aspiri.

Uno è l'assioma,
due la prova che tutto da solo non vale.

L'occhio è rosso di sangue vissuto.
Sulla guancia il cemento è caduto.
Asciugato è il dolore
che versare le sue lacrime non smette.

Lo sguardo rimane,
Il resto scompare.

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Ho visto il cielo andare in pezzi a scoprirsi diverso.
Gli ho chiesto quale fosse l'acqua delle nuvole, per aiutarlo a piangere senza lasciarlo solo.

Non mi ha mai risposto, se non con il vento.

Il passante, di una strada percorsa per caso,
mi volle donare il pensiero:
"Prendi la vita all'istante,
e portaci dentro ogni pezzo di cuore che senti bruciare nel petto,
senza nessuna intenzione di smettere.
Questa strada non sarà diversa,
ma imparerai a conoscerla,
passo per passo diventerà quella
che volevi prendere per sempre".

Guardando il mio specchio ho capito.

Nessuno mi ha mai detto chi fossi,
nessuno mai dirà chi sarò stato.

Lo specchio adesso riflette ogni cosa che sento.
Lo farà fino a quando è domani.

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Quando un pittore ti mostra il colore,
ci puoi vedere ogni forma di cuore,
come cinquanta gorgheggi di piume,
o quell'istante che è segno d'amore.

Due corvi neri a tenerti le spalle,
nella memoria a contarti le stelle,
ad indicarti che strade deserte,
son dove puoi sempre correr più forte.

Terre promesse, raccolti fioriti,
finestre al sole per giorni infiniti,
sogni che sono mistero al vangelo,
macchie di sangue più pure del cielo.

E se felice era un tempo lo sguardo,
da catturare il più intenso ricordo,
non ti fermare a gettare il tuo pianto,
ogni momento trasforma anche il mondo.

Ridi buffone o pagliaccio a canzone,
che sai che il grigio è più bello al colore,
e che tra steppe di vento e tempesta,
basta una spiga di pane che resta.

Desiderare due ali di fuoco,
farle volare fin dove sei cieco,
fino a vedere nel buio più niente,
ogni colore a morir dolcemente.

Quando un pittore ti mostra il colore,
non dargli il tempo di farteli amare,
libera il lupo che in petto dimora,
qualsiasi sogno o emozione, divora.

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Un altro brevissimo racconto deprimente. Questo peró non l'ho scritto per ragioni personali, ma solo come capitolo "flashback" del romanzo che sto scrivendo e che sempre scriveró (nel senso che dubito che lo porteró mai a termine). Si inserisce "bene" con gli altri due postati, e che ora soprannomineró "trilogia  della lametta" :unsure: 

 

 

 

Yuri si sveglió. La camera non era buia, non come lo era la sera quando mamma e papá, dopo avergli letto la fiaba e dato un gran bacio sulla fronte, uscivano dalla cameretta spegnendo la luce. Peró c’era una brutta penombra, questo si. Non aveva paura (non lo avrebbe comunque ammesso, anche se si fosse arrivati alle lacrime), ma sentiva il bisogno di qualcuno che gli tenesse compagnia, che lo confortasse, che confermasse, ancora come tante altre volte, che non era stato lasciato solo.

Si mise a sedere sul letto, la coperta a rombi colorati che cadeva soffice sul pavimento. Le piastrelle erano fredde. Gelide, avrebbe detto la mamma, anche se a lui non sembravano mai poi cosí fredde. L’acqua della piscina, quella si era insopportabile quando vi si affondavano inizialmente le gambe, o la neve che si intrufolava negli scarponcini durante le gite in montagna in inverno. Ma il pavimento non gli creava poi tanti problemi, anche se, a sentire i suoi, a camminarci a piedi scalzi si sarebbe certo buscato un raffreddore. Per sicurezza trattenne i piedi sul materasso, non si sa mai, e si mise in ascolto.

Era papá che parlava. Ma parlava in modo strano, Yuri non riusciva a distinguere quello che diceva. Che lui e la mamma stessero litigando? Beh, ogni tanto succedeva, ma poi facevano sempre la pace e si davano un bacino. E se lo davano sempre davanti a lui, sembrava quasi che lo facessero apposta. Allora Yuri si girava dall’altra e faceva finta di non aver visto, anche perché una volta qualcuno gli fece notare che aveva la faccia tutta rossa dall’imbarazzo e lui non poté fare a meno di immaginarsi con un enorme pomodoro sul collo. E cosí lui faceva finta di non vedere, cosí forse non sarebbe diventato come un pomodoro (o sarebbe riuscito a tenerlo nascosto).

Ma non poteva esserci la mamma di lá con papá, perché la mamma era in ospedale. La stavano guarendo e tutti gli ripetevano che sarebbe tornata presto a casa e che poi sarebbero andati a fare un viaggio insieme. E Yuri non vedeva l’ora, sperando che non litigassero cosí tanto da far saltare il programma. Ma non stavano litigando, non era possibile, a meno che la mamma non fosse giá tornata a casa. Che fosse davvero giá qua? Sarebbe stato fantastico!

Ascoltó meglio. Per un attimo ebbe l’impressione, ma doveva essersi sbagliato, che il papá stesse piangendo. Ma non era possibile neppure questo: il papá era un adulto e gli adulti non piangono. Non certo il suo papá, in ogni caso. Anche se si fosse fatto male, come era capitato quella volta che gli era caduta la mensola sul piede in garage, al massimo avrebbe detto qualcuna di quelle brutte parole che possono dire solo i grandi.

Ma se il papá non stava piangendo, magari allora stava ridendo. Certo! Stava ridendo! Alle volte é difficile distinguere le due cose. Una volta Yuri aveva riso cosí tanto, quando la panca su cui era seduto Mirko si era ribaltata, che gli erano anche uscite le lacrime. Non era stato certo il solo ad aver riso, ma a lui erano proprio uscite le lacrime, come quando piangeva, come nei cartoni animati. E anche a Mirko erano uscite le lacrime e quando la maestra era arrivata pensava stessero piangendo entrambi, ma solo Mirko piangeva perché si era spaventato molto.

Perché il papá rideva? La tv era certamente spenta, altrimenti ne avrebbe visto il bagliore riflettersi sul muro del corridoio.

Ma c’era qualcun’altro con lui, ora poteva sentire una seconda voce. Era la nonna? Yuri ascoltó meglio. Si, era la nonna, per la mamma era ancora presto.

Pazienza, pensó Yuri, se la nonna era a casa significava che avrebbe cucinato lei. Avrebbe certamente cenato meglio di quanto aveva fatto ieri. Forse sarebbe addirittura riuscito a convincerla a preparargli la torta speciale del compleanno, quella buonissima che però vedeva solo una volta all’anno.

Anche la nonna rideva.

Ora Yuri sentiva effettivamente un pó di freddo, soprattutto alle gambe e ai piedi. Afferró il lembo della coperta e lo trascinó a sé, coprendosi dalla vita in giú.

Tese l’orecchio e ascoltó meglio, concentrandosi sulla fessura di luce che proveniva dal corridoio. No, la nonna stava sicuramente piangendo.

E con orrore, illuminato da questa scoperta, ora Yuri capiva che anche la voce del padre era di pianto e non di risa. Prima si era sbagliato, ma ora era impossibile fraintendere. Perché la nonna e il papá piangevano? Inizió a singhiozzare, senza sapere bene neanche lui perché, forse solo perché le cose non erano come dovevano essere, forse perché se i grandi piangono, allora é meglio preoccuparsi davvero. O forse, ma questo Yuri non lo realizzó, solo per attirare l’attenzione in modo che qualcuno, sentendolo, sarebbe venuto a tranquillizzarlo, a dirgli “non ti preoccupare che va tutto bene”.

E cosí parve essere, in un primo momento.

