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J. R. R. TOLKIEN


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Allora rispondo alle due domande:

 

Cominciamo dalla seconda che è più semplice e breve:

 

Scatha era un Grande Drago (mi pare un Drago del Freddo) dell'Ered Mithrin. Come Samug e pochi altri si salvò dalla caduta di Angband nella Guerra d'Ira alla fine della Prima Era e si rifugiò nella Terra di Mezzo. Venne ucciso da Fram di Éothéod nell'anno 2000 della Terza Era. Éothéod era la terra nei pressi della sorgente dell'Anduin chiamata così dopo che gli Éothéod la strapparono alle forze di Angmar.

Gli Éothéod erano gli uomini della Valle dell'Anduin, discendenti della Terza Casa degli Edain.

Originariamente vivevano tra il Guado di Carrock e Campo Gaggiolo, ma nel 1977 T.E., in corrispondenza della caduta di Angmar, si mossero nelle terre circostanti la sorgente dell'Anduin, scacciarono gli Orchi che vi vivevano e chiamarono quella terra Éothéod.

Nel 2510 Eorl il Giovane loro signore, si alleò con Gondor e partecipò alla Battaglia dei Campi del Celebrant. In cambio dell'aiuto Cirion di Gondor donò loro il Calenardhon. Da allora essi si dettero il nome di Eorlingas, e

furono chiamati Rohirrim dal popolo di Gondor.

La parola éothéod può essere tradotta in italiano come "gente del cavallo",

o in inglese antico Rohirric, da cui deriva appunto Rohirrim.

 

Per quanto riguarda la prima domanda esistono alcune ipotesi correlate da dati precisi e verosimili ma non c’è nessuna certezza. Ti espongo tali ipotesi fatte anche da noti studiosi di Tolkien e del suo mondo:

Allora i Balrog, Valaraukar nell'Antica lingua, erano spiriti di fuoco sedotti da Melkor in tempi tanto remoti che non possono essere misurati. L'Oscuro Nemico, per asservirseli e dominarli, li raccolse con sé nei tetri saloni della fortezza di Utumno (da cui l'espressione «fiamma di Udûn» con cui Mithrandir designa l'avvampare del demone, contrapposto al Fuoco Segreto di Eru che egli serviva: Udûn è la contrazione in Lingua Corrente dell'antico nome della rocca settentrionale di Morgoth). Ai tempi della Guerra d'Ira, Morgoth fu assalito dalle forze radunate dai Valar. Molti dei Balrog vennero annientati nell’immenso scontro ma forse alcuni, sicuramente uno il Balrog di Moria, riuscirono a riparare oltre i Monti Azzurri celandosi in qualche remoto anfratto della Terra di Mezzo. I Balrog in origine erano creature della stirpe celeste dei Maiar, del medesimo ordine di Sauron o Gandalf. Melkor corruppe i loro animi riducendoli al suo servizio allorché il Mondo non era ancora del tutto plasmato, nei giorni dell'antico splendore. Furono dunque radunati nell'antica roccaforte di Utumno press'a poco al tempo in cui le Due Lampade dei Valar venivano accese, prima ancora che il Sole sorgesse per la prima volta. I Balrog erano spiriti di fuoco, un fuoco malefico ardeva nel loro animo, si diceva, e fiamme divampavano sugli staffili che recavano. Inoltre, era loro facoltà avvolgersi in veli di tenebrosa oscurità. Il Balrog che Gandalf combatté in Moria, per esempio, inizialmente non fece intuire della sua vera natura eccetto che per le lingue di fuoco che sortivano dalle sue corna. Veniamo ora al punto della domanda: Poteva Sauron controllare il Balrog di Moria?

Vi sono due ipotesi principali e per certi versi contrapposte.

Iniziamo con la prima: Molti pensano che Sauron assai verosimilmente non potesse controllare il Balrog di Moria. Si è detto, dopo tutto, che "i Balrog furono annientati, salvo quei pochi tra loro che fuggirono e andarono a nascondersi in grotte inaccessibili..." (Silmarillion, p.316). Ma della loro fine non si è detto specificamente. Quanto a Sauron, data la sua posizione di maggiore fra i servitori di Morgoth, che aveva parte in tutti i piani che la sua mente pianificava, e che fu secondo a Morgoth in malvagità solo in quanto a lungo servì lui invece che se stesso come scritto nel Valaquenta, essendo “il massimo e il più fido dei servi dell'Avversario, nonché il più pericoloso” , non penso che possa esservi alcun dubbio sul fatto che i Balrog lo avrebbero riconosciuto come l'erede apparente di Morgoth. Dopo tutto egli era il luogotenente di Melkor. I Balrog lo avevano già seguito ed avevano obbedito ai suoi ordini nella Prima Era. Essi erano ambedue Maiar, ma come accade per i Valar, ve n'erano di differenti livelli quanto a gloria e potenza pure entro il medesimo ordine. C'è da ritenere che Sauron fosse uno dei più possenti fra i Maiar, dato il ruolo che egli giocò per Melkor e per se stesso nel trascorrere delle ere. Quale possibile prova del suo ascendente sui Balrog c'è un passaggio a pag. 365 del Silmarillion, concernente lo stato di cose prima che Ar-Pharazon riportasse Sauron con sé a Numenor: "e Sauron tornò a radunare sotto il proprio governo tutte le creature malvagie dei tempi di Morgoth che restavano sulla terra o sotto di essa."

Il punto che riguarda l'impiego dei Balrog solamente per attaccare avversari più possenti è valido, come la congettura che senza l'Anello Dominante venisse meno l'ordinamento gerarchico. Si potrebbe speculare sul fatto che, data la prossimità del Balrog a Lothlorien, Sauron fosse in attesa di recuperare l'Unico Anello e quindi neutralizzare uno degli ultimi centri di potere dei Noldor nella Terra di Mezzo con le orde degli Orchi di Moria. Assumendo ovviamente che egli potesse controllarlo. Data la sua potenza c'è da credere che verosimilmente avesse una certa influenza su di esso anche senza l'Anello. Dato che nessun altro Balrog fu presente nelle vicende della Guerra dell’Anello, e dacché gli scritti ci dicono con chiarezza che almeno in qualche frangente nell'era post-Morgoth Sauron poteva ancora controllare tali creature, ogni altro orrore rimanente se si eccettuano Smaug ed il Balrog di Moria, deve essere stato distrutto dalle armate di Gil-Galad ed Elendil nella Guerra dell'Ultima Alleanza, quando l'Oscuro Sire deteneva ancora l'Anello e probabilmente poteva ancora comandarli; o almeno i draghi, essendo sopravvissuti alla Guerra, si affrancarono dal controllo di Sauron nella scia della scomparsa dell'Anello Dominante. Ciò si potrebbe giustificare a fronte del convincimento che Sauron avesse qualche sorta di ascendente su tali creature in quanto a p. 371 si dichiare che vi erano draghi, al plurale, negli anni che precedettero la Battaglia Finale. Uno di essi era Smaug. Si potrebbe quindi anche pensare che vi fossero altri Balrog (e draghi) al principio dell'ascesa di Sauron poiché come detto prima Tolkien non dice chiaramente se più di un Balrog sopravvisse alla Guerra d'Ira. Certamente alcuni dei Sette Anelli furono distrutti con i Tesori dei Nani dai draghi , o riconquistati da Sauron.

