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hacktuhana

Scrivi tu che scrivo anche io

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Che ci fossero tutti i colori nascosti nel nero

è qualcosa che scopri ad amare l'abisso a cadere,

che alla luce del bianco più puro scompaiano

lo capisci toccandone assenze di grida al dolore,

quale colore rimane se stesso a mostrarsi?

Ingannevoli colpe li mutano finanche se puri.

Allora c'è un solo colore che nemmeno pretende di essere tale,

e trasforma egli stesso sia bianco che nero

rendendo di rara bellezza, sfumature anche appena accennate

e donando un calore che non gli appartiene.

E' nel grigio,

tutto quello che sembra si possa sapere,

o sentire,

non è altro che quanto possiamo osservare.

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Stasera è così... tra vecchi e nuovi pensieri...

 

 

Padre.

 

 

Senza pietà, dal momento del pianto della nascita,

illusioni confuse tra sogni e realtà,

sorridenti maestri di normalità,

deludenti certezze accompagnano età.

 

Non si ferma, cade a terra, si trasformano stelle.

 

Cerco angeli dentro lividi, rubo sogni ai sogni e sogno di perdute libertà,

chiedo favole, contro lacrime, vedo limiti oltre illimitate santità,

piango uomini, prego uomini, vendo chiacchiere e parole di presunta verità,

credo a modo mio, non esiste dio,

vive solo perché a vivere all'inferno siamo noi.

 

Ricostruirò tutto quello che il gravido mondo, di suono, ha perduto.

Sentenzierò attraverso i miei atti d'insana devianza, la fine.

Brucerò l'anima al fuoco vivente, che accoglie i lamenti del cielo.

Navigherò verso mari d'ignote ragioni di me.

 

Questa vita, ruba al misero e misericordia non ha,

cresce al sole ma alimenta l'oscurità.

 

Cambia pelle, morde fango, si traveste ribelle.

 

Cerco angeli, trovo demoni, sogno di rubare l'anima a dei dell'eternità,

verso lacrime verso fantasie, lego le mie ali al cuore e volo via,

odio uomini, perdo umanità, contro regole oppongo la mia sola falsità,

credo a modo mio, non esiste dio, vive in terra e in ogni luogo,

ma a cercarlo siamo noi.

 

Nome di dio, nomino anch'io,

bestemmierò nel silenzio che assale e corrompe i pensieri dell'insanità.

Padre mio, sangue verso, ringrazierò.

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Cosa cerchi di sapere

che io non sappia già.

La nostra durata si conta sui fili

d'erba disciolta in sale

e dopo verrà il cielo

con il suo fragore di stelle

a scuoter e gettar lontano

ogni frammento di parola.

Ce ne andremo così

da queste lucciole bambine,

dal cortile che silenzioso

poggia sguardi in ombra,

dai passi che si calpestano

lungo la notte,

da un cuore impazzito

su un verso informe.

Ma il tempo non avrai

per chieder dove siano i tuoi anni.

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Fenice.

 

 

Danza su nuvole di circostanza,

questo incantesimo che oscura il mondo,

pioggia di un'anima che sta nascendo,

risveglio che ci distrugge i sogni.

 

E fingerai di passarci affianco,

fotografia di un istante eterno,

veglia continua di profumi intensi,

vestaglia di una rinascita.

 

Cosa vive fuori, al di là degli occhi,

solo un passo oltre,

dorme nella mente,

costruisce immagini,

castelli fragili, domande inutili,

altrove istante.

 

Echi lontani disturbano il cielo,

campi sommersi di inutili ali,

rabbia, dolore, paura di urlare,

veli di cenere sulla vita.

 

Ricordi rimodellati dal tempo,

menzogne rese più vere del sangue,

sabbia ci resta da stringere in mano,

stanche rovine di divinità.

 

Sopravvive ancora, al di là del senso,

resta nell'attesa,

immortale evento,

sia la luce o tenebra, sia falso o verità,

esiste nel nulla, se

nulla esisterà.