La nonna e il papá dovevano averlo sentito perché prima si zittirono, e poi accorsero nella sua stanza, entrambi asciugandosi gli occhi ma senza riuscire a nascondere l’umido dolore che aveva solcato le guance fino a pochi istanti prima.

Yuri non disse niente. Fu il papá a parlare.

<<Yuri, tesoro, mi dispiace molto, mi dispiace molto, ma, la mamma… lei non potrá venire a fare quel viaggio con noi, mi dispiace tantissimo! Lei, vedi, lei é dovuta partire per un viaggio diverso, piú lungo, un…>> e poi schermó con le mani un volto che si contraeva in smorfie di angoscia. Yuri non avrebbe neppure potuto giurare di riconoscerlo, tanto estraneo gli pareva Il suo viso ora. Il padre si alzó e si rifugió in un angolo della stanza mentre la nonna, prendendone il posto sul letto, abbracció Yuri ed inizió ad accarezzargli la testa sussurrandogli “ssss, bimbo mio, andrá tutto bene, vedrai” ma senza crederci davvero, viste le lacrime che lei stessa stava versando.

E Yuri, che non aveva davvero capito che cosa fosse successo, e di cosa stesse parlando papá, si sentí improvvisamente solo e abbandonato e smarrito, e quello che prima era un pianto tutto sommato dignitoso e discreto si trasformó in un attimo in un fiume in piena, sgraziato e straziato. Ma tanto era un brutto sogno, no? Se una volta aveva sognato che il letto lo mangiava ma si era poi svegliato sano e salvo in quello stesso letto, allora tutte le cose davvero brutte sarebbero dovute terminate al risveglio, no? Ma certo, quando si feriva un ginocchio, mica era per sempre! Mamma e papá gli avevano ripetuto spesso “tranquillo che poi passa”. Anche quando lo sgridavano forte, poi il giorno dopo sembrava non fosse mai successo. Nulla é per sempre, e il giorno dopo avrebbe trovato il papá e la nonna a ridere in cucina mentre gli preparavano la colazione, e quello dopo, o quello dopo ancora, la mamma sarebbe tornata a casa e sarebbero finalmente partiti tutti insieme per quel viaggio. Per un attimo si sentí ridicolo a scomporsi in questo modo per un nulla. Era davvero soltanto un bambino piagnucoloso! Eppure non riuscí a controllarsi: il mondo era liquido di pianto e lo rimase fino a quando non si riaddormentó.

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Recuperiamo il topic... XD

 

 

roccia di ruvido spigolo
seduta su terra di spuma
stanche le spalle si oppongono
all'onde che vita promette

 

resta l'immagine a simbolo
che niente alla mente frantuma
dimentica al tempo ed al tuono
immune per quanto riflette

 

l'attimo nasce del rivolo
che crepa infinita consuma
laddove la roccia era trono
rimane un sorriso, poi smette

 

 

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Il lombrico alle elezioni

 

Anche quell'anno nel Paese dei Muraglioni,

era giunto il momento delle elezioni.

Era quello un paese assai strano,

in cui gli animali vivevano insieme al genere umano. 

Di solito la vita scorreva tranquilla,

nonostante ogni tanto si accendesse qualche scintilla.

Tra i candidati quell'anno ne spiccava uno in particolare:

un lombrico che si voleva elevare.

A che cosa o verso dove non era chiaro, 

d'altronde il suo era un caso piuttosto unico che raro.

Parlava di democrazia e libertà di parola,

ma il suo programma era tutta una sóla.

Da lombrico qual'era infatti solo una cosa sapeva fare: 

aveva un vero talento per cancellare. 

Tant'è che questa sua smania aveva portato a dei provvedimenti,

e gli abitanti del paese non erano stati molto contenti.

Il resto del tempo si lagnava dalla mattina alla sera

perché i discorsi dei suoi concittadini per lui erano troppo "tera tera".

Pardon un altro termine sarebbe stato più adatto all'occorrenza, 

ma di terra un lombrico dovrebbe avere esperienza.

In effetti però lui una mente superiore si riteneva,

e per questo il linguaggio poetico prediligeva.

Superiore poi in che senso ai suoi concittadini non era ben chiaro; 

forse intendeva di non essere un cazzaro.

Di certo la sua coerenza confermava una legge universale:

che un lombrico non ha spina dorsale.

 

È un periodo in cui mi sento molto creativa  e ispirata, spero che apprezzerete il mio primo componimento su Barriera!

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Guarda che la fattoria non è magica: il picchio non si può trasformare in lombrico. Non vedo signori Samsa intorno a me. 

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1 hour fa, ***Silk*** dice:

Guarda che la fattoria non è magica: il picchio non si può trasformare in lombrico. Non vedo signori Samsa intorno a me. 

Non esiste alcun riferimento ad alcun Picchio nel messaggio a cui si sta rispondendo. Se si tratta di un commento ai racconti a tema fattoria occorre specificare tramite quote dato il lunghissimo periodo trascorso. In ogni caso esiste una modalità per esprimersi in questo topic ed è tramite racconto da sottoporre alla lettura altrui. Un messaggio del genere oltre ad essere fuori luogo è anche off-topic.

SI invita caldamente a una più attenta lettura del regolamento. Un messaggio come questo non apporta alcun arricchimento al Forum, all'utente cui è rivolto e non rientra nello spirito del topic. 

 

Qualsiasi questione riguardante questo messaggio o il precedente va risolta attraverso l'utilizzo di Mp.  Lo staff rimane a disposizione per qualsiasi chiarimento.

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Oggi pomeriggio guarderò GOT 8, se ho tempo, dopo il lavoro. Yuppiii!
Ma intanto mi sono svegliata in modalità creativa (nonchè piuttosto noir), e in poco tempo ho buttato giù questa cosa. Che, pensandoci, mi pareva interessante; ma ora mi sembra più che altro una ciofeca totale. Anche perchè cambia tono e genere, una o forse due volte: è incoerente, discontinuo, disturbante. Uff! Ma perchè i racconti fanno questo scherzo, che finchè sono nella tua testa sembrano una cosa, poi ci perdi tempo e fatica per metterli giù, e ti accorgi che, letti anzichè pensati, sono tutt'altro? :(
Comunque, prendo coraggio e ve lo rifilo lo stesso (nessuno è obbligato a leggerlo) :)  

Notina tecnica - doverosi riferimenti sulle citazioni: la frase di Martin è una citazione dal racconto "Le solitarie canzoni di Laren Dorr" (che in realtà... non ho ancora letto :)  : ho comprato e sfogliato il libro, e questa frase mi ha colpito molto. Inoltre, volendo togliermi lo sfizio di citare degli autori che amo, potevo forse non citare zio George?). Quello a Bradbury viene dal malinconico, onirico, meraviglioso mondo di Cronache Marziane; è un riferimento vago, a memoria, perchè ho letto il libro una ventina di anni fa, ma l'ho trovato di una bellezza tale che mi è rimasto nel cuore, ne ricordo il contenuto -almeno, credo- ancora adesso. Di Simon Van Booy è citato (anche questo a memoria, quindi posso essere stata imprecisa) un racconto contenuto in "L' amore arriva in inverno" (non fatevi fuorviare dal titolo da romanzetto rosa: è una raccolta di racconti spesso molto amari, scritti in modo strepitoso).
Ok. Ora coraggio e buttiamoci:

 

 

OGNI  LUNEDI’  POMERIGGIO

 

C’era un uomo che parlava, al parco, sotto una vecchia quercia. Arrivava ogni lunedì pomeriggio senza guardarsi attorno, andava fino all'ombra del grande albero e lì, in piedi, da solo, iniziava un lungo discorso che nessuno ascoltava.