E’ valida però ( secondo me è quella più veritiera) anche l’altra ipotesi:

È noto dalle cronache più antiche che i Balrog erano originariamente i servitori di Morgoth nella Prima Era, e ugualmente anche Sauron ne era servo. I Balrog e Sauron erano Maiar ed in qualche modo coevi, stante il Valaquenta; si può dibattere sul fatto che i Balrog avrebbero o meno riconosciuto Sauron come legittimo successore dell'Oscuro Valar e servirlo allo stesso modo.

Comunque, se si considera la cronologia degli eventi nella Terza Era una certa correlazione o diviene evidente e comprensibile. Il Balrog fu destato dai Nani nell'anno 1980. i Nani fuggirono da Moria nell'anno 1981. Il Calcolo degli Anni tace riguardo a Moria fino all'anno 2480, quando Sauron cominciò a popolare Moria con le sue creature, nella fattispecie gli Orchi. Da questo punto in avanti, fino all'epoca della Guerra dell'Anello nel 3018 vi è una coabitazione del Balrog e degli Orchi per ben 538 anni!

Certamente Sauron sapeva dell'esistenza del Balrog (soprattutto dal momento in cui i suoi Orchi penetrarono in Moria), ed il Balrog sembra aver tollerato la presenza degli Orchi di Mordor sotto le volte dei Nani. In questa seconda ipotesi, che ripeto è quella a mio giudizio maggiormente vicino alla verità, Sauron non poteva aver controllato oppure comandato il Balrog. Il Balrog è un Maiar pari a Sauron e quindi libero di servirlo o meno, ed il fatto che non se ne sia servito quando era in possesso dell’Anello nella battaglia dell’Ultima Alleanza fa pendere la bilancia verso il fatto che non poteva avere potere su esso. Ancora più valida è questa tesi quando Sauron è privo dell'Unico Anello dato che senza l’anello, nel quale aveva confluito gran parte della sua forza, non avrebbe avuto l'abilità di dominare una volontà così forte come quella di un Balrog.

Come tale, il Balrog agì proprio come fece nel corso di tutta la Storia della Terra di Mezzo: in conformità all'imperitura lotta fra il male che esso incarnava e il bene. Infatti Gandalf, come il Balrog, era un Maiar, ma a differenza di questi allineato dalla parte dei Valar (il Bene), gli eterni nemici di Morgoth (personificazione del Male). Dacché i Balrog erano fra i campioni del servaggio di Morgoth, ne consegue naturalmente che il Balrog di Moria avrebbe attaccato Gandalf assecondando la propria indole.

E’ dubbio quindi che Sauron potesse mai aver comandato il Balrog magari per attaccare Lorien oppure per battersi contro Minas Tirith. I principali poteri di un Balrog non si manifestano contro eserciti di nemici minori, oppure nello sgretolare mura di castelli, ma piuttosto contro altri potenti avversari come Stregoni o signori Elfici. Anzi ci si potrebbe chiedere cosa sarebbe potuto accadere se il Balrog fosse riuscito a mettere le grinfie sull'Unico Anello. Difficilmente si sarebbe docilmente sottomesso a Sauron, più probabile che l'avrebbe piuttosto adoperato egli stesso, confidando nel fatto di essere il più fedele servitore del Nemico del Mondo –Morgoth-, più meritevole che non il Signore di Mordor, che come sappiamo non era morto alla fine della Prima Era ma era stato cacciato nel vuoto al di là delle mura di Arda (fino alla battaglia finale la Dagor Dagorath) e quindi il Balrog continuava ad agire per il suo primo ed unico Oscuro Signore.

 

 

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IL MISTERO DEL

"BOSCO ATRO"

TRA FANTASY

E TRADIZIONE

 

 

 

“Ebbene, questo è il Bosco Atro!

— Disse Gandalf—

La foresta più grande

del mondo settentrionale”

(J. R. R. Tolkien)

 