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Che a provare a dormire poi finisci a pensare

e alle mille domande non rispondi che niente,

poi vai via coi ricordi e le cose passate

quando qualcosa scordi o ti sembran cambiate,

trovi qualche rimpianto che alle labbra dan morsi

e trattieni un po' il pianto singhiozzando rimorsi,

per trovare coraggio provi allora a sognare

quante cose che ancora puoi vedersi avverare,

senti il cuore che batte, il silenzio respira,

gli occhi restano aperti alla mente che gira,

che a provare a dormire, questa notte non riesci,

come tutte le volte che la storia conosci,

quindi ti alzi dal letto, scrivi quello che hai dentro,

accarezzi il tuo gatto e ti scopri un sorriso,

hai capito che forse a cercare risposte

basta solo scoprire dove sono nascoste,

chi ti resta vicino o chi porti nel cuore

son le uniche cose cui non puoi rinunciare.

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La notte scorsa non riuscendo a riprendere sonno, stando a letto, con gli occhi aperti al buio, ho ripensato alla maestra dei primi tre anni di scuola elementare. Come tutte le vere maestre aveva un doppio cognome, si chiamava Scaglione Gervasio. Prendeva alla lettera i modi di dire figurati, come “bagnare il naso”. A me piaceva primeggiare, non lo nego, ma mi faceva senso essere costretto a dare una leccatina con la lingua sul naso di un mio compagno.

 

Il rito iniziava con la consegna dei compiti in classe corretti. Accompagnato dall’annuncio della maestra: «Questa volta Giacinto ha bagnato il naso a Carlino. Su venite qui alla cattedra e tu facci vedere che gli bagni il naso». Non avevamo le classi miste, non mi sarebbe dispiaciuto dare una leccatina al naso di una bambina. Fra maschi mi faceva un po’ schifo. In particolare con Carlino, perché lui, mentre gli bagnavo il naso, mi sussurrava una frase che non ho mai capito se fosse un invito o un ordine. Che io peraltro non ho mai eseguito; la mia disobbedienza non ha mai prodotto conseguenze spiacevoli. In cambio io non ho mai fatto la spia, non ho mai detto: «Signora maestra, Carlino, mentre gli bagnavo il naso, mi ha detto piano “basme el cul”».

 

Lei avrebbe di sicuro sgridato il mio compagno, perché in classe era assolutamente proibito parlare in piemontese. Avrei potuto riferirlo in italiano ma non suonava tanto bene.

Anche trovarmi nella condizione di avere un naso bagnato da un compagno mi dava enorme fastidio e forse è questa la ragione per cui facevo sforzi disumani per essere il primo in classifica, essere un leccatore e non un leccato.

Mia madre allevava le galline per avere le uova fresche; avevo pensato che se mai mi fossi trovato nella necessità di sottoporre il mio naso alla leccata di un compagno ci avrei prima spalmato sopra un leggero strato di ca**a di gallina, che noi chiamiamo “Sguicia”, una parola che comunica bene l’idea della sua scivolosità.

La nostra maestra ci aveva spiegato che tutto ciò che non è vietato dalla legge è permesso. Mi ero informato, non c’era nessuna legge che vietasse di spalmarsi sul naso della ca**a di gallina.

Oggi, memore dei vecchi tempi, sono andato dal vicino di casa, lui alleva ancora i polli, e gli ho chiesto di lasciarmi fare una visitina al suo pollaio.

E dunque…

 

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Nessuna volontà di insegnarvi niente, scusate,

non ho quest'intenzione.

Chi mai potrei essere per saperne di più,

chi ha mai nominato la mia vita, esempio?

O i miei pensieri possono avere la presunzione di spiegare la verità?

 

Non vogliono essere parole incise a fuoco eterno, le mie,

ne le mie stupide poesie hanno l'ardire di chiamare sentimenti attorno, e dentro,

io faccio ciò che posso, io vivo ogni momento dedicato al dubbio.

 

E non ho Dio da ricercare, e non ho dei da far vedere,

io non dirò pensiero modellato al giusto,

se del mio sangue non ne scorre,

non nascondo margini, perché in assenza,

di me,

niente esiste,

 

niente modelli e scuole, a escludere ancora prima di capire,

maestro vedo chiunque sia capace,

ad essere se stesso e non a dire.

E ad ogni sbaglio, io mi riconosco, uomo,

se così posso.

 

......

 

Una cosa scritta un po' di tempo fa,

per non dimenticare che è sempre attuale.

Sempre.

E per qualunque futile o importante motivo che sia.

 

Mai voluto essere migliore di nessuno.

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Pensa che certi piccoli secondi

si uniscono e formano gli attimi

che increspano i sorrisi. Pensa.

Pensa che fuori la pioggia striscia pensieri

che sbattono-falene cieche-i vetri,

le imposte, i tuoi occhi trasparenti,

i venti-a nulla valgono i tergicristalli

della ragione-E vogliono entrare.