Nei primi tempi, ovviamente, nessuno gli aveva badato. Era vestito male, piuttosto anziano, viso scavato e i radi capelli scarmigliati e troppo lunghi; parlava e parlava fissando un punto nell’erba, poco davanti a lui, indifferente al fatto che le persone facessero un giro più largo per non passargli vicino, nessuno si fermasse, nessuno lo ascoltasse o gli prestasse la minima attenzione. A un certo punto, infine, di colpo taceva. E allora subito se ne andava, sempre senza guardarsi attorno, come se avesse portato a termine un suo compito preciso che esisteva solo nella sua mente.
Fu soltanto dopo qualche settimana –quel giorno molte persone erano sedute o sdraiate nel parco cittadino, in gruppo o da sole, a chiacchierare, leggere un libro, seguire con lo sguardo il bambino che giocava a pallone nell’erba o lasciar correre il cane nella grande oasi verde cittadina, ed alcune erano, casualmente, proprio vicino alla grande quercia-  che qualcuno si trovò, per caso, a sentire ciò che l’uomo diceva. E scoprì che quel vecchio, che tutti credevano un folle che parlava a se stesso, in realtà stava raccontando.
Racconti veri, d’autore. Declamati senza troppa enfasi ma resi con nella voce una consapevolezza, cura e precisione sorprendenti, tantopiù in una persona così scialba: con le giuste pause, i crescendo e calando, i tempi del fraseggio che cambiavano dall’affanno alla quiete, dall’enfasi  alla sospensione che prepara la svolta, l'emozione o la sorpresa. Quello che avevano pensato un povero demente –e per come raccontava, con cento sfumature nella voce ma nessuna nell'espressione, fissando sempre quello stesso punto nell’erba, forse lo era davvero- era un narratore rarissimo, speciale, ammaliante.

Dopo poche settimane, ogni lunedì pomeriggio una piccola folla si radunava intorno alla grande quercia, in attesa dell’uomo che raccontava. Le narrazioni che offriva a quel pubblico eterogeneo e sconosciuto erano scelte con grandissima cura, sempre sorprendenti, preziose, speciali. A volte –ma di rado- brani noti a molti; ma altre volte si trattava di opere poco conosciute di scrittori famosi; oppure ancora erano pressoché sconosciuti anche gli autori: ma erano sempre piccoli gioielli di limpida, scintillante, pura bellezza. Quel genere di racconto che, nel tempo lento di quaranta pagine come nello spazio angusto di due, sa prenderti per mano ed accompagnarti in un luogo sconosciuto, dispiegartelo intorno mentre tu ti ritrovi a contemplarlo rapito, a metà tra la sorpresa e la sensazione di ritrovarti, contro ogni logica, improvvisamente e finalmente a casa, nel luogo a cui appartieni e che ti appartiene e che ora è come se ti fosse noto da sempre, anche se fino a un attimo prima  ne ignoravi completamente l’esistenza. Quel genere di racconti che ti conduce fino al momento in cui, per un istante sospeso della tua vita, ti regala lo stupore e spesso il sollievo di dimenticarti di te stesso. E quando giungeva il finale, lieve come una carezza, duro e aspro come un pugno nello stomaco o, semplicemente, spiazzante come lo sgomento dolcissimo di intravedere, per un attimo, uno squarcio di una bellezza ancora più alta ed eterea, un attimo dopo era come risvegliarsi dopo un sogno e ritrovarsi a guardare con stupore le cose intorno, la stanza e gli oggetti di sempre, provando per un il tempo di un battito di ciglia la sensazione netta che quelli, e non il sogno, siano conosciuti, strani, fuori luogo, sbagliati.

Ma in quell’uomo c’era una cosa ancora più straordinaria: che si trattasse di Ray Bradbury, con un dolore e una ferita antichi portati fin su Marte nell’impossibile speranza di dimenticare la morte di un figlio (Tom? Sei tu, Tom? Quanto vorrei che fossi tu. Che non fosse mai successo. Che tu sia tornato... Ma non è possibile. E sono di nuovo solo, con il mio dolore che non passerà mai), o Italo Calvino; di Martin (“C’è una ragazza che vaga tra i mondi, ma il suo camino ormai è perso nella leggenda... “ ) o  van Booy (quante cose puoi ricordare, guardando una statua in piazza San Pietro? Quanto della tua infanzia, di una strana giornata lontanissima e di tua madre, ormai inghiottita dal tempo; del suo dolore che, bambino, non avevi capito? Quanto di tutto questo può tornare all’improvviso come se fosse oggi e travolgerti, avvolgerti come un’onda, affinchè tu  sappia finalmente vedere con occhi nuovi e capire?), lui raccontava sempre, assolutamente, incredibilmente a memoria. Nessun testo davanti, mai; nessun leggio: soltanto quello sguardo che sfuggiva a tutto e a tutti, perso in un punto imprecisato  per terra, a qualche metro da lui. E intanto le parole –pagine e pagine; torrenti, fiumi di parole- che fluivano implacabilmente perfette, con pause e riprese nei momenti giusti, prive della minima esitazione o umana incertezza.
E  più di uno, ascoltandolo, in qualche momento era colto dall’improvvisa sensazione -fugace e insieme netta come un bagliore, un’illuminazione, un lampo di luce che per un attimo appena illumina una stanza e rivela gli oggetti intorno in una nitidezza brutale e quasi dolorosa, prima che il buio torni ad inghiottirli e la mente al suo vagare smarrito, chiedendosi se ha davvero visto quelle cose o le ha soltanto sognate- la sensazione che l’uomo non stesse soltanto, banalmente, raccontando. Che non fosse neanche, come era facile pensare, un prodigio, o piuttosto un’anomalia della mente, una di quelle bizzarrie della natura che producono il demente ed il portento nella stessa persona, il più strepitoso degli idiot savant: sotto e dentro gli abiti lisi e l’aspetto misero e scialbo, l’uomo, in qualche modo, era il racconto. Tutti i racconti. Colui che sa, contiene, custodisce.

 

Il custode di tutti i racconti. 

 


*****



Era una milte giornata di sole, di quelle carezzevoli, dolci; quando il calore non è ancora eccessivo ma, anzi, giunge come un amico ritrovato, un sollievo, una carezza al cuore dopo i lenti mesi di giorni grigi ed uguali a se stessi di un lunghissimo inverno. Il cielo era colmo di un azzurro scintillante, radioso e limpido;  appena interrotto da lievi, piccole, innocue nuvole bianche che parevano essere lì più per abbellimento che per minaccia di pioggia: una giornata di quelle che sono come un dono; di qualcuno o del caso, per noi, adesso, non ha importanza.
In quella cornice che regalava una piccola gioia al cuore la piccola folla del lunedì aveva atteso con particolare trepidazione l’inizio del racconto. Ma ognuno si era accorto quasi subito che, quel giorno, qualcosa era diverso.
Intanto, per la prima volta, l’uomo non aveva esordito annunciando, in quel suo modo timido, quasi scontroso, a bassa voce, l’autore ed il titolo del racconto. Ma soprattutto, c’era qualcosa di diverso nel racconto stesso. Non possedeva incanto; non ti rapiva. Anzi, compresero presto che, questa volta, non era  un racconto. Era una sequenza di parole corrette ma che sembrava non condurre da nessuna parte . Confuso, opaco e privo di bellezza, per la prima volta appariva davvero come il povero delirio di un demente. Un demente, forse persino affannato, che sembrava, in qualche modo, volerli avvertire di qualcosa (ma cosa?), forse di un pericolo (ma quale?).  Soltanto dopo qualche minuto di quel parlare convulso, confuso, l’uomo alzo gli occhi e si guardò intorno. Per la prima volta. Guardò le persone, i volti; le espressioni deluse. Le espressioni di chi non ha capito. Allora, per la prima volta, ebbe un sospiro, come di rinuncia e stanca, impotente rassegnazione. Perchè lui, in fondo, era davvero quello: poco più che un idiota, agli occhi del mondo. Un uomo che sapeva parlare, esprimersi, comunicare, soltanto mediante i racconti. Tornò ad abbassare lo sguardo, come gli era consueto, e con un tono di voce più tranquillo, persino stranamente incolore, neutro, tornò sull'unico terreno che gli era stato dato.
E lì, sul suo terreno, nel suo linguaggio, cominciò, finalmente, quello che sembrò, all'inizio, uno dei consueti racconti. Ma presto il pubblico capì che anche quel racconto era davvero... strano.