Vi è una forza magica che traspira dalle pagine di Tolkien; la stessa forza possente e misteriosa che ne ha decretato il successo fra generazioni di ribelli che, a tutte le latitudini ideologiche, hanno colto l’affiato del Mito necessario a combattere le cupe ombre del Mordor tecnocratico in nome del Sogno, dell’Utopia — di un’Altra Realtà, insomma, più arcana e più vera. La forza profonda della saga tolkieniana affonda le sue radici nella inconscia e diuturna origine celtica dell’anima indoeuropea che riaffiora nell’inconscio individuale e collettivo dopo millenni di desolazione e povertà di spirito creatore. Ogni lettura dei capolavori di Tolkien (lo “Hobbit” racchiude in nuce tutti i mitemi sviluppati ne “Il Signore degli Anelli”) svela una singolare caratteristica: vi sono episodi e vicende che colpiscono in profondità l’animo del lettore e, di rilettura in rilettura, episodi, protagonisti e vicende improvvisamente balzano alla luce di una coscienza superiore interna con una vividezza incredibile: le pagine dello scrittore “che ha donato una mitologia all’Inghilterra” riservano sempre sorprese all’animo del lettore partecipe. Tale forza profonda deriva dalla indubbia capacità di Tolkien di innestare la sua epopea nella sorgente profonda degli archetipi immutabili dell’animo, sorgente che ancora rampolla vivida nella più nascosta profondità, nascosta dalla scorza del materialismo contemporaneo. È così che l’opera di Tolkien dipana una vera e propria “foresta di simboli” che l’attento lettore può cogliere. Fra i tanti passaggi letterariamente più fecondi e simbolicamente più pregni di magiche assonanze, la saga del “Bosco Atro” è certo uno dei più significativi. La magia della Foresta cupa e misteriosa è antica come l’animo celtico indoeuropeo e il suo arcaico mistero è sovente evocato da Tolkien in numerosi episodi significativi della sua opera maggiore, ma è forse nell’episodio del “bosco atro” narrato ne “lo Hobbit” che manifesta tutta la sua valenza simbolica tradizionale. L’attraversamento di Bosco Atro — la nera e orrida Foresta che occlude il viaggio verso la riconquista del Tesoro calato nei meandri oscuri della Montagna Sacra — riveste un ruolo centrale ne lo “Hobbit”. Esso è evocato con terrore e mistero fin dalle prime pagine del racconto e neppure il fortunato attraversamento spegne le cupe ridondanze della Foresta misterica nel corso del romanzo. Questa forza letteraria è talmente ricca di valenze evocative nell’animo del lettore proprio perché il mistero del "Bosco Atro” fa vibrare la corda più atavica e primordiale dell’animo europeo. Possiamo cogliere in questa fascinosa saga il mito più archetipo di ogni autentica Tradizione: la catarsi dell’animo umano attraverso tutte le valenze, cupe, misteriche, ma rigeneratrici, del mondo “infero”, primordiale — laddove l’animo umano incontra le pulsioni più profonde del Sé, della Stirpe; cogliendo in un attimo di terrore ed angoscia il mistero del Tempo e del Destino, raccolto nella caoticità senza forma e primordiale racchiusa nel simbolo della Foresta. Possiamo cogliere una profonda corrispondenza fra letteratura e Tradizione, fra le vicende degli Hobbit nell’attraversamento della cupa foresta e le fasi dell' ”opera al nero” degli antichi alchimisti — simbolo di una morte e ri­nascita iniziatica ormai definitivamente perduta con lo spegnersi, in Occidente, di ogni autentica Tradizione. Ma la letteratura, attraverso il Mito, può far rivivere per un istante che poi diviene eternità — il mistero delle tradizioni celtiche. “Ma dobbiamo proprio attraversarlo? Si lagnò lo hobbit. — Certo che sì, disse lo stregone, se volete andare dall’altra parte. O lo attraversate o abbandonate la vostra ri­cerca . Nel commiato di Gandalf alle soglie di Bosco Atro possiamo cogliere il primo segreto della Foresta archetipica e simbolica: solo l’attraversamento dei cupi “inferni”, delle valenze caotiche dell’Io e della Stirpe atavica, permette una rinascita spirituale: la “nigredo” alchemica è disciplina durissima, ma necessaria per cogliere — dopo la Notte — il mistero del Sole che Sorge. Il fascino della Foresta è in assonanza con recondite armonie e ricordi di riti ancestrali delle stirpi indo-ariane: “Dante ha dovuto iniziare il suo viaggio proprio attraverso una foresta aspra e forte. È nel bosco che si svolge la Caccia selvaggia delle Tradizioni nord-europee di matrice celtica. Nell’immaginazione, il bosco è stato popolato da lupi mannari, orchi, streghe, o, al meglio, da folletti dispettosi, regine splendide ma superbe, fate inafferrabili: tutti figli della paura e del fascino obliquo che può esercitare” (1). Lo spazio boschivo è divenuto luogo simbolico di raccolta di presenza spesso terribili ed angoscianti: “vi sono dunque degli archetipi inconsci negli atteggiamenti dell’uomo quando si pone in rapporto con la foresta: la sospensione fra il noto e l’ignoto si fa più viva ed evidente, si fa anche maggiormente nitido il forte peso dell’ambiguità di un luogo dove possibile ed impossibile si amalgamano. Un fascino obliquo che fa svanire le mete nell’incertezza continua” (2). In sintesi, la Foresta rappresenta la materia stessa priva di ogni, nesso formale e limitante, antecedente al perfezionamento raggiungibile attraverso il simbolo solare, nella saga la Montagna che racchiude il Tesoro; la Hyle primordiale dalla cui caoticità e contraddittorietà l’Uomo inizia la sua Cerca (3). Da questa Foresta simbolica il Viandante può assurgere a due Destini: o smarrirsi e morire spiritualmente non superando la terribile prova della “nigredo” alchemica (il terrore della foresta “aspra e forte” di Dante; il comprensibile panico degli Hobbit); o rigenerarsi spiritualmente e giungere alla Meta, la luce spirituale, la Vetta celeste, l’Oro alchemico (“Il Tesoro del Drago”: quante analogie con la prassi alchemica nell’opera di Tolkien!). In fondo, sulla base dell’antica memoria celtico-aria, la foresta ha continuato ad essere il luogo del rito segreto, delle celebrazioni misteriose, conservando un legame inscindibile con i misteri spirituali (4). Come negli antichi rituali alchemici, per superare le prove è necessario esser saldi e forti di Cuore e di Spirito: “Non lasciate il sentiero!” — raccomanda Gandalf agli Hobbit: allegoria evidente della dirittura spirituale e della traccia interiore che congiunge l’Uomo al Cielo sempre, anche nella fase simbolica della morte alchemica.