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Affacciati ora sul pozzo, sentilo ora il rotto

respiro dei giorni, il fiato ambiguo e rarefatto.

Aprila ora la finestra sulle voci, sullo sciame

di voci, oscure viandanti di terre lontane, voci

che migrano da oltre le porte di ieri

nascoste ai pensieri, alle soglie dei tuoi occhi

bambini; vincilo ora lo stupore, fiato breve

beffardo, dolce dolore che annulla i confini.

Voltati ora, adesso, subito, guardala

fermala l'ombra che ti sfiora, che passa,

che libera in te un breve miraggio nell'inquieta

trasparenza del suo andare, del suo viaggio.

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Dormi

lieve

sui clivi

scolpiti

di pioggia

che un giorno

di glicine

raccontano

soltanto,

a me

che non

so di aver

vissuto

tutti i battiti

del cuore

con il loro

ritmo,

dolce.

Vorrei

trovare

parole

autentiche

per raccontarti

in un mattino

troppo lontano,

spruzzato

di vecchia

giovinezza

effimera,

per parlare

a te

che scopri

appena il mondo

di un amore

che solcava

tutti i pensieri

del crepuscolo

ed il dolore,

attore muto,

nei pallidi

viaggi

che non conosco

ne' hanno

un tempo.

Ne'luce.

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E guarderò per sempre la dove il cuore si accende

di musica che ruberò ad ogni istante,

ogni istante che vive dentro,

respira all’interno.

 

Cercherò dovunque possa incontrare i miei sogni,

lo chiederò a un dio, dove volano gli angeli,

e ti incontrerei, e ti ruberei,

mi trasformerai...

 

di luce, questa notte, parlerà di te,

che al nero dai colore vivo, più vivo che c’è,

e resta di te, anche se non ci sei,

chissà dove.

 

Costruirò un nido tra le stelle, dedicato a te,

un battito di voce, forte, più forte.

 

Accenderò mille soli ancora, brucerò di te,

eterne sensazioni nascoste dentro,

che si nutrono di te, essenza dei sogni miei,

dove te ne vai, dove te ne vai,

dove te ne vai…

 

Aspetterò il momento, attimo di controtempo,

di danza che descrive disegni di dio,

e ti canterò.

 

 

-------------------------------------------

 

Canzone...

 

"dove il cuore si accende"

 

dedicata, decisamente :)

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Un po' di sana allegria...

 

Perdere il senso di continuare

verso tutte queste strade, aperte

senza più voler guardare se poi conti

cosa alla fine sia, o possa costruirsi

ancora.

 

Non è più pensiero motivante

lo stesso obiettivo in se

ha perso ragione, se mai ne abbia poi avuta,

di porsi in essere.

 

E non segue più neanche il sole la luna

ciclicità imperterrite, atte a ribadire l'importanza di una fotocopia.

Lasciare che finisca la carta, o non guardarla più.

 

Prospettive di lasciarsi a cadere,

han perso il fascino poetico del rappresentare sconfitta.

Come un elevarsi a simbolo

a prendere ragione di predestinazione,

alla follia,

al dolore estasiante.

 

Perdere se stessi verso l'attimo presente.

Questa la risposta intravista.

Purché non resti troppo contemplata,

onde diventare altro motivo a dimenticare.

 

Fermo.

 

Ai margini di ogni scelta,

che sia sognata, che sia desiderata, che sia consciamente valutata. Giusta

o anche sbagliata.

 

Si, fermo. Senza aver fatto niente.

E dire al mondo che

non c'è.

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Eco.

 

Perché di vento sinuoso

gli anni se ne sono andati

con l'ultimo soffio della sera

e di te che ancora mi accompagni

nei vuoti giardini di ieri

un fiore leggero resta ora.

Perché di quell'antico amore

le impronte sul lago

più non sono nostre

e, ove la dolce metafora

del tuo corpo nudo

lungo la sorgente delle illusioni

dispare

lentamente naufragando,

il tuo sapore più non si respira.

Perché il riflesso ha ormai dissolto nel cielo

il pudore del mio canto

e la parsimonia con cui

si donava allora a te,

a te perfetta luce

d'occidente muto,

a te di cui il volto struggente

più non si accarezza, solo di sole i petali

e tutto l'infinito che ci sta accanto, rimane.

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