 

Perché non era un racconto: o, forse, al contrario, era il racconto. L'unico vero; l'unico possibile. “C’era un uomo che parlava, al parco, sotto una vecchia quercia. Arrivava ogni lunedì pomeriggio... “: quel giorno, davanti alla piccola folla, l’uomo stava raccontando se stesso.

 

E stava descrivendo esattamente quel pomeriggio (“... il cielo era colmo di un azzurro scintillante, radioso e limpido; appena interrotto da lievi, piccole, innocue nuvole bianche che parevano essere lì più per abbellimento che per minaccia di pioggia”); esattamente quel momento (“una brezza lieve, a tratti, accarezzava appena l’erba e le braccia scoperte, regalate al sole nelle prime maniche corte della stagione”). E anche quelle persone, raccolte intorno a lui, sorprese, spiazzate (“una piccola folla era di fronte all’uomo, variopinta, colorata nei vestiti e, in tinte spesso più cupe, nei pensieri; nel pensiero segreto che ognuno custodiva nel cuore”). E proprio sulla piccola folla, a questo punto, si era soffermato. Di più: su ognuna di quelle persone che la componevano. “Perché cosa c’è, nel cuore di una persona? Cosa lo fa gioire, timidamente e quasi spaventato di se stesso, anche quando si è detto cento volte che per lui la gioia non sarebbe stata mai più possibile? Cosa lo fa finalmente respirare di sollievo, come se ritrovasse l'aria fresca e limpida emergendo da un abisso? Cosa lo fa preoccuparsi, dibattersi nell’ansia e tremare come un piccolo animale terrorizzato?”.

 

E aveva proseguito:


Davanti all’uomo che raccontava, nascoste dietro un cenno di sorriso o un’espressione assorta, c’erano cento storie diverse. Alcune così piane e semplici da potersi appena definire storie; altre forse ugualmente “normali”, un nulla agli occhi del mondo, ma il tutto assoluto per chi le doveva reggere, da solo, sulle proprie spalle fragili. L’uomo che raccontava non alzava gli occhi da terra, eppure vedeva. L'uomo che raccontava vedeva vasi  d’acqua limpida e trasparente: ma pochi, pochissimi; quelli portati dai più giovani, e nemmeno da tutti. Vedeva vasi contenenti un liquido torbido, spesso agitato, a volte in tempesta; e altri così colmi da essere sul punto di straripare. E l’uomo, tutto questo, lo raccontava. Qualcuno, nel pubblico radunato intorno all’uomo, stava pensando “Oh Dio, se ci sei. Se esisti, da qualche parte, qualunque sia il tuo nome. Se mai ci sei, ti supplico: prendimi per mano e aiutami. Perché io, da solo, non ce la faccio più”. Accanto a qualcuno che, semplicemente, era contento perché aveva preso la patente quella mattina stessa, l’esame di guida era andato bene, la sera avrebbe visto gli amici ed ora c’era il sole, e questa era la sua giornata perfetta. Una donna si stava dicendo “non ha senso aspettare ancora, mi devo decidere: appena esco da questo parco passo in farmacia”. Sapeva che, arrivata a casa, un test da pochi euro le avrebbe detto se davvero aspettava quel figlio, se la sua vita sarebbe cambiata, da quel pomeriggio, per sempre. E non sapeva nemmeno lei cosa desidervaa, come si sarebbe sentita se avesse saputo che era così: la mente e le persone intorno le dicevano che avrebbe dovuto sentirsi contenta, arrivata, felice; ma una parte di lei stava gridando un “No!” che lei cercava, inutilmente e disperatamente, di non ascoltare.”.

 


E qua e là, nel gruppo di persone sedute nell’erba, qualcuno improvvisamente aveva rabbrividito. Ma non aveva lasciato trapelare nulla; aveva subito chiuso dentro di sé la sensazione sconvolgente di sentirsi improvvisamente ed inspiegabilmente del tutto trasparente, posto di fronte alla propria stessa vita mentre si era aspettato un normale racconto.
Le stesse parole che per uno erano state uno squarcio nel cuore, per tutti gli altri erano solamente un racconto stranamente scialbo –ma non sono forse così, quasi sempre, le parole? E l’uomo ,senza guardare nessuno, continuava.
“... Nessuno sapeva che la persona accanto a lui, così quieta e composta da apparire totalmente anonima, senza storia, invisibile, dentro tremava di terrore nell’attesa di una parola che presto avrebbe letto in un verdetto medico, un arido foglio di dati e numeri che avrebbe ritirato tra poco più di un’ora. Una parola a cui era appesa la sua vita, essere ancora qui o in un un luogo qualsiasi tra un anno, o sei mesi, o uno o non esserci, non essere nè qui nè altrove, non essere mai più. Non riusciva a pensare ad altro; in alcuni momenti avrebbe voluto mettersi a gridare o scoppiare a piangere, qui, davanti a tutti; ma sapeva che nessuno avrebbe capito, a nessuno sarebbe interessato, nessuno le avrebbe chiesto “perché?” o “posso fare qualcosa?”.
Ma  una ragazza poco distante queste cose non le sapeva, lei non immaginava nemmeno questo lato della vita. Sono cose che succedono solo agli altri; quindi, sono cose che non succedono. Lei, in quel momento di quel lunedì pomeriggio, si stava chiedendo se tutte quelle faccine sorridenti che lui le metteva ad ogni suo post nel social significavano che anche lui era innamorato di lei.  Sperava di sì, ne era quasi convinta: ogni tanto ci pensava ed improvvisamente si sentiva felice. Sarebbe arrivato il giorno in cui l'avrebbe scoperto, l’altro versante del fiume: allora ne sarebbe rimasta sgomenta e incredula, come ogni altro essere umano prima di lei. Ma adesso, per lei esisteva solo quella giornata di primavera, ed era convinta che sarebbe durata per sempre.


E così arrivava, per un’altra persona, il momento di trasalire sgomenta e sentirsi trasparente, troppo incredula per chiedersi se questo significasse essere compresa o violata.

 

Infine, quella parte terminò. E l’uomo iniziò a descrivere l’ambiente, le cose intorno.
Un’ambulanza passò sulla strada che fiancheggiava il parco, con il lamento della sua sirena. Inquietante per chi ci è già passato, per chi sa; un suono come tanti, appena un po’ più fastidioso, per tutti gli altri”. Fece una pausa, come se aspettasse qualcosa. Dalla strada che fiancheggiava il parco, giunse il suono lugubre di una sirena d’ambulanza, prima alto ed urgente, ansioso; poi basso e lugubre per l'effetto Doppler.
La brezza delicata, che fino a quel momento era stata una leve e piacevole carezza impregnata di primavera, in quell'istante cambiò, diventando qualcos’altro.” Aveva appena pronunciato quelle parole, ed una ventata più forte e stranamente fredda, sgradevole, avvolse la piccola folla. Molti rabbrividirono, e non per il freddo.
Una nuvola, che fino ad allora nessuno aveva visto, improvvisamente oscurò il sole”. Un’ombra corse sull’erba del parco e inghiottì la dolce luce di primavera che pure fino ad un attimo prima era stata lì cancellandone anche il ricordo, come se non ci fosse mai stata. “C’era qualcosa, nell’ombra portata dalla nuvola. Come se non fosse solo una nuvola. Come se il sole stesso, dietro la nuvola, fosse cambiato.”.  Quasi tutti, ormai, erano colti da una sensazione inquietante, sgradevole, d’allarme. Qualcuno pensò di alzarsi, andarsene; scappare, forse: ma poi gli parve assurdo –tutto era improvvisamente diventato assurdo, una specie di sogno sgradevole, forse un incubo- e, per qualche motivo, troppo sorpreso e disorientato per prendere una decisione, non lo fece.