Ma accompagnando gli Hobbit nel tragitto attraverso le orride viscere di Bosco Atro, vedremo che la saga è “costellata” (termine interpretabile anche in chiave Junghiana di lettura dell’inconscio) di simboli, ciascuno dei quali rappresenta incredibilmente una delle fasi ascetico-iniziati che dei riti alchemici medievali. La Foresta cupa ma necessaria (metafora dell’Atanor alchemico); il Sentiero come traccia spirituale; il commiato della Guida che indica la solitudine del Viandante nei labirinti dello Spirito; sono simboli che indicano l’accesso all’Altra Realtà, alla prova del Bosco Atro, alla teofania magica dell’incontro con le pulsioni arcaiche del Sé e della Razza, alla sfida con l’Anima Mundi primordiale; al lacerante incontro/sfida con il proprio Doppio Spirituale. Il simbolo successivo di ogni Via spirituale ascetico­guerriera è l’incontro con i Guardiani della Soglia: incontro terribile e spesso senza uscita, lotta totale contro l’eternità del Passato e del Futuro che gli arditi Viandanti della Tradizione sperimentano lungo i tormentati cammini dell’ascesi. È un simbolo arcaico della Tradizione celtica iperborea che vive nello spirito antico delle leggende e del folklore popolare (5) e che Tolkien fa risorgere magistralmente nelle pagine che stiamo leggendo. I Guardiani della Soglia del Nèmeton (il bosco sacro celtico laddove l’eco magica dei riti druidici ancora si effonde nelle narrazioni popolari attraverso una oscura demonizzazione delle foreste del mondo alpino europeo) (6) sono ampiamente raffigurati dalla magica penna dello scrittore anglosassone: i terribili occhi verdastri di insetti repulsivi che guatano gli Hobbit al crepuscolo — quando non è né giorno, né notte: momento di sospensione atemporale magico ed occulto, quando il Sole non è ancora tramontato né l’astro notturno levato nella sfera celeste: tenuti a distanza dal magico Cerchio del Fuoco che difende i Viandanti (7); orridi e schifosi Ragni famelici, Mosche invadenti, Mannari, Orchi e Bestie immonde! La fantasy è qui al servizio della miglior simbologia tradizionale. La vittoria su questi occulti Guardiani richiede tre ulteriori prove agli Hobbit, prove dall’evidente significato iniziatico tipicamente ario-celtico, poiché legato alle valenze guerriere, essenziali nei perduti riti iniziatici dell’alba delle stirpi europee e ben lontane dalle deviazioni levantine delle forme pseudo-iniziatiche dell’occultismo contemporaneo. Sono tutti simboli presenti nell’antica Alchimia medievale: rivivono grazie ad una sorta di magica capacità evocativa in una saga letteraria alle soglie del Duemila. La prima delle tre prove che gli Hobbit devono affrontare consiste nel superare indenni un fiume misterioso le cui acque donano l’oblio a chi vi s’immerga. E la fase cruciale della “nigredo” alchemica: la distruzione della memoria animica come processo dell’ascesi spirituale. Anche qui però si cela l’inganno del Bosco Atro: la distruzione del legame Karmico (il vincolo di nascite/rinascite che preclude l’accesso agli stati superiori dell’Essere non deve significare perdita della memoria atavica individuale ed ancestrale, ma solo superamento dei lacci condizionanti della stessa. Nella saga degli Hobbit, i protagonisti (con l’eccezione di Bilbo) non assurgono a tale livello, subendo un assopimento delle facoltà di veglia e favorendo l’insorgere delle forze infere rappresentate dai Ragni e dalle false visioni degli Hobbit (8). La funzione dei repulsivi insetti è quella di ostacolare l’ascesi nelle sue fasi più cruciali: quella della “dissoluzione” (termine alchemico) e della rinascita. Tale funzione è fondamentalmente limitata e riduttiva rispetto ad altre fasi dell’ascesi spirituale ermetica: lo dimostra la relativa facilità con la quale Bilbo riesce a sconfiggere le mostruose creature. Qui Tolkien evidenzia, con abile celia narrativa, una profonda Verità tradizionale: l’intiero Cosmo — nelle sue sfere superne come in quelle infere- è governato da una sottile armonia, una vibrazione cosmica che permea di sé ogni dimensione dell’Essere (“in principio erat Verbum”): la ‘canzone’ con la quale Bilbo sgomina le venefiche concrezioni del sottosuolo psichico non è altro che il simbolo della possibilità di sgominare, attraverso un rito apotropaico, tutte le concrezioni infere, poiché anch’esse sono dominate dalla legge universale dell’armonia cosmica: colta la chiave della loro essenza (gli Antichi, non a caso, dicevano che “nomina sunt numina”), anche le creature più infernali del ‘sottosuolo’ psichico devono scomparire, morire, esser riassorbite nel “nulla” cosmico. Magia della parola? Forza evocatrice del rito? Nella canzone sorniona di Bilbo (eroe archegenetico, al pari del Parsifal Celto-cristiano e dell’Arijuna indo-ano), il lettore può cogliere molte Verità, al di sopra del velo letterario (9). Da ultima, la terza prova, anch’essa connotata dai carismi guerrieri della spiritualità arcaica celtica, che indica il più sottile artifizio del Bosco Atro: il pericolo di confondere il piani superiori dell’Essere (la Tradizione solare, da tempo scomparsa in Occidente) con quelli “inferi” (la pseudo-Tradizione, strumento dello pseudo-esoterismo). Bilbo e gli Hobbit abbandonano il Sentiero dopo che Bombur — lo Hobbit sprofondato nell’oblio del fiume stregato — li incita a cercare lontano dal Sentiero le immagini fiabesche della Festa degli Elfi, sognate nel lete o incubo che lo ha avvolto. Cercano una scorciatoia, gli Hobbit, che li porti alla Luce senza attraversare i perigli della Notte: l’Eterno Ingannatore li accontenta e ai margini di una radura (simbolo arcano trasudante mistero: evoca le avite presenze rituali celtiche del Dio Pan delle foreste dell’Ellade, del Thor germanico e dei suoi cavalieri) appare una fiamma che arde in mezzo ad un banchetto che poi, assieme alla musica e alle danze, scompare quando gli Hobbit hanno abbandonato il Sentiero: gli Elfi apparsi confondono i loro tratti con quelli degli orridi Ragni... Chi ha conoscenza degli arcani e degli inganni che si celano lungo le vie dello Spirito intuisce il senso della affabulazione tolkeniana. Spesso forme pseudo-tradizionali assumono tratti parodistici della Tradizione e portano alla distruzione, delle valenze superiori nella difficile fase spirituale dell' "opera al nero”, richiudendo il Viandante nei lacci di un’illusione senza fine — che è anche Elusione della meta finale: l' "opera al rosso”, l’Oro Spirituale (10). Ma l’indomito coraggio permette agli Hobbit di uscire dalla Foresta cupa e pulsante di inganni e terrori arcaici, rivelatrice però delle forze superiori dello spirito. Simbolicamente, l’apparire di un cervo (simbolo iperboreo e celtico di sapienza regale) conclude il cerchio delle prove di Bosco Atro, iniziato con l’immagine simbolica dell’orso (simbolo guerriero indoeuropeo) Beorn e “costellato”, lungo la circonferenza, dalle immagini repulsive di Orchi e Ragni, ideogrammi delle prove dell’opera al nero alchemica. Tolkien non abbandona qui le Vesti di un antico Maestro tradizionale, rinunciando a proporre simboli antichi sotto il velame fantasioso della saga: dopo il cupo mistero di Bosco Atro compare la luce degli Elfi (simbolo dell' ”opera al bianco”) che si trasmuta nella maestà dell’ "opera al rosso”, raffigurata nel Tesoro sito nel Cuore della Montagna (11). Alla fine della saga, per Bilbo si è completata l’allegoria del rituale di iniziazione guerriera tipico delle tradizioni celtiche e racchiuso nelle pagine della fiaba, si dipana allora l’ardua prova finale: la tremenda Battaglia dei Cinque Eserciti fra le opposte schiere del Bene e del Male. Ma, questa, è un’altra storia.

 

 

 

NOTE

 

(1) AA.VV., Il Regno Perduto, Padova 1990, p. 59.

(2) Massimo Centini, Il sapiente del Bosco, Milano 1989, p. 101.

(3) Adolfo Morganti, Il Mago Merlino, Chieti 1989, p. 100.

(4) M. Centini, op. cit., p. 103.

(5)M. Centini, op. cit., p. 89. Interessante è anche la lettura dello studio di Dario Spada, La caccia selvaggia.

(6) Cfr. di Edoardo Longo, Il ritorno alle sorgenti, post-fazione al citato volume di Spada e pubblicato in anteprima su Diesel 37/92.

(7) Sul simbolismo del Fuoco, della Veglia e del Cerchio le note potrebbero essere infinite. Rinviamo il lettore ai lavori di Levalois, La terra di luce, (Milano 1987); Guénon. Simboli della scienza sacra, (Milano 1991); AA.VV., Il Regno perduto, cit. Alcuni simboli legati al mistero del Fuoco rinviano palesemente ai riti indo-arii più antichi. Tale simbologia, con riferimenti ai riti delle vette celebrati nella religione Iranica, sono ampiamente illustrati in Ewantz, Cuchama andi sacred mountains, (USA 1989) in un articolo del quale stiamo predisponendo la traduzione italiana. Simboli del Fuoco e del Cerchio, nel quale spesso viene inscritta la Croce o lo Swastika, sono presenti in lontani riti celtici ancora esistenti. Si legga di D’Antuono, Un antico rito celtico vive ancora sui monti della Carnia, Clypeus, Torino, 1990; n. 90. Cfr. anche l’Introduzione di Gianfranco de Turiis a Il bosco oltre il mondo di W. Morris (Roma 1984).

(8) Non sfuggirà il parallelo fra il fiume stregato di Bosco Atro e il Lete della mitologia classica.

(9) Sulla forza creatrice/dissolutrice della parola, rinviamo alle note esposte da noi in Libraria 3/90 e all’articolo di D. Orlandi, La malia e i “mula carmina”, Rivista dei Misteri, dicembre 1991.

(10) Cfr. A. Morganti, op. cit. p.103.

(11) Per un approfondimento di questo tema si fa rinvio a C. Giacomini, note sul simbolismo orientale della Montagna, in: AA.VV., Il Regno Perduto, op. nt.

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Gil conosci per caso un sito in cui posso scaricare delle mappe della Terra di Mezzo e le sue variazioni nelle diverse Ere.

 

E anche gli alberi genialogici delle varie stirpi (so che nei vari libri gli alberi genialogici ci sono ma ne vorrei delle versioni da stampare).

 

Grazie...Ciao!! <img alt=" />

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Ah ecco qualcosa sulle mappe l'ho trovata.....

...e ce ne sono tantissime delle varie ere e anche di Valinor, sulle densità di popolazione nelle varie zone, sull'intero mondo di Arda, insomma di tutto di più (mappe Arda)

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Non ho trovato però granchè sugli alberi genialogici!!! <img alt=" />

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  • 2 weeks later...

Allora è in pratica una mappa passatemi questo brutto termine "evolutiva" nel senso che in essa sono contenuti in pratica tutte le evoluzioni delle tre Ere. Infatti ad esempio si vedono dove furono innalzate le grandi lampade dei Valar Illuin e Ormal quando Arda era da poco nata e che poi furono distrutte da Melkor, oppure si vede dove era situata la prima fortezza di Melkor Utumno che fu distrutta dai Valar nella Battaglia delle Potenze così come si vede dove effettivamente era situato il luogo del risveglio degli elfi Cuivienen dove furono trovati da Orome, oppure ancora l'isola di Almaren: chi di voi poteva situare con esattezza quale fu la prima dimora dei Valar che dopo la sua distruzzione costruirono Valinor? Per non parlare della esatta posizione dei vari domini dei diversi Valar nelle terre di Aman. Certamente questa mappa è incentrata soprattutto sugli accadimenti della I Era ma non mancano come potete vedere anche le terre che furono teatro degli eventi nelle due ere successive. Naturalmente è dato per scontato che tutta la parte del Beleriand fino ad Angaband seconda fortezza di Melkor al termine della prima era sprofondi nel mare quindi tutta quella parte di territorio appunto è presente solo nella I Era ed infatti dove si trovano nella mappa gli Ered Luin (le Montagne blu o Azzurre che dir si voglia) sarà la nuova costa (il Lindon) nelle due Ere seguenti che si affaccia sul Grande Mare di Belegaer. A mio giudizio è una mappa straordinaria che evidenzia quasi tutti i luoghi (con esclusione ovviamente del planisfero di Eà) che vengono menzionati nei libri di Tolkien.

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Per il nuvo amico Melkor:

 

Link originale: http://www.eldalie.com/Saggi/TomBombadil/bombadil.htm

 

L’enigma di Iarwain - Tom Bombadil

 

 

 

Misterioso, potente, rassicurante; egli è il Messere, meraviglioso e sfuggente

 

La mitologia di Arda contempla schiere di personaggi dalle più svariate caratteristiche: valorosi guerrieri, principi d’alto lignaggio con discendenza semidivina, creature celestiali e spiriti dal sembiante di smisurati animali. Nelle saghe della Terra di Mezzo trova luogo un vero e proprio pantheon, con relativo patrimonio di leggende autoctone a complemento. Scorrendone però le pagine ci si imbatte in un personaggio strano, quasi anomalo, che a tutta prima parrebbe fuori luogo nel novero dei grandi del Mondo, date le sue caratteristiche – a mezza via fra il folletto silvano, lo stregone e il Potenza dell’Ovest. Pure, man mano che si prende contatto con le sue gesta, si finisce per comprendere sempre più a fondo la grandezza e l’importanza dell’unico vero Messere delle terre emerse ad est del Mare.

 

Sin dalle origini, un mistero

 

Come gran parte dei personaggi la cui esistenza abbraccia molte ere, il Messere è chiamato con nomi differenti nelle varie stirpi e regioni del Mondo abitato: noto come Orald presso le genti umane delle terre nordiche, lo si trova col nome di Iarwain Ben-Adar nei racconti elfici e con quello di Forn nella favella nanesca, ma nei canti della Terza Era egli è Tom Bombadil. A buon diritto, nel suo caso si può parlare di "mistero": fatto assai raro nella narrativa del Professore, laddove pressoché ogni altro luogo o creatura della Terra di Mezzo ci è descritto nei più minuti dettagli, di Bombadil non vengono elargiti che pochi accenni per volta, e le tessere del mosaico sono sperse a tal punto che ricomporlo è impresa ardua. Delle sue origini nulla si trova, così come della sua storia passata e futura; tanto è bastato a farne uno dei personaggi più discussi dell’intero ciclo letterario tolkieniano.

 

Relativamente alla scarsità di dati reperibili, la primissima considerazione che si può trarre è che lo stesso Tolkien risulta insolitamente reticente sulla questione dell’identità di Iarwain: "Pure in un’Era mitica deve esservi qualche enigma, come sempre ve ne sono. Tom Bombadil è uno di essi (intenzionalmente)" [ La Realtà in trasparenza, L. 144]. Fortunatamente, Tolkien dà nelle sue opere più indizi di quanto il brano citata non suggerisca, tuttavia assolutamente insufficienti a risolvere il mistero con sicurezza.

 

Bombadil nella Cosmologia di Tolkien

 

L’ universo di Tolkien è abitato da una moltitudine di razze ed esseri: il problema per il lettore sta nel fatto che ciò che di Bombadil è noto non si adatta facilmente alle peculiarità di alcuna di esse, come se il Messere fosse stato inserito nelle saghe da un imprecisato altrove. Di fatto, questo è quasi certamente quel che avvenne, almeno in senso letterario, ma al punto in cui siamo è primariamente interessante collocare Bombadil in una dimensione consona nel panorama della Terra di Mezzo.