E allora accadde. Un suono sconosciuto, appena udibile, crebbe ed un attimo dopo lacerò l’aria, la squarciò; la fece esplodere, l’aria stessa, in mille frammenti accecanti. Qualcosa di immane giungeva dal cielo, quello stesso cielo che, poco prima, era colmo di quiete e promesse. Qualcosa di distruttivo eppure casuale, assolutamente indifferente alle piccole vite raccolte in quello spicchio verde. Qualcosa di sbagliato.”.
Tutti alzarono gli occhi al cielo, verso la cosa immane, distruttiva che in un attimo era apparsa dal nulla e ora stava oscurando la luce, stava precipitando su di loro in un’esplosione infuocata. L'uomo continuò a raccontare, appena un tremito nella voce quasi incolore ormai persa nel frastuono e le urla, la voce che nessuno udiva più.
Tutti alzarono gli occhi al cielo, verso la cosa immane, distruttiva che stava oscurando la luce, precipitando su di loro in un’esplosione infuocata. Quando capirono, gridarono di incredulo, sconosciuto, animale, viscerale terrore. L'uomo continuò a raccontare, appena un tremito nella voce quasi incolore ormai persa nel frastuono e le urla, la voce che nessuno udiva più. Allora, finalmente, capirono, e cercarono di fuggire. Ma, ormai, era troppo tard... “

 

 

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Ma che bel racconto!

 

Si ok c'è qualche imprecisione, ma l'immaginario prende, e rende bene, non è affatto incoerente, e di sicuro non è una ciofeca.

 

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Troppo buono, @hacktuhana  (ciao!:)  ). 

Ora cerco di correggere almeno un paio di difetti, ma è e resterà una ciofeca, mi sa :( Troppa carne al fuoco; elementi che non c'entrano nulla tra loro e troppo poco di ognuno. Mah.
EDIT - Sistemato un (bel) po'. Ho cercato almeno di raccordare due segmenti che facevano a pugni tra loro, le due parti del racconto dell'uomo, e inventare un motivo per la transizione -altrimenti illogica- tra le due. Chiedo scusa per il pasticcio di tempi verbali, che mi era sfuggito e solo ora ho notato. La gioia, proprio, quando ti accorgi di aver scritto metà racconto al passato e metà al presente, e devi ritoccare decine di verbi in una specie di esasperante esercizio sui vari tempi del congiuntivo :D 

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Stella, (ciao! :))

 

A me piace che non ci sia un motivo logico da parte del narratore per aver cominciato a raccontare, quel lunedì, in modo asettico e senza trasporto, per poi cambiare nel racconto che guarda dentro le vite di tutti e fa la cronaca dell'evento inconcepibile che avviene.

È forte, potente, non ti da motivo(e forse non c'è), di capire chi sia il custode dei racconti, e neanche perché faccia quel che fa.

 

Secondo me il cercare di avvertire chi lo ascolta non dovrebbe esserci, come era prima, così si che c'è un elemento forzato, ma è solo la mia opinione. XD

 

Comunque di certo non è una ciofeca!!! 

O vorresti dire che mi piace un racconto ciofeca? Guarda che ci resto male! XD

 

 

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Così, perchè mi andava.

L' avvio é lungo e lento, ma doveva essere così. Se vi va, datemi fiducia e provate a farvi portare per mano fino alla conclusione. E vi prometto che qualcosa succederà.
Con saluto grande ad @hacktuhana, che ha creato questo topic.

 

L' ULTIMO RACCOLTO

 


Prima di curvare la schiena e mettersi al lavoro, il vecchio mietitore si fermò un attimo a guardare la vasta distesa davanti a lui. Perché stava per fare quello che aveva fatto per tutta la sua esistenza, e lo avrebbe fatto allo stesso, identico modo di sempre. Ma quella volta, sarebbe stata l’ultima. Quello sarebbe stato il suo ultimo raccolto.

Quanti ne aveva fatti, prima di quello? Talmente tanti da averne perso il conto. Talmente tanti da essere diventati, nella memoria, un tutto unico e confuso. Una mietitura sovrapposta all’altra, ogni stagione che sfumava nella successiva. La sua esistenza era stata solo lavoro, duro e senza domande, perché la sola risposta a qualsiasi “perché?” sarebbe stata “perché sì”. I primi anni le braccia si erano rafforzate, gesto dopo gesto, raccolto dopo raccolto. Poi, quasi senza che se ne accorgesse, senza un inizio preciso, la schiena gli si era incurvata, il corpo si era indebolito, la fatica era aumentata. Raccolto dopo raccolto. Ma era il suo mestiere, era il suo compito. A volte aveva provato qualcosa, prima di affrontare l’ennesima messe, o mentre tagliava e tagliava? si chiese. Sì. Molte volte, anche se forse non di recente. Molte volte, e molte cose diverse. Sensazioni; emozioni – sì, persino in un lavoro così monotono potevano sorgere emozioni. All’inizio era stato entusiasmo. Giovanile, inconsapevole, stupido entusiasmo. Per la propria forza, per quello che faceva. Per gli steli che cadevano, recisi con un colpo netto, con un fluttuare perfetto della falce che quasi non gli costava sforzo. Tranciati da lui. Poi, un po’ per volta, qualcosa era cambiato. Lui era cambiato. A volte aveva provato rabbia per ciò che era costretto a fare, e paradossalmente aveva cercato di sfogarla proprio in quel modo, mettendo tutta la propria forza in quell’attività monotona, snervante, quasi ossessiva, colpendo e colpendo, tagliando e tagliando. Ma altre volte, era stata soddisfazione. Liberatoria soddisfazione, senza alcuna punta di amarezza o rimpianto. Quelle volte aveva pensato “è giusto, è questo il mio lavoro questa volta è giiusto che sia così”, ed era stato persino contento di essere lui a farlo. Aveva tagliato erbacce, sterpaglie sterili e rovi colmi di spine taglienti.  Altre volte, anche se non avrebbe voluto ricordarlo, aveva provato amarezza. Forse dolore. Può un mietitore provare affetto e dolore per il raccolto? A volte sì, lo sapeva perché lo aveva sentito così chiaramente, dentro di se’. Dapprima con stupore, sorpreso di se stesso. Poi, con il tempo e la maturità, aveva imparato che era una sensazione quasi normale, anche se questo non l'aveva resa meno amara. Dolore, sì. Quando le messi erano cresciute a fatica, in un anno di siccità o di gelate e intemperie. Avevano stentato a nascere nel terreno spaccato dalla sete, a trovare la forza per alzarsi verso un sole spietato che sembrava volerle bruciare; eppure ci erano riuscite. Con un’ ostinazione, una forza, nella loro assoluta debolezza, che al momento di stroncarle con il taglio perfetto della sua falce gli parevano essere state così patetiche, tristi, sprecate. Gli era apparso ingiusto, in quei momenti, stroncare quelle vite esili, difficili, eppure tanto avvinghiate al suolo arso e ingrato in cui affondavano poche radici fragili. Avvinghiate a se stesse. Non è giusto, si era detto. Ma era il suo lavoro, era ciò che l’eterno avvicendarsi dei raccolti gli chiedeva; e lo aveva fatto ugualmente. Perché a chi importa cosa prova, nel suo cuore, il mietitore? A chi interessa se è stanco, infelice, amareggiato; se ha la schiena a pezzi, e forse anche il cuore?