 

Sebbene vi siano a disposizione molte stirpi candidate fra cui scegliere quella di appartenenza del nostro, perlomeno si può dismettere la maggior parte di esse immediatamente. Iarwain in definitiva non è un Uomo, un Hobbit, un Nano, né invero membro di alcuna specie mortale, e si può dare per scontato, per ovvie ragioni, che egli non sia un Orco, un Vagabondo, un Ent, un Drago oppure un’Aquila. Ciò premesso, rimangono da analizzare alcune interessanti eventualità.

 

La stravaganza, la grande saggezza, la notevole longevità e l’amore per il canto indubitabilmente danno a Bombadil qualità e peculiarità tipicamente 'Elfiche'; peraltro una tale eventualità è agilmente confutata durante la conversazione con gli Hobbit, come risulta dal passo seguente: "Quando gli Elfi emigrarono ad ovest, Tom era già qui..." [il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello, Nella casa di Tom Bombadil]. Ben difficilmente Bombadil avrebbe pronunciato parole simili se fosse stato un Elfo egli stesso. Ciò è, incidentalmente, prova della veneranda età di Bombadil - gli Elfi 'emigrarono ad ovest' negli Antichi Giorni molte Ere prima che egli pronunciasse tali parole.

 

Questa è un’ipotesi assai comune e suggestiva, nella misura in cui è talvolta ritenuta un dato di fatto oggettivo. Va detto che non se ne hanno dirette evidenze –pare che si faccia strada un altro convincimento, basato sull’idea che non potendo Bombadil essere un Valar, in assenza di altre possibilità, debba essere un Maiar. Iarwain potrebbe benissimo essere un Valar, e questa è almeno un’altra possibilità. Sebbene non si possa dire per certo che Iarwain non fosse uno dei Maiar, vi sono diversi elementi che mal si conciliano con una tale posizione. Il più importante di essi è dato dal fatto che l’Anello non ebbe effetto su di lui: "Quindi Tom infilò l’Anello alla punta del dito mignolo e lo accostò alla luce della candela... Tom non accennava a scomparire!" [il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello, Nella casa di Tom Bombadil]. Vi furono altri possenti Maiar nella Terra di Mezzo al tempo della Guerra dell’Anello, nella fattispecie Sauron, Saruman e Gandalf, e tutti costoro agivano in un certo senso sotto l’influsso dell’Unico. Ma è indiscutibile che Tom non sia affetto dal suo potere di dare invisibilità al portatore, né mostra di provare alcun desiderio di impossessarsene (dopo averlo esaminato lo restituisce a Frodo 'con un sorriso', comportandosi ben diversamente da quanto lo stesso Hobbit ebbe a fare più volte). Lo stesso Tolkien puntualizza l’importanza dell’immunità di Bombadil. Su tale argomento dice: "Il potere dell’Anello sopra tutti quelli che ne erano coinvolti, persino gli Stregoni o Emissari, non è un’illusione – ma non è l’intera immagine, pure nelle condizioni di allora di quella parte dell’Universo" [La Realtaà in Trasparenza, L. 153].

 

L’ultima delle razze che potrebbe includere Iarwain è quella dei Valar, le Potenze del Mondo. Un comune argomento a sfavore di tale posizione è che i nomi di ciascun Valar sono noti, e Iarwain non è nel loro novero, sebbene i testi di riferimento lascino spazio a qualche legittimo dubbio: "...benché [i Valar] altri [nomi] ne abbiano nel linguaggio degli Elfi nella Terra di Mezzo, e plurimi siano i loro nomi tra gli Uomini" [il Silmarillion, Valaquenta]. Mentre di Bombadil stesso si dice: "'Ma il suo nome era diverso: lo chiamavano Iarwain Ben-adar, il più anziano e senza padre. Molti e vari sono però i nomi che gli sono stati dati dopo dagli altri popoli...'" [La Compagnia dell’Anello, Il Consiglio di Elrond]. Non è inconcepibile, quindi, che Bombadil potesse essere uno dei quattordici Valar conosciuti, che si aggirasse in incognito nella Terra di Mezzo. Sebbene non si possa esserne certi, sembra verosimile che un Valar fosse capace di resistere al potere dell’Anello. Nonostante i riscontri a favore di quella che si potrebbe definire 'ipotesi Valar', però, ve ne sono anche di discordanti, fra cui forse il più significativo emerge dal passo seguente: "Il più anziano, ecco chi sono... Tom ricorda la prima goccia di pioggia e la prima ghianda... conobbe l’oscurità sotto le stelle quand’era innocua e senza paura: prima che da Fuori giungesse l’Oscuro Signore" [La Compagnia dell’Anello, Nella casa di Tom Bombadil].

 

Tutti quegli esseri che divennero i Valar esistevano prima che Arda fosse creata, così ognuno di essi potrebbe a buon diritto rivendicare il titolo di 'Più Antico', o Iarwain in lingua Elfica. Ma Bombadil dice espressamente che 'conobbe l’oscurità sotto le stelle' (vale a dire, che egli era già entro i confini di Arda) 'prima che da Fuori giungesse l’Oscuro Signore'. Il termine 'Oscuro Signore' è qui di senso incerto - potrebbe applicarsi sia a Melkor che a Sauron, perché entrambi originariamente giunsero da 'Fuori' del Mondo. Se qui si intendesse Melkor, ciò sarebbe assai significativo: si consideri tale descrizione dell’entrata dei Valar nel Mondo, dall’originale concezione tramandata nel Silmarillion: "Ma per quanto viaggiassero veloci, Melkor giunse primo..." [Racconti Ritrovati, L’avvento dei Valar e la costruzione di Valinor]. 'Primo' è qui in relazione a Manwë e Varda, i quali furono esplicitamente i primissimi Valar ad entrare in Arda a parte Melkor. Nella concezione originale di Tolkien, quindi (e non v’è nulla nell’edizione pubblicata del Silmarillion a contraddirlo) Melkor fu il primo essere da ad entrare nel Mondo, eppure – stando a questa interpretazione – Bombadil lascia intendere che egli sarebbe già stato presente allor quando Melkor arrivò!

 

Ammesso che Tom potrebbe riferirsi a Sauron, il quale deve giocoforza esser giunto in Arda dopo le grandi Potenze la frase 'prima che da Fuori giungesse l’Oscuro Signore' assume un significato alquanto maggiore se per il Signore in questione si intende Melkor (vale a dire, si riferirebbe in questo caso ad un evento di rilevanza cosmica, e ad uno specifico e speciale punto nella storia del Mondo, il che non potrebbe dirsi se si trattasse di Sauron).

 

Questa è solamente una delle obiezioni alla 'ipotesi Valar', ma vi sono molti altri argomenti che depongono sia a favore sia contro l’eventualità dello status di Iarwain come Valar. Un’ampia raccolta di materiale inerente a tale tema si deve al lavoro di Eugene Hargrove uno studioso dell'opera Tolkieniana.