A volte -facendo sempre lo stesso lavoro, da solo, anno dopo anno, stagione dopo stagione, si finiva davvero a pensare alle messi, a sentirle, come le moltitudini di piccolissime, infinitesime cose vive che erano- si era commosso, persino. Aveva provato una specie di triste tenerezza pensando all’eterno ciclo che si ripeteva: la semina, la gioia verde, fresca e lucente dei primi germogli che, finalmente vinta la morsa buia della terra, scoprivano il sole, l’aria, il cielo. La crescita, i frutti. E poi il lento seccare, sotto l’implacabile sole estivo, quello stesso sole che in primavera era apparso così dolce, accogliente ed amico. Tanto sforzo solo per arrivare a quel momento, all’incontro con la sua falce. E poi ancora una semina, e tutto che ricominciava: altri germogli che scoprivano l’aria e il cielo come se fossero i primi, inconsapevoli, illusi. Come se tutto non fosse già accaduto mille volte, come se non fosse destinato a finire in un tagliente attimo che tutto recideva e portava via, come mille volte.

 


Il mietitore guardò ancora una volta l’ampia distesa dorata, che il vento muoveva leggermente e in modo irregolare, creando geometrie che duravano un attimo e poi erano già cambiate, già altrove, già svanite. Si passò la mano sulla fronte per tergersi il sudore che, chissà perché, l’aveva imperlata prima ancora che cominciasse il lavoro. Sarà l’emozione, si disse: non amava pensare di avere emozioni ma questa se la poteva concedere, davvero era strano pensare che stava per compiere quel rito per l’ultima volta, che non ce ne sarebbero state altre. E le domande erano lì, pronte, in agguato. Domande nuove, questa volta.
Cosa sarebbe stato di lui, dopo, senza ciò che gli aveva permesso di esistere? Cosa sarà del mietitore, quando non potrà più mietere? Ma evitava di chiederselo. La sua stessa esistenza non sarebbe più stata la stessa. Eppure, non poteva stare lì, sul ciglio del campo, ad esitare tutto il giorno. E allora via pensieri, timori, forse rimpianti. Via tutto.

Via.

Via.

 

E, per l’ultima volta, si mise al lavoro.


Finì mentre il sole calava (niente di più appropriato, pensò). Raddrizzò la schiena e, per la prima volta, si concesse di guardarsi intorno. Era in piedi solo, in mezzo a quello che fino a quel mattino era stato un campo vivo e ondeggiante, in mezzo al deserto che lui stesso aveva creato. Controllò ancora. E lo vide. A una decina di passi da lui, un unico stelo, esile, era sfuggito alla sua falce. Lo raggiunse, alzò la lama e la roteò di piatto, nell’ampio movimento ad arco che aveva eseguito innumerevoli volte. Lo stelo cadde come niente: si era sentito solo il sibilo del metallo affilato che tagliava l’aria, lo stelo, cadendo, neanche aveva fatto rumore. Il vecchio mietitore avrebbe voluto dedicare almeno un pensiero, a quell’ultimo fuscello, l’ultimo tagliato dalla sua falce. Ma era caduto tra tutti gli altri, non lo distingueva più. Tutte le spighe erano uguali, alla fine.
 


Il vecchio mietitore non si concesse un altro sguardo intorno, alla spianata senza più vita. A passi lenti tornò alla piccola casa al limitare di quello che era stato un campo. Assurdo, pensò: aveva mietuto tutto il giorno, eppure continuava a pensare a quell’ultimo fuscello. L’ultimo degli ultimi. Era così esile, tanto più sottile degli altri. Non aveva senso e non era da lui, eppure avrebbe voluto sapere almeno questo: cos’era stato? Un ragazzo? Forse un bambino? Un vecchio debole e fragile,  ridotto a un nulla di pelle e ossa?
In ogni caso, era stato l’ultimo. L’ultimo dell’ultimo raccolto. L’ultimo degli esseri umani. Ora quel piccolo pianeta chiamato Terra era libero, libero da quella strana forma di vita. Qualcuno avrebbe ancora seminato quel campo, in un futuro lontano? Non gli era dato saperlo, a lui spettava solo la mietitura. Ma se ci fossero ancora stati semi, quello lo capiva da solo, sarebbero stati di un’altra specie, completamente nuova. Questa aveva avuto la sua possibilità. E l’aveva persa.



Si chiuse la porta alle spalle e appese la falce al chiodo da cui non l’avrebbe mai più tolta. Poi prese da terra un vecchio straccio e coprì il piccolo specchio, per non vedere mai più il proprio volto.
 

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Sto veramente cadendo nel banale (e nello sciatto: racconti, ammesso che meritino questo  nome, scritti di getto e ciao). Ne avrei in cantiere vari, di ben altro impegno e, spero, spessore... ma sono stanca e non riesco nemmeno a pensare di metterci mano. Tanto, sono così a corto di idee che li rovinerei. Speriamo in tempi migliori, va.
E nel frattempo, vai con la sagra della banalità. Solo per chi ha tempo da perdere:

 

LE  SCRIVERO’  UN  RACCONTO

 

“Avanti il prossimo”.
La donna che entrò era grossa, sciatta, il viso segnato dagli anni che probabilmente non aveva mai conosciuto la bellezza nemmeno da giovane. Probabilmente neanche molto pulita, pensò; anche se ormai era rassegnato, per lavoro, all’idea di trovarsi molto vicino a persone non esattamente fragranti di rose e lillà. Lei si sedette sulla sedia o piuttosto ci si lasciò cadere sopra, goffamente, quasi sbuffando. Poi gli espose il suo problema, parlando con voce roca ed evitando il suo sguardo.

La visita fu breve e l’esito immediato e banale, un piccolo polipo alle corde vocali: l’ennesimo caso di routine in una giornata particolarmente noiosa. Le lunghe sequenze di casi facili, come quel giorno, non richiedevano particolare concentrazione o sforzo mentale, ma rendevano le mattinate in ambulatorio quasi interminabili.
La stava congedando –stretta di mano ma va be’, intanto indossava ancora il guanto di lattice- quando lei, per la prima volta in tutta la visita, lo guardò dritto negli occhi. “Posso offrirle qualcosa?”, gli chiese.
Non si stupì: lo aveva pensato sin dall’inizio, che era un po’ strana, per non dire altro. Certo, a volte qualche paziente se ne arrivava con un regalo –e più che l’oggetto in se’, di cui non aveva bisogno, lo intrigava la storia che raccontava. Perché c’era veramente di tutto: dal vino pregiato al terrificante centrino all’uncinetto, che pure, immaginava, era costato decine di ore di lavoro; dalle confetture fatte in casa in barattoli riciclati dall’igiene altamente dubbia al salame accompagnato da un fiero “sa, lo facciamo noi!”, magari in dialetto, che gli riempiva lo studio di salumico -e assai poco professionale- olezzo per tutta la mattina- ma “offrirle qualcosa” era un’espressione insolita. Cosa intendeva? Un orrido aborto di caffè da trenta centesimi alla macchinetta, fuori in corridoio, con tanto di imbarazzatissimo obbligo di conversazione? “Grazie no, la visita è coperta dal ticket”, rispose subito, netto e chiaro. Ma la donna –grossa, trasandata, sottilmente sgradevole in un modo che in qualche modo imprecisabile ma netto, tangibile, andava oltre la sciatteria della persona e dei modi e la assoluta mancanza di avvenenza- rimase ferma davanti a lui. “Be’, allora le scriverò un racconto. Mi dica lei su che cosa”

Ok, niente di strano: il paziente fuori di melone capitava, ogni tanto. Inconvenienti della professione.
“Grazie, ma non si disturbi. La visita è coperta dal ticket, gliel’ho già detto. Buongiorno”.
“Va bene”. La donna  si decise ad uscire dal piccolo studio, finalmente, e raggiunse la porta.
“Allora lo scriverò su di lei”, disse di spalle, senza nemmeno voltarsi a guardarlo, un attimo prima di sparire alla sua vista.