L’ipotesi che Iarwain potesse essere uno 'spirito' (contrapposto ad un Maia oppure Vala) è certamente praticabile stando a quanto riporta il Silmarillion. Sebbene a tutta prima sembri convinzione comune che, fra le creature celesti dell’Uno, solamente i Valar ed i Maiar fecero ingresso in Arda, un barlume dell’originaria visione di Tolkien sopravvisse entro la versione pubblicata dell’opera a stuzzicare lettori e critici. Qui, discutendo degli otto Valar principali, si dice: "...per maestà sono pari, superiori al confronto con chiunque altro, sia dei Valar che dei Maiar, e ad ogni altra specie inviata da Ilúvatar in Eä" [il Silmarillion, Valaquenta]. Questa la traduzione italiana ufficiale: va però specificato che la singola frase 'ogni altra specie' nel testo originale suona 'any other order'. Si parla cioè di “ordini”, che si possono intendere nell’accezione di differenti gradi di un’ipotetica gerarchia degli Spiriti del Cielo, e non già di “specie”, parola che rimanda invece a raggruppamenti di creature viventi corporee. Tuttavia, quella dei molteplici invii di Ilúvatar in Eä sembra essere una reminiscenza di un’idea molto più antica e dettagliata: "...folletti, fatine, spiritelli, e come altrimenti vengono chiamati, perché il loro numero è molto grande... nacquero prima del mondo: più vecchi di quanto vi si trova di più antico, non fanno parte di esso, anzi ne ridono..." [Racconti Ritrovati, L’avvento dei Valar e la costruzione di Valinor ]. È arduo non udire l’eco dei canti di Tom Bombadil in tali parole, e forse qui si trova il primissimo seme della sua ispirazione (i Racconti Ritrovati pre-datano la prima apparizione di Bombadil di circa un decennio). Se Bombadil sia un folletto, una fatina o uno spiritello, però, è assai dubbio - nessuna di tali creature appare nelle opere di Tolkien pubblicate, e la loro funzione di ponte verso il folklore dell’epoca più tarda sembra essere stata ripresa, perlomeno parzialmente, dagli Hobbit; questi ultimi armonizzano meglio con lo stile mitologico che venne ad assumere il Silmarillion.

 

Tale versione dell’idea di 'spirito' non consente comunque di affrontare con successo molti degli altri problemi già discussi. Ad esempio, non è chiaro perché un 'folletto' dovrebbe essere immune ai poteri dell’Anello quando i Maiar non lo sono, e se mai una 'fata' potrebbe essere entrata nel Mondo prima del primo dei Valar. Ma sembra di poter dire che queste, alla luce dello sviluppo dei miti di Arda negli anni, sono questioni superflue: folletti e fate potrebbero forse trovar posto nella Terra di Mezzo nelle fiabe narrate da qualche nonna della Contea o di Brea ai suoi nipotini, non certo accanto agli eroi Noldorin della Prima Era.

 

Vi è un’altra sorta di spiriti di cui Bombadil potrebbe ragionevolmente far parte: uno 'spirito della natura' – ed è forse, con le dovute cautele, la più convincente delle ipotesi. Fra l’altro, lo stesso Tolkien sembra supportare tale punto di vista: "Pensate che Tom Bombadil, lo spirito delle campagne (in via di dissoluzione) di Oxford e del Berkshire, potrebbe volgere nell’eroe di una storia?" [La Realtà in Trasparenza, L. 19]. Tale lettera pre-data l’apparizione di Iarwain ne Il Signore degli Anelli, così essa è, se non una prova, quanto meno un indizio a favore di questa peculiare categoria di esseri. L’idea di uno 'spirito della natura' è quindi certamente possibile all’interno dell’universo tolkieniano. Sebbene a tale area della sua cosmologia non si indirizzi mai direttamente, la Terra di Mezzo sembra essere a volte colma di creature spirituali - perlomeno alcuni alberi sono apparentemente animati da spiriti, per esempio (si consideri il Vecchio Uomo Salice, oppure gli Ucorni di Fangorn). Considerare inoltre le parole di Legolas: "Ma gli Elfi di questa terra erano di una razza estranea a noi, gente silvana, e gli alberi e l’erba non li rammentano. Solo odo le pietre rimpiangerli..." [La Compagnia dell’Anello, L’anello va a sud]. Quantunque è una speculazione collegare le percezioni dell’Elfo alla flebile eco del malumore di un’entità spirituale locale, vi sono numerosi altri esempi di tale fatto: è chiaro che nell’universo di Tolkien, l’essenza della natura è in qualche modo più viva e sensibile, quasi fosse autoconsapevole, che non nel mondo moderno. Il passo è breve da quest’idea a quella degli 'spiriti di natura', le cui tracce peraltro sono disseminate in parecchie mitologie antiche, ma in effetti molto più lungo verso quella di uno 'spirito di natura' incarnato che portasse stivali gialli e vivesse in una baita.

 

Bombadil e la sua caratterizzazione letteraria

 

Appare chiaro che, all’interno del cosmo al quale apparteneva, Bombadil non possa essere classificato con alcuna certezza. Ma al di fuori di esso si può almeno giungere ad alcune conclusioni più solide.

Quanto alle origini di Iarwain negli scritti degli inizi, al tempo della stesura de Il Signore degli Anelli, Tolkien aveva già completato un corpus di opere che molti altri scrittori non avrebbero eguagliato se non in una vita intera. Bombadil stesso era apparso nelle trame già nel 1933 (sebbene la raccolta Le Avventure di Tom Bombadil non comparisse alla ribalta fino al 1961 - e di fatto Tom appare solamente nei primi due dei sedici poemi che la compongono). Per di più, il Silmarillion era già ben sviluppato. L’intenzione di quel tempo era che il Silmarillion non sarebbe mai stato pubblicato, e così Tolkien adoperò con la massima libertà nomi e toponimi di quell’opera nel suo seguito a Lo Hobbit: Glorfindel ne è l’esempio più famoso, ma i nomi Gildor, Denethor, Boromir, Minas Tirith e molti altri oltre a quelli citati appaiono tutti in ambedue le opere, riferiti a differenti luoghi e personaggi – fortunatamente, la grande distanza temporale fra i racconti ambientati nei Tempi Remoti e gli eventi della Guerra dell’Anello costituisce un buon filtro per eliminare la maggior parte delle incongruenze connesse a queste similitudini.

 

Anche Bombadil deve aver preso parte al processo, ma nel suo caso tutto quanto riguarda il personaggio, piuttosto che il solo suo nome, sembra essere stato trapiantato nell’emergente Il Signore degli Anelli. L’apparizione di Bombadil nei capitoli iniziali è naturale - Tolkien a quel tempo sembra essersi figurato l’opera come un libro per bambini, un seguito a Lo Hobbit che impiegasse il medesimo stile, e Bombadil certamente non sarebbe sembrato fuori luogo. Crescendo, però, il mondo de Il Signore degli Anelli prese a fondersi con quello del Silmarillion. Qui sembrano essere sorte le difficoltà del caso – un personaggio del calibro di Bombadil, sebbene facilmente adattabile alla disinvolta stesura de Lo Hobbit, non ha collocazione altrettanto ovvia nel dettagliato universo del Silmarillion.

 

Sebbene "l'intromissione" di Iarwain nel nascente Il Signore degli Anelli possa vedersi come 'accidentale', certamente non è accidentale che egli vi sia rimasto. Tolkien riesaminò e rivide il libro con la sua consueta meticolosità - è inconcepibile che il personaggio di Tom Bombadil potesse rimanere al suo posto se il Professore non l’avesse visto, in un certo qual modo, 'adatto' al resto della storia. La conferma è nelle sue stesse parole: "...Lo mantenni, e così com’era, poiché egli rappresenta certe cose altrimenti lasciate in disparte" [La Realtà in Trasparenza L. 153]. Nella medesima lettera, egli prosegue a riassumere ed a specificare che cosa intende per 'certe cose'. Si suggerisce che mentre tutte le parti in causa nella Guerra dell’Anello ricercano, nei loro differenti modi, qualche sorta di potere politico, Bombadil è immune da ciò nella stessa maniera in cui è immune dai poteri dell’Anello. Egli spera soltanto di interpretare le cose per quelle che sono, e non desidera avere il controllo su alcunché. Per quanto concerne il ruolo di Bombadil nella Mitologia, la percezione di Tolkien di quanto il Messere rappresenta ne Il Signore degli Anelli sembra essere evoluta 'in corso d’opera': per quanti indizi possono essere rintracciati e decifrati, Tolkien apparentemente decise dapprima che Bombadil sarebbe stato inserito nel libro, e quindi solo in seguito razionalizzò tale inclusione. Uno dei suoi primissimi commenti su Bombadil dopo la pubblicazione de Il Signore degli Anelli è: "...egli rappresenta qualcosa che sento come importante, sebbene non sia preparato ad analizzare il sentimento con precisione." [La R.I.T L. 144]. Nel medesimo passo, il Professore prosegue nel resoconto della funzione letteraria di Bombadil all’interno della trama, e delle idee che rappresenta. Ma si tratta del resoconto delle idee da una prospettiva intellettuale, non del 'sentimento' che condusse alla sua originaria inclusione. È in questa sede che ci concederemo il lusso di speculare sul ruolo mitologico dello straordinario personaggio, e su quale 'sentimento' di Tolkien possa mai aver dato origine. Prima di proseguire, però, è importante notare che lo stesso Tolkien detestava una linea di ragionamento del genere, attento com’era ad impedire che si travisasse il senso delle sue storie. Scrivendo a proposito di un’introduzione alla versione svedese de Il Signore degli Anelli ebbe a dire: "Come per Wayland Smith visto come tipologia Panica, o che si rifletta sia in Bombadil che in Gollum: è questo sufficiente esempio degli sciocchi metodi e delle conclusioni assurde del dr. O[hlmarks]". [(Wayland Smith è una divinità anglosassone; Pan è ovviamente greco). Non è però chiaro qui se Tolkien stia criticando nello specifico le conclusioni del dr. Ohlmarks. In ultimat analisi, però, Tolkien era indaffarato a crearsi la sua propria mitologia; in una fase simile, evitare a priori comparazioni con altre mitologie equivale a lasciarsi sfuggire un ricco filone di materiale da cui potenzialmente attingere – ed era nelle potenzialità di un autore del suo calibro riuscire tranquillamente a mimetizzare citazioni classiche entro la sua produzione letteraria, senza che ciò saltasse immediatamente all’occhio. Nondimeno, quanto segue dovrebbe essere letto alla luce dei suoi stessi commenti citati sopra.

 

Il particolare aspetto delle altre mitologie cui qui ci si rivolge è il ruolo singolare di un dio, o altro essere, che in un certo senso non 'appartiene' all’ambientazione, ed invero spesse volte è letteralmente importato entro una data mitologia dall’esterno; con definizione forse infelice, un personaggio del genere è detto 'intruso malizioso'. Generalmente intrigante ed irritante (come il Loki norreno), ma usualmente semplice creatura giullaresca e giocosa. Può dirsi di Bombadil, in definitiva, che sia un ' intruso malizioso'. Egli è certamente 'malizioso' o, più precisamente, gioiosamente noncurante dei problemi del mondo in generale, e si è constatato che è enfaticamente un 'intruso', dato che la sua figura a prima vista non s’adatta con facilità al resto dell’universo tolkieniano. Lungi tuttavia dal suggerire che tali elementi siano in alcun senso obiezioni all’inclusione della figura del Messere ne Il Signore degli Anelli; al contrario, intendono essere d’aiuto per far cogliere un senso intrinseco del 'mito' dell’opera, che altrimenti sarebbe assai meno evidente.

 

Tutte queste speculazioni non implicano, naturalmente, che Tolkien prendesse consciamente in considerazioni certe sfumature nel comporre le sue opere. Piuttosto, agli occhi di un uomo versato nella tradizione mitologica com’egli era, Iarwain deve essere stato 'percepito' come mero personaggio – grazie ad egli la Cerca di Monte Fato assurge da mera 'leggenda' nei reami del 'mito'. Ciò forse aiuta a dar conto dell’imprecisato 'sentimento' di Tolkien.

Edited by John Petrucci Blu
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  • 4 weeks later...

vorrei un giudizio dal sapiente Gil Galad, sono un po' OT ma accolgo il suo rimando a questo suo topic per quanto riguarda Tolkien

come ti sembra la Shelob del film?

Mi ha un po' deluso, non dà l'idea di abominevole mostro ancestrale che si confà alla figlia di Ungoliant!

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vorrei un giudizio dal sapiente Gil Galad, sono un po' OT ma accolgo il suo rimando a questo suo topic per quanto riguarda Tolkien

come ti sembra la Shelob del film?

Mi ha un po' deluso, non dà l'idea di abominevole mostro ancestrale che si confà alla figlia di Ungoliant!

io credo sia stata resa al massimo possibile. l'unica vera cosa che secondo me era impossibile rendere cinematograficamente è l'oscurità vera e propria che riesce a tessere, e quindi il contrasto con la luce del silmaril della stella di earendil che riesce a "bucare" questa oscurità.

 

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Francamente non è che Shelob mi abbia fatto impazzire nel film, si per chi ha la visione di Ungoliante quella Shelob non rende l'idea della figlia della grande tessitrice di tenebra. Cmq fra tutte le immagini su Shelob quella che mi intriga di più e questa:

 

Shelob

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Grazie per l'immagine Gil .

Secondo me il modo migliore per rappresentare Shelob era non farla mai vedere bene,

in modo chiaro, come del resto fa Tolkien che ci fornisce descizioni di particolari del suo aspetto, non c'è terrore più grande dell'ignoto.

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