 

Giorni dopo stava uscendo dallo studio dove riceveva privatamente, quando si sentì chiamare per cognome. Nemmeno un “dottore”: solo il cognome. Sgarbato, brutale. Si voltò e si trovò davanti lei, la donna sciatta di qualche giorno prima. “Tenga”, gli disse, quasi nello stesso momento in cui gli girava le spalle e se ne andava. Non gli aveva nemmeno dato il tempo di rifiutare, lui aveva chiuso la mano quasi per istinto, prima di trovare le parole o pensare qualcosa. Si era ritrovato lì come un idiota, in piedi in un parcheggio con in mano un quaderno logoro, vecchio, probabilmente risalente a qualche Upim o Standa chiuso vent’anni prima, con la copertina di plastica blu.

Non sapeva nemmeno lui perché se lo era portato a casa. Aveva immediatamente pensato di buttarlo; ma poi, mentre con lo sguardo cercava invano un cestino, era arrivato un collega, anche lui appena uscito dallo studio. Avevano parlato, erano andati a bere un caffè e prima, inavvertitamente doveva avere buttato il quaderno in auto, insieme alla giacca che lo intralciava. E poi (altra azione eseguita meccanicamente e quasi inspiegabile) scendendo dall’auto doveva avere preso ciò che c’era sul sedile del passeggero, tutto insieme. Sicchè, entrato in casa  si era accorto di averlo ancora in mano.

E solo per una oziosa, a rigore incomprensibile curiosità autolesionista, prima di gettarlo nella pattumiera, quella sera, si era seduto sul divano davanti al camino acceso, senza nulla di preciso da fare o da voler fare –lei non c’era, non quella sera e forse nemmeno quella dopo: forse non ci sarebbe stata più, ad essere obiettivi- e lo aveva aperto. Alla prima pagina.

 

Chi lo avrebbe detto, che sarebbe diventato un medico. Il suo sogno era fare altro. Non sapeva nemmeno lui che cosa: bastava che  fosse “altro”. Non il lavoro di suo nonno, di suo padre; non quello che tutti si aspettavano da lui, la strada già tracciata da altri, già percorsa. Invece, era bastato un momento di debolezza, di distrazione –quante altre cose a cui pensare, quanto erano belle le ragazze, quanto c’era da vivere, a diciannove anni- e si era ritrovato a guardare il primo cadavere, nei seminterrati dalle piastrelle bianche illuminati da una luce tagliente come una lama che separava i due mondi, dei vivi e dei morti. Aveva sentito salire un conato di vomito, lo aveva  rimandato giù a forza. Si sarebbe abituato, si era detto. E sì, si era abituato. Anche troppo. E l’abitudine è la tomba dei sogni.


Non è possibile, si disse. E’ una coincidenza. Ma una sensazione sinistra gli corse lungo la schiena.


Intanto, la vita scorreva. Ancora in quella fase magica, illusoria, in cui non toglie nulla e dà, dà solamente.  E tu allora credi che lei sarà così per sempre, benevola, un dono dopo l’altro… povero illuso. L’indipendenza dai genitori. Le uscite con gli amici, le serate in discoteca, a bere, a fare l’alba in spiaggia o semplicemente – e non erano le più brutte, anzi- a parlare. Perché quante cose c’erano da dirsi, a vent’anni, quanto si era infinitamente lontani dalle conversazioni raffinate sul miglior Pinot Chardonnet o sul ristorantino di nicchia appena scoperto o, al massimo della trasgressione, sulla carriera sospetta di un collega. Dall’ironia pacata ed elegante, facendo ben caso a mostrare sempre il giusto, divertito distacco; dalle conversazioni tra coppie di amici in cui ognuno dava sfoggio di sé riuscendo a parlare una sera intera senza che venisse detto assolutamente nulla. Com'era tutto diverso, allora. Allora c’erano  l‘entusiasmo, i sogni; c’era un mondo tutto nuovo, che sembrava appartenere solo a loro. Allora erano vivi. Era vivo.
E viveva. Qualche canna occasionale, senza esagerare però sì perché bisognava provare tutto, perché tutto era vita. Le avventurette da poco e poi, un pomeriggio di ottobre, nella corsia di un ospedale che in un attimo si era fatta sfocato sfondo indistinto, quel trasalimento irrazionale, inspiegabile, sconosciuto, davanti allo sguardo improvviso di due occhi chiari. Occhi tra il grigio e il celeste, sorpresi quanto, in quello stesso momento, dovevano essere i suoi; occhi che forse erano amore. Erano seguite settimane di scaramucce, attrazione mascherata da antipatia, per vezzo, per gioco, più probabilmente per paura. Alcune uscite insieme, che non avevano portato a nulla. E poi, finalmente, parlarsi davvero, trovarsi. E il corpo di lei. Timido, dolce, impaurito; poi accogliente; infine avido, assetato, ebbro. Quel corpo prima assaltato con furia, poi esplorato adagio, alla fine conosciuto: finche era diventato noto, consueto, familiare, scontato. Talmente scontato da non interessargli più. Mentre la stessa cosa accadeva a quegli occhi chiari. E alla persona che li possedeva.
Un brutto addio, affrettato, maldestro, aspro, le parole tutte sbagliate, davanti alla fermata di un tram.  Il suo viso in lacrime dietro il vetro sporco e bagnato del 13 barrato che partiva e si allontanava nella pioggia grigia. E in lui, per un attimo, una fitta dentro. La sensazione di amarla ancora, terribilmente. Di avere fatto un enorme errore; di avere buttato via una parte di se stesso, la più preziosa. L’aveva ricacciata giù subito, a forza, quella sensazione; come quel giorno in sala dissezione.


Non era possibile. Non. Era. Possibile. Non poteva, in nessun modo non poteva essere tutto così esatto. Eppure… eppure, lo era.
Avrà parlato con qualcuno che mi conosce, provò a dirsi. Ma si rivelò un escamotage miserrimo, fragile come carta velina: sapeva benissimo che non poteva essere una spiegazione. Perché quelli non erano solo fatti, cose successe nella sua vita: erano emozioni. Sensazioni. Cose che aveva provato, sentito, nella carne e in un cuore che si era dimenticato di avere. Appena abbozzate, in quelle righe sintetiche ma precise, nette e spietate come il taglio di un bisturi. Cose di cui non aveva parlato con nessuno, non lo avrebbe mai fatto, non ne avrebbe nemmeno trovato le parole. Era una persona razionale; non credeva alle sciocchezze esoteriche o soprannaturali; non ci avrebbe mai creduto. Ma il quaderno era lì, reale, tra le sue mani. Il quaderno era copertina di plastica e vecchia carta stropicciata ed ogni cosa era solida, tangibile, vera. Non capiva come potesse essere possibile, eppure... eppure lo era.


E intanto, eccolo. L’altro protagonista, l’invitato di pietra. Il tempo. Che giocava il suo eterno trucco da fiera, quello che ripete con tutti: sembra fermo e invece scorre veloce, implacabile. I giorni erano sabbia che scorre tra le dita, finchè ti ritrovi, incredulo, a contemplarti le mani ormai quasi vuote. Anni scivolati via. Lo avrebbe capito per la prima volta a trentadue anni, dopo una brutta giornata in cui tutto era andato storto, aveva ricevuto un richiamo sul lavoro per un errore non suo e per finire, nel parcheggio dietro l’ospedale, già con la chiave in mano, aveva scoperto che gli avevano rubato l’auto. Era di pessimo umore, insonne nel cuore della notte pensava, per la prima volta, in un registro diverso da quello suo consueto, lieve ed orientato al fare: e per la prima volta aveva percepito, forte e tagliente come una rivelazione,  l’inganno del tempo.

Oh Dio. Questo è troppo. Non è... non può... E’ follia. E’... E’… non lo so. Non lo so, e non voglio saperlo. Basta con questo incubo, qualunque cosa sia. Basta!
Buttò il quaderno sul pavimento. Come se scottasse. Come sé, allontanandolo da sè, l’incomprensibile che conteneva potesse divenire meno pericoloso.
Il quaderno dalla logora copertina blu cadde aperto, il dorso in alto, un foglio piegato a metà.

Si passò una mano sulla fronte (e no, non aveva la febbre). Non sapeva cosa fare. Aspettò che il battichore si quietasse; interminabili, disorientati attimi vuoti di pensieri. Poi, non sapeva nemmeno lui perché, si alzò dal divano e lo raccolse.
Cos’altro poteva fare? E, contro la sua stessa volontà, la fronte imperlata di sudore… proseguì.

Egli scagliò via il quaderno. Si passò una mano sulla fronte (per inciso, non aveva la febbre. Cosa che lo agitò ulteriormente, perché avrebbe fornito un’ottima spiegazione a quanto gli stava accadendo. Razionale, comoda, perfettamente accettabile: davvero un’ottima spiegazione. Ma no, non aveva la febbre. Le spiegazioni importanti non sono quasi mai così a buon mercato). Poi, non sapeva nemmeno lui per quale motivo, forse per quella istintiva attrazione che, su alcuni di noi, esercitano proprio le cose che vorremmo sfuggire perché sappiamo che potrebbero farci del male, lo raccolse dal pavimento. Su cui era caduto aperto, il dorso in alto, un foglio piegato a metà.

Era sconvolto. Lo era già prima, ma leggere di quest’ultima coincidenza –il quaderno gettato a terra e caduto esattamente come scritto nel quaderno stesso- per un attimo gli fece quasi mancare il respiro. Ma bisogna capirlo: certe rivelazioni non sono facili, tutt’altro. E non aveva mai immaginato che tutto di lui era già stato scritto. E forse non solo in quel quaderno, appena il giorno prima. Nel quaderno era scritto anche di un matrimonio in un sabato di marzo, pioveva, l’abito della sposa era troppo leggero, non adatto a quel tardivo ritorno di inverno. Di lei che, sorridente, cercava di conferire una qualche grazia anche ai brividi, al freddo che provava, come se fosse divertente, mentre fremeva di rabbia e delusione ed era sull’orlo delle lacrime, per quello che doveva essere il suo giorno perfetto. Sarebbe finito male, come tutte le sue storie fino ad allora (non avrebbe esattamente aiutato il fatto di averla tradita, in successione, con due infermiere e una collega, ma anche lei gli aveva reso il favore); ma in quel momento, in quel giorno, voltandosi ogni tanto a guardare il profilo di lei che sorrideva mentre rabbrividiva nell’inverosimile, fuori luogo abito senza maniche, lui ci credeva davvero. E si sentiva così sicuro del futuro. Così felice.


Un’ondata di nausea lo travolse. Come quel giorno all’università, ma cento volte peggiore; perché adesso non bastava stringere i denti e rimandarla giù: adesso, non aveva la minima idea di cosa fare. Non avevas la minima idea di niente. Né idee, né pensieri: solo incredulità, stupore. Sudore che scorreva sotto la camicia, colava lungo la schiena. E un presagio che gli dava il panico.


Sì, era così. Tutto, di lui, era già stato scritto, prima ancora che lo vivesse. E molto è in questo quaderno. Anche la data della sua morte; il giorno e l’ora. Sarebbe avvenuta
 

Era arrivato al fondo della pagina di destra, dove la frase si interrompeva per proseguire nella pagina successiva, implacabile. E ormai lo sapeva: sarebbe stata esatta. Inesorabile. Perché tutto ciò che aveva letto fino a quel momento era a sua vita, era... era lui. Perché per qualche motivo assurdo, in quel quaderno da niente, dalla dozzinale, brutta copertina di plastica blu, in quelle parole scarabocchiate con una grafia disuguale, sgraziata, quasi da persona che fa fatica a scrivere, c’era la sua vita. C’era LUI.
Aveva il respiro affannoso, sentiva i capelli incollati al collo dal sudore. Cosa faccio adesso? si chiese. Volterò la pagina?
No, si disse; no. Guardò il quaderno, di taglio: dopo quella c’erano ancora vari fogli. Non tantissimi: la metà era passata da un pezzo -quello lo colse subito, con una sensazione sgradevole e improvvisa all’altezza dello stomaco che proprio lui, medico, non avrebbe saputo descrivere o identificare- ma ce n’erano. Ed erano sgualciti come il resto del quaderno, impossibile capire se fossero scritti o no. Voltare quella pagina e sapere che vivrai ancora quarant’anni, che morirai anziano. Forse, chissà, che le pagine sono molte perché la tua vita sarà rada di eventi; forse, per il poco che si può, con l’amara, incompleta serenità di una vita vissuta appieno, ancora disperatamente, ferocemente bramoso di vita. O compiere quello stesso infinitesimo gesto per scoprire che ti restano dieci anni. Cinque. Uno. No, si ripetè; no. Non avrebbe mai compiuto quel gesto. Non  avrebbe mai saputo. Eppure, che follia quell’urgenza che pure sentiva dentro, di andare avanti, di finire la frase. Di squarciare il velo che copriva il futuro, e guardare oltre.
No, disse ancora a se stesso.

No.

No.

No.


Gettò ancora una volta il quaderno sul pavimento, ma con più rabbia, più paura, più disperazione. Desiderando che potesse disintegrarcisi contro, andare in mille pezzi come un soprammobile delicato, affondarvi e sparire alla vista come in acque fangose e scure. Dopo un tempo lungo o forse brevissimo, lo riprese; muovendosi in fretta, per negarsi il tempo di cambiare idea, il cuore all’impazzata come un animale nel puro terrore, lo afferrò e lo lanciò nel camino, nella fiamma che bruciava vivace. Mentre le pagine si accartocciavano crepitando e venivano distrutte per sempre, si abbandonò sul divano come un peso morto, ansimando, e si passò una mano sulla fronte sudata, ora gelida, mentre il batticuore aumentava ancora.

Anche la pagina dopo, quella che aveva scelto di non leggere, stava per bruciare.

Il quaderno cadendo nelle fiamme si era riaperto, al punto in cui lo aveva lasciato. Mentre il fuoco, che aveva già accartocciato e fuso la brutta copertina di plastica, faceva il suo lavoro, per un brevissimo attimo il foglio di destra, accartocciandosi, si sollevò, e ciò che era scritto nella pagina dietro divenne leggibile, anche se lui, occhi chiusi per non vedere mai più quell’impossibile, maledetto quaderno, non lo vide. Su di essa, in alto a sinistra, un’unica riga.

per un infarto, subito dopo aver gettato il quaderno nella fiamma del camino.

                                                  ****
 

La luce nuda e bassa della lampadina sospesa al solo filo elettrico, senza lampadario né paralume, ebbe come un calo di tensione, un’interruzione brevissima. Era durato un attimo, quasi impercettibile, infinitesimo. La donna grassa, sciatta, sprofondata sul divano scassato nella stanza piena di oggetti ammassati alla rinfusa lo notò comunque: era abituata a cogliere certe piccole anomalie, i segnali minimi, appena al di qua della soglia dei sensi. “L’ultima riga è arrivata”, pensò. Rimase lì a fissare il vuoto, o un punto imprecisato nel caos di scatoloni e sacchetti di plastica davanti a lei, come prima. Non si sentiva in colpa, non più. “Non sono io che creo le storie. Io le scrivo soltanto.”, disse alla stanza, al silenzio, al nulla. La luce della lampadina -ma era davvero una lampadina?- era tornata normale. Una luce fioca ma dura si rovesciava sulla donna e sulla stanza -ma era davvero una stanza?- avvolta in un silenzio assoluto, al centro della notte e del buio.

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